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A Natale regalati e regala l'opportunità per cambiare vita e lavoro

Il Cambiamento - feed -

Un numero crescente di persone sente l'intima esigenza di dare una svolta alla propria vita, di accogliere e mettere in pratica un nuovo paradigma: non più farsi consumare dal sistema né consumare risorse, ma entrare in una prospettiva di vera e profonda realizzazione personale al di là di ciò che si possiede. C'è un modo per trovare la strada...e per Natale potete regalarvelo e regalarlo a chi amate.

Da dove possiamo iniziare per costruire un mondo migliore?

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Possiamo porre fine alla fame e alla povertà, arrestare il cambiamento climatico e raggiungere la parità tra i generi nei prossimi 15 anni? I governi del mondo credono di sì. Dopo essersi incontrati all’Onu nel Settembre 2015, si sono accordati per stabilire una nuova serie di Obiettivi Globali per lo sviluppo del mondo fino al 2030. L’esperto di progresso sociale Michael Green ci invita a immaginare come questi obiettivi e la loro visione di un mondo migliore possono essere raggiunti.

Troppo ambiziosi? Credete che tutto questo non sia possibile? Vi sbagliate. E’ tutto spiegato in questo video…

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Come arrivare a 100 anni ed essere ottimista? Scoprilo in questo VIDEO…

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Non è mai troppo tardi per cambiare e migliorare.

E’ proprio vero, e ce lo dimostra la storia di Giuseppe Ottaviani (nella foto, al centro), che ha superato i 100 anni (102 per la precisione) ed è l’atleta Master (cioè “over 35″) italiano più titolato di tutti i tempi.

L’ultima medaglia d’oro se l’è aggiudicata lo scorso mese di settembre a Malaga, nel salto in lungo, riuscendo ad arrivare a 0,85 centimetri, conquistando l’oro nella categoria 100+ (per gli ultra centenari). E di smettere di allenarsi non ha alcuna intenzione…

Ma qual è il segreto di Giuseppe? Come racconta lui stesso in questa video-intervista di qualche anno fa, una dieta ferrea e indubbiamente un sano ottimismo, come si capisce dallo spirito con cui ha vissuto e superato i suoi 100 anni!

Come arrivare dunque a 100 anni con lo stesso vigore di Giuseppe? Ce lo racconta Sebastiano Todero in “Un amico ottimista!”, il primo libro edito da BuoneNotizie.it: non è un semplice libro da leggere, ma un percorso di 21 giorni alla fine di ciascuno dei quali verrai invitato a compiere delle azioni off-line o delle inter-azioni on-line direttamente tramite il sito dell’autore. Un percorso straordinariamente efficace che ti permetterà di comprendere perché alle volte non riesci a uscire dal tuo circolo vizioso, perché fai così fatica a raggiungere quell’obiettivo, non riesci proprio a liberarti di quell’abitudine…

Fedele allo spirito editoriale di BuoneNotizie.it, l’unico ad affrontare l’informazione e l’attualità secondo la logica del “giornalismo costruttivo” (clicca qui per saperne di più), l’ebook affronta con semplicità il tema della psicologia dell’ottimismo e di come guardare ai fatti quotidiani della vita con atteggiamento positivo.

Il testo è il condensato di 15 anni di studio durante i quali l’autore, Sebastiano Todero, psicologo del lavoro specializzato in Programmazione Neuro Linguistica e coaching presso l’Istituto di Formazione NLP Italy di Milano, ha cercato di capire come pensano e agiscono le persone ottimiste in tutti i contesti della vita quotidiana: dal lavoro alla vita domestica, dagli amici alla vita familiare. Nessuna teoria astratta, ma la “ricetta” concreta su come allenare il nostro naturale ottimismo per trarne benefici tutti i giorni, nel lavoro, negli affetti, nella salute e soprattutto nel rapporto con se stessi e il proprio futuro.

Una filosofia che si sposa pienamente con quella di Buone Notizie, che ha tra i suoi scopi principali quello di realizzare progetti di comunicazione positiva.

Scarica subito l’anteprima gratuita di questo e-book!

 

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Censimento 2018, ovvero: a cosa ci servono i dati?

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Dopo più di un secolo di censimenti condotti con cadenza decennale, Istat ha avviato una nuova modalità di indagine dando il via ai censimenti permanenti. Le novità del Censimento 2018 vanno contestualizzate all’interno di questo nuovo indirizzo e offrono interessanti spunti di riflessione. Per esempio: quanto sono importanti i dati oggi? E perché la loro accessibilità può esserci utile?

Verso la fine degli anni ’60 negli Stati Uniti usciva “Precision journalism”, un saggio di Philip Meyer destinato a offrire al giornalismo nuovi campi di sviluppo e di indagine. Giornalismo di precisione, Data Driven Journalism, giornalismo scientifico (in Francia): i nomi che sono stati attribuiti a questo ramo sono diversi ma le differenti sfumature convergono in alcuni capisaldi di base, cioè nel metodo scientifico e nell’uso di un rigoroso set di dati che nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati con il progressivo emergere degli Open Data. La corrente americana si è così diffusa negli anni in diversi paesi (il Brasile è stato uno dei primi) e oggi nell’ambito della grande sfida rappresentata dal dilagare delle fake news e dalla crisi di credibilità del giornalismo, la disponibilità di dati sempre più capillari costituisce uno strumento di importanza fondamentale. Anzi, un’arma.

Non è solo ai giornalisti, però, che servono i dati. Un’indagine di Ipsos Mori chiamata “Perils of Perception” (Il pericolo della percezione), viene condotta annualmente nei diversi paesi del mondo, l’ultima risale al 2017, per verificare il gap esistente tra dati reali e percezione della realtà. L’indagine ha naturalmente coinvolto anche la realtà italiana: i suoi risultati sono stati messi a confronto con i dati disponibili nel nostro Paese, tra cui quelli di Istat, evidenziando alcuni elementi molto interessanti. Ecco un paio di esempi: secondo il campione di italiani intervistato, la percentuale di disoccupati graviterebbe intorno al 49% mentre i disoccupati in Italia non sono superiori al 12% della popolazione (secondo i dati Istat). Analogamente, interrogati riguardo al numero di immigrati presenti in Italia, gli intervistati hanno parlato del 30%: secondo i dati reali, invece, gli immigrati costituiscono solo il 7% della popolazione. In linea di massima – a livello mondiale – l’indagine ha evidenziato un aspetto fondamentale: il fatto, cioè, che vediamo la realtà che ci circonda come molto peggiore di quanto essa sia.

È per questi motivi che il Censimento 2018 e la campagna di censimenti permanenti di Istat rappresentano una risorsa preziosa non solo per i giornalisti ma per i cittadini tout court. Per dirla in parole povere, l’unico elemento in grado di disinnescare i bias e i tic cognitivi che limitano la nostra percezione del reale sono i dati. In questo senso, basta dare un’occhiata al sito dell’Istat per rendersi conto che abbiamo a disposizione una vera e propria miniera d’oro a cielo aperto. Un tesoro, peraltro, paradossalmente ignorato dalla maggior parte delle persone.

Quanto ci conosciamo realmente? Se prendiamo come esempio uno dei temi citati dall’indagine di Ipsos Mori – cioè l’immigrazionei dati Istat aiutano a mettere a fuoco particolari che non conosciamo e che possono contribuire a modificare sensibilmente la nostra percezione della realtà in cui viviamo. Un dato importante, per esempio, riguarda l’età degli stranieri residenti in Italia: la fascia più ampia (38,3%) riguarda gli stranieri di età compresa tra i 35 e i 54 anni, seguiti a ruota da un 28,8% tra i 18 e i 34 anni. Si tratta quindi di una fetta di popolazione giovane, che potrebbe presumibilmente avere un peso limitato sul sistema sanitario e potrebbe – di contro – svolgere un ruolo positivo dal punto di vista contributivo. Per quanto riguarda il livello di istruzione, gli stranieri diplomati sono all’incirca un milione e mezzo, 448.000 di loro hanno una laurea o un post laurea. Quanto alla presenza di studenti stranieri nati in Italia all’interno delle scuole secondarie, la percentuale gravita intorno al 30%: il 38% di loro si sentono italiani.

La possibilità di raccogliere dati sempre più capillari rappresenta uno strumento notevole in termini di conoscenza reale del contesto in cui viviamo. In questa prospettiva, il Censimento 2018 rappresenta un ulteriore passo avanti. Il piatto forte della campagna consiste soprattutto in due aspetti: il coinvolgimento “attivo” della popolazione – importantissima, la condivisione delle finalità – e soprattutto la disponibilità dei dati raccolti. In questo senso, è interessante infatti considerare la strategia di comunicazione utilizzata da Istat tanto per condurre quanto per condividere il censimento creando engagement attraverso il sito censimentigiornodopogiorno.it realizzato ad-hoc per la campagna e la relativa pagina Facebook, oltre ai video contest dedicati, anche su Instagram.

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9 buoni motivi per cui ridere fa bene alla vostra salute!

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Ridere fa bene a livello emozionale, e quindi al nostro umore. Ormai è risaputo ed è anche abbastanza semplice da comprendere: ci piace incontrare visi sorridenti, stiamo bene accanto a persone serene e gioiose, i bambini che ridono sono suoni angelici. Ma non è solo questo.

Ridere porta con se molti benefici a livello fisiologico, che sono stati scientificamente misurati e dimostrati nel corso degli anni.

Da sempre la medicina indiana se ne occupa ed ha verificato come la risata incondizionata possa accelerare i processi di guarigione

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Recesso ADSL e fibra ottica: da gennaio nuove regole

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L’Agcom ha stabilito che dal primo gennaio 2019 i costi di recesso Adsl e fibra richiesti dalle compagnie telefoniche non potranno superare il canone mensile medio applicato dalle stesse. Ecco quanto costa oggi ‘abbandonare’ un provider internet da rete fissa. Le nuove regole del garante consentiranno di risparmiare, ma i costi di disdetta sono già contenuti. Per il recesso anticipato si pagano dagli 11 ai 21 euro.

 

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha stabilito che a partire da gennaio 2019 i costi di disdetta richiesti dalle compagnie telefoniche dovranno essere proporzionati al valore reale del contratto: addio costi di recesso eccessivi e balzelli aggiuntivi.

Per lasciare un provider si dovrà pagare al massimo una somma pari al canone mensile. Alla luce delle nuove linee guida dell’Authority, SosTariffe.it ha stimato i costi di recesso anticipato attualmente applicati dagli operatori e le relative penali. La ricerca ha preso in esame le tariffe di fibra ottica (FTTH e FTTC) e Adsl tradizionale proposte dai principali provider internet attivi in Italia nel mese di novembre 2018.

Chiudere un’utenza è un salasso, soprattutto per l’Adsl. Nel complesso i canoni mensili delle varie tariffe internet presenti sul mercato si equivalgono, ma le offerte fibra ottica FTTH, la più veloce, allettano i consumatori con canoni promozionali più duraturi (in media 13 mesi).

Le offerte Adsl sono meno costose in caso di recesso per cambio compagnia e anche in caso di disdetta prima del vincolo di tempo imposto dal contratto, l’ideale per chi voglia passare da un operatore all’altro con disinvoltura.

I costi medi di recesso in anticipo dalle offerte rispetto alla scadenza del contratto (che in genere vincola per 24 mesi) sono nel complesso bassi, salvo per la fibra ottica veloce.

Fibra ottica con tecnologia FTTH: il recesso anticipato costa caro. Oggi attivare un contratto per internet fisso con fibra ottica a tecnologia FTTH costa circa 33 euro al mese. Un prezzo nella media, che per il primo periodo promozionale può calare anche fino a 27 euro. E lo sconto dura anche tanto: in media 13 mesi. Poi sono dolori. Chi voglia cessare del tutto la linea, per decesso del titolare ad esempio, deve sborsare ben 57 euro (o comunque una cifra compresa tra 40 e 65 euro). Nel caso invece si voglia passare a un altro provider, si dovrà sostenere un costo di 42 euro in media (ma può oscillare dai 35 ai 56 euro). Recedere in anticipo rispetto alla scadenza naturale del contratto comporterà una penale (che si deve aggiungere ai costi visti in precedenza) per recesso anticipato in media di 21 euro, molto più alta rispetto alla fibra ottica FTTC e all’Adsl tradizionale.

Fibra ottica FTTC: in promozione per troppo pochi mesi. Le famiglie che navigano su internet con fibra ottica a tecnologia FTTC, meno veloce della FTTH, pagano in media 34 euro al mese di canone. Per i primi mesi in genere è in promozione a 28 euro. Ma gli sconti si concludono già dopo soli sei mesi.

Anche in questo caso la cessazione della linea si paga a peso d’oro: in media 57 euro (ma a seconda dei provider la somma può oscillare dai 49 ai 70 euro). Note dolenti anche per passare a un altro provider. Chi prova ad abbandonare la compagnia per approfittare di un’offerta della concorrenza dovrà sborsare ben 43 euro (cifra che oscilla dai 35 ai 56 euro, a seconda dell’operatore). La penale per recesso anticipato qui è lievemente più bassa rispetto alla tecnologia FTTH: circa 18 euro.

Adsl tradizionale: recedere in anticipo si può, ma cessare la linea non conviene. Il canone mensile, per chi ancora usufruisce della normale banda larga, in genere si aggira intorno ai 33 euro, che diventano 28 in promozione, in genere per i primi sette mesi. In questo caso, cessare la linea comporta un impegno economico significativo, pari a 61 euro in media (con cifre che oscillano dai 49 ai 70 euro). Chiudere un contratto Adsl, in sostanza, costa di più rispetto a ‘salutare’ una linea in fibra ottica. Si risparmia viceversa nel passaggio ad altro provider, che costa 39 euro in media (cifre comprese 35 e 56 euro). Anche la penale per il recesso anticipato è più leggero: solo 11 euro.

Si tratta dunque di un buon momento per cambiare operatore, potendo beneficiare del risparmio garantito dalle nuove linee guida fissate dall’Authority. Per individuare le offerte internet per la casa più convenienti, si può usare lo strumento di comparazione delle tariffe ADSL e fibra ottica di SosTariffe.it che permette di confrontare tutte le proposte delle principali compagnie attive oggi nel nostro Paese: www.sostariffe.it/confronto-offerte-adsl/

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Alex Bellini, l’italiano che navigherà i dieci fiumi più inquinati al mondo

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“Delle 8 milioni di tonnellate di plastica presenti nel mare, l’80% arriva dai 10 fiumi più inquinati del nostro pianeta. Questa plastica fa un lungo percorso: parte dai fiumi, arriva nei nostri mari per essere ingerita dagli organismi marini e finire poi nei nostri piatti. Possiamo fare qualcosa? Assolutamente sì! Ecco il perché del progetto #10rivers1ocean.”

Il mondo sta cambiando. Lo farà sempre. Sta cambiando anche per mano dell’uomo. In questa nuova era geologica, chiamata Antropocene, l’essere umano e la sua attività sono le cause principali dei cambiamenti territoriali, strutturali e climatici. Così si legge sul sito di Alex Bellini, esploratore italiano classe 1978, che proprio in questi giorni ha lanciato l’ultima sfida personale in perfetta coerenza con le sue imprese decisamente estreme: navigare i 10 fiumi più inquinati al mondo per ripercorrere il ciclo dei rifiuti che si accumulano negli oceani e cercare di sensibilizzare su questo tema che sempre più, giorno dopo giorno, sta diventando un reale problema, per l’uomo, gli abitanti dei mari e il pianeta intero.

Il video messo in rete per presentare il progetto 10 rivers 1 ocean e tentare di smuovere le coscienze sta letteralmente facendo il giro del web, trovando l’approvazione ma anche l’indignazione degli utenti…

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Da odontoiatra a rifugiata. La storia di Safia

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I centri di accoglienza per i rifugiati funzionano? Ce lo racconta Safia: una storia ordinaria fatta di straordinaria umanità

“Mi chiamo Safia ho 28 anni, provengo dallo Yemen, lì conducevo la vita a cui ogni professionista aspira. Avevo concluso la scuola di odontoiatria e poi aperto uno studio privato, avevo acquistato un’auto, e nel weekend svolgevo volontariato presso una comunità di rifugiati e migranti, provenienti da Etiopia e Somalia. Insieme ai miei amici ho fatto volontariato per otto anni. Aiutavamo tutti, senza distinzione: un’esperienza trasformante.

Ero giovane e indipendente, vivevo la mia vita. Mai avrei immaginato che un giorno sarei diventata io stessa una rifugiata. Nel giro di pochi mesi, quella vita che avevo costruito con tanta fatica, è stata sconvolta dalle incursioni dei ribelli che hanno preso il controllo della mia città, Sana’a. Per questo sono stata costretta a fuggire, insieme a mia sorella. Non avevo scelta, non potevo rimanere”.

E’ così che Safia inizia a raccontare la sua storia, fino ad arrivare in uno dei centri di accoglienza in Italia dove, come ci racconta lei stessa, le cose funzionano. E da lì la sua vita è ripartita, con un bagaglio nuovo fatto di sogni e speranze…

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Perché le donne amano tanto le scarpe? 5 cose che (forse) non sapete

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Scarpe e donne: un amore cucito a filo doppio, che data secoli e secoli di storia. Negli anni la moda è cambiata, così come sono cambiate le modalità d’acquisto e se fino a non molti anni fa l’incursione nei negozi di scarpe, per una donna, era qualcosa a metà tra l’appuntamento fisso e il rito, oggi basta dare un’occhiata alla rete per rendersi conto di quanto diversi brand di grido – per esempio Janet&Janet – spopolino online.

Se le modalità di acquisto sono cambiate, ciò che però non è cambiata affatto è la passione delle donne per le scarpe. Qualche anno fa un sondaggio del Daily Mail rivelava che se solo il 63% delle intervistate ricordava il nome del primo ragazzo che aveva baciato, il 92% ricordava benissimo il primo paio di scarpe acquistato con i propri risparmi. Non stupisce, visto e considerato che sulla possibile deriva patologica di questa passione gli Americani hanno addirittura coniato il termine “shoeaholics” che lo Urban Dictionary traduce come “persona che possiede più di 60 paia di scarpe”.

La domanda, quindi, sorge spontanea: perché le donne amano tanto le scarpe? Cosa c’è all’origine di questa passione? Ecco 5 possibili chiavi di lettura che probabilmente non conoscete.

1- Secondo lo storico francese Jean Servier, “camminare con le scarpe significa prendere possesso della terra”. In questa accezione la scarpa rappresenterebbe quindi una sorta di radice simbolica o di connessione e sarebbe quindi strettamente correlata al concetto di indipendenza. Non bisogna andare molto lontano per mettere a fuoco la particolare valenza culturale che questo concetto potenzialmente riveste nell’ambito della storia femminile.  Non è un caso che proprio una scarpa rossa col tacco sia stata scelta come simbolo della “Giornata contro la violenza sulle donne”.

2- Secondo alcuni psicologi le scarpe, ma in particolar modo le scarpe col tacco rappresenterebbero una proiezione e un prolungamento di noi stesse. Il tacco avrebbe quindi un riflesso sull’aumento della fiducia della proprietaria in se stessa. Ne è una prova il fatto che molte donne non usano i tacchi ma comprano lo stesso le scarpe col tacco.

3- Il rapporto identificativo tra una donna e la sua scarpa è peraltro un dato di fatto in diverse culture. Una prova? Pensate a Cenerentola, che in ultima analisi viene scelta dal principe perché è l’unica a poter calzare la famosa scarpetta di cristallo. In un paese molto lontano dalla Francia di Perrault, cioè in Cina, in passato un uomo poteva annullare un fidanzamento inviando alla propria promessa sposa una scarpa che questa non riusciva a indossare. In Cina, peraltro, il termine “scarpa” viene espresso con un ideogramma il cui significato è “fiducia reciproca”. Più a Ovest, alcune antiche tradizioni franco-britanniche prevedevano che il padre della sposa consegnasse allo sposo una scarpa della ragazza promessa e che lo sposo battesse lievemente il tacco sulla testa della futura moglie come segno di proprietà.

4- Secondo la tradizione psicanalitica, la scarpa rappresenterebbe per eccellenza il simbolo dell’erotismo femminile. Il fatto di calzare la scarpa, quindi, per la donna significherebbe sul piano simbolico attivare e risvegliare il proprio potenziale sessuale.

5- Last but not least – senza andare molto lontano – è sufficiente dare un’occhiata online per rendersi conto di un’ulteriore aspetto, molto evidente (per esempio) se prendiamo ad esempio la pagina di Janet&Janet. La prima cosa che balza all’occhio, infatti, è l’estrema varietà degli stili proposti. E in effetti, forse è proprio questo uno dei maggiori poteri attrattivi della scarpa: la sua allusione al fatto che siamo “uniche” e diverse l’una dall’altra. Un potenziale che oggi, forse, è ancora più forte di ieri. Come sostiene la stilista Tamara Mellon, infatti, in un contesto in cui le persone adottano stili sempre più casual e destrutturati, gli accessori (scarpe in primis) rivestono un’importanza sempre maggiore.

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