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Il Sudafrica, tra le ombre del passato e il futuro che batte alle porte

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Non è semplice parlare del Sudafrica oggi. Farlo, significa affrontare un tema difficile e denso di chiaroscuri. La democrazia sudafricana è giovane: conta appena 25 anni ed emerge da una storia densa di ferite. Un passato duro a morire, che per certi aspetti fa ancora parte del presente. Ne abbiamo parlato con Titi Nxumalo, Console Generale del Sudafrica a Milano in occasione di una sfilata di abiti realizzati dalla giovane stilista sudafricana Onela Joni.

Onela, di cui abbiamo parlato in un recente articolo, è portavoce di un’imprenditoria giovanile dinamica, caratterizzata da un profilo mentale internazionale, ma allo stesso tempo dalla voglia di trasformare le proprie idee in un motore che contribuisca alla crescita del proprio paese d’origine.

Ciò che emerge è l’immagine di una realtà in movimento, difficile da decifrare per chi non faccia parte del contesto. Quali sono i problemi principali del Sudafrica, oggi? Su che binari scorre la transizione tra passato e modernità per quanto concerne settori come le energie rinnovabili e – per esempio – la moda? Quanto è realmente rappresentativo l’esempio di una giovane imprenditrice come Onela all’interno del contesto attuale? Abbiamo parlato di tutto questo con la Console, Titi Nxumalo:

 

A che livello risulta evidente il divario tra ricchi e poveri e cosa sta facendo il governo in merito?

In Sud Africa le differenze fra ricchi e poveri sono molto evidenti. È una cosa che abbiamo ereditato dal periodo dell’apartheid. Il governo, da parte sua, sta facendo molte cose: costruisce case, supporta gli studenti meno abbienti perché possano frequentare l’università. Detto per inciso, infatti, nelle università il numero  degli studenti di colore è aumentato e questo rappresenta un aspetto importante. Il supporto del governo riguarda anche la distribuzione di cibo nelle scuole. In linea di massima posso dire che il governo sta cercando di ridurre il gap tra i più ricchi e le classi meno abbienti cercando di convogliare un numero sempre maggiore di investimenti stranieri per dare una spinta a diversi settori, fra cui – in primis – l’ambito manifatturiero. Cosa che, in prospettiva, comporterà anche una crescita dell’occupazione. Attualmente il livello di disoccupazione giovanile è davvero alto. Rispetto ai giovani, spesso il governo si sta facendo garante per aiutarli nella realizzazione i loro progetti in termini di business. Davvero, la lista delle cose che il governo sta facendo in questo senso è lunghissima… ma ci vuole tempo.

Tempo, appunto: molte critiche si concentrano appunto su questo aspetto. All’indomani dell’avvento della democrazia, molti speravano che la transizione fosse più rapida.

Siamo giovani. Sono passati appena 25 anni dalla fine dell’apartheid. 25 anni non sono nulla. Se pensiamo alla situazione in cui sono alcune nazioni europee come la Svezia – per esempio – non possiamo tener conto del fatto che alle loro spalle hanno una storia molto più antica della nostra.

Parliamo di energie rinnovabili: cosa si sta facendo in Sudafrica per sviluppare questo settore? Da un punto di vista climatico il contesto di partenza dovrebbe essere favorevole…

In realtà il discorso andrebbe allargato. Non è solo nell’ambito delle energie rinnovabili che il Sudafrica sta facendo qualcosa. All’interno della nostra rete energetica, stiamo includendo diverse fonti. La nostra rete, per dirla in altri termini, non si concentra su un unico tipo di energia: le includiamo praticamente tutte perché lo sviluppo del settore manifatturiero necessita di una quantità di energia davvero notevole. Impossibile, quindi, concentrarsi solo sulle rinnovabili.

Abbiamo appena assistito a una sfilata delle creazioni di Onela Joni, giovane imprenditrice del settore moda. Che ruolo gioca questo settore all’interno dello sviluppo economico del Sudafrica?

Attualmente il contributo di quest’ambito non è particolarmente rilevante. Come spiegava Onela, la moda in Sudafrica è appena agli inizi. Oggi come oggi la nostra lotta si concentra su ambiti diversi: le disuguaglianze, la disoccupazione e un sacco di altre cose. Non dico che il Sud Africa stia trascurando la moda ma di certo, al momento, quest’ambito non rappresenta per noi una priorità. Tra le emergenze ci sono ancora troppe cose che rivestono un’importanza davvero primaria soprattutto nell’ottica di ridurre il divario tra ricchezza e povertà… se portiamo avanti il settore moda all’interno di un contesto in cui la maggioranza è povera, come farà la popolazione a comprare i vestiti? La moda costa. Detto ciò – lo sottolineo ancora – non stiamo affatto trascurando l’ambito. Quando iniziative come quella di Onela vengono sottoposte all’attenzione del governo, ricevono un supporto concreto. Il discorso, piuttosto, è un altro: quando manca il pane, è chiaro che non possiamo metterci a parlare di vestiti!

All’interno di un contesto in cui le esigenze primarie giocano ancora un ruolo di primo piano, possiamo parlare dell’emergere di una classe di giovani imprenditori?

Bè, avete appena visto una di loro! Come imprenditrice, Onela è venuta su in Italia. Il governo aiuta concretamente i giovani imprenditori: certo, il supporto può non essere abbastanza ma si tratta comunque di qualcosa. Un punto di partenza che conta: tieni presente l’alto tasso di disoccupazione giovanile. Se non ci sono altre opzioni, il governo finanzia i progetti che vengono presentati, in modo tale che la loro concretizzazione possa generare lavoro e impiego per altri giovani creando un circuito virtuoso.

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3 cose da non fare quando cerchi una badante

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Aumentano le badanti italiane e con loro la professionalizzazione.

Gli Italiani invecchiano: è una realtà di fatto. Le statistiche parlano chiaro, il nostro paese è il secondo più anziano al mondo dopo il Giappone. Da tre anni a questa parte la popolazione italiana sta diminuendo di circa 100.000 persone l’anno, con un parallelo forte incremento della componente anziana. Giusto per capirci attualmente si registrano 168,7 anziani ogni 100 giovani: il panorama demografico sta cambiando in direzione di un contesto molto diverso rispetto ad oggi. Una società caratterizzata da nuove problematiche ma anche dall’emergere di nuove soluzioni e di opportunità inedite.

In questo senso, molti dei nodi che ci troveremo ad affrontare incidono già sulla nostra realtà di tutti i giorni e ruotano intorno al tema della badante: una figura sempre più cruciale per le famiglie italiane. Sui problemi che sorgono ogni giorno a questo proposito, abbiamo intervistato Francesco Lorenti, CEO e founder di Assistenza Doc, rete che conta 36 centri di assistenza in tutta Italia rivolti al supporto di anziani, malati e disabili. Ciò che emerge nel corso dell’intervista, è un’ottica densa di chiaroscuri, all’interno della quale i problemi legati all’invecchiamento della popolazione sono letti in una prospettiva orientata a mettere in luce le soluzioni.

Ciò che Lorenti sottolinea in primis è un radicale cambiamento dell’identikit della badante tipo. Quello che emerge, infatti, è un totale ribaltamento di luoghi comuni che siamo abituati a dare per scontati: “La professione di badante è in crescita proprio perché la richiesta è cresciuta: nell’ultimo anno, tramite la nostra rete, abbiamo registrato un incremento del 6% al nord, mentre al sud e al centro del 9%” spiega Lorenti mettendo in evidenza come la professione sia in rapida espansione, mentre rispetto al profilo nazionale delle badanti sottolinea:“Non si tratta più solo di straniere che  non possono ambire ad altri lavori per mancanza di qualifiche. Dal 2013 a oggi la crescita delle badanti italiane è stata di circa il 26% ed è in continuo aumento. Chi si rivolge a me per trovare un impiego sono per la maggior parte donne divorziate con figli grandi. Ma iniziano ad arrivare molte richieste da parte di donne sposate il cui marito è rimasto senza lavoro e, complice anche l’età, fatica a trovare un nuovo impiego. Quindi entra in gioco la donna che si reinventa un lavoro in un settore in forte crescita”.

Insomma, stiamo parlando di personale che si specializza sempre di più, di una figura professionale che rappresenta sempre più spesso un’opportunità lavorativa per le stesse donne italiane e una soluzione sempre più affidabile per i pazienti. La badante diventa sempre più spesso OSS (Operatore Socio Sanitario): una figura inquadrata in un profilo preciso e dotata di competenze specifiche… il che non significa, ovviamente, che i problemi non ci siano. Non sempre la badante risulta affidabile: come fare in questo caso? Come si fa a evitare brutte sorprese? Quello che propone Lorenti è una sorta di pratico vademecum in tre punti.

  1. Meglio diffidare dei social network o degli annunci su giornali: contesti privi di filtri, gettonatissimi da personale non selezionato e privo di esperienza.
  2. Evitare il passaparola. I consigli degli amici possono andar bene per l’acquisto di un oggetto: per quanto riguarda la selezione di una persona a cui, di fatto, affideremo i nostri cari, la scelta va fatta necessariamente in base a criteri meno soggettivi.
  3. Non andare al risparmio. Diffidate di chi propone prezzi troppo bassi. Una badante non fa volontariato: è una professionista che vive del suo lavoro. La professionalità si paga (il giusto) così come l’affidabilità. Quello che all’inizio può sembrare un prezzo vantaggioso rischierà di diventare in seconda battuta la causa di un ulteriore esborso di denaro.

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Family day aziendale: cos’è e che tipo di cambiamenti riflette

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Family day aziendale: se ne sente parlare sempre più spesso, ma di che si tratta? La risposta va cercata in alcuni cambiamenti che hanno coinvolto i genitori italiani e il loro rapporto con i figli: se i bambini, oggi, hanno un peso numerico inferiore rispetto a ieri, pare che – d’altro canto – la prole assuma un’importanza sempre più di rilievo nella vita dei genitori. E la cosa in qualche modo finisce per riguardare anche le aziende.Vediamo come.

Appena un anno fa uno studio Doxa evidenziava un dato interessante: la spesa sborsata dalle famiglie italiane per bambini di età compresa tra i 3 e i 13 anni equivale a 3 miliardi di euro. Si tratta di una cifra sette volte superiore rispetto alla crescita del Pil e cinque volte superiore rispetto ai consumi delle famiglie. Insomma: i bambini contano e la crescita esponenziale dei consumi previsti dalle famiglie per i propri figli risulta più che esaustiva. Interessante anche la destinazione della spesa, limitata non solo all’acquisto di giocattoli ma dedicata anche a forme di intrattenimento di tipo diverso, come cinema e libri: gradualmente la prevalenza dell’oggetto lascia spazio all’esperienza.

È in questo senso, quindi, che il discorso si riconnette ai family day e agli eventi aziendali pensati per coinvolgere le famiglie e i bambini. Bambini in ufficio? Ammettiamolo, l’argomento è spinoso e richiama subito l’esigenza – generalmente disattesa – degli asili nei luoghi di lavoro. La legge 448/2001 non ha avuto le conseguenze sperate. Lo scopo prefissato dalla Ue nel 2002 era infatti quello di offrire un servizio in questo senso almeno al 33% dei bambini entro il 2010: obiettivo ancora molto lontano, soprattutto se si confronta la realtà italiana con quella di altri paesi europei, come quelli scandinavi. Lungi dal rispondere ad esigenze di questo tipo, i family day aziendali partono però da presupposti e domande condivise. All’interno di un quadro in cui i bambini sono numericamente di meno ma la vita degli adulti diventa sempre più “bambinocentrica”, come si colloca il rapporto tra famiglie con bambini e aziende?

Se l’adagio più diffuso è quello che vede casa-lavoro come due scatole chiuse, la prospettiva attuale sembra sensibilmente diversa e il passaggio va dalle scatole chiuse ai vasi comunicanti. In questo senso la creazione di un family day aziendale, eventi inclusivi – fondamentali per la costruzione di un nuova, più allargata tipologia di team building – sembra essere la chiave di un concetto innovativo, che invita a ripensare le relazioni tra aziende e famiglie in modo radicalmente diverso.  È per questo motivo che sempre più spesso le aziende si affidano ad esperti per la creazione di eventi aziendali inclusivi, all’interno dei quali le famiglie e i bambini dei dipendenti giocano un ruolo di primo piano. Fra gli esperti del settore Emanuele Davenia, founder di KIDS animazione ed event creator for kids, sul tema ha pubblicato il libro “Brand Experience for Kids – La strada del successo di un’azienda passa attraverso l’animazione per i bambini ossia a quella che si definisce più concretamente marketing experience” sostiene Davenia sottolineando l’importanza del fattore “esperienza”.

L’idea è quella di ribaltare le basi su cui sono tradizionalmente impostati i rapporti tra dipendenti e aziende, sciogliendo il nodo di quello che molti percepiscono come un aut aut tra carriera e vita privata. È in questo senso che va a innescarsi la ricerca di un rapporto di maggior familiarità con il brand,  un aspetto che le aziende più portate a sviluppare un approccio innovativo stanno iniziando a coltivare sempre più spesso.

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La lista della spesa “anti-crisi” che può aiutarci nei momenti difficili

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Oggi voglio parlarti di un principio di “ottimismo finanziario”, tanto semplice quanto efficace. Tutti noi conosciamo la famosa “lista della spesa”, e sappiamo a cosa serve! In questo articolo vorrei mostrarti un modo di usare il principio delle liste per gestire i momenti di crisi…

Mentre tutti sanno fare la classica lista della spesa quotidiana, che serve per comprare le cose al supermercato, in pochi hanno la buona abitudine di creare per se stessi e la propria famiglia una lista degli obiettivi d’acquisto annuale!

In effetti il principio è abbastanza simile a quello delle più comuni liste quotidiane, ma la prospettiva è molto più ampia. Non si tratta di elencare cibi e semplici prodotti di consumo, ma anche le altre voci di spesa che nel complesso andranno creare il nostro stile di vita.

Nella liste degli obiettivi di acquisto annuale, potrebbero esserci voci come l’assicurazione auto, una cifra da investire in un fondo pensione, una vacanza, una ristrutturazione di casa, un tot di cene al ristorante, un week-end romantico, la TV nuova, una donazione che vogliamo fare…

A cosa serve creare questa lista? Beh l’idea di fondo è che tu vuoi sapere quanta è la “ricchezza” che ti serve per finanziare il tuo tenore di vita desiderato.

Sai invece qual è l’errore n.1 di chi non è in grado di gestire la propria ricchezza? Spendere ogni mese senza rispettare gli obiettivi… o peggio senza averli nemmeno stabiliti!

Paradossalmente se non stabilisci un obiettivo è più facile non rispettarlo e ritrovarsi a spendere più del previsto, pur senza innalzare veramente la qualità del nostro stile di vita!

Abituarsi a fare un minimo di programmazione degli obiettivi d’acquisto, serve a gestire meglio i propri soldi perchè non si ragiona più con il “limitato” stipendio mensile, ma con la cifra a disposizione annualmente!

Superate le prime difficoltà a gestire questi numeri più grandi, ci accorgiamo presto che, soprattutto nei momenti di “crisi” come quelli che tanti stanno attraversando, ragionare con prospettiva annuale è molto meglio e permette di evitare degli sprechi “invisibili” con la classica prospettiva mensile.

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Un ottimista realista non nega la difficoltà del momento, ma sa assumersi la responsabilità e sa concentrarsi sul futuro per trovare delle soluzioni. Facile o difficile che sia… è quello che dovremmo fare tutti!

Sebastiano Todero

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La verità secondo Vasco

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In epoca di fake news il cantautore fiuta il tema.

Il rocker non è mai stato uno da certezze (nella foto Ansa, nel concerto a Roma l’11 giugno). Anzi, è uno che ha sempre coltivato il dubbio. Lo fa anche nella sua ultima canzone. È uscita oggi, si chiama «La verità», ma ci sono più punti di domanda che punti fermi. «Dov’è? Come si veste? Quanto costa? Che cos’è? Che faccia ha?», si chiede Vasco nel testo. «Queste sono le domande… tante… che la canzone fa. Naturalmente non dà risposte, unica cosa certa, si finisce sempre per sposare “una” verità», commenta Rossi in un messaggio indirizzato ai fan. Il brano parte come una classica ballad alla Vasco con chitarra acustica e un’atmosfera sospesa. «Si imbosca tra le nuvole/ Rimescola le regole/ Nessuno sa se viene o va». Pezzo sornione che poi cambia strada con il supporto di synth con un gusto anni Ottanta. Questi rubano spazio alle chitarre elettriche che a loro volta abbandonano le tendenze metal degli ultimi progetti. La verità, così ci racconta il ritornello, «arriva quando vuole», «non ha bisogno mai di scuse», a volte «è fatale» ma in fondo «la verità è che tutti possono sbagliare». La verità incrocia la sua strada con la libertà: «Si vietano gli alcolici/ proibizionismi isterici». Torna anche Raffaella Carrà con «Chi l’ha detto» inedito che anticipa l’album «Ogni volta che è Natale». Canzone natalizia, ma anche un occhio all’attualità: «C’è chi chiederà un lavoro fisso/ chi desidera solo le ferie/ chi si accontenta di quei quattro amici/ e chi un amico lo vorrebbe avere».

Leggi anche: Enrico Brignano dà un piccolo consiglio di sopravvivenza agli italiani

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Cambiamenti climatici: cosa stanno facendo le grandi città europee?

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Barcellona accoglie il secondo incontro internazionale della rete delle città che lottano contro i cambiamenti climatici. Interviene anche il sindaco di Milano.

Questa settimana si sono celebrate le giornate: “C40 Talks: Cities Getting the Job Done”, che sono servite a diffondere i piani di azione che alcune città stanno sviluppando per mitigare e per adattarsi ai cambiamenti climatici.

Marius Carol, direttore del quotidiano “La Vanguardia”, ha introdotto le giornate: “In questo momento storico in cui la popolazione è concentrata nelle città, queste devono occuparsi dei problemi delle persone. Le città […] devono farsi carico della lotta contro i grandi problemi che dilagano sul pianeta, come i cambiamenti climatici. Le città producono l’80% delle emissioni che generano i cambiamenti climatici, quindi anch’esse devono guidare le soluzioni. Molte delle città del pianeta stanno già riducendo le proprie emissioni e se non si impegnano maggiormente è perché gli stati non glielo permettono”.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha commentato: “Molte delle sfide che le città affrontano superano la dimensione locale, sono globali; per questo le città lavorano in rete e condividiamo soluzioni e risorse. Siamo la pista sulla quale atterrano i problemi globali, ma anche quelle che applicano le soluzioni”.

Tra meno di un mese la Polonia accoglierà la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2018, e mancano solo sei mesi alle elezioni del Parlamento Europeo. A fronte di questo calendario, Colau propone che le politiche climatiche facciano parte dei programmi elettorali.

“A Barcellona abbiamo da poco presentato il “Plano Clima” con misure quali la riduzione di emissioni di gas serra del 40% entro il 2030 rispetto al 2005 e l’aumento del verde urbano di 1,6 kmq come misura di adattamento. Le città stanno lavorando in rete e vogliamo che gli stati siano all’altezza del compito di lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni”, afferma la prima cittadina di Barcellona. “Gli Stati potrebbero sviluppare molte azioni se mettessero in campo coraggio e azione politica”.

Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala ha commentato che la sua città è molto attiva riguardo all’azione climatica, la gestione dei rifiuti, la mobilità e le politiche alimentari urbane. “Milano, trovandosi in una pianura con poco vento, ha grandi problemi di contaminazione atmosferica; per questo siamo lavorando sulla riduzione dei veicoli. 20 anni fa avevamo 70 auto ogni 1000 abitanti, ora ne abbiamo 51 e vogliamo ridurle.

Nel 2013 abbiamo attivato l’area “C”: si tratta di uno spazio nel centro della città dove si deve pagare per entrare con un veicolo privato e abbiamo ottenuto una riduzione del 40% del traffico. Ora stiamo per lanciare la zona “B”, che limita l’ingresso in città ai veicoli diesel. Questo avverrà dopo il febbraio 2019. Stiamo anche migliorando il sistema di trasporto pubblico con la costruzione di 5 linee metropolitane. La città sarà coperta e l’aeroporto sarà collegato al centro città in soli 14 minuti. Stiamo comprando autobus elettrici, promuovendo le biciclette e il car sharing. La mentalità dei giovani sta cambiando: non vogliono avere un’auto, ma condividerne l’uso.

Per quanto riguarda i rifiuti ricicliamo il 60%. Abbiamo un accordo con i ristoranti che donano gli avanzi di cibo ai bisognosi e così pagano meno tasse. Alla fine di ottobre avevamo una temperatura di 28 gradi e i cittadini di Milano stanno comprendendo che dobbiamo affrontare i cambiamenti climatici o la situazione diventerà critica”. “Ora è il momento di agire. Abbiamo un problema e non è un problema degli altri”.

Il sindaco di Atene Giorgios Kaminis ha affermato che anche in una situazione di crisi come quella di Atene è essenziale affrontare i cambiamenti climatici, in quanto colpisce soprattutto i più svantaggiati. Dal consiglio comunale è stata sviluppata un’applicazione per i telefoni cellulari per avvertire la popolazione delle ondate di calore affinché si rechi in luoghi freschi a cui ha accesso, o in aree verdi. Ci sono anche seri problemi di incendio. “Le città europee hanno due gravi problemi: i cambiamenti climatici e la migrazione e gli stati non stanno dando risposte, quindi noi dalle città dobbiamo agire perché siamo i più colpiti”, ha dichiarato Kaminis. E aggiunge: “Leggete i recenti annunci del Gruppo Intergovernativo di Esperti sui Cambiamenti Climatici (IPCC) sull’assunzione del rischio”.

Il sindaco di Berlino Michael Müller ha commentato che sono riusciti a ridurre le emissioni attraverso vari strumenti. Hanno sei società immobiliari metropolitane, una società pubblica che si dedica alle energie rinnovabili per l’edilizia abitativa e nell’ambito della mobilità stanno lavorando per introdurre l’auto elettrica, “anche se le grandi case automobilistiche del paese non l’hanno presa sul serio”, dice. L’ambiente e il clima rappresentano una questione trasversale e in ogni ministero di Berlino hanno bilanci applicati al cambiamento. “La politica ambientale non deve essere ridotta alle azioni dell’amministrazione, la cittadinanza dovrebbe vederne i risultati”.

La sindaca di Barcellona ha spiegato che il “Piano Clima” di Barcellona mette l’accento sulla giustizia climatica, dal momento che le grandi emissioni di gas si verificano nei paesi ricchi e il clima colpisce i paesi poveri e le popolazioni con meno risorse e più vulnerabili del pianeta anche all’interno delle nostre città.

 

Articolo di Pilar Paricio pubblicato originariamente su Pressenza e riprodotto su licenza CC BY 4.0

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Gomme invernali: 5 consigli per risparmiare e viaggiare sicuri

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Quando si guida uno degli aspetti fondamentali è avere cura della sicurezza della propria auto allo scopo di proteggere se stessi e gli altri. Le statistiche registrano un drastico calo di incidenti stradali e vittime della strada, sia nel nostro Paese che in tutta Europa. Merito delle politiche e degli obiettivi adottati a livello europeo, tra cui l’introduzione della patente a punti, del controllo della velocità con il Tutor, delle normative relative alla revisione dei veicoli e così via. Uno degli aspetti di cui puoi occuparti personalmente, di fondamentale importanza, è la manutenzione dalla tua auto e, con l’avvicinarsi della stagione fredda, della sostituzione delle gomme estive con le gomme invernali.

Sebbene la legge preveda la possibilità di tenere a bordo le catene da neve, in luogo del montaggio delle gomme invernali, accostarsi al bordo della strada per installare le catene può rappresentare un disagio per te e per gli altri automobilisti, e soprattutto un pericolo. Dall’altra parte, acquistare gli pneumatici invernali presso i negozi specializzati può avere un costo molto elevato. Una soluzione per evitare di spendere somme esagerate è acquistarli online, comparando i prezzi delle varie marche (l’assortimento è sempre vastissimo, dalle marche più economiche a quelle più prestigiose). Il risparmio può superare anche il 50% a parità di marca e misura rispetto ai punti vendita fisici e la consegna può essere fatta direttamente presso le officine convenzionate, normalmente ben distribuite su tutto il territorio nazionale, oppure presso il tuo domicilio senza costi aggiuntivi.

L’acquisto di pneumatici su internet comporta anche altri vantaggi: si può usufruire della consulenza degli esperti a cui si possono richiedere informazioni approfondite e avere consigli sui giusti pneumatici da acquistare per la propria auto in base alle proprie esigenze, o consultare le migliaia di recensioni degli utenti.

Le gomme invernali devono essere efficaci e garantire sicurezza non solo sulla neve, ma anche sulla strada bagnata e si differenziano dagli pneumatici estivi per la differente composizione della mescola e un disegno del battistrada che garantisce maggiore aderenza al suolo e un maggior controllo del veicolo quando l’asfalto ha una temperatura inferiore ai 7° ed è umido o bagnato.

Il codice della strada prevede l’uso obbligatorio delle gomme invernali dal 15 novembre al 15 aprile in tutta Italia. In alternativa è consentito avere a bordo le catene da neve. Il mancato rispetto di questa norma comporta non solo sanzioni pecuniarie, ma in caso di comportamento reiterato o guida pericolosa, anche la perdita di punti della patente.

Ecco infine 5 consigli per viaggiare sicuri anticipando l’inverno e prevenire il rischio di incidenti:

  1. sostituire per tempo gli pneumatici estivi con gomme invernali. Quando la temperatura esterna raggiunge i 7°C è il momento giusto. Non aspettate i primi fiocchi di neve per sostituire le gomme: i gommisti avranno lunghe code e non è detto che quando tocca voi troviate la vostra misura.
  2. Sostituite sempre tutti e quattro i pneumatici con lo stesso tipo.
  3. Misurate regolarmente la pressione delle gomme quando sono fredde (controllate anche la ruota di scorta).
  4. Quando guidate su strade bagnate, innevate o ghiacciate adattate la velocità alle condizioni stradali e al carico del veicolo, e aumentare le distanze di sicurezza.
  5. Evitate quanto più possibile manovre brusche con lo sterzo e i pedali e, se potete, fate un test di frenata con i vostri nuovi pneumatici in un tratto di strada completamente libera quando è bagnata o innevata, per vedere come si comporta la vostra auto con le nuove gomme e qual è la nuova distanza di arresto.

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Michelle Obama si racconta: “Becoming – la mia storia”

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L’autobiografia intima e appassionante della ex-first lady degli Stati Uniti che ha ispirato il mondo.

“Nella mia vita, finora, sono stata avvocato, dirigente di un ospedale e direttore di un ente non profit che aiuta i giovani a costruirsi una carriera. Sono stata una studentessa nera della working class in un costoso college frequentato in prevalenza da bianchi. Sono stata spesso l’unica donna e l’unica persona afroamericana presente nella stanza, in molte stanze diverse. Sono stata moglie, neo-mamma stressata, figlia lacerata dal dolore del lutto. E, fino a non molto tempo fa, sono stata la first lady degli Stati Uniti d’America, un lavoro che ufficialmente non è un lavoro, ma che mi ha offerto una tribuna che mai avrei immaginato. Mi ha stimolato e mi ha reso umile, mi ha tirato su il morale e abbattuto, a volte nella stessa circostanza”

Si intitola “Becoming – La mia storia” il nuovo libro di Michelle Obama, tradotto in 25 lingue e uscito contemporaneamente ieri in tutto il mondo.

Racconta della donna, della madre, della First Lady: un ritratto a tutto tondo, teso a mostrare la fragilità della condizione umana e la forza che l’amore può muovere.

L’incontro con Barack, la crescita delle figlie, il rapporto ambivalente con la politica. Tutto questo e molto altro. Edizione Garzanti.

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Riqualificare casa in modo green è una questione di….cuore

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Il patrimonio edilizio italiano ha un gran bisogno di una riqualificazione energetica. L’80% degli stabili residenziali oggetto di compravendita appartiene alle classi energetiche più scarse, ovvero E, F e G. Solo di quest’ultima ne fa parte il 56% del totale.

Il progetto Heart, che significa sì “cuore” ma è l’acronimo di Holistic energy and architectural Retrofit Toolkit e si propone di riqualificare in chiave green gli edifici, Foto Pixabay

Per portare le abitazioni energivore a una classe decisamente più virtuosa occorre operare in deep retrofit, ovvero interventi che vanno a riqualificare in modo profondo il costruito. Ma c’è modo e modo di realizzarli: per contare su risparmi non solo nei consumi ma anche nei tempi di realizzazione è nato il progetto europeo Heart, guidato dal Politecnico di Milano che intende operare in maniera olistica e integrata, contando sull’apporto della tecnologia più avanzata, per risparmiare fino all’80% dei consumi e veder realizzare l’intervento con tempi inferiori del 30% rispetto alle tempistiche tradizionali. Non solo: è pensato perché si possa rientrare nell’investimento entro 15 anni, ossia un tempo decisamente sostenibile.

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Parigi: 3 anni dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre

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Il 13 novembre 2015 Parigi fu investita da una serie di attacchi terroristici, tra cui quello più noto del Bataclan. La redazione di BuoneNotizie.it si trovava a Parigi in occasione del Transformational Media Summit, un evento internazionale dedicato al giornalismo costruttivo: un approccio emergente che focalizza le notizie sulle possibili soluzioni ai problemi, e non solo sulla breaking news del momento. E così ne abbiamo approfittato realizzando una serie di articoli da un punto di vista decisamente diverso…

La redazione di BuoneNotizie.it, in diretta da Parigi

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Perché amo l’Italia? Te lo dice Hayden, americano diventato italiano per scelta

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Hayden, cittadino americano, ha scelto di vivere e restare in Italia. Ecco perché.

‘Cosa ci fai qui in Italia? Non stavi meglio prima? Questo paese va a rotoli! Torna in America e portaci anche me. Li sì che si sta bene.’

Che ci crediate o no, queste sono le domande e i commenti che mi sento fare quasi ogni giorno da quando vivo in Italia. Ma immaginatevi il mio stupore quando, otto anni fa, mi trovai davanti alla bellezza mozzafiato del Lago di Como e le sue montagne: un vero paradiso! Mi sentivo come se avessi vinto la lotteria!

Quindi, quando per la prima volta mi sentii rivolgere una di quelle domande al bar, qualcosa non tornava. Come facevano a non essere completamente travolti da tutta quella bellezza anche gli altri intorno a me?

Ero confuso, ma allo stesso tempo determinato a scoprire perché gli italiani avessero un’idea così negativa del loro paese e pensassero agli Stati Uniti come un sogno. Ma qual era il punto? L’erba del vicino (o quella dall’altra parte dell’oceano) era davvero più verde?

Ci ho messo un po’ a capirlo, ma adesso, con otto anni di vita italiana alle spalle, penso di essere vicino a una possibile risposta: tutto dipende dalle lenti con cui guardiamo ciascuno dei due paesi. Di solito, quando gli italiani guardano l’America, sembrano indossare occhiali tutti rose e fiori, come se fosse la terra promessa. ‘Grande l’America!’ ‘Voi siete avanti.’ ‘Bisogna proprio prendere e andar a vivere li.’

L’Italia, invece, spesso viene vista tramite una lente nera di critica, lamentela, e negatività dagli italiani stessi (c’mon, you know it’s true). Non sto dicendo che qui non ci siano problemi, sfide e difficoltà, ma qual è il paese al mondo che non ne ha? Non fraintendetemi, ci sono diverse cose in Italia che mi fanno andare fuori di testa, ma quando mi fermo a pensare che qui non rischio di indebitarmi fino al collo se mi rompo una gamba, o che mio figlio non dovrà accendere un mutuo per andar all’università, allora capisco che forse ho fatto la scelta giusta. Lasciamo stare le armi (che in America si possono comprare facilmente al supermercato), la velenosa faziosità politica, il materialismo sfrenato, e soprattutto, il fatto che gli americani non sanno fare la pasta! E anche se ogni tanto mi mancano le grandi colazioni americane, posso accontentarmi di una bella brioche alla nutella al bar.

Mi chiedo se non si potrebbe avere una visione più equilibrata, sia quando si guarda all’America che quando si guarda all’Italia? Perché finché si continua a osservare l’Italia con quella lente nera, sarà difficile vedere altro che buio.

Pian piano però, ho iniziato a intravedere della luce nelle mie conversazioni con gli italiani, mentre bevevamo caffè macchiati (un po’ troppo piccoli per me) e cappuccini. Ogni volta che dicevo loro quanto amassi il loro paese e quali belle qualità vedessi nei suoi abitanti, i loro occhi si accendevano, anche solo per un’istante. Ovviamente non in tutti i casi: ogni tanto capitava il tipo scettico che mi guardava come se fossi un alieno, agitando le mani con il tipico gesto italiano che significa chiaramente ‘Ma che diavolo stai dicendo?’

Questo è lo stesso gesto che ho visto fare da molti amici e familiari anni dopo, quando ho annunciato loro ciò che avevo in mente per la mia cerimonia di cittadinanza. Per me, diventare italiano era un sogno (potete prendermi in giro se volete). I miei amici americani erano anche un po’ gelosi! Ero deluso, però, quando dopo aver consegnato il mio ultimo documento per la cittadinanza, anziché ricevere una bella festa dall’impiegato comunale, mi sono sentito dire con tono piatto e freddo: ‘Torna tra due settimane, cinque minuti per il giuramento e via.’

‘Ma come?’ mi sono detto. ‘E dove sarebbe il mandolino, la musica, e le danze celebrative? Niente cibo? Neanche un aperitivo?’ Dai! Mi aspettavo di più dai miei quasi compatrioti.

In quel momento ho deciso di prendere la questione nelle mie mani. E un’ora più tardi tutto ciò di cui avevo bisogno per i miei festeggiamenti era già in transito verso casa mia. La cosa assurda è che è stato più’ semplice ordinare un bel look tri-colore dall’Inghilterra piuttosto che dall’Italia. Alla faccia del patriottismo! Ed eccomi quindi pronto a varcare la soglia del Comune di Lecco per il mio giuramento alla nazione: sul mio bel monociclo, indossando un poncho, un papillon e un cappello da cowboy tutti verdi, bianchi, e rossi. E come se questo non fosse abbastanza, avevo sotto il braccio la mia chitarra per intonare la mia canzone d’amore all’Italia al sindaco.

I miei amici più scettici pensavano che, conciato in quel modo, mi avrebbero sbattuto fuori ancora prima di entrare. Ecco però che di nuovo stavano guardando attraverso la lente più scura, aspettandosi il peggio dei loro connazionali. In realtà, non solo mi hanno lasciato entrare, ma tutti, dall’impiegata amministrativa al sindaco, mi hanno ringraziato per aver portato in comune un po’ di musica e colore. Prima del giuramento ho cantato la mia canzone e mi è stato chiesto di suonarla di nuovo in altri due uffici. Visto che alle persone è piaciuta parecchio, ho deciso di realizzare una registrazione professionale. E ora, ‘I love Italy’ è diventata un video clip!

Questo video rappresenta per me il frutto dei miei anni passati in Italia: dal bar dove ho avuto le mie prime conversazioni in italiano, alla pizzeria dove ho scandalizzato tutti mettendo il miele sulla pizza, i meravigliosi studenti con cui ho avuto il grande privilegio di lavorare, e molto altro. Tutto questo condito con un pizzico di ironia, ma con un messaggio più profondo alla base: che l’Italia, con tutte le sue pecche, è un paese davvero incredibile, e sta a ognuno di noi decidere con quale lente vogliamo guardarlo.

Leggi anche: “L’Italia è un’eccellenza mondiale”, parola di Silvia Vianello. E agli Italiani dice: ricominciate a sognare!

 

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Oggi è la Giornata della Gentilezza: raccontaci la tua!

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Il mondo che immaginiamo è semplicemente più gentile. Oggi è la Giornata Mondiale della Gentilezza: un’occasione per  fare piccoli gesti “gentili” e guardare il mondo con occhi diversi. “La gentilezza, come un virus, coinvolge chiunque ne venga a contatto. Il 13 novembre è l’occasione perfetta per diffonderla”. E’ questo uno degli slogan per la Giornata Mondiale della Gentilezza.

Nata nel 1998, in coincidenza con la prima Conferenza mondiale del World Kindness Movement, (l’unione non religiosa di associazioni internazionali dedite allo studio e alla promozione di atteggiamenti corretti e gentili) tenutasi a Tokyo, la Giornata della Gentilezza ha come obiettivo ricordare a tutti noi l’intima e innata esigenza del cuore umano di ricevere ma anche di donare cortesia.

Alla base di questa idea vi è la teoria secondo cui vivere in un mondo più compassionevole e pacifico è possibile solo quando verrà raggiunta una massa critica di atti di gentilezza. La gentilezza è un elemento distintivo, un indicatore di benessere della società.

La gentilezza è come un muscolo. Per essere attiva va tenuta in esercizio quotidiano. Solo così sarà possibile evitarne l’atrofia. Ogni giorno è un buon giorno per fare esercizio. Lo sappiamo bene noi, convinti sostenitori di un’informazione declinata al positivo, impegnati nel dare spazio a bellezza e generosità, che riteniamo bene supremo e linfa vitale di questo nostro pianeta.

Obiettivo della Giornata è coinvolgere il maggior numero di persone nell’ondata di gentilezza, per guardare oltre noi stessi, oltre i confini dei diversi Paesi, oltre le nostre culture, etnie e religioni. Insomma, di renderci conto che siamo cittadini del mondo e che, in quanto tali, abbiamo spazi e presenze da condividere, abbiamo dei luoghi pubblici da curare, degli animali da proteggere, un sistema da conservare e uomini da accogliere e valorizzare.

Se vogliamo dare avvio a un miglioramento, se vogliamo raggiungere l’obiettivo di una coesistenza non solo pacifica ma anche di crescita, dobbiamo focalizzare la nostra attenzione e le nostre cure su quello che abbiamo in comune. Solo così possiamo essere parte di un mondo migliore.

E ora, siate gentili, raccontateci attraverso la nostra pagina Facebook o commentando questo articolo la gentilezza da voi ricevuta e donata. Grazie!

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Questa gigantesca pistola annodata è un manifesto di non violenza

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A Malmö la ‘pistola annodata’ di Carl Fredrik Reuterswärd è una scultura contro la violenza.

Forse ne avrete sentito parlare, forse l’avrete vista o forse no, è comunque innegabile quanto la ‘pistola annodata’ di Carl Fredrik Reuterswärdartista svedese, sia una scultura senza tempo. E’ la città di Malmö, a sud della Svezia, a ospitare l’opera simbolo di non violenzaCarl Reuterswärd, venuto a mancare nel 2016, ci ha lasciato senza dubbio un prodotto artisticoche non solo desta grande stupore, ma che è carico di un significato intenso e toccante…

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21 trucchi mentali (più uno) per la ricerca della tua felicità

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Di questi tempi in cui ogni giorno siamo afflitti da notizie reali ma preoccupanti, molte persone cercano (giustamente) uno spazio di felicità all’interno di BuoneNotizie.it. In piena sintonia con lo spirito dell’editore, oggi vorrei dare il mio piccolo contributo alla comune “ricerca della felicità”, condividendo un semplice “trucco mentale” da vero ottimista.

L’idea alla base di quanto sto per dire è semplice ma potente: esistono dei “trucchi mentali“, cioè dei modi di pensare e organizzare il proprio pensiero, che determinano effetti immediati e sorprendenti nel nostro benessere. Un po’ come i “trucchi di magia”, che in modo rapido e apparentemente “magico” fanno cambiare le cose, le trasformano, le fanno volare, o comunque conferiscono al prestigiatore dei poteri sorprendenti, allo stesso modo esistono dei “trucchi mentali” che vanno imparati e applicati alla stregua di quelli magici, dando un beneficio tangibile al nostro stato d’animo, contribuendo cioè a renderci più felici.

Ho scelto qui un “trucco mentale” che mi sembra adatto al periodo economico che stiamo vivendo. Sappiamo che l’economia rallenta, e che non spendiamo perché ci sono pochi soldi da spendere: il gatto che si morde la coda! Tanti o pochi che siano, che sia per divertirci o per gratificarci con acquisti che pensiamo possano renderci più felici, qualche soldo lo spendiamo comunque. Vorrei parlarti dunque di un “trucco per spendere meglio“.

Importanti ricerche psicologiche, di ogni genere e livello, hanno ampiamente dimostrato che l’acquisto emotivo, il cosiddetto shopping compulsivo, è una pratica tanto diffusa quanto “pericolosamente efficace” per modificare il proprio umore alla ricerca della felicità! In sostanza lo shopping è tanto diffuso, purtroppo anche tra chi non potrebbe permetterselo, proprio perché ha una comprovata efficacia nel dare delle “micro-botte” di felicità.

Forse tutti sappiamo che acquistare oggetti e passare ore e ore da una vetrina all’altra non è l’attività più “intelligente” del mondo, ma è proprio perché conferisce effettivamente un certo senso di gratificazione che si è diffusa così tanto. Con questo non la voglio giustificare o promuovere, ma solo constatare che a suo modo “funziona”. Lo shopping come sistema per cercare gratificazione o distrazione dai problemi, alle volte arriva ad essere una vera “droga”, cioè porta le persone a sviluppare una vera e propria forma di vizio o comportamento ossessivo!

Insomma, qual è il trucco psicologico di cui ti voglio parlare? Tanto semplice quanto efficace. Non si tratta di rinunciare allo shopping o di ridurlo in modo drastico: sarebbe facile a dirsi ma più difficile a farsi! In fondo fare degli acquisti non è sbagliato o da condannare in assoluto e come al solito è una questione di misura! Eppure in queste faccende trovare la “misura” è sempre difficile e in questo ci viene in aiuto il nostro “trucco mentale”, che consiste nel cambiare il tipo di acquisti che facciamo! Se proprio vogliamo usare lo shopping come uno dei sistemi per essere più felici dobbiamo preferire l’acquisto di esperienze all’acquisto di oggetti!

Comprare delle esperienze, cioè andare al cinema, fare una gita, fare uno sport, una cena al ristorante, una visita didattica, un corso di teatro, un viaggio o persino un tatuaggio o un massaggio rilassante è una forma di shopping che dà una felicità più intensa e più duratura! Al contrario comprare oggetti, vestiti, mobili, gioielli, tecnologia o altre cose più materiali, ha un effetto meno intenso e meno prolungato nel tempo! Anzi, in certi casi può anche trasformarsi in rimpianto e fastidio, vedendo accumularsi tanti oggetti inutilizzati!

L’acquisto di esperienze ha un effetto “magico” nella nostra mente, perché il ricordo dura più a lungo e in più, spesso, le esperienze le facciamo assieme ad altre persone e quindi al piacere della cosa in sé si unisce il gusto di condividerla.

Insomma se proprio vogliamo usare i soldi per essere più felici, questo “trucco mentale” semplice ed efficace ti permetterà di spendere meglio ed essere più felice e più a lungo! Se ti piace l’idea dei “trucchi mentali”, lascia un commento qui sotto e scopri gli altri 21 motivi per tornare ad essere positivi ed avere successo!

A lunedì prossimo!

Sebastiano Todero

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L’epico viaggio dei lettori algerini: una storia di passione per i libri

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Questa è una storia di lettori, e di lettori algerini. Mi sembra bellissima, e credo che ai lettori italiani piacerà perché la passione per i libri non ha confini. A raccontarla è Paola Caridi, una donna acuta, curiosa e generosa, una storica e una scrittrice esperta di Medio Oriente e Nord Africa. Il suo blog si chiama Arabi invisibili. È appena tornata da Algeri e mi sta dicendo quel che ha visto lì.
Ferma, ferma.– le dico –  Fammi prendere qualche appunto. Così, una chiacchierata tra amiche si trasforma in questa intervista.

Dunque, siamo ad Algeri.
Siamo all’inizio della periferia a est di Algeri, dalla parte opposta alla Casbah, vicino a un’enorme moschea in costruzione. È la grande moschea d’Algeria, realizzata da un’impresa di costruzioni cinese su progetto tedesco. Il minareto è già finito: è alto 240 metri e si vede dall’altra parte della città. Sarà la più grande moschea d’Africa.

Lì vicino c’è la fiera di Algeri, un gruppo di grandi edifici beige dove, in occasione del Salone del Libro, centinaia di migliaia di persone arrivano da tutto il paese: sono i lettori algerini. Studenti delle scuole, famiglie con bambini, moltissime ragazze…

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Con il registro tumori un passo avanti nella prevenzione

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Quando una diagnosi di tumore irrompe nella vita di una persona, tutto il suo mondo che scorreva fino a un attimo prima nella quotidianità viene sconvolto. Si modificano improvvisamente i vissuti del tempo. I progetti si interrompono o si trasformano, le relazioni con le persone, con i famigliari, gli amici, il lavoro, tutto assume una prospettiva diversa.Si acuisce la percezione di precarietà dell’esistenza.

Sentimenti di sgomento o di rabbia dominano i giorni. Interrogativi, speranze, delusioni, disperazione, accompagnano i percorsi delle terapie. Le ansie di un calvario fisico ed emotivo che coinvolge la persona malata e chi le è vicino.

Ieri finalmente il Senato ha approvato un provvedimento che tocca la fragilità della nostra esistenza, che chiama in causa molti aspetti, fino a quello più radicale del confine tra la vita e la morte. Ogni anno purtroppo sono oltre 360mila le persone si ammalano di patologie tumorali e ogni anni 180mila di esse non ce la fanno a vincere la battaglia contro il ‘male inguaribile’.

Abbiamo provato a dare concretezza nuova alle parole speranza, possibilità, futuro. Il numero di coloro che vincono la battaglia contro queste patologie oncologiche deve aumentare e, ancor più, aumentare il numero di coloro che, grazie alla prevenzione, possano evitare questa esperienza drammatica.

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I 100 film non in lingua inglese più importanti della storia

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Tutti i film girati in lingua non inglese che sono entrati a pieno diritto nella storia del cinema.

BBC Culture ha pubblicato spesso sondaggi svolti da critici cinematografici, con l’obiettivo di stilare una classifica dei film più belli dell’ultimo secolo, quelli più belli di Hollywood in generale e così via. Dopo tante pellicole anglofone, è giunto il momento di parlare dei film del resto del mondo, quelli non in cui non si parla inglese. Qui sotto vedete la classifica dei 100 film non in lingua inglese più belli della storia.

Il risultato sono 100 film diretti da 67 registi diversi, provenienti da 24 paesi e girati in 41 lingue differenti. Vince la Francia che piazza 27 film in classifica, seguita dalla Cina con 12 e da Giappone e Italia con 11. Nonostante alcune mancanze di rilievo (non c’è nessun film di Takeshi KitanoJean Cocteau o Elio Petri, per dirne tre), questa classifica è un bel compendio per guardare tutti quei capolavori che non avete mai visto e che fanno parte della storia del cinema.

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Mal di schiena? Cos’è l’ergonomia posturale e perché ne abbiamo bisogno

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Mal di schiena e problemi posturali: perché vengono e come possono essere curati

Si calcola che in Italia l’assenteismo causato da disagi riconducibili a mal di schiena e problemi posturali in genere costino alle aziende circa 3,36 miliardi di euro. Non si parla di briciole. D’altra parte il famoso adagio “drizza quella schiena” è familiare a molti di noi e spesso viene messo in relazione con i problemi classici di una società legata all’espansione del settore terziario. Insomma: vita da scrivania = problemi posturali e mal di schiena.

La verità pare però che sia un po’ più complessa, come spiega Tiziano Pacini, primo ergonomo posturale in Italia e direttore del Corso di Alta Formazione in Ergonomia Posturale patrocinato dal Dipartimento di Salute Pubblica e Assistenza Sanitaria di Ruse, in Bulgaria. Pacini evidenzia come nel regno animale la postura rappresenti di fatto un costante esercizio di equilibrio, un silenzioso braccio di ferro tra il corpo e la legge di gravità. Nell’uomo la situazione si complica ulteriormente con l’acquisizione della “verticalità”: un aspetto che necessita di terreni variabili, non uniformi, che consentano quindi il continuo esercizio dei diversi muscoli del corpo.

Tiziano Pacini, il primo ergonomo posturale in Italia

L’urbanizzazione e l’uso inflazionato dell’asfalto, in questo senso hanno giocato a sfavore innescando un circuito vizioso che si è tradotto in problemi posturali diffusi. Al di là dei problemi riconducibili alla vita sedentaria, sostiene Pacini, “è un dato di fatto che fra i popoli che ancora vivono in condizioni naturali e che camminano scalzi su terreni sconnessi, come alcune popolazioni africane, del Messico o del sud est asiatico, il mal di schiena, come del resto molte malattie cardiovascolari tipicamente occidentali, siano sconosciuti”.

È proprio la diffusione capillare di questa problematica ciò che ha stimolato l’emergere di una figura professionale nuova: l’ergonomo posturale, appunto, cioè un professionista che analizzando scientificamente le alterazioni della postura, si occupa di decostruire un sistema di abitudini errate guidando il soggetto verso nuove e più sane soluzioni.

Semplice? Tutt’altro. Non c’è niente di più difficile che decostruire un’abitudine, cioè quella che di fatto è diventata una piccola forma di dipendenza senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Come spiega Pacini: “Il cambiamento posturale molto spesso è un percorso che richiede un po’ di tempo – ed anche un po’ di pazienza – perché tutto l’apparato locomotore si deve riorganizzare secondo un nuovo modo di vivere, con un conseguente lavoro diverso di tutti i muscoli.” D’altra parte si sa, un cambiamento radicale non è mai indolore, soprattutto quando va a toccare abitudini radicate nel tempo.

Fondamentale, in questo processo, è l’utilizzo di strumenti come baropodometri, sistemi fotografici e scanner ma soprattutto di un protocollo di interpretazione rigoroso, impostato secondo un metodo scientifico e quindi ripetibile. È questo che fa la differenza tra un approccio professionale e uno approssimativo: la possibilità di impostare un lavoro di studio capace di disinnescare vecchi automatismi e di creare le basi per un processo di reset e rieducazione reale.

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Razzismo mediatico, e non solo. Ci coinvolge tutti, a diversi livelli delle specie viventi

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Titoli di informazioni diffusi al giorno d’oggi: “Pitbull azzanna bambino”. “Zingaro deruba turista in centro”. “Rom investe pedone sulle strisce”. “Immigrato molesta ragazza per strada”. “Extracomunitari bivaccano su panchina ai giardinetti”. (Desueti): “Meridionale bivacca in stazione”. “Siciliano non fornisce le sue generalità al vigile”. “Ebreo fermato per accertamenti: non esponeva la stella di Davide nella vetrina del suo negozio”.
Titoli mediatici che coinvolgono i “mostri”, di oggi e dell’epoca.

Vediamoli.

A qualcuno sembra che faccia notizia che un cane morde un umano (in forma lieve, come nel caso specifico)? No. In genere farebbe notizia l’umano che morde il cane. Ma se si tratta di un pitbull, la notizia c’è e “alla grande”. Ma quanti sono i pitbull che mordono gli umani? Non ho dati, ma credo che siano proprio pochi rispetto ai morsi dei cani agli umani, visto che di pitbull in giro, praticamente non ce ne sono e chi ha un qualche cane che potrebbe assomigliarli, se glielo chiedi, ti dice subito “è un Amstaf” (American Staffordshire, simile al pitbull ma, a differenza del cugino vituperato, è una razza riconosciuta e sdoganata dal fatto di essere il tipico cane delle scene tv delle famiglie americane). Non ricordo di aver letto qualcosa tipo “Bimbo morso da un pastore tedesco”… che riguardo a morsi imprevisti, non è da meno a nessun altro cane. Ma il pitbull è il cane cattivo per antonomasia, ed io stesso, proprio stamane, di fronte ad un titolo del genere richiamato in prima pagina di un giornale, mi sono andato a leggere l’articolo, cosa che probabilmente non avrei fatto se il titolo fosse stato “cane morde bambino”, articolo che altrettanto probabilmente non avrei trovato perché, come nel caso di specie, si trattava di una piccola e quasi innocua aggressione da parte del cane. E’ evidente che questo approccio mediatico e non solo, nasce dal fatto che il cane, se non risponde alle aspettative di “pelouche animato”, è un pericolo e va messo all’indice. Se poi questo non-pelouche è anche un pitbull, figuriamoci…

Reati, illeciti, fatti insoliti con le parole “Zingaro”, “Rom” (per i più apparentemente dotti), “immigrato”, “extracomunitario”, sono più frequenti del pitbull di sopra. Con l’aggiunta che – mentre nel caso del nostro mastino, abitualmente si tende a deviare il proprio percorso di pedone se si ha l’impressione che se ne sta per incrociare uno, e la cosa finisce lì – quando c’è una qualche brutta storia che coinvolga uno di questi soggetti, ci ritroviamo anche cortei improvvisati, proteste vibranti… fino a più o meno tentativi di assalto ai quei campi che ospitano alcune persone di queste etnie (zingaro, rom) o di questa condizione umana (immigrato, extracomunitario). E’ evidente che questo approccio mediatico e non solo, nasce dal fatto che se non sei uno stanziale, ma un nomade (zingaro, rom), ciò costituisce di per sé un attentato alla mia condizione stanziale. E se non sei un stanziale, ma uno che viene a chiedere aiuto (migrante, extracomunitario), ciò costituisce di per sé un tentativo di rodere la sicurezza e la certezza che mi sono creato (magari usando prodotti dei Paesi da cui provengono queste persone, pagandoli dieci volte meno di quanto sarebbero costati se prodotti in Italia, ma la memoria e la riconoscenza devono combattere con egoismo e violenza culturale…).

Poi ci sono quelli che ho chiamato “desueti”. “Meridionale”, a cui fino a poco tempo fa in alcune parti del Paese non si affittavano neanche le case. “Siciliano” che, di per sé, veniva (e ancora oggi in parte lo è) assimilato a mafioso, e quindi (come nell’esempio di sopra) è normale che non fornisca le sue generalità ad una qualche autorità di polizia. “Desueti”, ma ancora di attualità, quantomeno storica.

E, infine, c’è l’ebreo. “Desueto” ufficialmente per quanto riguarda le persecuzioni e le stragi razziali della metà del secolo scorso, ma se ti capita di stare in un ambiente di filo-palestinesi, altro che “desueto”… L’ebreo è di per sé colpevole di tutti i problemi che ci sono in Medio Oriente, a partire dalla Palestina della striscia di Gaza, e relative ripercussioni su tutte le guerre in qualche modo collegate a quell’area geografica.

E’ in questa cultura, alimentata in modo sostanzioso dai media a diverso livello, che oggi ci muoviamo e in cui dovremmo affrontare la complessità delle sfide e dei problemi della nostra epoca.

di Vincenzo Donvito, presidente di ADUC

Articolo del 22 giugno 2018 pubblicato originariamente su Aduc.it

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Facebook e Google, contratto con il fondatore del web per una rete migliore

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Google e Facebook appoggiano i nuovi standard messi a punto da Tim Berners-Lee, il fondatore del world wide web che solo la scorsa settimana ha sostenuto l’ipotesi di uno spezzatino dei colossi della Silicon Valley per ridurre il monopolio sulla rete. Il nuovo ‘contratto per il web’ – riporta il Financial Times – richiede alle societa’ internet di rispettare la privacy sui dati e sostenere il meglio dell’umanita’…

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