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Deodorante per ambiente fai da te con soli 3 ingredienti naturali

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Published in: Detergenza

Questa ricetta che vi proponiamo è facilmente realizzabile, in breve tempo e con ingredienti naturali al 100%. Con acqua demineralizzata, alcool per liquori e qualche goccia di olio essenziale a piacere, come ad esempio geranio e rosa o limone e arancio, potrete realizzare un fantastico detergente deodorante per ambienti.

Ingredienti
  • 200 ml di acqua demineralizzata
  • 50 ml di alcool per liquori
  • 15/20 gocce di olio essenziale a piacere
Prepazione

Beh, è facile: unire gli ingredienti, mescolarli e versare in un contenitore con dosatore, per spruzzare nell'ambiente comodamente all'occorrenza.

Questa ricetta è stata condivisa da Simona Scazzuso sul nostro gruppo Facebook. Volete condividere anche voi le vostre creazioni per vederle pubblicate su Greenme.it? Veniteci a trovare e postatele su Sarò buon* con la Terra: Risparmio, Riciclo, Rispetto e Autoproduco

Leggi anche: Deodoranti per ambienti: 8 alternative naturali e non tossiche che funzionano davvero

Centinaia di mamme polpo con le loro uova, adorabili (e in pericolo)

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Published in: Animali

Stavano studiando un tratto di un fondale vulcanico, quando hanno avvistato un gruppo di polpi Muusoctopus e nello specifico di mamme che custodivano gelosamente le loro uova. Cosa c’è di strano? I polpi vivono e si riproducono in acqua fredda, quindi solo pensare che queste meravigliose creature potessero trovarsi e addirittura schiudersi, in uno sperone sott’acqua che però emana calore, sembrava quasi impossibile.

Per questo i ricercatori dopo l’avvistamento hanno dirottato lo studio proprio sulle mamme polpo e sul loro modo di riprodursi. Il cosiddetto polpo viola stava a Dorado, una zona rocciosa si lava indurita e proveniente da un vulcano sottomarino che si trova a ovest del Costa Rica.

L’obiettivo iniziale degli esperti era quello di raccogliere campioni dei fluidi caldi che trasudano dalle crepe delle rocce vulcaniche, ma un'immersione ha portato a questo incontro fortuito e tutto ha preso una svolta completamente diversa.

Le mamme polpo erano nascoste tra le pieghe delle rocce e stavano raggruppate, anche un centinaio alla volta, in una zona dove si pensava che non potessero riuscire a sopravvivere a causa della temperatura alta dell’acqua. Uno spettacolo sicuramente suggestivo e tenero, che mostra quanto lo spirito materno sia spiccato anche nelle creature marine.

"Quando ho visto le foto per la prima volta, ho pensato 'No, non dovrebbero essere lì! Non in profondità e non così tanti”, ha detto il coautore dello studio Janet Voight, curatore associato di zoologia presso il Field Museum of Natural History di Chicago.

I polipi come dicevano si riproducono in acque fredde e avrebbero problemi a respirare in aree calde come spiega la National Science Foundation (NSF), che ha finanziato la ricerca.

On #EarthWeek, scientists have announced a deep #ocean discovery: a giant group of octopus moms where no octopus should survive. https://t.co/DJNsoAQ1yS pic.twitter.com/zv1baI7IAt

— National Science Foundation (@NSF) 17 aprile 2018

Ma perché c'erano così tanti polpi insieme, che solitamente non vivono neanche in gruppo? È altamente improbabile che siano stati attratti dalla zona perché quello non è un posto adatto per deporre le uova, spiegano gli scienziati. Per questo motivo adesso si cercherà di rispondere a questa e a tante altre domande, resta di fatto che una mamma che custodisce i propri figli resta un'immagine straordinaria.

Dominella Trunfio

Foto: PHIL TORRES E GEOFF WHEAT

Le notifiche dello smartphone creano dipendenza come gli oppioidi

GreenMe -

Published in: App e Smartphone

Guardi e riguardi lo schermo manco fosse un film con Brad Pitt, sblocchi continuamente la schermata con la stessa foga con cui ingolleresti una tavoletta di cioccolato alle nocciole, tamburelli con le dita in modalità piccolo nerd stressato in attesa che arrivi un segnale. Ebbene, quel segnale si chiama “notifica” e ne abbiamo una certa dipendenza che a paragone gli oppioidi ci fanno un baffo.

Suonerie e vibrazioni: in un'ondata di autentica “digital addiction” sono quelle le nuove dipendenze al giorno d’oggi. Non basta essere sempre connessi, ciò che potrebbe mancarci come l’area è proprio quello smanettamento continuo che ci metterebbe in pace (ed è solo un’illusione!) con il mondo.

È quanto emerge da un sondaggio condotto su 135 studenti dall’Università di San Francisco in cui è stato scoperto che chi utilizzava continuamente i telefonini aveva più spiccati livelli di senso di isolamento, depressione e ansia. Nei momenti di studio o mentre frequentavano lezioni, quegli studenti erano portati a guardare costantemente i loro smartphone, in quello che gli scienziati definiscono “semi-tasking”, che fa svolgere più compiti simultaneamente ma con un risultato dimezzato rispetto a quanto si otterrebbe focalizzandosi su uno alla volta.

“La dipendenza dall’uso di smartphone inizia a formare connessioni neurologiche nel cervello in modo simile a quelle che si sviluppano in coloro che acquisiscono una dipendenza da farmaci oppioidi per alleviare il dolore”, spiega Erik Peper , primo autore dello studio. 

Tutto ciò è la conseguenza della sostituzione dei rapporti faccia a faccia con qualche forma di comunicazione dove il linguaggio del corpo è praticamente escluso e quindi non può essere più interpretato. E non solo: push e notifiche, spiegano i ricercatori, “ci fanno sentire obbligati a guardarli” mettendo in modo gli stessi percorsi neuronali che una volta ci avvisavano di un pericolo imminente, come l’attacco di un predatore.

“Ma ora siamo dirottati, dagli stessi meccanismi che una volta ci proteggevano, verso le informazioni più banali”, conclude Peper. Infatti, le innate risposte biologiche al pericolo vengono manipolate per ottenere “più occhiate, più clic, più soldi”.

Come disintossicarci allora? “Così come possiamo metterci a dieta, possiamo allenarci ad essere meno dipendenti dai dispositivi”, chiosano i ricercatori.

Releghiamo a specifici momenti della giornata il controllo di e-mail e social e cominciamo a disattivare le notifiche push. Riprendiamoci il nostro tempo e, soprattutto, riguadagniamo la bellezza del tempo speso a tu per tu con gli altri.

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Germana Carillo

Il caffè riduce il rischio di diabete di tipo 2. La nuova conferma

GreenMe -

Published in: Alimentazione & Salute

È questo il dato che emerge da un nuovo documento di revisione per cui la seconda bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua potrebbe essere un alleato nella lotta al diabete di tipo 2.

Una conclusione che in buona sostanza accoglie e conferma le analisi dell’Oms che nel 2016 rimosse proprio il caffè dalla lista dei possibili cancerogeni

Ora, questa nuova review, pubblicata sulla base di un’indagine di 30 studi su una popolazione di 1,2 milioni di persone, ha stabilito che il pericolo di sviluppare il diabete di tipo 2 diminuirebbe rispettivamente del 7% in caso di caffè con caffeina e del 6% in caso di caffè decaffeinato per ogni tazzina consumata in una giornata.

Ciò equivarrebbe a bere dalle 3 alle massimo 5 tazzine al giorno grazie alle quali, secondo gli esperti, la riduzione del rischio di incorrere nella patologia si attesterebbe intorno al 30-35%.

Per arrivare a questo risultato, gli studiosi hanno esaminato i meccanismi biochimici che caratterizzano il caffè constatando che, grazie alle sue proprietà antiossidanti, la bevanda sarebbe in grado di ridurre lo stress ossidativo, che può portare a diverse disfunzioni cardiovascolari, metaboliche e renali e all’insorgenza di diabete di tipo 2. E non solo: il documento mette in evidenza anche quelle ricerche che dimostrano come con un consumo regolare di caffè si riducano i livelli dei marcatori pro-infiammatori e di conseguenza l’infiammazione cronica di basso grado, collegata a disturbi cardiovascolari e metabolici, proprio come il diabete di tipo 2.

Un’ulteriore conferma, quindi, a sostegno di tutti gli altri studi che avevano dimostrato come 3-5 tazzine al giorno di caffè possano inibire l’insorgere di una serie di patologie come il tumore al fegato e all’endometrio. La bevanda, infine, riduce fino al 27% il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer ed è stata sempre apprezzata per i numerosi benefici per la salute, tra cui la riduzione del rischio di morte precoce.

È bene sempre e comunque, tuttavia, non abusare di questa bevanda e scegliere preferibilmente caffè biologico, possibilmente proveniente dal commercio equo e solidale. Ma soprattutto prenderlo senza zucchero. Infine, se siete soliti consumare il decaffeinato, accertatevi che nel processo di rimozione della caffeina, che ha luogo prima della tostatura dei chicchi, siano usati esclusivamente solventi naturali e non sostanze chimiche.

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Germana Carillo

La foresta amazzonica ha gli stessi diritti di un uomo: storica sentenza della Corte Suprema

GreenMe -

Published in: Ambiente

Per questo, al governo colombiano è stato intimato di agire in fretta per proteggere la foresta pluviale amazzonica. I giudici della Suprema Corte del paese sostengono che lo stato non abbia fatto abbastanza per affrontare la distruzione di questo prezioso polmone verde.

Per questo, hanno fatto sì che l'Amazzonia acquisisse gli stessi diritti legali di un essere umano, ordinando piani d'azione da elaborare entro quattro mesi.

La sentenza arriva dopo che un gruppo di 25 cittadini di età compresa tra i 7 e i 26 anni ha fatto causa allo stato per rivendicare i loro diritti costituzionali alla vita, al cibo e all'acqua, violati dalla deforestazione.

Di fatto, la Corte ha chiesto alle autorità di proteggere l'Amazzonia colombiana dalla deforestazione, dando ragione al gruppo di bambini e giovani che, accompagnati da Dejusticia, hanno citato in giudizio lo Stato per non aver garantito i loro diritti alla vita e all'ambiente.

“La sentenza ribadisce l'importanza di proteggere i diritti delle generazioni future e dichiara persino l'Amazzonia soggetto di diritti” ha affermato la ricercatrice Camila Bustos.

“È chiaro che nonostante i numerosi impegni internazionali, lo stato colombiano non abbia affrontato in modo efficiente il problema della deforestazione in Amazzonia”, sostengono i giudici.

La foresta pluviale della Colombia copre un'area grande all'incirca quanto Germania e Inghilterra. Tuttavia, l'agricoltura, la produzione di cocaina, l'estrazione illegale e il disboscamento ne stanno seriamente mettendo a rischio l'esistenza.

Il tasso di deforestazione è aumentato del 44% tra il 2015 e il 2016 e secondo la Corte è responsabile di danni "imminenti e gravi" sia nei confronti dei bambini che degli adulti.

La deforestazione è una fonte chiave di emissioni di gas serra e di conseguenza dei cambiamenti climatici, che danneggiano gli ecosistemi e le fonti d'acqua e porta al degrado del suolo.

"Senza un ambiente sano, gli esseri viventi in generale non saranno in grado di sopravvivere, per non parlare di salvaguardare quei diritti per i nostri figli o per le generazioni future”, prosegue la sentenza.

La decisione della Corte crea così un importante precedente riguardo ai cambiamenti climatici ordinando alla Presidenza e ai Ministeri dell'Ambiente di costruire un "patto intergenerazionale per la vita dell'Amazzonia colombiana", con la partecipazione delle comunità colpite e delle organizzazioni scientifiche.

Un'iniziativa importante, non solo perché è partita dai giovani e dal basso, ma per essere riuscita a tutelare uno dei più importanti polmoni verdi della Terra.

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Francesca Mancuso

Pugile americano con pantaloncini anti-immigrati sconfitto dal suo avversario messicano [VIDEO]

BuoneNotizie.it -

Sebbene i pugili abbiano tutte le buone ragioni per mettere il loro avversario al tappeto, Rod Salka ha dato al suo avversario un incentivo personale e politico quando è salito sul ring.

Per affrontare il pugile messicano Francisco Vargas, Rod Salka, boxer della Pennsylvania, indossava un paio di pantaloncini con disegnato un muro di mattoni con la scritta “America 1st” (prima l’America).

Il messicano ha tagliato subito corto, facendo cadere il suo avversario al sesto round. Tornato all’angolo del ring, Rod Salka ha preferito gettare la spugna, anche per le proteste provenienti dal pubblico.

Rod Salka wore “America 1st” and a wall pattern on his trunks against Mexican fighter Francisco Vargas, and ended up getting his ass kicked #boxing pic.twitter.com/CmNfIeU6X1

— Ryan Songalia (@ryansongalia) 13 aprile 2018

L’interminabile ricerca di costumi che diano spettacolo e di comportamenti stravaganti per generare interesse per questo sport sfocia a volte, purtroppo, in situazioni come queste: nel 2007 Floyd Mayweather, boxer americano, fu protagonista di un’esibizione altrettanto appariscente e insensibile contro Oscar De La Hoya, un ex pugile statunitense di origini messicane, vestendosi con un costume da mariachi da cartone animato.

Mayweather vinse quel match, ma con la perdita senza cerimonie di Rod Salka, coloro che cercheranno di trasformare un incontro di boxe in una guerra culturale forse si renderanno conto che dare al loro avversario un ulteriore incentivo del genere potrebbe non essere una buona strategia.

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Gordon Ramsay, svolta vegan? Il famoso chef lo annuncia su Twitter

GreenMe -

Published in: Costume & Società

Un po’ di scetticismo è lecito, anche se non è mai troppo tardi per cambiare. Ma questa svolta arriva a pochi giorni dall’apertura del Gordon Ramsay Street Pizza, un nuovo locale a Londra dove compare, per la prima volta, un cibo vegetariano: una pizza a base di melanzane, pinoli tostati e pesto di aglio selvatico e pomodoro.

E proprio postando su Twitter la foto della pizza, lo chef britannico, famoso per i programmi televisivi come Hell’s Kitchen e Masterchef, da sempre onnivoro e contro vegani e vegetariani, scrive:

 “Voglio dare un’opportunità alla dieta vegana. Si, ragazzi, avete capito bene”.

Going to give this #vegan thing a try ... Yes guys you heard that right. Gx pic.twitter.com/iJZb8WMlH8

— Gordon Ramsay (@GordonRamsay) 16 aprile 2018

A dirla tutta, anche vedendo la foto della pizza, la nostra mente vola... sarà mica come quella di Cracco? 16 euro per una rivisitazione della più famosa Margherita? (Comunque sia, noi tifiamo sempre per la pizza italiana).

Ramsay: io? Allergico ai vegani

E sarebbe proprio un gran cambiamento perché se frughiamo nel passato di Ramsay troviamo solo e soltanto invettive contro chi sceglieva un tipo di alimentazione diversa. Chi non ricorda ad esempio cosa disse a Cheryl, la cantante di Girl’s Aloud durante il programma televisivo dello chef “The F Word? Vi rinfreschiamo la memoria: “Non hai ricevuto il messaggio? I vegetariani non sono i benvenuti qui”.

E ancora, qualche anno fa diceva che ‘avrebbe fulminato i suoi figli se un giorno sarebbero diventati vegetariani’. Nel 2016, una fan chiedeva allo chef se fosse allergico a qualcosa. ‘Ai vegani’, rispondeva solerte.

Vegans https://t.co/l2YTQkSfTT

— Gordon Ramsay (@GordonRamsay) 22 febbraio 2016

Ma senza andare troppo lontano appena un mese fa, il mondo veg si era scatenato contro Ramsay che davanti a un piatto di lasagne vegetali aveva detto: 

“Sono un membro della PETA!. Persone che mangiano gustosi animali”

I’m a member of PETA ! People eating tasty animals...... https://t.co/t9xCuVWDtq

— Gordon Ramsay (@GordonRamsay) 2 febbraio 2018

Insomma, cosa ne pensate?

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Dominella Trunfio

Le case low cost realizzate con la stampa 3D in meno di un giorno

GreenMe -

Published in: Bioedilizia e Bioarchitettura

La costruzione si trova in piazza Beccaria, nel cuore dell'angolo milanese che questa settimana sarà dedicato alla moda. La costruzione si chiama 3D HOUSING 05 ed è stata progettata da Massimiliano Locatelli | CLS Architetti, in collaborazione con Italcementi Heidelberg Cement Group, Arup e Cybe.

Realizzata direttamente sul posto, 3D HOUSING 05 è progettata con un nuovo linguaggio architettonico sviluppato grazie a una tecnologia rivoluzionaria. Tramite la stratificazione del calcestruzzo viene generato uno schema, una superficie su cui le piante rampicanti possono crescere spontaneamente, raggiungendo il tetto fino a trasformarlo in un giardino urbano.

La casa è composta da una zona giorno, una zona notte, una cucina, un bagno e una terrazza sul tetto. Gli interni sono stati progettati con riferimento agli archetipi del passato, cercando di coniugarle le moderne tecnologie.

“3D HOUSING 05 stabilisce un dialogo con il contesto, interpretando i cambiamenti economici, umani, sociali e produttivi nel mondo contemporaneo” spiegano gli architetti.

Il materiale da costruzione di base utilizzato è il calcestruzzo composito che è stato associato ad altri materiali altrettanto resistenti e “senza tempo”: l'ottone delle cornici delle finestre, il marmo dei sanitari, l'intonaco levigato per le finiture delle pareti, i fogli di ottone lucido per un cucina industriale reinterpretata.

Ma non si tratta dell'unica soluzione di questo tipo. Di recente in Texas è stata presentata IconBuild, una rivoluzionaria casa di 75 mq realizzata in sole 24 ore al costo di circa 3-4mila euro.

Iconbuild potrebbe essere una risposta concreta all'emergenza abitativa nel mondo. Secondo i piani, l'anno prossimo verrà costruita una piccola comunità composta da circa 100 case per i residenti in El Salvador. La società ha collaborato con New Story, un'organizzazione senza scopo di lucro che ha investito in soluzioni abitative in ambito internazionale.

“Stiamo costruendo case per comunità ad Haiti, in El Salvador e in Bolivia”, ha detto Alexandria Lafci, co-fondatrice di New Story.

Foto

Realizzata con una speciale stampante chiamata Vulcan, Icon punta a offrire un riparo a chi non ce l'ha. Secondo gli ideatori, può stampare un'intera casa per 10.000 dollari ma attualmente si sta lavorando per ridurre i costi e realizzare la casa con 3-4000 dollari. Iconbuild ha un soggiorno, una camera da letto, un bagno e un portico.

Soluzioni abitative di veloce realizzazione e low cost, particolarmente adatte anche alle situazioni di emergenza.

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Francesca Mancuso

Le scarpe vegan fatte con i funghi: ecosostenibili e 100% cruelty free

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Published in: Mode e Abbigliamento

La moda diventa etica e sono tanti i brand che ascoltano le esigenze dei nuovi consumatori che ogni giorno fanno scelte più consapevoli che rispettano l’ambiente e gli animali. Vi avevamo già parlato di Muskin, la pelle vegetale estratta dal cappello del fungo che può essere lavorata in modo del tutto simile a quella animale tranne per la concia, che è completamente vegetale, in modo da ottenere dei prodotti di pelletteria adatti ai vegani. 

Un’alternativa alla pelle di origine animale per chi per scelta, preferisce acquistare prodotti cruelty-free per quanto riguarda le scarpe, gli accessori e l’abbigliamento. Ricordiamo poi che il tutto è atossico e che la pelle può essere utilizzata senza problemi per realizzare manufatti che sono a diretto contatto con l’epidermide. 

Lo sa bene Nat-2 con le sue sneakers realizzate con funghi, una ecospugna composta da bottiglie di plastica riciclate, una soletta interna in sughero e la suola in gomma naturale. L’idea porta la firma della designer berlinese Nina Fabert creatrice del marchio Zvnder e del materiale prodotto tramite la lavorazione di Fomes Fomentarius, nome latino del Fungo dell’esca, specie non commestibile che cresce sui tronchi di latifoglie. 

 

C’ è poi Sebastian Thies, che disegna le sneakers nel suo aspetto vintage e che vengono poi realizzate attraverso un lungo processo a mano con materiale organico, vegano, senza glutine e senza sostanze chimiche. Il fungo è inoltre antisettico e anti-batterico.

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Dominella Trunfio

Foto

 

Toby, il gatto che percorre 20 km per tornare a casa. Ma i proprietari non lo vogliono più

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Published in: Cani, Gatti & co.

Ha camminato per 20 chilometri fino alla sua vecchia casa. Ma per lui non c'è stato nessun lieto fine.

Quando è arrivato, il suo cuore è stato spezzato. La famiglia, invece di riconoscere la sua enorme fedeltà e il suo grande gesto di amore, decide di portarlo al gattile locale.

Non contenti, chiedono al personale persino di praticarli l'eutanasia.

"Il rifugio ci ha chiamato per sapere se potevamo prenderlo e aiutarlo a trovare una nuova famiglia. Ovviamente abbiamo detto di sì! Se lui è disposto a camminare per 12 chilometri per salvarsi la vita, come potremmo noi non percorrerne appena uno per salvarlo?", spiega su Facebook l'assoicaizone SPCA di Wake County.

Per fortuna, il 16 aprile scorso, questo dolce micio ha trovato una nuova famiglia perfetta. Vive con altri 2 gatti e finalmente saprà cosa significa avere una famiglia amorevole.

Leggi anche: Cane percorre 300 km per tornare dalla donna che l'ha salvato: la dolcissima storia di Shavi e Nina

Roberta Ragni

Foto: Jenny Winston Photography/SPCA of Wake County

Friselle: la ricetta per fare in casa le originali frise salentine

GreenMe -

Published in: Lievito madre

L'origine certa della friseddhra, termine Leccese per indicarle, non è noto, ma si presume però che si siano diffuse al tempo dei crociati. Per la sua forma, ma anche per la sua difficoltà di deperimento, divenne infatti il "pane dei crociati"; con il tempo la frisella divenne "il cibo dei pescatori" che l'ammollavano nell'acqua del mare e la condivano spremendoci sopra dei pomodori freshi.

Preparata ancora oggi con prodotti del territorio, la frisa salentina viene impastata con grano duro, con grano arso o con farine integrali; il passaggio sacro è la "sponzatura", ossia l'immersione della frisa in acqua per un tempo che varia a seconda dei propri gusti personali: meno si bagna è più resterà croccante. A seguire la frisa dovrà essere "cunzata" cioè condita, gli ingredienti classici sono i pomodori, il sale, l'olio extra vergine d'oliva e l'origano, ma è possibile utilizzare anche peperoni grigliati o melanzane sott'olio.

In Salento è possibile acquistarle in ogni forno, e si trovano friseddhre di diverse dimensioni, con o senza buco. Riprodurle in casa è davvero semplice anche se un po' lungo: si prepara la pasta e, al termine della lievitazione, si formano delle ciambelle, si attende una nuova lievitazione e ,a seguire, si procede con una pre-cottura. Poi con un sapiente rituale si spaccano con uno spago - un tempo veniva usato un filo di ferro non zincato -  ottenendo così la friseddhra te subbra e la friseddhra te sutta (la frisa di sopra, più bombata e la frisa di sotto, più schiacciata), a seguire si procede con una lenta e delicata biscottatura.

Ingredienti googletag.cmd.push(function() { googletag.display('div-gpt-ad-1498149132762-1'); });
  • Tempo Preparazione:
    15 minuti
  • Tempo Cottura:
    80 minuti
  • Tempo Riposo:
    17 ore di lievitazione
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare le frise Salentine: procedimento
  • Sciogliere il lievito madre nell'acqua,
  • incorporare le farine ed impastare,
  • a seguire aggiungere l'olio ed in fine anche il sale,
  • porre l'impasto in una ciotola, coprirlo con pellicola alimentare a contatto e lasciarlo lievitare fino al suo raddoppio,
  • quindi riprenderlo ed aiutandosi con un velo di farina aggiuntiva impastarlo nuovamente e dividerlo in pezzi di egual grammatura,
  • far scorrere sul piano di lavoro ogni pezzo d'impasto fino a formare dei cilindri stretti e lunghi, unire l'estremità e formare così delle ciambelle,
  • e riporle in una teglia foderata con carta forno, per ottenere delle frise più alte metterle in una teglia stretta abbastanza vicine fra loro e separate con carta forno altrimenti disporle distanti fra loro,
  • coprire con la pellicola alimentare ed attendere nuovamente il raddoppio,
  • terminata anche la seconda lievitazione cuocerle in forno caldo a 180° per dodici minuti,
  • quindi sfornarle ed abbassare la temperatura del forno a 170°
  • e facendo attenzione a non scottarsi inciderle con un coltello lungo il loro perimetro, proprio come se si dovesse aprire un panino,
  • a seguire infilare nella fessura creata lo spago,
  • incrociare i suoi lembi e stringerli come fosse un cappio dividendo così la frisa in due parti.
  • Mettere le frise di sopra e di sotto nelle teglie foderate con carta forno,
  • infornare e cuocerle per venti minuti a 170°,
  • poi abbassare a 140° e cuocere per altri quaranta minuti o fino a doratura.
  • Al termine delle cottura le frise dovranno risultare biscottate,
  • una volta fredde protranno essere immerse in acqua e poi condite a piacere.
Una curiosità:

Le frise si servono in tavola scondite, la tavola si apparecchia con una ciotola piena d'acqua e con gli ingredienti da utilizzare; ogni commensale immerge la frisa nell'acqua e poi la condisce nel proprio piatto.

Come conservare le frise:

Le frise potranno essere conservate in sacchetti di plastica alimentare o in barattoli ermetici e riposte in dispensa per due/tre mesi.

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Ilaria Zizza

Tutta la verità sui bangla market, che hanno rimpiazzato le frutterie italiane

GreenMe -

Published in: Eco-spesa


Un rapporto condotto per conto di Terra! onlus che analizza il perché, negli ultimi anni, si è assistito a un vero e proprio boom a Roma, e non solo, di negozi di ortofrutta gestiti da stranieri soprattutto asiatici.

Già nel 2016 erano 1432, nel 2017, 1622. Numeri che vanno a discapito di botteghe di quartiere e su cui aleggia il dubbio di un controllo criminale e quello del racket. C’è chi li ha ribattezzati banglamarket, chi ormai li considera un punto di riferimento perché è possibile trovare tutto a qualsiasi ora grazie al Salva Italia di Monti che permette di allungare l’orario di lavoro delle attività commercialo.

Secondo il rapporto, nel 2017, 33 frutterie romane hanno chiuso, ma sono state sostituite da quelle gestite da stranieri che guadagnano circa 1500 euro, una cifra modesta per un italiano. Per questo motivo i negozi diventano la prima forma di investimento delle comunità straniere, tra cui svettano gli egiziani, seguiti dai bengalesi e i rumeni. 

“Negli ultimi due decenni Roma, come molte altre importanti città italiane, ha visto esplodere il numero dei piccoli esercizi commerciali gestiti da egiziani e bengalesi. Un fenomeno legato ai mutamenti socioeconomici che hanno interessato la nostra penisola e gran parte del mondo occidentale, provocando importanti trasformazioni nel settore del commercio agroalimentare al dettaglio”, scrivono i due autori nel rapporto.

L’ombra del racket e dell’usura

La vendita al dettaglio, oltre a costituire una forma di reddito sostanziale, è diventata anche un collante sociale per molti di questi gruppi, che faticano a trovare altri luoghi di aggregazione con persone provenienti dai loro stessi Paesi di origine. Talvolta l’ombra del racket e dell’usura si allunga su queste attività. 

Come confermato dall’Osservatorio per la legalità e la sicurezza della Regione Lazio, sono state formulate molte e diverse ipotesi sull’infiltrazione criminale negli affari degli stranieri, ma non è mai emerso nulla di certo. Tuttavia, quel che ci è sembrato più interessante indagare con questa ricerca, che integra e approfondisce alcuni aspetti sfiorati dal rapporto “Magna Roma”, è il legame fra cambio delle abitudini alimentari, precarizzazione del lavoro e liberalizzazione del commercio. 

Tutte queste dinamiche, unite ai flussi migratori, sono all’origine del proliferare di negozi al dettaglio gestiti da stranieri, e contribuiscono ad incidere sulla qualità del cibo che portiamo in tavola ogni giorno.

Come funziona la filiera

Secondo il rapporto a Roma il 42% delle nuove imprese commerciali è rappresentato dai banglamarket che in molti casi fungono sia da sede di lavoro che da abitazione che da centro di aggregazione della comunità.

Andiamo ai numeri. Servono circa 15mila euro per avviare un negozio, mentre il 20/24% del totale delle rimesse viene spedito alle famiglie che sono rimaste nel paese d’origine. Da dove arrivano i prodotti? Su Roma, il 90% del fresco da Guidonia e il 10% da Fondi, vengono organizzati degli acquisti collettivi, c’è un indotto fatto di autotrasportatori che smistano ai punti vendita, incassando da ognuno 5 euro. Per gli alcolici l’approvvigionamento avviene invece ai supermercati. 

Si legge nel rapporto che ad esempio, nelle zone di San Lorenzo e Pigneto - i quartieri della movida per eccellenza e della gentrificazione selvaggia, attraversati quotidianamente da migliaia di giovani studenti e lavoratori - i negozianti bengalesi vendono prevalentemente bibite ed alcolici. 

Sfruttano le offerte della Grande distribuzione per le bevande gassate e l’acqua e sporadicamente si riforniscono al mercato rionale di Piazza Vittorio: quattro o cinque cassette di ortofrutta con patate, cipolle, pomodori, insalata, radici di zenzero e spicchi d’aglio, assediati da flaconi di shampoo e saponi, conserve di ogni tipo e bottiglie di vino. In questo caso, la verdura è da considerarsi un “prodotto civetta” dal prezzo infinitamente basso, che attira il consumatore. 

Il cliente, cioè, entra attirato dalle cassette esposte all’esterno, su cui svettano targhette con prezzi stracciati (0.99 centesimi), ma acquista soprattutto bibite e prodotti casalinghi. Invece nel quartiere Trieste, nella zona nord di Roma, abitato soprattutto da famiglie, frutta e verdura di una qualità nettamente superiore predominano sugli scaffali e sui banconi dei minimarket. Qui il prezzo della merce è superiore ed oscilla da negozio a negozio. 

"Negli ultimi anni la qualità e la selezione è migliorata, ma gli utili non sono alti. Un commerciante bengalese è contento se entrano 50-60 euro al giorno, quindi sui 1.500 euro al mese. Se un italiano invece non ha un utile di 3.000 euro al mese, chiude, perché con 1.500 euro non potrebbe mai vivere", afferma Batchu intervistato dai giornalisti.

Ma la qualità?

Sul fronte dei prodotti, Terra! ha scoperto che la qualità sta migliorando, specialmente nei quartieri più benestanti: se negli anni 2000, con il primo fiorire di frutterie egiziane, la merce in vendita era di terza categoria (stock misti), oggi la scelta è più accurata e risponde meglio alla domanda della clientela. 

Quel che ancora manca praticamente ovunque è però la trasparenza: in quasi tutti i negozi non si ritrovano le etichette che certificano la provenienza dei prodotti.

Da dove arrivino questi prodotti? E' impossibile capirlo.

 

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Dominella Trunfio

Cessate il fuoco! Ora

Il Cambiamento - feed -

L'appello accorato dalla Rete della Pace per il cessate il fuoco in Siria, ma non solo, sta raccogliendo decine e decine di adesioni da tutta Italia. Invitiamo tutti a prendere posizione contro una guerra folle e contro gli attacchi indiscriminati che non si placano.

Ecco cos'hanno scoperto gli scienziati mettendo i calzini puzzolenti davanti alle zanzare

GreenMe -

Published in: Salute & Benessere

Ironia a parte, l'esperimento è serio e lo studio cerca di fare luce su questi meccanismi per cercare di ridurre il numero di bambini colpiti dalla malaria.

I ricercatori hanno scoperto che i piccoli infettati dal parassita del Plasmodium malariae producevano particolari odori tramite la pelle che li rendevano più attraenti per le zanzare rispetto ai bambini non infetti.

Lo studio, condotto da ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, Wageningen University & Research, Rothamsted Research, International Center of Insect Physiology ed Ecology e Cardiff University, ha identificato per la prima volta questa impronta chimica unica, aprendo la possibilità di sviluppare un sistema per attirare le zanzare lontano dalle popolazioni umane.

La ricerca ha esaminato un gruppo di studenti nel Kenya occidentale dando loro un paio di calzini da indossare durante la notte. In questo modo avrebbero avuto il tempo di assorbire il loro odore corporeo. I ricercatori hanno scoperto che le zanzare Anopheles erano molto più attratte dalle calze dei bambini con la malaria ed erano meno interessate alle calze portate dai piccoli che erano stati curati dall'infezione. Inoltre è stato scoperto che i bambini con qualsiasi stadio di infezione da malaria erano più attraenti per la zanzara.

Quest'ultima è la principale responsabile della trasmissione della malaria nell'Africa sub-sahariana.

La fase successiva dell'esperimento è stata progettata per comprendere il meccanismo alla base di questa maggiore attrattiva. Sono stati raccolti campioni di odori di 56 bambini kenyoti e allo stesso tempo i ricercatori hanno individuato il numero di parassiti della malaria che ciascun bambino aveva nel sangue.

I campioni sono stati analizzati mediante gascromatografia, un metodo che separa e quantifica diversi composti, per rivelare le differenze in base al numero di parassiti. Oltre ad analizzare le sostanze chimichepresenti nei campioni di odore dei piedi, è stata testata la risposta delle zanzare Anopheles collegando le loro antenne - il "naso" - ai microelettrodi che misuravano la risposta delle cellule nervose, dicendo ai ricercatori quali sostanze chimiche fossero importanti per gli animali.

Questa sequenza di esperimenti ha mostrato che diversi composti noti anche come aldeidi, venivano rilevati dalla zanzara e prodotti in quantità maggiori dai bambini con la malaria rispetto a quelli non infetti. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che i bambini infetti con una maggiore densità di parassiti della malaria nel sangue emettevano una quantità maggiore di aldeidi, creando un odore più forte.

La dottoressa Ailie Robinson, che ha lavorato a questo progetto per il suo dottorato di ricerca alla London School of Hygiene & Tropical Medicine, ha spiegato:

“È la prima volta che viene studiato l'odore della pelle delle persone infette dalla malaria. Abbiamo dimostrato che in esse la produzione di sostanze chimiche volatili chiave da parte della pelle è alterata e questo nuovo odore 'infetto' sembra essere più attraente per le zanzare”.

Il professor James Logan, ricercatore senior della London School of Hygiene & Tropical Medicine, ha aggiunto:

“Questi innovativi risultati saranno fondamentali per lo sviluppo della nostra ricerca sulla malaria. Il prossimo passo sarà capire come i parassiti cambiano l'odore, a livello molecolare, e sviluppare nuove esche per le zanzare”.

La ricerca è stata pubblicata su Pnas.

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Francesca Mancuso

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eBfolding, la bici a pedalata assistita che si piega 

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Published in: Bici

Le soluzioni in commercio sono svariate. L'ultima arriva da Askoll, azienda vicentina, che ha ideato eBfolding, un'e-bike compatta che una volta chiusa occupa davvero uno spazio ridotto, paragonabile a quello di un bagaglio a mano. Inoltre, è molto veloce e facile da aprire grazie allo snodo centrale di cui è dotata e al manubrio pieghevole.

Caratteristiche tecniche

Pesa solo 19 kg, monta ruote da 20" ma è resistente. Può raggiungere una velocità massima pari a 25 km/h e ha un’autonomia con una sola carica pari a 70 Km, sufficienti a coprire le distanze all'interno delle città.

Spiega Askoll che eBfolding è dotata anche di un computer di bordo che dà informazioni su velocità e autonomia e permette di selezionare anche il livello di assistenza del motore, scegliendone 4 + la modalità di accompagnamento e partenza in salita.

Tempi e costi per la ricarica

Quanto tempo impiega a ricaricarsi? Per passare da 0 al 100% ha bisogno di cinque ore. Basta collegara a una qualsiasi presa elettrica. La spesa per una ricarica è di circa 0,05€.

“Veloce, comoda, pulita. La bicicletta si conferma il mezzo preferito per spostarsi all’interno delle grandi città e il 'bike to work' - l’abitudine di raggiungere il posto di lavoro in bici - si sta affermando sempre più come nuovo trend” dice Askoll.

I costi? eBfolding è disponibile ad un prezzo di 1.090,00 €.

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Francesca Mancuso

Questo muschio è capace di eliminare l'arsenico dall’acqua potabile

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Published in: Acqua

L’arsenico è un elemento nocivo per la salute: studi condotti in popolazioni con esposizioni croniche hanno dimostrato effetti negativi sul sistema riproduttivo, neurologico, cardiovascolare e respiratorio.

L’arsenico è stato inoltre classificato dalla IARC (International Agency for Research on Cancer) come cancerogeno per l’uomo (tipo 1). In particolare tumori del polmone, della cute e della vescica sono risultati associati ad una esposizione ad arsenico per via inalatoria o attraverso l’acqua potabile. Un problema quindi molto serio.

Nella parte settentrionale della Svezia l’acqua delle zone minerarie contiene spesso questo elemento. Nel 2004 l’uso di composti di arsenico nei prodotti di legno è stato vietato, ma l’elemento raggiunge ancora terra e acqua a causa delle attività estrattive. Ciò accade perché il terreno e il substrato roccioso in alcune parti del Paese scandinavo contengono naturalmente arsenico.

Di conseguenza, l’acqua potabile e quella utilizzata per l’irrigazione delle colture contengono anche elevati livelli del contaminante, che viene assorbito dalle piante e alla fine finisce nel cibo che mangiamo. In Svezia questo vale per il grano, gli ortaggi a radice, le verdure a foglia verde, ecc.

Foto: Maria Greger, Università di Stoccolma 

Il problema comunque è mondiale. E anche in Italia è piuttosto sentito, tanto che nel 2010 il Governo dichiarò lo stato di emergenza per la concentrazione di arsenico nelle acque potabili superiore ai limiti di legge (decreto legislativo n. 31/2001) in alcuni comuni del Lazio. Ma nonostante questo, dopo tre deroghe, nel 2014 l’Unione Europea avviò una procedura di infrazione contro il nostro Paese proprio per la contaminazione dell’acqua da arsenico.

Questi risultati dunque, sono sotto l’occhio di tutta Europa. “I nostri esperimenti dimostrano che il muschio ha una capacità molto elevata di rimuovere l'arsenico – spiega Arifin Sandhi, coautore della ricerca – È necessario non più di un’ora per rimuovere l’80% dell’arsenico da un contenitore d’acqua. A quel punto, il livello è così basso da non essere più dannoso per le persone”.

Per rendere il metodo di purificazione su larga scala, i ricercatori stanno mettendo a punto un sistema di zone umide a base vegetale dove fa crescere il muschio, in modo che questo incontri l’acqua prima che diventi potabile o per irrigazione. Sperando che si possa estendere a tutte le zone del mondo dove persiste la problematica.

Il lavoro è stato pubblicato su Environmental Pollution.

Per altre informazioni sul problema dell’arsenico in Italia leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto di copertina: Arifin Sandhi, Università di Stoccolma

Foresta polacca di Białowieża: il disboscamento è illegale anche per l'Ue

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Published in: Natura & Biodiversità

Una vicenda che purtroppo va avanti da anni ma adesso arriva quelle che associazioni come il WWF hanno definito una vittoria storica.

“La sentenza rappresenta una chiara vittoria per la fauna selvatica europea. La natura non può essere ignorata e nemmeno la legge dell’UE. Ora il ministro dell’Ambiente polacco Kowalczyk deve ritirare le decisioni che hanno dato il via libera ad una intensa opera di disboscamento. Il suo compito è quello di proteggere la fauna selvatica di Białowieża e garantirne la sopravvivenza per le generazioni future” ha detto Andreas Baumueller a Capo delle settore Risorse Naturali dell’Ufficio delle politiche europee del WWF.

Bialowieza è una delle ultime foreste vergini superstiti. Con una superficie di 1500 chilometri incarna ciò che è rimasto della vegetazione che anni fa e per più di 10mila anni si estendeva su tutta l'Europa. Purtroppo però il bostrico, un piccolo ma pericoloso coleottero, ha attaccato centinaia di alberi, soprattutto gli abeti rossi.

C'è chi ritiene che il ministero dell’Ambiente di Varsavia abbia cavalcato l'inda, facendo abbattere 188mila metri cubi di foresta in dieci anni non per curare gli alberi ma per impadronirsi di un’area protetta. Per questo, le proteste contro la deforestazione di Białowieża vanno avanti da anni.

Anche l'Europa è scesa in campo con ammonizioni, minacce di sanzioni e adesso la sentenza della Corte di giustizia che potrebbe mettere la parola fine a questo scempio.

Nel febbraio 2018, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea ha emesso un parere confermando che il disboscamento della foresta era illegale.

La foresta di Bialowieża è protetta dalle direttive sulla natura dell'UE ed è stata classificata sia come patrimonio mondiale dell'UNESCO sia come sito UE Natura 2000 per via dei suoi processi naturali non modificati dall’uomo e della biodiversità. Ospita infatti la più grande popolazione di bisonti europei, insieme a linci, lupi e alberi secolari. Nonostante ciò, Jan Szyszko l'ex ministro dell'Ambiente polacco aveva deciso di consentire il disboscamento triplicando la quantità di tagli permessi nel distretto forestale di Białowieża nel 2016.

Adesso però la Corte ha stabilito che la decisione viola le leggi sulla natura dell’UE. Il WWF ha invitato l’attuale ministro polacco per l'Ambiente Henryk Kowalczyk ad applicare immediatamente la sentenza.

“La decisione è un chiaro segnale per tutti i responsabili delle decisioni che l’apertura di siti del patrimonio mondiale per attività distruttive e insostenibili non è accettabile, per le persone, le istituzioni e il pianeta e che le leggi dell'UE che proteggono questi siti non possono essere ignorate” dice l'associazione.

Incrociamo le dita.

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Francesca Mancuso

Come pulire con il limone: 10 usi e ricette

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Published in: Detergenza

Lo sappiamo ormai da tempo che una delle più grandi sfide per vivere uno stile di vita eco-sostenibile parte proprio dalla pulizia della nostra abitazione. Spesso ancora a nostra insaputa, molti detersivi per l’igiene domestica sono pericolosamente tossici, oltre che inquinanti per il pianeta.

Va da sé, quindi, che scegliere prodotti che troviamo in natura è la soluzione migliore, non fosse altro che tutte le alternative fai-da-te che abbiamo a disposizione ci fanno anche ridurre drasticamente le spese. Tutti vantaggi, insomma, che è utile prendere in considerazione.

Avete bisogno di lucidare i rubinetti, pulire il forno o dare nuova luce alla biancheria? Ecco come i limoni possono ricorrere in vostro aiuto.

10 modi per usare il limone nelle pulizie domestiche:

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Disincrostare le tubature ed eliminare cattivi odori

Per eliminare residui di cibo e altre sostanze organiche dai rubinetti che con il tempo cominciano anche a diffondere un brutto odore, basterà spremere un limone direttamente dentro ai buchi.
Oppure, in alternativa, preparate una soluzione di bicarbonato di sodio, sale e limone, che faciliterà la pulizia delle tubature e previene i cattivi odori. Versate il composto nello scarico e poi versate subito sopra dell’acqua bollente e il gioco è fatto.

Pulire i taglieri

Le proprietà antibatteriche del succo di limone lo rendono un ottimo detergente per le superfici su cui prepariamo il cibo. Il succo di limone pulisce naturalmente senza lasciare residui chimici e senza mai contaminare gli alimenti.

La tecnica seguente è un modo sicuro per pulire e deodorare naturalmente soprattutto i taglieri in legno:
cospargete sul tagliere due cucchiai di sale grosso, poi strofinateci mezzo limone. Lasciate riposare la miscela di sale e limone per cinque minuti. Quindi risciacquate e lasciate asciugare.

Pulire il microonde

Vapore e limone combinazione perfetta! Se l’interno del vostro microonde è sporco di grasso e ci sono parecchi schizzi di cibo, la combinazione di limone e vapore sgrassa, rimuove la sporcizia ed elimina odori sgradevoli.
Versate mezza tazza di acqua in una ciotola media che sia adatta al microonde, spremete mezzo limone e mettete la ciotola nel microonde. Impostate il timer per tre minuti per far bollire l'acqua, poi lasciate riposare per altri cinque minuti e pulite l’interno del microonde con un panno.

Dare lucentezza ai tessuti e rimuovere le macchie

Il succo di limone è un efficace agente sbiancante completamente naturale. Funziona bene anche con macchie di ruggine e sudore. L’acido citrico in esso contenuto aiuta a rimuovere le macchie e ad illuminare il tessuto, ma è bene evitarlo sui tessuti colorati e sulla seta.

Il limone sui tessuti:

  • Spruzzate una miscela di acqua e limone sulle aree bianche delle scarpe da tennis e mettetele al sole
    Immergete la biancheria in una miscela di mezzo bicchiere di succo di limone, 1 tazza di bicarbonato di sodio e un litro di acqua calda per un leggero trattamento sbiancante. Lasciare riposare per trenta minuti prima di lavarlo normalmente
  • Applicate una quantità generosa di succo di limone sulle macchie di inchiostro sui vestiti il più presto possibile, quindi lavare con acqua fredda
  • Per le fastidiosissime macchie che si formano all’altezza delle ascelle, mescolate 3 parti di succo di limone e 1 parte di acqua. Applicate sulle macchie e lavate normalmente
  • Aggiungete mezza tazza di acqua ossigenata e un quarto di tazza di succo di limone ai bianchi durante il ciclo di ammollo per ravvivarli e mantenerli freschi.

Leggi anche: Acqua ossigenata: 10 interessanti utilizzi per la casa e la persona

Deodorare il frigo

Con tutti i cibi che mettiamo nel nostro frigorifero (e talvolta dimentichiamo!), possiamo dar luogo ad odori davvero sgradevoli.

Utilizzate dapprima un detergente multiuso creato con le bucce di agrumi, poi versate un po’ di bicarbonato di sodio in una piccola ciotola in cui aggiungere 8 gocce di olio essenziale di limone e mettetelo su uno scaffale o nella porta del frigorifero scoperto.

Pulire la caffettiera e la teiera

Un composto di acqua e limone è l’ideale per pulire le teiere e le caffettiere: un metodo naturale che non altererà nemmeno il sapore finale del caffè.

Caricate il serbatoio della moka di acqua, 3 cucchiaini di sale e spremete mezzo limone. Accendete il fuoco come se voleste fare un caffè e vedrete che la macchinetta uscirà perfetta, senza più residui di calcare (Fonte).

Restituire lucentezza a rame, ottone, alluminio e superfici metalliche

Tutto ciò che dovrebbe brillare, tornerà a luce propria proprio con il limone, perfetto per pulire le superfici metalliche e per eliminare ruggine e calcare.

Basterà strofinare la metà di un limone sulla superficie da detergere e far brillare e poi asciugarla con un telo di cotone.

Eliminare cattivi odori dalle mani

Aglio, cipolle e pesce. Se sono due giorni che cucinate, le vostre mani saranno state messe a dura prova. Basterà strofinarle con la metà di un limone, per poi sciacquarle e asciugarle. Questa operazione rafforzerà anche le unghie.

Tenere lontani gli insetti

Un metodo green per allontanare gli insetti? Il limone! La sua acidità non piace ai piccoli sgraditi ospiti.
Quello che vi serve fare è tenere delle fettine di scorza di limone vicino a finestre, porte o piccoli fori nelle pareti di casa. Inoltre, lavare periodicamente il pavimento con acqua, aceto e limone per scongiurare fastidiose invasioni di formiche.

Il limone può essere utile anche contro le punture di zanzare: se siete stati punti, strofinate un po’ di limone sulla zona interessate per lenire gonfiori e pruriti.

Leggi anche: Pesticidi naturali e fai-da-te per annientare gli ospiti sgraditi del tuo giardino

Per pelle, capelli e denti

Prima di andare a letto e dopo esservi struccate, immergete un batuffolo di cotone nel succo di limone e tamponate il viso oppure strofinate direttamente le scorze di limone sul viso e risciacquate. Ciò servirà a tonificare la pelle ma anche ad eliminare eventuali brufoli.

Per dare lucentezza ai capelli, invece, dopo averli lavati, versate sulla testa il succo di due limoni, massaggiate delicatamente il cuoio capelluto e risciacquate. Le proprietà astringenti del limone contribuiranno a riequilibrare la produzione di sebo, per cui è consigliato per i capelli grassi.

Quanto ai denti, il limone è un buon aiuto contro le macchie gialle provocate dal fumo e dal caffè, ma attenzione: basta usarlo una volta la mese, per non intaccare lo smalto. Versate del succo di limone in un bicchierino, aggiungete un cucchiaio di bicarbonato, imbevete lo spazzolino e sfregate sui denti.

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Germana Carillo

Assegno di ricollocazione: slitta a maggio, il sistema non è operativo

GreenMe -

Published in: Lavoro & Ufficio

Slitta quindi di un mese la partenza del sistema (rispetto alla precedente data, il 3 aprile) per problemi di adeguamento del sistema informatico da parte dei patronati.

La nuova data non è stata specificata, ma si parla di un generico "Maggio 2018".

Che cos'è l'assegno  di ricollocazione

Ricordiamo che l’articolo 23 del Decreto Legislativo 14 settembre 2015 n. 150 introduce una misura di politica attiva, denominata assegno di ricollocazione, per i percettori della Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASpI) la cui durata di disoccupazione eccede i quattro mesi, spendibile al fine di ottenere un servizio di assistenza intensiva nella ricerca di lavoro.

A coloro che ne facciano richiesta al centro per l’impiego presso cui hanno sottoscritto il patto di servizio, è quindi riconosciuto l’assegno individuale di ricollocazione, graduato in funzione del profilo personale di occupabilità, spendibile presso i centri per l’impiego o presso i servizi accreditati.

Il servizio è richiesto, a pena di decadenza dallo stato di disoccupazione e dalla prestazione a sostegno del reddito, entro due mesi dalla data di rilascio dell’assegno e ha una durata di sei mesi, prorogabile per altri sei nel caso non sia stato consumato l’intero ammontare dell’assegno.

Il servizio di assistenza alla ricollocazione prevede:

  • l’affiancamento di un tutor al soggetto destinatario dell’assegno;
  • un programma di ricerca intensiva della nuova occupazione e la relativa area, con eventuale percorso di riqualificazione professionale mirata a sbocchi occupazionali esistenti nell’area stessa;
  • l’assunzione dell’onere del destinatario dell’assegno di svolgere le attività individuate dal tutor e di accettare una offerta di lavoro congrua;
  • l’obbligo per il soggetto erogatore del servizio di comunicare al centro per l’impiego e all’Anpal il rifiuto ingiustificato, da parte della persona interessata, di svolgere una delle attività proposte nell’ambito del servizio, o di una offerta di lavoro congrua;
  • la sospensione del servizio nel caso di assunzione in prova, o a termine,con eventuale ripresa del servizio stesso dopo l’eventuale conclusionedel rapporto entro il termine di sei mesi.

Per ottenere assistenza nella risoluzione di eventuali problemi legati all'utilizzo del sistema è disponibile un servizio di supporto all'indirizzo di posta elettronica info@anpal.gov.it o al numero 800.00.00.39.

Roberta Ragni

Finalmente Barilla dice no al grano canadese con glifosato

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Published in: Alimentazione & Salute


Una scelta comunicata dal direttore degli acquisti di Barilla, Emilio Ferrari, che ha sottolineato che “al momento Barilla non ha firmato nessun contratto per l’importazione del grano dal Canada”, specificando che sebbene “sia una sorta di suicidio dire che la pasta è avvelenata dal glifosato, questo è l’approccio che abbiamo ora. È molto difficile cambiare l’opinione pubblica”.

Avevamo già parlato di micotossine e glifosato nella pasta e dell’indagine a campione fatta da Il Salvagente che metteva sotto accusa alcune delle più note marche italiane (sebbene le tracce non superavano i limiti). Sottolineiamo che da questo campionamento, la Barilla ne usciva pulita, e  accanto a glifosato c’era scritto: assente.

Tuttavia, da qualche tempo, i consumatori iniziano ad essere più consapevoli, leggono le etichette e si informano sulla possibile cancerogenicità dell’erbicida più conosciuto al mondo, che ricordiamo è vietato nella produzione di grano duro in preraccolta, a differenza di quanto avviene in Canada e in altri Paesi. 

“In una situazione in cui un pacco di pasta su sette prodotto in Italia è fatto con grano canadese, si tratta di una svolta storica della principale industria pastaia del mondo che risponde alle sollecitazioni che vengono dai consumatori che chiedono garanzie di sicurezza alimentare”, spiega Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti. 

La Barilla adesso annuncia che “ha aggiornato i parametri qualitativi per questa materia prima strategica e chiede ai produttori di grano duro di tutti i Paesi di non usare il glifosato prima del raccolto” come avviene in Canada che fino allo scorso anno era il principale fornitore straniero dell’Italia. 

Importazioni di grano canadese in calo

C’è da dire comunque che le importazioni di grano duro dal Canada erano già crollate del 39,5% nel 2017, per via appunto dell’entrata in vigore del decreto con l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del grano impiegato. La Barilla adesso, ha investito 240 milioni di euro in progetti che coinvolgono 5mila imprese agricole italiane che coltivano una superficie di circa 65 mila ettari “con un incremento del 40% dei volumi di grano duro italiano nei prossimi tre anni. Il tutto va a sostenere l’economia italiana e l’occupazione contro la delocalizzazione. 

"Nel mondo – evidenzia la Coldiretti – l’Italia detiene il primato sulla produzione di pasta con 3,2 milioni di tonnellate all’anno davanti a Usa, Turchia, Brasile e Russia. Ma è proprio sui mercati mondiali che si avvertono i primi campanelli di allarme visto che, in controtendenza rispetto all’andamento del Made in Italy all’estero che ha superato la storica cifra di 41 miliardi di euro, si riducono invece le esportazioni italiane di pasta che nel 2017 hanno fatto segnare un preoccupante calo in valore".

Si tratta degli effetti della rapida moltiplicazione di impianti di produzione all’estero, dagli Stati Uniti al Messico, dalla Francia alla Russia, dalla Grecia alla Turchia, dalla Germania alla Svezia. 

“Ora ci sono le condizioni per frenare i pesanti effetti della delocalizzazione che dopo aver colpito la coltivazione del grano sta interessando la trasformazione industriale con pesanti conseguenze economiche ed occupazionali”.

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Dominella Trunfio

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