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Ancora basso il tasso di occupazione femminile. Ma si può migliorare…

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Il tasso di occupazione femminile in Italia (49,1%) è ancora lontano dalla media di genere UE (66,5%) secondo i dati Istat ed Eurostat dello scorso marzo. Potrebbe migliorare se le donne facessero più leva anche sulle competenze trasversali che sviluppano con la genitorialità, secondo Intoo, la società di Gi Group leader nei processi di sviluppo e transizione di carriera che con il servizio Moms@Work aiuta le imprese nella gestione integrata della maternità delle dipendenti. 

“L’abbandono del lavoro nei primi anni di vita del bambino continua a essere un problema rispetto al quale, però, bisogna continuare a intensificare tutte le azioni possibili di contrasto – commenta Alessandra Giordano, Direttore Delivey di Intoo –. Occorre sostenere le mamme che lavorano con tutti gli strumenti a disposizione per trovare soluzioni di work-life balance, ma anche aiutarle a non tirarsi indietro emotivamente. Sulla base della nostra esperienza desideriamo incoraggiarle fortemente perché possono portare un grande valore aggiunto sul lavoro. Senza moralismi o buonismo, si maturano con la genitorialità competenze che sono molto utili per l’organizzazione in generale oggi, qualunque essa sia e qualunque ruolo si svolga. Le imprese devono valorizzarle di più, ma le donne stesse ne devono diventare più consapevoli utilizzandole nel day by day e anche nell’ambito della definizione di nuove modalità di lavoro. La flessibilità, in termini di agilità mentale, è alla base di queste skills e le attraversa tutte”.

Nel dettaglio le 5 competenze TOP sono:

  • Delega: prendersi cura del o dei bambini aiuta a sviluppare non solo capacità organizzative, ma anche maggiore fiducia rispetto al fatto che “qualcun altro rispetto a sè” possa fare bene allo stesso modo, ovvero verso le persone coinvolte nel supporto e nell’aiuto. Dal team famigliare si mutua e si accresce, quindi, anche la capacità di affidarsi e fidarsi del team di lavoro e dei colleghi a svolgere determinate mansioni e a demandarle.
  • Resilienza: gli imprevisti – e a volte anche vere e proprie crisi – sono all’ordine del giorno con i bambini. La caparbietà nell’adattarsi al cambiamento continuo, facendo fronte anche a situazioni difficili o negative e riuscendo a riorganizzarsi continuamente e positivamente secondo nuovi e diversi percorsi è una della abilità più importanti che traslano naturalmente nella professione.
  • Ascolto attivo: relazionarsi con i diversi membri della famiglia, non solo con il partner, per la cura del o dei bambini sviluppa ulteriormente il senso di rispetto del punto di vista altrui, di comprensione – anche attraverso la comunicazione non verbale che si sviluppa con i piccolissimi – e di risoluzione delle problematiche, prima che diventino criticità. A livello lavorativo diventa un’abilità in stretta connessione con la capacità di mediazione.
  • Fare rete: la genitorialità è sempre meno una dimensione a due, sempre più un fatto di relazione. Affidarsi ed avvalersi anche di altre persone e, quindi, riuscire a costruire nuove relazioni fin da quando inizia questa nuova fase della vita aiuta anche nel lavoro ad allargare le reti professionali abituali sviluppando quindi una vera capacità di networking.
  • Pianificazione: la gestione dei bambini allena prima di tutto alla gestione del tempo e delle priorità nella complessità e con proattività, massimizzando e ottimizzando tutto ciò che si fa secondo obiettivi precisi, senza dimenticare la visione di insieme e di medio-lungo termine, abilità fondamentale lavorativamente.

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Bici elettriche: la rivoluzione che marcia su due ruote

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Poteva essere un flop, invece è stato tutt’altro: il successo delle bici elettriche – che qualche anno fa era una pura scommessa – oggi si attesta come un dato di fatto. Lo hanno dimostrato i numeri riportati nel 2017 da uno studio di Confindustria ANCMA… ma non solo. Lo attesta anche l’espansione della bici 2.0 all’interno del mercato italiano. Il risultato? Un circolo virtuoso in cui gli effetti positivi sul piano ambientale (zero emissioni) vanno a braccetto con l’espansione di questo mezzo sul mercato, esterno ma anche interno. Perché diciamocelo: sull’e-bike, il Made in Italy dimostra di avere parecchio da dire. E di saperlo fare molto bene.

Ma vediamo cosa dicono i numeri: quelli degli ultimi anni, da cui è possibile desumere che il 2018 vedrà il settore andare incontro non a una crescita, ma a un vero e proprio Boom. Già dai dati riportati dall’Associazione Confindustria ANCMA, era emerso che nel 2016 il mercato delle bici elettriche aveva registrato un’impennata del 120%. Questo per quanto riguarda la panoramica globale. All’interno di questo profilo, ottimo il ruolo della produzione italiana, che dalle 16.000 unità sfornate nel 2015 è passata a produrre più di 23.000 bici elettriche, con un aumento del 40,5% e con un incremento del 135% sul piano dell’export. In questo senso, il successo è stato dovuto alla sinergia di elementi diversi: l’evoluzione tecnologica di motori e batterie sempre più leggeri e”invisibili”, ma anche il miglioramento della linea. La cura dei particolari e l’impronta – estetica, ma non solo – così peculiare del Made in Italy. Sotto questo aspetto, quindi, il mercato italiano è riuscito a cavalcare l’onda utilizzando l’emergere della bici 2.0 come vero e proprio volano di crescita.

Al di là degli effetti positivi sull’ambiente e sul mercato, comunque, il successo di bici e mountain bike elettriche deve essere letto come una sorta di rivoluzione mentale nella percezione della bici e della sua evoluzione. E’ infatti interessante notare come l’incremento delle vendite di bici elettriche si sia sviluppato parallelamente alla flessione per quanto riguarda le vendite di bici tradizionali (-2,6% nel 2016, contro al clamoroso +121% delle e-bike). Il fenomeno mostra come nella percezione comune la bici elettrica stia acquisendo progressivamente un ruolo diverso, più complesso e sfaccettato. Bici elettriche, bici a pedalata assistita, mountain bike elettriche: l’evoluzione della bici tradizionale sta nella duttilità, nella capacità di rispondere a contesti ed esigenze diverse e anche – perché no? – nella capacità di marciare (anzi, di pedalare!) al passo coi tempi.

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Misurata anche in Italia la fiducia nelle istituzioni, nelle professioni, e nei media. Il giornalista viene dopo il parrucchiere…

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Lo scienziato è la seconda professione ad ispirare più fiducia negli italiani. Sai qual è la prima? Il giornalista viene dopo il parrucchiere: “spettacolarizza ogni cosa pur di avere attenzione”.

Sulla falsa riga di sondaggi già condotti oltralpe, gli studenti del secondo anno del corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi dell’Insubria hanno svolto un’indagine sociologica per valutare il livello di fiducia di un campione di cittadini italiani nei confronti di alcune figure professionali e istituzioni.

Il questionario, effettuato su un campione di 1.106 intervistati, era composto da tre domande: la prima riguardava la fiducia verso le “istituzioni”, la seconda la fiducia verso le professioni e l’ultima le cause dello scarso coinvolgimento dei cittadini verso l’informazione.

L’istituzione “famiglia” è quella che registra il maggior indice di gradimento, con una percentuale dell’89,20% sul totale, evidenziando come gli italiani rimangano fortemente legati ai valori tradizionali.

Da segnalare la fiducia verso il Pontefice, votato in particolare dagli italiani sopra i 36 anni. Il Papa è visto come un innovatore della Chiesa, in grado di riformare una debole istituzione religiosa. Basse percentuali hanno invece ottenuto la politica e lo Stato italiano. In discesa anche le istituzioni statali come l’INPS, il Consiglio Regionale e la figura del sindaco. Gli unici risultati leggermente positivi riguardano il Presidente della Repubblica e le istituzioni europee, ritenuti in grado di effettuare un controllo più affidabile e imparziale sugli altri enti.

La figura professionale che ispira maggiore fiducia è quella del medico con il 56,7% seguita da quella dello scienziato (31,9%) e del farmacista (25,6%). Per trovare la professione del giornalista dobbiamo scendere un po’, precisamente dopo quella del parrucchiere, il che non è decisamente un buon segnale…

La credibilità nelle istituzioni e nelle professioni è dunque in crisi, come confermano anche i sondaggi condotti in Danimarca e negli USA. L’idea che ci siamo fatti …

Per quanto riguarda l’ultima domanda, i giovani under 18 ritengono che l’informazione tradizionale sia stata soppiantata dal web. Le fasce d’età più alte sottolineano l’eccessiva influenza degli editori e delle forze politiche sul lavoro delle varie testate.

A ciò si aggiunge l’insofferenza di fronte a notizie troppo spettacolarizzate e facilmente strumentalizzabili, oltre alla diffidenza verso le fonti informative considerate spesso non affidabili. Cala, di conseguenza, la fiducia verso i giornalisti (8,20%). Nonostante tutto, il questionario lascia una nota di speranza: solo il 3,50% del campione è disinteressato all’informazione.

Il direttore del dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate, Fabio Conti, ha voluto sottolineare l’evoluzione dell’insegnamento nel campo della comunicazione ponendo l’accento sull’attualità della ricerca: “Spesso registriamo un dislivello tra quello che insegniamo nell’università e quello che accade e si richiede professionalmente nel mondo del lavoro. La nostra università si distingue per la qualità della preparazione dei suoi studenti grazie ad una formazione sempre legata alle esigenze della società”.

Il presidente del corso di laurea di Scienze della Comunicazione, Gianmarco Gaspari, ha valutato positivamente l’attività di ricerca: “Molto interessante il lavoro realizzato dagli studenti di Comunicazione Pubblica e Istituzionale che si sono calati nei panni di veri e propri ricercatori dimostrando come la nostra università sia in grado non solo di trasmettere contenuti ma di sperimentare e costruire nella pratica una solida professionalità nel mondo della comunicazione”.

Il sondaggio è stato effettuato su iniziativa del prof. Franz Foti, docente al corso di giornalismo del secondo anno, che ha evidenziato come “non siamo più una società top-down, ma bottom-up, i consumatori vogliono trasparenza dall’informazione”.

Che sia dunque giunto il momento di fare qualcosa anche in Italia? La risposta l’hanno già data in Nord Europa e negli Stati Uniti, che da quasi dieci anni stanno sperimentando con successo il cosiddetto giornalismo costruttivo: un nuovo approccio al modo di realizzare articoli e contenuti editoriali che analizza anche le possibili soluzioni ai problemi descritti, invece di spettacolarizzarli. Il risultato è stato il recupero dell’audience perduta in vent’anni di cattiva informazione, come testimoniano The Guardian, BBC e New York Times, solo per citare i più noti.

Un approccio in arrivo anche in Italia grazie alla nuova iniziativa dell’Associazione Buone Notizie, che sarà rinominata Italian Constructive Media Association e porterà finalmente anche nel nostro Paese un programma di formazione per gli addetti ai media e una serie di eventi e iniziative per fornire al pubblico gli strumenti per riconoscere l’impatto che hanno i mass-media. L’iniziativa sarà annunciata nel mese di maggio su questo sito. Stay tuned!

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Regali per la Prima Comunione, cosa regalare ai bambini e alle bambine

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La Prima Comunione è un momento molto importante nella vita di un bambino. In occasioni come queste bisognerebbe rimanere concentrati sul significato di questo sacramento, ma l’importante è che sia il bambino o la bambina a essere focalizzati sulla cerimonia. Genitori e parenti invece hanno anche altro a cui pensare, dall’organizzazione del ricevimento o della festa per riunire la famiglia, ai regali per comunione.
Chi ha spazio e voglia di tribolare può organizzare il ricevimento a casa, magari affidandosi a un servizio di catering per evitare di doversi occupare di tutto. Anche se per le cibarie ci si può organizzare e potrebbe bastare solo una grande torta presa in pasticceria.

Se invece volete godervi il momento senza dover fare troppe cose la soluzione migliore è andare in un ristorante o un locale specializzato in cerimonie. Si spende di più, ma non bisogna fare nulla oltre che mangiare e divertirsi.
Per quanto riguarda i regali per la Prima Comunione invece la faccenda diventa più complessa, perché non ci sono dei doni immancabili o imprescindibili. Anzi, anche se ci fossero ci sarebbe il problema della “concorrenza” di tutto il parentado, con il rischio di fare regali doppi, tripli e perdere l’occasione di regalare qualcosa di originale.
Ma allora cosa regalare per la Prima Comunione?

In molti casi sono i bambini stessi a venirci incontro, difatti è abitudine creare una lista dei desideri, con tutto ciò che si vorrebbe ricevere in regalo. Con la lista diventa semplicissimo sapere cosa regalare alla comunione, anche se occorre un minimo di organizzazione per dividersi la lista con gli altri parenti.
E quando tutti i parenti si accaparrano delle voci della lista e a noi non rimane più nulla? In questi casi si fa quello che si farebbe nelle Comunioni senza la lista dei desideri. Ci si ingegna e si cerca qualcosa di bello da regalare senza affidarsi a consigli e suggerimenti.

Anzi, perché niente suggerimenti? Internet è una risorsa preziosissima per avere un aiuto in ogni situazione, anche quando servono delle idee regalo. In questo settore c’è un vero luminare, DottorGadget, lo specialista delle idee regalo e dei gadget originali che ha sempre qualcosa di interessante da proporre.
Quindi, quando vi servono delle idee per sapere cosa regalare per la comunione di un bambino o di una bambina, basta rivolgersi al Dottore.

Tra le sue proposte c’è sempre qualcosa di originale adatto per un bambino, anche per occasioni importanti come la Comunione. Senza contare che l’occasione importante non deve per forza richiedere regali esagerati, preziosi o costosi. L’importante è che i regali per la Comunione piacciano alla bambina o al bambino. E questo a prescindere da cosa avete deciso di regalare.

Quindi ogni volta che avrete bisogno di trovare qualcosa di adatto come regalo per Comunione non avrete più problemi. Ora sapete dove trovarli.

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A Cremona, idee per rendere l'”economia circolare” reale per le città

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CREMONA, Italia – Il sabato mattina, gli abitanti di questa ordinata città di 72.000 persone si affollano in un ex mercato di frutta e verdura per donare vecchi vestiti e articoli per la casa o prendere un giocattolo o un libro usati.

I mercati dell’usato non sono nulla di nuovo, ovviamente. Ma quello qui, inaugurato un anno fa e conosciuto come Centro del RI-USO, è parte di una politica locale molto più ampia e lungimirante in materia di gestione dei rifiuti che cerca di ridurre ciò che i residenti buttano via e aumentare quello che viene riutilizzato e riciclato.

Cremona è diventata un banco di prova europeo per nuove idee per promuovere una “economia circolare” – un concetto che cerca di ridurre gli sprechi e prolungare la vita utile delle risorse. Solo negli ultimi due anni, Cremona ha aumentato la percentuale di rifiuti raccolti separatamente – necessari per il riciclaggio – dal 53% al 72%.

La città ha reso più facile il riciclaggio implementando la raccolta porta a porta. Questo è ancora piuttosto insolito in Italia – a Roma, i residenti devono portare la loro carta o il loro vetro in contenitori speciali per strada. Nel centro di Cremona, i residenti mettono la carta in cassonetti al di fuori dei loro edifici un giorno e plastica, vetro o rifiuti organici negli altri giorni. Veicoli di diverse dimensioni fanno i pick-up – veicoli più piccoli vengono utilizzati nelle strette vie del centro città.

 

Presso il Centro del RI-USO di Cremona, i residenti donano articoli per la casa indesiderati e acquistano giocattoli o libri usati. (Foto della città di Cremona)

 

Cremona sta anche testando l’introduzione di una tariffa sui rifiuti che non possono essere riciclati. In due quartieri, la città offre ai residenti bidoni della spazzatura arancione da 60 litri; più borse i residenti mettono fuori, maggiori sono le loro tasse di raccolta della spazzatura. L’idea è di inviare ai residenti un segnale di prezzo che li spinga a ridurre la quantità di materiale che buttano via.

“Il riciclaggio dei rifiuti non è solo una questione sociale, ma anche culturale”, afferma il sindaco Gianluca Galimberti, che ha fatto aumentare la quantità di rifiuti riciclati una priorità fondamentale sin dalla sua elezione nel 2014. “Il livello di rifiuti riciclati dice molto sulla comunità, la sua relazione con le cose e l’ambiente circostante. Questa è la ragione che ci ha spinto a lavorare sodo su questo obiettivo. E abbiamo ottenuto un risultato storico per la città, ponendo solide basi per ulteriori azioni verso un’economia circolare”.

Sforzo paneuropeo

Ridurre gli sprechi è una cosa seria a Cremona. C’è un vicesindaco incaricato di promuovere un’economia circolare qui, Alessia Manfredini. Lavora per promuovere cambiamenti comportamentali, come ad esempio separare correttamente i materiali riciclabili. E ha guidato i funzionari di Cremona nei tour dei centri di riciclaggio in tutta l’Italia settentrionale.

“Il confronto con altre città è stato importante per noi al fine di definire meglio le nostre strategie e azioni sul campo”, afferma Manfredini. Ha anche aiutato la città a connettersi con iniziative e flussi di finanziamento più ampi in tutta Europa, afferma.

Questo impegno locale verso il dialogo con altre città, università e centri di ricerca, ha spinto Cremona a guidare un progetto europeo più ampio sulle strategie di gestione dei rifiuti. Si chiama UrbanWINS ed è finanziato dalla Commissione europea. Lanciato a luglio 2016, il progetto sta analizzando le strategie attuali per la prevenzione e la gestione dei rifiuti in 24 città europee (Bucarest, Torino e alcuni comuni vicino a Roma sono tra le città pilota) con l’obiettivo di evidenziare i piani più innovativi.

 

Il sindaco di Cremona Gianluca Galimberti e il vicesindaco per l’economia circolare Alessia Manfredini hanno guidato la carica per ridurre gli sprechi nella città. (Foto della città di Cremona)

 

Il progetto triennale, che coinvolge anche reti globali come ICLEI – Governi locali per la sostenibilità, nonché varie università europee, ONG e l’Istituto italiano di statistica, studierà il “metabolismo urbano”. Cioè, vedrà come i materiali fluiscono attraverso le città e per cercare una migliore comprensione di ciò che viene prodotto, consumato e scartato.

L’obiettivo principale del progetto è quello di aiutare i governi locali a definire piani strategici più olistici che non solo gestiscano gli sprechi in modo più efficiente, ma impediscano in primo luogo che gli sprechi vengano creati. Uno degli strumenti che dovrebbe essere sviluppato è un modello che dimostra i flussi di materiali in diversi tipi di contesti urbani: grandi città, piccoli centri industriali o luoghi storici.

“Questo strumento è innovativo in Italia perché non si basa solo sull’analisi della quantità di rifiuti prodotti ma sul consumo di materiali”, afferma Livia Mazzà di Ecosistemi, consulente ambientale e partner scientifico di UrbanWINS. “Si rifletterà sulle fonti di produzione e promuoverà una comprensione più profonda sulla riduzione e il riutilizzo degli sprechi”.

Un altro strumento del progetto è promuovere un dialogo attivo sui rifiuti tra residenti locali e parti interessate. La gestione dei rifiuti in genere non è un tema importante per gli schemi di partecipazione pubblica in Europa. Ma a giugno, Cremona e altre città coinvolte nel progetto hanno ospitato il primo di numerosi dibattiti pubblici, anche online, su come i residenti percepiscono la gestione dei rifiuti e come possono essere migliorati.

Cambiare gli atteggiamenti

Cremona ha in programma di rendere l’agorà un forum permanente per il dialogo pubblico sulla gestione dei rifiuti. Tenere impegnata la comunità locale sarà una sfida, in particolare su un tema a cui molte persone preferiscono non pensare. Ma i funzionari qui sperano che il pubblico rimanga impegnato per continuare a sviluppare azioni concrete che migliorino la qualità della vita.

 

Cremona ha iniziato la raccolta del riciclaggio porta a porta, un servizio che rimane insolito in Italia. (Foto della città di Cremona)

 

Un’area di interesse è nelle scuole. Dal 2014, la città ha ospitato un concorso annuale chiamato Piccoli Passi. Ha lo scopo di promuovere comportamenti sostenibili tra studenti e amministratori. I piani di lezione sul riciclaggio iniziano ogni anno a marzo. A maggio, inizia una misurazione ufficiale del riciclaggio in ogni scuola. Le scuole sono classificate e i bambini delle scuole che ottengono il meglio ottengono dei premi. Un’altra parte della competizione per le scuole si concentra sulla riduzione degli sprechi alimentari nelle mense.

La città sta anche prendendo di mira gli sprechi alimentari nei ristoranti. In Italia, è raro che i clienti dei ristoranti portino a casa gli avanzi del loro pasto – è visto come un segno di fame o povertà. Quindi il cibo non consumato finisce nella spazzatura. Cremona sta lavorando per cambiare questo atteggiamento attraverso una campagna chiamata Tenga il resto”. La città ha distribuito 100.000 contenitori riciclabili a due dozzine di ristoranti, nella speranza di convincere i clienti che portare gli avanzi a casa è la cosa giusta da fare per l’ambiente.

 

Cremona sta riducendo gli sprechi alimentari incoraggiando i clienti dei ristoranti a fare qualcosa che è stato socialmente stigmatizzato in passato: portare a casa gli avanzi dal loro pasto. (Shutterstock.com)

 

Cremona sta anche cercando di rafforzare il ruolo del Centro del RI-USO, che è gestito da un gruppo comunitario chiamato Amici di Emmaus. È inteso non solo come mercato di seconda mano ma anche come incubatore per le pratiche di sostenibilità urbana. Ad esempio, ci saranno corsi di formazione per bambini e famiglie su come ridurre la quantità di materiali che consumano. Un gruppo che promuove gli acquisti di alimenti e beni prodotti localmente o attraverso le filiere del “commercio equo e solidale” ospiterà anche riunioni.

Il sindaco Galimberti dice che tutte queste strategie saranno necessarie per rendere l’economia circolare una realtà a Cremona. “Quello di cui c’è bisogno è un approccio multidisciplinare e sistemico”, dice. “Una comunità locale ben educata all’uso delle cose è una comunità che vive meglio”.

 

Articolo tradotto automaticamente da Google Translate. Link all’articolo originale.
Simone d’Antonio, Citiscope

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Pugile americano con pantaloncini anti-immigrati sconfitto dal suo avversario messicano [VIDEO]

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Sebbene i pugili abbiano tutte le buone ragioni per mettere il loro avversario al tappeto, Rod Salka ha dato al suo avversario un incentivo personale e politico quando è salito sul ring.

Per affrontare il pugile messicano Francisco Vargas, Rod Salka, boxer della Pennsylvania, indossava un paio di pantaloncini con disegnato un muro di mattoni con la scritta “America 1st” (prima l’America).

Il messicano ha tagliato subito corto, facendo cadere il suo avversario al sesto round. Tornato all’angolo del ring, Rod Salka ha preferito gettare la spugna, anche per le proteste provenienti dal pubblico.

Rod Salka wore “America 1st” and a wall pattern on his trunks against Mexican fighter Francisco Vargas, and ended up getting his ass kicked #boxing pic.twitter.com/CmNfIeU6X1

— Ryan Songalia (@ryansongalia) 13 aprile 2018

L’interminabile ricerca di costumi che diano spettacolo e di comportamenti stravaganti per generare interesse per questo sport sfocia a volte, purtroppo, in situazioni come queste: nel 2007 Floyd Mayweather, boxer americano, fu protagonista di un’esibizione altrettanto appariscente e insensibile contro Oscar De La Hoya, un ex pugile statunitense di origini messicane, vestendosi con un costume da mariachi da cartone animato.

Mayweather vinse quel match, ma con la perdita senza cerimonie di Rod Salka, coloro che cercheranno di trasformare un incontro di boxe in una guerra culturale forse si renderanno conto che dare al loro avversario un ulteriore incentivo del genere potrebbe non essere una buona strategia.

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Quei benefattori anonimi che ci fanno sentire meglio

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«A volte le persone più generose desiderano rimanere nell’ombra, ma noi vogliamo pubblicamente ringraziare il misterioso benefattore. Troviamolo, perché la solidarietà va riconosciuta e… conosciuta». Una pennellata di auspicata gratitudine.

È l’appello lanciato via Facebook della cooperativa «Cambi d’arte» di San Pietro in Casale, in provincia di Bologna, per mettersi sulle tracce dell’eroe mascherato che ha saldato il conto – furtivamente e frettolosamente – di un pranzo di 20 ragazzi disabili incrociati casualmente in un ristorante nel Parco del Delta del Po. «Ci siano alzati, siamo andati alla cassa e ci hanno detto che tutto era saldato» – spiegano i responsabili del gruppo – «Non ci siamo accorti di nulla, ci è stato solo detto che uomo era arrivato, ci aveva guardato durante il pasto e aveva chiesto di poter pagare il conto. Senza dire nulla, senza lasciare il proprio nome, senza dire il perché». Un sassolino nel mare dell’indifferenza; un fatto straordinario, un colpo di fortuna, un abbraccio metaforico per esprimere affetto e vicinanza.

Tutto vero. Ma anche tutto non così fuori dall’ordinario. Basta cliccare «Benefattore anonimo» su Google o sbirciare tra gli archivi della cronaca ed ecco apparire l’Italia che non ti aspetti. C’è il «senza nome» che ha donato cento mila euro per restaurare l’antico istituto San Luigi ad Albizzate (Va), c’è la famiglia di Varzo che lontano dai riflettori ha staccato l’assegno per il restauro degli affreschi di Fermo Stella da Caravaggio, c’è chi – a condizione che non fosse pubblicizzata la cosa – ha messo soldi per salvare il basket femminile a Sesto San Giovanni o chi, a Brugherio, mantenendo ignota l’identità si è preso in carico le spese di un funerale di un uomo la cui famiglia non aveva risorse.

Piccoli tasselli di un puzzle infinito, esempi come mille altri. Un racconto a bassa voce di Paese che sa essere solidale. Di uomini e donne capaci di cogliere la sofferenza, le difficoltà, ma che non si fermano a guardare. Vanno oltre. Con azioni reali, concrete, efficaci. In cambio di nulla. Uomini e donne che non sono sponsor di nessuno, che non cercano visibilità, che non ostentano. Uomini e donne che preferiscono la discrezione all’ostentazione, seminatori di piccole gioie il cui raccolto sta nell’azione stessa. Benefattori anonimi. Per scelta, per timidezza, per eleganza, per timore, per senso di colpa o per i motivi psicologici più variegati.

E che forse diventa anche inutile tentare di andare a ricercare. Persone che nel dono ritrovano qualcosa di loro. Persone che sentono il bisogno, la necessità, di andare incontro all’altro senza per forza essere «qualcuno» per l’altro. Persone che – a volte programmando, a volte seguendo l’istinto – sentono l’urgenza di restituire alla comunità qualcosa di sé. Per sentirsi meglio e per far sentire meglio. Ed è un silenzio rumoroso. Festoso. Contagioso. Un silenzio che incide. Che lascia un segno. Un silenzio che cancella retorica e buonismo, che ci fa fare un po’ pace con il mondo. E, forse, ci fa sentire un po’ meno anonimi.

Articolo di Federico Taddia
tratto da La Stampa del 15 aprile 2018
licenza CC BY NC ND (alcuni diritti riservati)

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Torna dall’8 al 15 aprile la settimana faentina sull’educazione

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Dopo il successo della prima edizione, svoltasi a Faenza nella primavera 2016, torna dall’8 al 15 aprile il Festival Comunità Educante“Per educare un fanciullo serve un intero villaggio”, recita un proverbio africano che racchiude lo spirito del Festival.

Gli organizzatori tengono a presentare i numeri della prima edizione che hanno fatto dell’iniziativa il più grande Festival sul tema dell’Educazione a livello nazionale: quasi 230 laboratori con le classi di ogni ordine e grado del territorio e oltre 130 eventi pubblici proposti alla cittadinanza durante la settimana, che hanno visto -complessivamente- la partecipazione di 9.000 persone.

Tutto questo attraverso molteplici linguaggi espressivi: workshop e laboratori per gli alunni delle scuole; attività di formazione rivolte a insegnanti, educatori e famiglie; spettacoli di musica, teatro e cinema sui temi trattati; mostre sui temi dell’educazione, nelle diverse articolazioni possibili; eventi ludici e creativi di piazza per tutti i bambini e le loro famiglie, affiancati da installazioni urbane creative e momenti di giocoleria, magia, giochi cooperativi e interculturali.

Una trentina gli enti, associazioni e organizzazioni che si occupano in diverso modo del tema dell’educazione sul territorio coinvolte nell’ideazione e progettazione della prima edizione attraverso un percorso partecipativo iniziato quasi un anno prima dell’evento.

Tutto questo con l’intento dichiarato di “portare l’intera comunità a riflettere e a mettersi in gioco sul tema dell’educazione, arricchire le competenze di tutti i soggetti coinvolti, mettere in rete le realtà esistenti e cercare nuove sinergie, proponendo l’idea di una città come comunità educante e inclusiva.”

La seconda edizione si annuncia, se possibile, ancora più ricca e partecipata! Risulta infatti quasi raddoppiato il numero degli Enti promotori, che ora sfiora quota 60.

Oltre ad importanti partner fra Enti e Reti educative nazionali quali Erasmus+, la Federazione dei Centri CEMEA, la Rete delle Città in Gioco GIONA, l’Associazione dei Comuni Virtuosi, e molte altre ancora. E a numerosi media partner fra i quali anche TV2000.

Si amplia il territorio al quale il Festival si rivolge, godendo ora del Patrocinio non soltanto del Comune di Faenza (che insieme alla Regione Emilia Romagna avevano sostenuto convintamente la prima edizione) ma dell’intera Unione dei Comuni della Romagna faentina.

Ed è ulteriormente arricchito il parterre degli ospiti di livello nazionale e internazionale che verranno a portare un proprio contributo al Festival! Solo per ricordarne qualcuno: lo scrittore e conduttore televisivo Carlo Lucarelli, il ventriloquo Dante Cigarini, il mago Walter Klinkon, l’ecologista vincitore del “Goldman Prize” Rossano Ercolini, attori e musicisti quali Roberto Kirtan Romagnoli e Michele La Paglia, autori come Cecilia Fabbri e Stefano Bordiglioni; ospiti internazionali come, Stephan Riegger dell’Università di Berlino e Stanislav Chernyshov, direttore della Scuola di Lingue Extra Class di San Pietroburgo e molti altri ancora.

Per scoprire il programma dell’evento visita il sito www.festivalcomunitaeducante.it

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La fiducia nell’informazione in calo. Partecipa al sondaggio!

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Che impatto avranno nella tua giornata le notizie che leggerai oggi? Secondo un sondaggio del 2017 condotto dal Reuters Institute di Oxford, il 48% degli intervistati ha dichiarato di non seguire più le notizie perché hanno un impatto negativo sul loro umore, il 37% sostiene di non fidarsi più delle notizie, mentre il 28% sente di non poter fare nulla a proposito dei problemi di cui parlano le notizie…

Questo scenario è una delle conseguenze del modo di fare informazione oggi e che hanno danneggiato l’industria dell’informazione. Un’altra grave conseguenza è la perdita di credibilità verso la professione giornalistica, come abbiamo visto nel 37% delle risposte del campione dell’indagine Reuters, e confermata da un altro sondaggio che viene condotto ogni anno dall’Università di Aarhus in Danimarca sulla la fiducia del pubblico nelle diverse professioni: quella del giornalista è in fondo alla scala insieme ai tassisti, gli agenti immobiliari, i venditori di auto e i politici (fonte Constructive Institute).

E non è un problema solo nord-europeo. Anche negli Stai Uniti abbiamo lo stesso problema: secondo un sondaggio Gallup del 2015 sulla fiducia nelle istituzioni, gli Americani non sentono di poter confidare nel sistema dei media…

E tu cosa ne pensi? In collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria stiamo conducendo un sondaggio simile per determinare il livello di fiducia nelle professioni, nelle istituzioni e nell’informazione in Italia. Se vuoi dire la tua puoi rispondere in modo totalmente anonimo a queste poche semplici domande a risposta multipla entro domani, 10 aprile. Ti basteranno meno di due minuti! I risultati saranno presto pubblicati sul nostro sito.

 

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Milano: l’area di Expo2015 diventerà Mind: innovazione, università, imprese

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Il futuro di Milano ha un nome suggestivo: Mind. La mente, il cervello pulsante della nuova metropoli di scienza e conoscenza. O, traducendo l’acronimo, Milano Innovation District. È il nome deciso per la grande area ex Expo, il Parco della Scienza che ospiterà Human Technopole, il campus scientifico dell’Università Statale, un grande centro ospedaliero come il Galeazzi e gli uffici e i laboratori di una lunga serie di imprese private attive nei settori della ricerca scientifica, medica e farmaceutica, delle life sciences di cui proprio Milano è avanguardia europea…

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Martin Luther King, cinquant’anni dopo il sogno è ancora vivo

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Il 4 aprile 1968 fu ucciso a Memphis il Reverendo Martin Luther King. Da allora il suo messaggio è diventato un simbolo della lotta per i diritti civili Il 4 aprile 1968 a Memphis, Tennessee, fu assassinato uno degli uomini-simbolo del ‘900: Martin Luther King. Leader del Movimento per i diritti civiliPremio Nobel per la Pace (1964) e icona della lotta non violenta, sapeva che la sua morte non avrebbe fermato la battaglia per l’uguaglianza dei diritti tra bianchi e neri…

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Obsolescenza? No grazie. Manuale di sopravvivenza per consumatori

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“Uno spettro si aggira per il mondo”, potremmo dire parafrasando Karl Marx. In questo caso, però, lo spettro in questione non è affatto il comunismo, ma l’obsolescenza: termine tutt’altro che giovane, ma che in effetti ha iniziato a circolare e a moltiplicarsi in rete da poco. In economia industriale se ne parla per indicare una strategia messa a punto per determinare il ciclo vitale di un prodotto, così da renderne la cosiddetta ‘vita utile’ limitata a un periodo prestabilito. Che puntualmente dura sempre meno.

Detto in pillole (e spostando il focus sul consumatore), il mercato tende a sfornare prodotti che durano sempre meno, in modo da spingere il consumatore ad acquistarne costantemente di nuovi. Non si tratta di complottismo (questa è la brutta notizia), ma di una realtà documentata. Obsolescenza, o meglio: obsolescenza programmata se vogliamo essere precisi.

Questo tipo di strategia ha anche una data di nascita e una di battesimo. Nel 1924, la lobby dei principali produttori di lampadine – accorpati sotto l’insegna del cartello Phoebus – si riunì per limitare di comune accordo la durata delle lampadine a incandescenza a 1000 ore di esercizio (ai tempi, la durata era decisamente maggiore). Otto anni dopo, il termine obsolescenza pianificata venne utilizzato pubblicamente per la prima volta, quando Bernard London – mediatore immobiliare – propose che questa strategia venisse imposta per legge a tutte le imprese americane, in modo da risollevare i consumi nell’era della Grande Depressione. A 80 anni di distanza, la situazione non è cambiata, anzi: l’obsolescenza resiste e si è diffusa a macchia d’olio, trasformandosi in un vero e proprio modus operandi, complice la globalizzazione.

Eppure una buona notizia c’è: l’obsolescenza programmata esiste – non si può dire di no – ma è anche vero che se la conosci, la eviti. E il consumatore attuale, sempre più informato e consapevole (quel consumatore, tanto per intenderci, che quando acquista un prodotto legge l’etichetta più che farsi influenzare dalla pubblicità), ha tutti gli strumenti per poter mettere a punto una sua controstrategia. Scegliendo oculatamente il proprio acquisto, per esempio: evitando di seguire acriticamente il canto delle sirene della pubblicità e basandosi su altri canoni, come la possibilità di conoscere la durata effettiva dell’acquisto e la reperibilità dei ricambi.

Il discorso vale per molte tipologie di prodotti molto diversi tra loro, come gli elettrodomestici o le automobili. Molte aziende vendono ricambi, anche online, di elettrodomestici sia piccoli che grandi: in questo modo, è possibile non cedere all’acquisto di un prodotto nuovo ma riparare e riutilizzare l’elettrodomestico che già si ha. I ricambi, quindi, stanno pian pian rivoluzionando il mercato degli elettrodomestici e stimolando le aziende ad essere sempre più propense a fornire pratiche e veloci soluzioni. Ma la vera rivoluzione è la possibilità di acquistare i ricambi online!

Prima era necessario recarsi presso un negozio specializzato o addirittura presso il centro di assistenza più vicino per quel determinato marchio. Nel caso delle automobili era possibile recarsi dal proprio concessionario, dove sono disponibili solo i ricambi originali, o da uno sfasciacarrozze. E non è detto che fossero sempre disponibili dietro l’angolo. Oggi sono numerose le aziende che vendono online ricambi originali per elettrodomestici e addirittura anche ricambi per automobili, come TuttoAutoRicambi.it.

Insomma, il punto è proprio questo: i ricambi, la possibilità di reperirli e di riparare un prodotto, anziché scadere nella sindrome ossessivo-compulsiva che porta ad acquistare continuamente qualcosa di nuovo, riempendo le discariche e gli sfasciacarrozze di rottami (leggi “inquinamento”, anche se in questa direzione si è fatto molto). E, come si suol dire, “chi più spende meno spende”, ovvero: anche le vostre tasche vi ringrazieranno.

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Conosci il potere emotivo che i mass-media hanno sul tuo umore?

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Sapevi che i mass-media sono al primo posto tra le cause di ansia e stress? Come ti senti dopo aver sfogliato un quotidiano o aver visto un tg? Quale impatto avranno sulla tua giornata le notizie che leggerai oggi? Dopo la tappa di Roma di lunedì scorso, prosegue il ciclo di eventi in cui l’Associazione Buone Notizie presenterà questo sconcertante scenario e nuove soluzioni per contrastarle. Durante il prossimo incontro, a Milano, giovedì 29 marzo, intitolato “Dalle buone notizie al Giornalismo Costruttivo”, Silvio Malvolti, ideatore di BuoneNotizie.it e presidente dell’omonima associazione, presenterà i dati sulla fiducia nella professione giornalistica e nelle notizie in generale, commentando l’impatto emotivo che hanno i mass-media sul nostro umore, con l’ausilio di studi e ricerche che mostrano le cause e le soluzioni alla diminuzione del consumo di news.

Il mondo dell’informazione è malato da tempo, perché

ha confuso il suo ruolo di strumento al servizio delle persone con l’inseguimento dell’audience

fino a distorcere gravemente il quadro della realtà in cui viviamo.

La buona notizia è che, finalmente, alcuni importanti editori all’estero se ne sono accorti e hanno capito come invertire questa situazione, agendo sui contenuti e sui giornalisti che li producono:

  • Perché i mass-media sono diventati la prima causa di ansia e stress costando al nostro sistema sanitario nazionale fino a 200 euro a testa?
  • Perché gli editori in Italia sono resistenti a innovare i loro modelli di business e come pensano di sopravvivere ancora se non faranno qualcosa?
  • Come hanno fatto il New York Times e la BBC a recuperare l’audience persa in 20 anni di cattiva informazione?
  • La professione di giornalista ha ancora la stessa credibilità di un tempo nella nostra società?

Verranno esaminate le cause, tramite un’analisi dettagliata supportata da dati, esempi e brevi video, e le soluzioni che potremo attuare fin da subito in Italia, cioè senza dover aspettare i prossimi 5 anni quando questi nuovi approcci avranno già consolidato il proprio successo all’estero, e il nostro Paese sarà costretto ancora una volta a copiare gli altri o a inseguire quando è ormai troppo tardi.

Verranno presentati inoltre:

  • i programmi formativi e gli strumenti che ogni giornalista o aspirante giornalista dovrebbe avere nella propria cassetta degli attrezzi per innovare la propria professione e acquisire le competenze dei colleghi oltralpe
  • gli eventi e le iniziative nazionali e internazionali che l’Associazione Buone Notizie intende organizzare per risvegliare l’attenzione del pubblico sul potere emotivo dei mass-media e divulgare l’approccio del giornalismo costruttivo
  • le modalità di adesione al progetto per diventare protagonista di questo importante cambiamento

L’evento si svolgerà giovedì 29 marzo alle 18:30, presso la Sala degli Arazzi del Museo d’Arte e Scienza di via Quintino Sella 4, nei pressi del Castello Sforzesco di Milano. Per accreditarti all’evento invia subito una e-mail a bn@buonenotizie.it.

Se nel frattempo vuoi approfondire questi temi, leggi questi editoriali.

L’evento è patrocinato da Tesori d’Italia.

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Dal carcere di Rebibbia al pub: al quartiere Appio apre “Vale la pena” e i detenuti servono la birra anti spreco

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Dalla prigione al pub. In un sorso. È la sfida di “Vale la pena” locale che aprirà ad aprile nel quartiere Appio, in via Eurialo 22, coinvolgendo un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia in esecuzione penale esterna. Sarà un Pub&Shop in cui si potranno degustare i prodotti del birrificio nato grazie al progetto di inclusione sociale ideato e gestito da “Semi di Libertà Onlus” e in cui persone in regime detentivo vengono formate e inserite nella filiera della birra artigianale. Ma non solo: lo spazio sarà anche un negozio di economia carceraria dove sarà possibile comprare altre specialità “made in Rebibbia”, come i formaggi realizzati nella sezione femminile o il Caffè galeotto della torrefazione del penale.

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Dalle “buone notizie” al giornalismo costruttivo: BuoneNotizie.it riparte da qui

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Partirà da Roma, lunedì 26 marzo, il ciclo di eventi con cui l’Associazione Buone Notizie presenterà il suo nuovo programma per il 2018. Durante l’evento verrà analizzato lo scenario sulla fiducia nella professione giornalistica e nelle notizie in generale, supportato da dati che mostrano le cause e le soluzioni alla diminuzione del consumo di news.

Il mondo dell’informazione è malato da tempo, perché ha confuso il suo ruolo di strumento democratico, al servizio delle persone, con l’inseguimento dell’audience, fino a distorcere gravemente i messaggi e le notizie che arrivano fino a noi.

La buona notizia è che, finalmente, importanti editori all’estero se ne sono accorti e hanno capito come uscire da questa situazione, agendo sui contenuti e sui giornalisti che li producono.

  • Come hanno fatto il New York Times e la BBC a recuperare l’audience persa in 20 anni di cattiva informazione?
  • Perché i mass-media sono diventati la prima causa di ansia e stress costando al nostro sistema sanitario nazionale fino a 200 euro a testa?
  • Perché gli editori italiani sono resistenti a innovare i loro modelli di business e come pensano di sopravvivere ancora se non faranno qualcosa?
  • La professione di giornalista ha ancora la stessa credibilità di un tempo nella nostra società?

Silvio Malvolti, fondatore di BuoneNotizie.it e presidente dell’omonima associazione, racconterà in maniera dettagliata questo scenario attraverso dati sorprendenti e video e le soluzioni che potremo attuare oggi in Italia, senza aspettare i prossimi 5 anni, ovvero quando questi nuovi approcci avranno già avuto successo all’estero, e l’Italia sarà costretta a copiare o a inseguire gli altri.

Verranno presentati inoltre:

  • gli strumenti e i programmi formativi dedicati ai giornalisti e agli aspiranti giornalisti per innovare la loro professione
  • gli eventi e le iniziative nazionali e internazionali che l’Associazione Buone Notizie intende organizzare per divulgare l’approccio del giornalismo costruttivo
  • le modalità di adesione al progetto per diventare protagonista di questo importante cambiamento

Per ricevere informazioni ed essere accreditati all’evento invia subito una e-mail a bn@buonenotizie.it.

Se vuoi approfondire questo argomento, leggi questi editoriali.

L’evento è patrocinato da Tesori d’Italia.

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21 marzo 1960: dal massacro di Sharpeville alla Giornata Mondiale contro le Discriminazioni Razziali

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Sharpeville, Sudafrica, 21 marzo 1960: 300 poliziotti bianchi aprono il fuoco contro una folla di manifestanti contro l’apartheid uccidendone 69. Un massacro perpetrato per difendere l’inumano Urban Areas Act, legge imponeva ai sudafricani neri di ottenere uno speciale permesso, da esibire all’occorrenza, per entrare nelle aree riservate ai bianchi. Un pezzo terrificante di storia umana, difficile da dimenticare, che ha generato nelle istituzioni internazionali una presa di posizione univoca e collettiva. Il 1966, infatti, 6 anni dopo il massacro di Sharpeville, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituì la Giornata Mondiale contro le Discriminazioni Razziali, occasione in cui, ogni anno, siamo chiamati a fare il punto sull’emarginazione e sul razzismo.

Un appuntamento che oggi, con la crescita esponenziale di forze politiche che fanno proprio della xenofobia uno degli elementi principali della loro dialettica, diventa non solo importante ma indispensabile.

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Perché la Danimarca domina la classifica del World Happiness Report anno dopo anno

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Il  World Happiness Report 2018 ancora una volta classifica la Danimarca tra le prime tre più felici di 155 paesi intervistati – una distinzione che il paese ha guadagnato per sette anni consecutivi.

L’Italia si è classificata al 47° posto.

Il posto della Danimarca tra i paesi più felici del mondo è coerente con molte altre indagini nazionali sulla felicità (o, come gli psicologi chiamano, “benessere soggettivo”).

Agli scienziati piace studiare e discutere su come misurare le cose. Ma quando si tratta di felicità, sembra che sia emerso un consenso generale. A seconda della portata e dello scopo della ricerca, la felicità viene spesso misurata utilizzando indicatori oggettivi (dati su crimine, reddito, impegno civico e salute) e metodi soggettivi, come chiedere alle persone con quale frequenza provano emozioni positive e negative.

Perché i danesi potrebbero valutare le loro vite in modo più positivo?

Sì, i danesi hanno un governo stabile, bassi livelli di corruzione pubblica e accesso a un’istruzione e assistenza sanitaria di alta qualità. Il paese ha le tasse più alte del mondo, ma la grande maggioranza dei danesi paga felicemente: ritengono che tasse più elevate possano creare una società migliore.

Forse, cosa più importante, tuttavia, valutano un costrutto culturale chiamato “hygge” (pronunciato hʊɡə).

Il dizionario di Oxford ha aggiunto la parola nel giugno 2017 e si riferisce alle interazioni sociali di alta qualità. Hygge può essere usato come sostantivo, aggettivo o verbo (per ignorare se stessi), e gli eventi e i luoghi possono anche essere hyggelige (hygge-like).

Hygge viene talvolta tradotto come “accogliente”, ma una definizione migliore di hygge è “intimità intenzionale”, che può accadere quando si hanno esperienze condivise sicure, equilibrate e armoniose. Una tazza di caffè con un amico di fronte al caminetto potrebbe qualificarsi, così come un picnic estivo nel parco.

Una famiglia potrebbe avere una serata hygge che comporta giochi da tavolo e dolcetti, o gli amici potrebbero riunirsi per una cena informale con luci soffuse, buon cibo e divertimento easygoing. Gli spazi possono anche essere descritti come hyggelige (“La tua nuova casa è così hyggeligt”) e un modo comune di dire ad un host grazie dopo una cena è di dire che era hyggeligt (cioè, ci siamo divertiti). La maggior parte degli eventi sociali danesi dovrebbe essere hyggelige, quindi sarebbe una dura critica dire che una festa o una cena non era hyggelige.

La ricerca su hygge ha scoperto che in Danimarca è parte integrante del senso di benessere delle persone. Agisce come un tampone contro lo stress creando allo stesso tempo uno spazio per costruire il cameratismo. In un paese altamente individualizzato come la Danimarca, hygge può promuovere l’egualitarismo e rafforzare la fiducia.

Sarebbe giusto dire che hygge è pienamente integrato nella cultura e cultura culturale danese. Ma è anche diventato un po ‘un fenomeno globale: Amazon ora vende più di 900 libri su hygge e Instagram ha oltre 3 milioni di post con l’hashtag #hygge. I dati sulle tendenze di Google mostrano un grande salto nelle ricerche di hygge a partire da ottobre 2016.

La Danimarca non è l’unico paese che ha una parola per un concetto simile a hygge – i norvegesi hanno koselig, gli svedesi mysig, i gezelligheid olandesi e i gemütlichkeit tedeschi.

Negli Stati Uniti, che ha anche un alto valore sull’individualismo, non esiste un vero equivalente culturale di hygge. Il reddito è generalmente associato alla felicità; tuttavia, nonostante il PIL del paese sia in aumento e il tasso di disoccupazione sia in calo, i livelli di felicità negli Stati Uniti sono diminuiti costantemente.

Cosa sta succedendo?

La buona notizia è che la chiave della felicità non è connessa alle cose materiali.

La disuguaglianza dei redditi continua ad essere un problema. Ma c’è stata anche una marcata diminuzione della fiducia interpersonale e della fiducia verso istituzioni come il governo così come i media. Alla fine, più reddito disponibile non è una candela per avere qualcuno su cui contare in un momento di bisogno (qualcosa che il 95% dei danesi crede di avere).

Al suo centro, hygge si occupa di costruire l’intimità e la fiducia con gli altri. Gli americani potrebbero probabilmente usarne un po ‘di più nelle loro vite.

Articolo comparso originariamente su TheConversation.com e tradotto automaticamente 

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Un network di competenze la soluzione vincente per le PMI che vogliono comunicare efficacemente

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Comunicare è oggi l’unico modo per essere visibili in un mondo affollato, anche quello digitale. Farlo in maniera efficace è ancora più importante per riuscire a distinguersi dal rumore di fondo. E in un sovraffollamento di informazioni e di notizie, anche le aziende devono reinventarsi abbandonando vecchi retaggi che appartengono ormai al passato.

In un mondo così competitivo non si può più pensare di scrivere il solito comunicato stampa autocelebrativo e pensare che interessi al pubblico, soprattutto in un’epoca dove gli algoritmi, come quello di Facebook, cambiano regole dall’oggi al domani in base a proprie strategie.

Creare valore per le imprese accompagnandole nelle sfide del digitale e, insieme, condividere il percorso verso una migliore competitività è l’obiettivo che si è posto il Freelance Network Italia, che ha scelto la prima edizione di Milano Digital Week per presentarsi al sistema delle imprese per offrire un approfondito quadro delle competenze che lo qualificano come innovativa “smart company”. Smart perché è veloce, snella, agile: una “company non-company” in cui i processi decisionali non seguono lunghi e snervanti iter autorizzativi per correggere la direzione presa, nel caso in cui si consideri esista un’alternativa più efficace. Smart perché la rete di chi ne fa parte comunica in tempo reale e include in questo flusso anche l’azienda, in modo che il dialogo sia costante e finalizzato a raggiungere gli obiettivi individuati e condivisi.

Oggi servono competenze diverse e specializzate. Gli oltre ottanta professionisti del digitale selezionati per far parte di Freelance Network Italia presidiano le seguenti aree: ufficio stampa e digital pr, blogging e Seo copywriting, brand journalism e tutte le forme per raccontare l’azienda, dalla grafica per il web, al photoeditor, al brand storyteller.

Freelance Network Italia parla i nuovi linguaggi della comunicazione visuale avvalendosi di professionalità come il mobile content creator, crede nel nuovo e originale utilizzo delle potenzialità dei podcast per le aziende, si muove con padronanza nell’area del business design e del marketing strategico.

La rete si rivolge alle Piccole e Medie Aziende per creare valore, e si avvale anche di figure come dottori commercialisti e avvocati per presidiare in modo ancora più puntuale ambiti che difficilmente un’agenzia di comunicazione riesce ad occupare.

Competenze diverse per risultati diversi. Il network di competenze è un’ottima soluzione anche per i membri che lo compongono, professionisti che insieme possono integrare diverse conoscenze per offrire alle aziende un valore aggiunto che altrimenti sarebbe difficile da reperire sul mercato, se non a prezzi di grandi agenzie chiavi in mano.

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