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Roman, il bimbo di 6 anni che ha salvato oltre mille cani dall'eutanasia

Ha solo sei anni, ma ha salvato oltre mille cani da una morte certa. Ecco la storia di Roman McConn e dei suoi tanti amici a quattro zampe che adesso hanno una casa.

 Roman insieme alla mamma Jennifer ha creato il Project Freedom Ride, un ente di beneficenza che salva i cani dall'eutanasia e cerca loro una casa. L’idea è venuta dopo l’adozione del loro cane.

“Nel luglio del 2015 abbiamo adottato Moon da un rifugio del Texas, dove praticano la soppressione dei cani, ho preso a cuore la causa e ho cominciato a collaborare con altri volontari presso il rifugio locale”, spiega la donna. 

Dopo l’arrivo di Moon, sebbene piccolissimo Ronan decide di regalare i soldi ricevuti per il compleanno al rifugio. I genitori erano increduli, ma quel gesto ha cambiato la vita a tanti cani.

“Come genitori, ci sentivamo un po’ sciocchi perché non stavamo facendo niente per salvare i cani, nostro figlio, invece,ci stava insegnando qualcosa di unico”, continua.

Da qui nasce la voglia di mettersi in gioco, di salvare animali: la famiglia si trasferisce a Washington, ma continua ad aiutare i cani del Texas, uno fra gli stati che applica l'eutanasia ai cani che non vengono adottati in tempi brevi.

Roman assieme alla mamma realizza dei video per far conoscere le storie dei cani ospitati nel rifugio e riuscire così a metterli in contatto con potenziali famiglie per l’accoglienza. Il bambino presenta gli animali fisicamente e spiega perché dovrebbero essere adottati.

"Mi fa sentire felice salvare tutti questi cani, ma sono sicuro che anche loro lo siano", dice il piccolo Roman.

Project Freedom Ride è oggi partner di numerosi rifugi di soccorso in Texas che salvano cani randagi, abbandonati o destinati a essere soppressi e li aiuta a trovare nuove famiglie o a spostarsi nell’area del Pacifico, dove grazie a Roman e la sua famiglia possono vivere in sicurezza e tranquillità.

Ad oggi, in soli due anni dalla fondazione, sono stati salvati ben 1050 cani. Bravissimi!

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Dominella Trunfio

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Stop alle domeniche gratis nei musei, dopo l'estate si cambia registro

Published in: Arte e Cultura

Domenica 5 agosto, oltre 480 tra musei,siti archeologici e monumenti in tutta Italia saranno gratis per una giornata dedicata alla scoperta del patrimonio culturale nazionale, ma potrebbe essere una delle ultime volte.

Secondo il ministro Bonisoli:

“L'iniziativa andava bene come lancio pubblicitario, ma proseguire significa andare in una direzione che non piace a nessuno, perché le domeniche gratuite non tengono conto né della stagionalità, né dell'afflusso nelle diverse aree geografiche”.

 E’ il decreto 27 giugno 2014, n. 94, in vigore dal 1° luglio 2014 a stabilire che ogni prima domenica del mese non si paga il biglietto per visitare monumenti, musei, gallerie, scavi archeologici, parchi e giardini monumentali dello Stato.

Adesso il ministro precisa: "Se vogliono aprire i musei gratis una domenica non c'è niente di male ma se diventa obbligatorio farla, allora non va bene". Quindi si perde l’obbligatorietà, ma si lascia la discrezione ai direttori dei singoli musei di decidere in libertà.

Ma secondo Bonisoli, sarebbero stati proprio i direttori a chiederne il superamento. “Magari le gratuità aumenteranno, però in modo intelligente”.

Una decisione che come dicevamo ha portato con sé numerose polemiche. In primis quella dell’ex ministro Franceschini che nel 2014 aveva lanciato l’iniziativa.

"Bonisoli ci ripensi. Le cose giuste e che funzionano non hanno colore. Non faccia pagare un desiderio di discontinuità politica alla cultura e agli italiani", è l'appello dell’ex ministro.

Ed effettivamente i numeri parlano chiaro: circa 13,5 milioni di persone hanno usufruito dell'ingresso gratuito nei musei statali una domenica al mese, fino al luglio di quest'anno. La media è stata di 350 mila visitatori ogni domenica. Gli incassi nella passata gestione del dicastero sono comunque aumentati del 50%, a dimostrazione che gli ingressi gratuiti non hanno inciso negativamente sulle entrate.

Ma Bonisoli per adesso non fa marcia indietro ma chiosa: “Resta l'impegno del ministero per favorire l'accesso più ampio possibile ai musei, indipendentemente dalle condizioni economiche dei visitatori”.

Voi cosa ne pensate?

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Mic, la carta che dà accesso gratuito ai musei civici di Roma per 1 anno

 

Dominella Trunfio

Earth Overshoot Day: esaurite oggi le risorse del Pianeta per il 2018, cosa puoi fare tu

Oggi 1 agosto è l’Earth Overshoot Day ovvero il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in un anno, la data in cui iniziamo ad accumulare un debito ecologico non semplicissimo da ripagare.

Overshoot Day, il giorno del sorpasso e ogni anno va sempre peggio. Nell'arco di circa 40 anni siamo passati dal 29 dicembre al primo agosto: nel 2000 l'Overshoot Day era arrivato a fine settembre, nel 2016 l'8 agosto e lo scorso anno il 2. Le stime indicano che quest’anno, per soddisfare il fabbisogno attuale di risorse naturali, stiamo sfruttando l’equivalente di 1,7 pianeti Terra.

Come si calcola?

L’Earth Overshoot Day è calcolato dal Global Footprint Network, Istituto internazionale di ricerca. In pratica per capire quanto sfruttiamo le risorse del Pianeta si calcola l’impronta ecologica ecological footprint, definita come l’area necessaria per fornire a ciascuno ciò di cui ha bisogno: il cibo, incluse le risorse ittiche, il legname e il cotone per il vestiario, lo spazio per la costruzione di strade e case, l’area forestale necessaria ad assorbire le emissioni di anidride carbonica.

La sintesi è che l’umanità utilizza risorse naturali più velocemente di quanto gli ecosistemi della Terra siano in grado di rigenerare: il 1 agosto 2018 secondo gli esperti del Global Footprint Network avremo consumato le risorse naturali che il nostro Pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Dal 2 agosto, staremo simbolicamente erodendo il capitale (naturale) del pianeta.

"In pratica è come se stessimo usando 1,7 Terre. Secondo i calcoli del Global Footprint Network il nostro mondo è andato in overshoot nel 1970 e da allora il giorno del sovrasfruttamento è caduto sempre più presto”, sottolinea Gianfranco Bologna, direttore Scientifico WWF Italia.

Perdita di biodiversità

Il deterioramento dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità presenti sulla Terra, quindi, continua a crescere. La valutazione del costo complessivo di questo degrado, causato dalla perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici, viene valutato in più del 10% del prodotto lordo mondiale. Al 2014 più di 1.5 miliardi di ettari di ambienti naturali sono stati convertiti in aree coltivate.

“Oggi meno del 25% della superficie complessiva delle terre emerse del nostro pianeta sono in una situazione naturale. Secondo gli esperti si stima che, al 2050, questa quota potrebbe scendere al 10%, se non si agisce significativamente per invertire la tendenza attuale", chiosa Bologna.

Ecosistemi marini

Nemmeno gli ecosistemi marini sono esenti dall’impatto dell’azione umana. Lo studio The Location and Protection Status of Earth’s Diminishing Marine Wilderness di Jones Kendall ed altri apparso sulla rivista scientifica “Current Biology” ha cercato di individuare lo stato della naturale integrità degli ecosistemi marini, tenendo conto dell’analisi, anche sinergica, di 15 fattori di pressione dovuti all’intervento umano. Ne risulta che, allo stato attuale, è possibile indicare che solo il 13.2% (che copre circa 55 milioni di kmq) di tutti gli oceani del mondo hanno una situazione di wilderness marina, e queste aree sono situate soprattutto nei mari aperti dell’emisfero meridionale e alle estreme latitudini.

Problema siccità

Nei prossimi trent’anni si stima che almeno 4 miliardi di persone vivranno in zone aride e i problemi del continuo degrado del suolo, con la perdita di biodiversità e gli effetti dei cambiamenti climatici, forzeranno a migrare una cifra molto varia, che potrebbe raggiungere fino ai 700 milioni di esseri umani. Le prospettive per le attività agricole sono preoccupanti: la combinazione del degrado del suolo e del cambiamento climatico potrebbe condurre entro il 2050 da una media del 10% fino al 50%, in alcune regioni, di riduzione della produzione agricola. Tutto ciò, spiega WWF, amplificato dalla crescita demografica: l’Africa ha oggi una popolazione umana che si aggira su 1.25 miliardi di abitanti e nel 2050 sarà raddoppiata, secondo la variante media di crescita prevista dall’ONU, raggiungendo quindi quasi 2.5 miliardi.

Cosa puoi fare tu

Ognuno di noi può contribuire a salvare il Pianeta attraverso delle scelte consapevoli. Il Global Footprint Network individua quattro campi d’azione raccolti nel #MoveThe Date.

Alimentazione

Si parte con l’alimentazione e la scelta di boicottare allevamenti intensivi che
oltre a produrre inquinamento, consumamo enormi quantità di acqua e suolo: se riducessimo alla metà il consumo di carne, l’Earth Overshoot Day potrebbe spostarsi avanti di cinque giorni, e di altri 11 se dimezzassimo gli sprechi alimentari.

Smart cities

C’è la necessità di smart cities con edifici compatti ed efficienti dal punto di vista energetico, un punto inserito nell’Agenda 2030 Per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Popolazione

Oggi siamo oltre 7 miliardi e mezzo e nel 2050, secondo le Nazioni Unite, saremmo ben oltre i 9 miliardi”. È inevitabile che una popolazione così grande richieda enormi risorse naturali, per cui il controllo della crescita demografica è un punto che non può essere evitato.

Consumo energetico

La carbon footprint, usata per stimare le emissioni di gas serra delle nostre attività, rappresenta il 60 per cento dell’impronta ecologica, e tagliare le emissioni potrebbe permetterci di ritardare l’Earth Overshoot Day di oltre tre mesi.

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Dominella Trunfio

 

Earth Overshoot Day: esaurite oggi le risorse del Pianeta per il 2018, cosa puoi fare tu

Published in: Ambiente

Overshoot Day, il giorno del sorpasso e ogni anno va sempre peggio. Nell'arco di circa 40 anni siamo passati dal 29 dicembre al primo agosto: nel 2000 l'Overshoot Day era arrivato a fine settembre, nel 2016 l'8 agosto e lo scorso anno il 2. Le stime indicano che quest’anno, per soddisfare il fabbisogno attuale di risorse naturali, stiamo sfruttando l’equivalente di 1,7 pianeti Terra.

Come si calcola?

L’Earth Overshoot Day è calcolato dal Global Footprint Network, Istituto internazionale di ricerca. In pratica per capire quanto sfruttiamo le risorse del Pianeta si calcola l’impronta ecologica ecological footprint, definita come l’area necessaria per fornire a ciascuno ciò di cui ha bisogno: il cibo, incluse le risorse ittiche, il legname e il cotone per il vestiario, lo spazio per la costruzione di strade e case, l’area forestale necessaria ad assorbire le emissioni di anidride carbonica.

La sintesi è che l’umanità utilizza risorse naturali più velocemente di quanto gli ecosistemi della Terra siano in grado di rigenerare: il 1 agosto 2018 secondo gli esperti del Global Footprint Network avremo consumato le risorse naturali che il nostro Pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Dal 2 agosto, staremo simbolicamente erodendo il capitale (naturale) del pianeta.

"In pratica è come se stessimo usando 1,7 Terre. Secondo i calcoli del Global Footprint Network il nostro mondo è andato in overshoot nel 1970 e da allora il giorno del sovrasfruttamento è caduto sempre più presto”, sottolinea Gianfranco Bologna, direttore Scientifico WWF Italia.

Perdita di biodiversità

Il deterioramento dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità presenti sulla Terra, quindi, continua a crescere. La valutazione del costo complessivo di questo degrado, causato dalla perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici, viene valutato in più del 10% del prodotto lordo mondiale. Al 2014 più di 1.5 miliardi di ettari di ambienti naturali sono stati convertiti in aree coltivate.

“Oggi meno del 25% della superficie complessiva delle terre emerse del nostro pianeta sono in una situazione naturale. Secondo gli esperti si stima che, al 2050, questa quota potrebbe scendere al 10%, se non si agisce significativamente per invertire la tendenza attuale", chiosa Bologna.

Ecosistemi marini

Nemmeno gli ecosistemi marini sono esenti dall’impatto dell’azione umana. Lo studio The Location and Protection Status of Earth’s Diminishing Marine Wilderness di Jones Kendall ed altri apparso sulla rivista scientifica “Current Biology” ha cercato di individuare lo stato della naturale integrità degli ecosistemi marini, tenendo conto dell’analisi, anche sinergica, di 15 fattori di pressione dovuti all’intervento umano. Ne risulta che, allo stato attuale, è possibile indicare che solo il 13.2% (che copre circa 55 milioni di kmq) di tutti gli oceani del mondo hanno una situazione di wilderness marina, e queste aree sono situate soprattutto nei mari aperti dell’emisfero meridionale e alle estreme latitudini.

Problema siccità

Nei prossimi trent’anni si stima che almeno 4 miliardi di persone vivranno in zone aride e i problemi del continuo degrado del suolo, con la perdita di biodiversità e gli effetti dei cambiamenti climatici, forzeranno a migrare una cifra molto varia, che potrebbe raggiungere fino ai 700 milioni di esseri umani. Le prospettive per le attività agricole sono preoccupanti: la combinazione del degrado del suolo e del cambiamento climatico potrebbe condurre entro il 2050 da una media del 10% fino al 50%, in alcune regioni, di riduzione della produzione agricola. Tutto ciò, spiega WWF, amplificato dalla crescita demografica: l’Africa ha oggi una popolazione umana che si aggira su 1.25 miliardi di abitanti e nel 2050 sarà raddoppiata, secondo la variante media di crescita prevista dall’ONU, raggiungendo quindi quasi 2.5 miliardi.

Cosa puoi fare tu

Ognuno di noi può contribuire a salvare il Pianeta attraverso delle scelte consapevoli. Il Global Footprint Network individua quattro campi d’azione raccolti nel #MoveThe Date.

Alimentazione

Si parte con l’alimentazione e la scelta di boicottare allevamenti intensivi che
oltre a produrre inquinamento, consumamo enormi quantità di acqua e suolo: se riducessimo alla metà il consumo di carne, l’Earth Overshoot Day potrebbe spostarsi avanti di cinque giorni, e di altri 11 se dimezzassimo gli sprechi alimentari.

Smart cities

C’è la necessità di smart cities con edifici compatti ed efficienti dal punto di vista energetico, un punto inserito nell’Agenda 2030 Per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Popolazione

Oggi siamo oltre 7 miliardi e mezzo e nel 2050, secondo le Nazioni Unite, saremmo ben oltre i 9 miliardi”. È inevitabile che una popolazione così grande richieda enormi risorse naturali, per cui il controllo della crescita demografica è un punto che non può essere evitato.

Consumo energetico

La carbon footprint, usata per stimare le emissioni di gas serra delle nostre attività, rappresenta il 60 per cento dell’impronta ecologica, e tagliare le emissioni potrebbe permetterci di ritardare l’Earth Overshoot Day di oltre tre mesi.

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Dominella Trunfio

 

Roman, il bimbo di 6 anni che ha salvato oltre mille cani dall'eutanasia

Published in: Buone pratiche & Case-History

 Roman insieme alla mamma Jennifer ha creato il Project Freedom Ride, un ente di beneficenza che salva i cani dall'eutanasia e cerca loro una casa. L’idea è venuta dopo l’adozione del loro cane.

“Nel luglio del 2015 abbiamo adottato Moon da un rifugio del Texas, dove praticano la soppressione dei cani, ho preso a cuore la causa e ho cominciato a collaborare con altri volontari presso il rifugio locale”, spiega la donna. 

Dopo l’arrivo di Moon, sebbene piccolissimo Ronan decide di regalare i soldi ricevuti per il compleanno al rifugio. I genitori erano increduli, ma quel gesto ha cambiato la vita a tanti cani.

“Come genitori, ci sentivamo un po’ sciocchi perché non stavamo facendo niente per salvare i cani, nostro figlio, invece,ci stava insegnando qualcosa di unico”, continua.

Da qui nasce la voglia di mettersi in gioco, di salvare animali: la famiglia si trasferisce a Washington, ma continua ad aiutare i cani del Texas, uno fra gli stati che applica l'eutanasia ai cani che non vengono adottati in tempi brevi.

Roman assieme alla mamma realizza dei video per far conoscere le storie dei cani ospitati nel rifugio e riuscire così a metterli in contatto con potenziali famiglie per l’accoglienza. Il bambino presenta gli animali fisicamente e spiega perché dovrebbero essere adottati.

"Mi fa sentire felice salvare tutti questi cani, ma sono sicuro che anche loro lo siano", dice il piccolo Roman.

Project Freedom Ride è oggi partner di numerosi rifugi di soccorso in Texas che salvano cani randagi, abbandonati o destinati a essere soppressi e li aiuta a trovare nuove famiglie o a spostarsi nell’area del Pacifico, dove grazie a Roman e la sua famiglia possono vivere in sicurezza e tranquillità.

Ad oggi, in soli due anni dalla fondazione, sono stati salvati ben 1050 cani. Bravissimi!

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Dominella Trunfio

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In quale parte del cervello vengono conservati i ricordi autobiografici? Nell'ippocampo solo "l'indice"

La memoria autobiografica non sarebbe localizzata nell'ippocampo come si credeva. Questa struttura cerebrale avrebbe un ruolo nella creazione dei ricordi e in una sorta di loro "catalogazione" e di indice.

A dirlo sono i ricercatori del Riken Center for Brain Science di Wako, in Giappone, che in un articolo su Science smentirebbero l’ipotesi che l’ippocampo sia anche il posto in cui il cervello conserva i ricordi autobiografici.

La memoria autobiografica o episodica, cioè, quella che riguarda le esperienze personali avvenute in tempi e luoghi precisi, non si troverebbe nell’ippocampo. Questo, piuttosto, funzionerebbe come una specie di registro della memoria, capace di creare un “indirizzo” necessario a ritrovare i circuiti che codificano i singoli ricordi autobiografici.
Secondo la teoria più comune, la memoria autobiografica si troverebbe proprio nell’ippocampo, che collegherebbe i ricordi agli specifici contesti di spazio in cui è avvenuto l’evento da ricordare.

Una tesi sostenuta dal fatto che esistono prove sperimentali che quella struttura cerebrale sia in grado di gestire proprio la memoria spaziale, che la sua attività aumenti quando viene richiamato un ricordo e che le eventuali lesioni dovute a traumi, ictus o a malattie neurodegenerative possano impedire il richiamo dei ricordi e la creazione di nuove memorie.

Ma mancano prove sperimentali che i ricordi stessi siano effettivamente conservati nell’ippocampo.

I ricercatori giapponesi hanno così svolto alcuni esperimenti ricorrendo a una tecnica "optogenetica" che, con la marcatura dei neuroni dell’ippocampo con molecole fotosensibili, è in grado di tracciare le cellule che si attivano e di “accenderle” o “spegnerle” tramite impulsi luminosi.

Tramite una serie di analisi, gli studiosi hanno constatato che quando si “accendono i lumi della memoria”, vi è sì un aumento generale dell’attività dell'ippocampo, ma non sono sistematicamente gli stessi neuroni ad attivarsi.

Risultato? I neuroni dell’ippocampo non avrebbero la funzione di creare ricordi di specifici luoghi legati a specifici ricordi, ma di creare una sorta di “indice di indirizzamento” per le nuove tracce mnemoniche.

“Il loro ruolo - spiega McHugh, uno degli autori della ricerca  - è quello di tracciare gli elementi di una memoria, siano essi di suono, visione o altri sensi, e poi innescare il loro richiamo attivando altre parti del cervello come la corteccia”.

Una macchina meravigliosa, il nostro cervello!

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Germana Carillo

Thomas Cook, il tour operator che non venderà più biglietti per parchi acquatici con orche in cattività

Stop ai biglietti per i parchi acquatici in cui ci siano orche in cattività. Una presa di posizione netta quella del colosso britannico dei viaggi Thomas Cook che si è impegnato a rimuovere dal proprio sito la possibilità di acquisto.

 Una bella svolta quella della Thomas Cook, tour operator del Regno Unito che promette che la prossima estate smetterà di vendere biglietti per tutte quelle strutture dove ci sono orche in cattività. La nuova politica comporterà che SeaWorld in Florida, una delle attrazioni più famose al mondo, e il Loro Parque di Tenerife verranno rimossi dal sito e dagli opuscoli della ditta.

Secondo l’amministratore delegato Peter Fankhauser, la decisione non è stata presa a cuor leggero, ma dietro si nasconde il cambiamento di aspettative della clientela. Sempre più persone si stanno rendendo conto che far vivere gli animali lontano dal proprio habitat o farli nascere e crescere in cattività va contro natura. E mentre in Italia è in corso un graduale superamento del circo con animali, sempre più strutture turistiche stanno adottato una svolta green.

E non è semplice. Soprattutto perché la Thomas Cook vende oltre 10mila viaggi giornalieri all'anno per il SeaWorld Florida.

"Ho le idee ben chiare su che tipo di azienda vogliamo essere, per questo non possiamo ignorare la voce dei nostri clienti”, dice Peter Fankhauser.

Secondo un’indagine interna dell’azienda, oltre il 90% dei clienti desidera il benessere degli animali, certo poi nei fatti è tutto da vedere, soprattutto se consideriamo il numero dei biglietti venduti. Tuttavia, il tour operator aveva già eliminato dai proprio opuscoli 29 attrazioni che non rispettavano gli standard minimi stabiliti da Abta, che fissa le linee guida per gli animali nel turismo.

 "Da quando abbiamo avuto questa svolta ci rendiamo conto che il turismo ga un ruolo fondamentale verso la cessazione di pratiche che in qualsiasi modo danneggiano gli animali”, continua Fankhauser.

Come vivono gli animali nei parchi acquatici, zoo e giardini zoologici (senza dimenticare il circo) lo sappiamo bene, chi non ricorda il documentario Blackfish che ha raccontato il destino di Tilikum, una balena prigioniera nel parco SeaWorld di Orlando?

 Secondo PETA UK questa è un’importante vittoria: "E se altri tour operator sperano di mantenere un briciolo di credibilità con i devono seguire l’esempio e annunciare che smetteranno di finanziare questa industria malata”, chiosa l'associazione animalista.

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Dominella Trunfio

Burro chiarificato: la ricetta passo passo per autoprodurre il ghee

Burro chiarificato, ecco come autoprodurre in casa il ghee. A base di grassi animali, questo condimento subisce un trattamento che lo rende privo di acqua e lattosio. Adatto per la preparazione di diverse pietanze, il burro chiarificato è perfetto anche per essere spalmato sul pane insieme con marmellate e confetture fatte in casa.

Il burro chiarificato potrebbe essere definito un "grasso puro" perché, con un semplice e antico processo di lavorazione, viene separato dall'acqua e dalla componente proteica (caseina) oltre che del lattosio, presenti nel classico burro. In virtù di questo, una volta preparato, è possibile conservarlo in frigorifero per diversi mesi in quanto, privato dell'acqua, non è più soggetto ad attacchi batterici.

Da utilizzare, ad esempio, per preparare la torta Sacher o il tortino al cioccolato dal cuore morbido, il burro chiarificato ha una consistenza più mordida rispetto al classico panetto e, se utilizzato in sostituzione del classico burro, bisognerà impiegarne solitamente il 20% in meno.

Ingredienti
  • 250 gr di burro
  • 1 barattolo di vetro a chiusura ermetica
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  • Tempo Preparazione:
    5 minuti
  • Tempo Cottura:
    30 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    tempo di raffreddamento
  • Dosi:
    per 250 gr di burro chiarificato
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare il burro chiarificato: procedimento

 

  • Prendere il burro, tagliarlo in pezzi e metterlo in una pentola dal fondo spesso,
    farlo sciogliere a bagnomaria e in conseguenza, in superficie, si noterà la formazione di una schiumetta bianca.
  • Quando il burro si sarà sciolto del tutto, smuovere un po' la pentola in modo da far cadere sul fondo della stessa la caseina bloccata nelle particelle d'aria,
  • quindi spegnere il fuoco e con una schiumarola eliminare via la parte bianca,
  • rivestire ora un imbuto con della garza sterile e versare al suo interno il burro senza però far cadere anche le caseine.
  • Una volta travasato, lasciar raffreddare il burro chiarificato a temperatura ambiente quindi chiudere i vasetti e ripoli in frigorifero per farlo solidificare.
Come conservare il burro chiarificato:

Il burro chiarificato dovrà sempre essere messo in vasetti di vetro con chiusura ermetica e potrà essere conservato in frigorifero per diversi mesi.

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Ilaria Zizza

Thomas Cook, il tour operator che non venderà più biglietti per parchi acquatici con orche in cattività

Published in: Animali

 Una bella svolta quella della Thomas Cook, tour operator del Regno Unito che promette che la prossima estate smetterà di vendere biglietti per tutte quelle strutture dove ci sono orche in cattività. La nuova politica comporterà che SeaWorld in Florida, una delle attrazioni più famose al mondo, e il Loro Parque di Tenerife verranno rimossi dal sito e dagli opuscoli della ditta.

Secondo l’amministratore delegato Peter Fankhauser, la decisione non è stata presa a cuor leggero, ma dietro si nasconde il cambiamento di aspettative della clientela. Sempre più persone si stanno rendendo conto che far vivere gli animali lontano dal proprio habitat o farli nascere e crescere in cattività va contro natura. E mentre in Italia è in corso un graduale superamento del circo con animali, sempre più strutture turistiche stanno adottato una svolta green.

E non è semplice. Soprattutto perché la Thomas Cook vende oltre 10mila viaggi giornalieri all'anno per il SeaWorld Florida.

"Ho le idee ben chiare su che tipo di azienda vogliamo essere, per questo non possiamo ignorare la voce dei nostri clienti”, dice Peter Fankhauser.

Secondo un’indagine interna dell’azienda, oltre il 90% dei clienti desidera il benessere degli animali, certo poi nei fatti è tutto da vedere, soprattutto se consideriamo il numero dei biglietti venduti. Tuttavia, il tour operator aveva già eliminato dai proprio opuscoli 29 attrazioni che non rispettavano gli standard minimi stabiliti da Abta, che fissa le linee guida per gli animali nel turismo.

 "Da quando abbiamo avuto questa svolta ci rendiamo conto che il turismo ga un ruolo fondamentale verso la cessazione di pratiche che in qualsiasi modo danneggiano gli animali”, continua Fankhauser.

Come vivono gli animali nei parchi acquatici, zoo e giardini zoologici (senza dimenticare il circo) lo sappiamo bene, chi non ricorda il documentario Blackfish che ha raccontato il destino di Tilikum, una balena prigioniera nel parco SeaWorld di Orlando?

 Secondo PETA UK questa è un’importante vittoria: "E se altri tour operator sperano di mantenere un briciolo di credibilità con i devono seguire l’esempio e annunciare che smetteranno di finanziare questa industria malata”, chiosa l'associazione animalista.

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Dominella Trunfio

West Nile: si allarga il contagio del virus trasmesso dalle zanzare. I sintomi da non sottovalutare

Alcuni nuovi casi nel padovano, un decesso nel ferrarese e, in totale, una dozzina di casi da infezione da West Nile. Non si fermano i contagi dovuti alla presenza di zanzare portatrici del virus del Nilo che, in ogni caso, gli esperti ricordano, può portare a complicanze gravi soltanto in pazienti già fragili, con una cardiopatia o problemi respiratori. Ma in generale quali sono i sintomi del contagio da West Nile?

Quel che “rincuora” è che nella maggioranza dei casi le persone che vengono punte da una zanzara infetta da questo tipo di virus non mostrano sintomi, mentre in un 20% accusano leggeri disturbi come febbre e mal di testa per alcuni giorni. Forme più gravi si possono manifestare, come è accaduto al 77enne morto in questi giorni nella provincia di Ferrara, se ci sono pregressi problemi di salute.

In generale, i sintomi del virus West Nile sono molto simili a una sindrome pseudo-influenzale e, nei casi estremi, può provocare meningite e meningo-encefalite o essere letale.

Cos’è il West Nile

La West Nile Fever, la febbre del West Nile – diffusa in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America –, è una malattia provocata dal virus West Nile (Wnv), un virus della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta quasi negli anni ’40 in Uganda, nel distretto West Nile.

A portare il virus sono gli uccelli migratori selvatici e le zanzare (più frequentemente le Culex), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione per l’uomo. Altri mezzi di infezione documentati, anche se più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza.

La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con i soggetti infetti e, attenzione, può infettare anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma anche cani, gatti, conigli e altri.

Incubazione e sintomi

Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti che abbiano deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra alcun sintomo o sintomi leggeri che possono durare pochi giorni come:

  • febbre
  • mal di testa
  • nausea
  • vomito
  • linfonodi ingrossati
  • sfoghi cutanei
  • arrossamento degli occhi
  • dolori muscolari

Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, i sintomi possono essere più gravi.

I sintomi più gravi (per 1 persona su 150) riguardano:

  • febbre alta
  • forti mal di testa
  • debolezza muscolare
  • disorientamento
  • tremori
  • disturbi alla vista
  • torpore e convulsioni

Circa una volta su mille il virus può causare un’encefalite letale.

In tutti i casi in cui sospettiate un’infezione, rivolgetevi al vostro medico di fiducia che vi prescriverà le analisi del caso.

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Germana Carillo

Aceto balsamico Igp di Modena: quali sono i marchi migliori e peggiori?

Non tutto l’aceto balsamico di Modena Igp è uguale e non è detto che il più costoso sia sempre sinonimo più elevata qualità. Ormai diffusissimo sulle nostra tavola, si trova dappertutto: dal discount alla gastronomia.

L’aceto balsamico Igp non va confuso con quello “tradizionale”. Per avere il marchio d’origine deve rispettare regole precise ma esiste di varia qualità e prezzo differente. Possibile?

Sì perché come spiegava un’indagine di Altroconsumo, "il disciplinare lascia abbastanza spazio ai produttori per decidere se fare un balsamico “giovane”,poco impegnativo al palato, magari con tecniche che ne velocizzano la preparazione o un aceto corposo, lento”, aromatico, di qualità superiore”.

17 marchi a confronto

Adesso il mensile tedesco Oko Test ha messo a confronto 17 marchi di aceto balsamico di Modena Igp e il risultato è tutto e il contrario di tutto, perché in cima alla classifica si sono posizionati il prodotto più caro e quello più economico.

Al primo posto c’è quello a marchio “Isolai di San Giorgio” mentre al secondo il prodotto venduto da Aldi Nord “Casa Morando”. Tra quelli buoni c’è anche il balsamico venduto da Aldi Sud, Cucina, mentre tra i prodotti che hanno ottenuto un giudizio sufficiente l’aceto Lidl, Acentino, e quello Bertolli.

L’aceto balsamico di Modena ha ottenuto il marchio di Indicazione geografica protetta (Igp) nel 2009. Questo significa che deve essere preparato con ingredienti precisi, stabiliti dall’omonimo consorzio. Per esempio, il disciplinare dice che si possono utilizzare solo sette varietà di uva ma, pur essendo tipiche del territorio emiliano, non è obbligatorio che provengano proprio dalla zona di produzione. Inoltre, gli ingredienti, una volta miscelati, devono essere tenuti per almeno due mesi in contenitori di legno (minimo tre anni per gli aceti che si dichiarano “invecchiati”),ma non sono previsti i prelievi e i rincalzi tipici dell’aceto balsamico tradizionale.

Come riconoscere la qualità?

Spiega Altroconsumo, una buona base di partenza, per orientarsi tra le decine di prodotti sugli scaffali, è controllare l’elenco degli ingredienti. Chi si attiene maggiormente alla tradizione d’origine, per esempio, utilizza solamente mosto cotto e aceto di vino, evitando l’uso di mosto concentrato e caramello. Importante è anche controllare l’ordine con cui vengono segnalati e, se presente, anche la percentuale di mosto utilizzato rispetto agli altri ingredienti: questo può variare sensibilmente,dal 20 al 90%: più è, meglio è. Infine, una parte importante nella caratteristica aromatica del prodotto la fa l’invecchiamento, a patto però che ci sia una buona materia prima di partenza.

Leggi anche:

Dominella Trunfio

Adriatico, stop al pesce fresco: le zone interessate dal fermo biologico. Attenzione alle frodi

Fermo pesca al via: fino a settembre dal Friuli Venezia Giulia al Veneto, dall’Emilia Romagna fino ad alcune zone delle Marche le attività della flotta italiana lungo l’Adriatico sono bloccate. Ma ora come sarà possibile essere sicuri di continuare a comprare pesce fresco delle nostre coste?

Innanzitutto quel che è da sapere è che, seguendo anche il pesce una sua stagionalità ed essendoci periodi in cui molte specie sono in una fase riproduttiva, il cosiddetto “fermo pesca” serve proprio a tutelare i nostri mari, bloccando le attività di pesca lungo le nostre coste per alcune settimane a rotazione.

Il provvedimento bloccherà i pescherecci per 42 giorni e inizialmente varrà da Trieste ad Ancona, mentre lungo l’Adriatico nel tratto da San Benedetto a Termoli le attività si fermeranno dal 13 agosto fino al 23 settembre e da Manfredonia a Bari dal 27 agosto al 7 ottobre.

Per quanto riguarda il Tirreno il blocco delle attività scatterà da Brindisi a Roma dal 10 settembre al 9 ottobre e da Civitavecchia a Imperia dal primo al 30 ottobre.

Per Sicilia e Sardegna - spiega Coldiretti Impresapesca - lo stop sarà fissato per un mese tra agosto e ottobre su indicazione delle Regioni.

Ricapitolando, il Decreto Ministeriale n.6908 del 20 luglio 2018 fissa il calendario dell’arresto temporaneo obbligatorio per l’anno 2018 con queste date:

  • Da Trieste ad Ancona dal 30 luglio al 9 settembre
  • Da San Benedetto del Tronto a Termoli dal 13 agosto al 23 settembre
  • Da Manfredonia a Bari dal 27 agosto al 7 ottobre
  • Da Brindisi a Roma dal 10 settembre al 9 ottobre
  • Da Civitavecchia a Imperia dal 1 ottobre al 30 ottobre
Come essere sicuri del pesce che acquistiamo ora?

L'unica "arma" che abbiamo a nostra disposizione è leggere le etichette.

"In un Paese come l’Italia che importa più di 2 pesci su 3 nei territori interessati dal fermo biologico aumenta peraltro anche il rischio – dicono da Impresapesca Coldiretti – di ritrovarsi nel piatto per grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, prodotto straniero o congelato se non si tratta di quello fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone dove non è in atto il fermo pesca, dagli allevamenti nazionali o dalla seppur limitata produzione locale dovuta alle barche delle piccola pesca che possono ugualmente operare".

Per effettuare acquisti di qualità al giusto prezzo il consiglio di Coldiretti Impresapesca è verificare sempre sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca (Gsa) identificato da un numero.

Le provenienze che ci riguardano sono:

  • 9 (Mar Ligure e Tirreno)
  • 10 (Tirreno centro meridionale)
  • 11 (mari di Sardegna)
  • 16 (coste meridionali della Sicilia)
  • 17 (Adriatico settentrionale)
  • 18 (Adriatico meridionale)
  • 19 (Jonio occidentale)

Altre attigue sono: 7 (Golfo del Leon), 8 (Corsica) e 15 (Malta). Un'alternativa è anche rivolgersi alla filiera corta per la vendita diretta del pescato che Coldiretti Impresapesca ha avviato presso la rete di Campagna Amica.

Qui trovate tutte le dritte su come leggere le etichette del pesce.

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La frode del pesce fresco: cosa ci rivelano le telecamere nascoste al mercato (VIDEO)

Germana Carillo

Le finestre fotovoltaiche che fungono anche da isolanti termici e che dimezzano i costi per riscaldamento ed elettricità

Fotovoltaico e isolamento termico insieme: un gruppo di ricerca della South China University of Technology ha realizzato un prototipo di finestre solari in grado di produrre elettricità e di isolare l’ambiente interno dai raggi solari, fino a raddoppiare l’efficienza energetica di una famiglia media.

Non è il primo studio, né il primo prototipo di finestra solare. Anzi, alcune sono anche sul mercato. Ma è la prima volta che, accanto ad un effetto energetico se ne raggiunge uno isolante. Il che non significa solo freschezza d’estate e calduccio d’inverno: significa evitare dispersioni, quindi efficienza energetica, che, per esempio, si può tradurre in risparmio su condizionamento estivo e riscaldamento invernale.

Per costruire l’innovativo dispositivo i ricercatori hanno avuto bisogno di conciliare tre necessità: recepire la luce del sole da convertire in energia elettrica, “bloccarla” per ottenere l’isolamento termico e trasmettere la “parte luminosa” come fa una normale finestra.

L’incredibile risultato è stato ottenuto combinando materiali e composti chimici precedentemente proposti per questi diversi scopi, ottenendo un dispositivo che lascia passare le componenti di luce visibile, bloccando gli infrarossi, importanti responsabili del riscaldamento. E proprio su questi gli studiosi sono riusciti a convogliare la trasformazione in energia elettrica. Quindi solo gli infrarossi, e in particolare le radiazioni del vicino infrarosso (“quasi visibili”) sono convertiti in energia elettrica, lasciando la luce visibile per l’illuminazione.

Foto: Joule

Calcoli alla mano (per ora teorici), suggeriscono che l’installazione di finestre generatori di elettricità e dotate di proprietà termoisolanti potrebbe ridurre la dipendenza di una famiglia media da fonti elettriche esterne di oltre il 50%. Questo però se la densità di celle solari sulle finestre è elevatissima (ovvero se la finestra ha veramente pochissimi centimetri quadrati privi di materiale attivo).

Difficile? Secondo i ricercatori non molto. “Non stiamo nemmeno utilizzando il miglior fotovoltaico organico disponibile in questo campo: la loro efficienza si sta ottimizzando rapidamente e ci aspettiamo di essere in grado di migliorare ancora le prestazioni di queste pellicole per finestre solari unificate” ha spiegato a questo proposito Hin-Lap Yip, coautore del lavoro.

Siamo ancora nel campo della ricerca e della sperimentazione, ma gli autori si aspettano che tutto questo apra la strada a nuove tecnologie rivoluzionarie. “Produrre celle solari polimeriche semitrasparenti multifunzionali termoisolanti è solo l’inizio per nuove applicazioni del fotovoltaico organico - continua Yip - Una versione su misura per le serre autoalimentate è solo uno dei tanti prodotti di forte impatto che vogliamo sviluppare per il futuro”.

Il lavoro è stato pubblicato su Joule.

Per altre informazioni sulle finestre solari leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto di copertina: Daily Pakistan

Lapponia: caldo anomalo e le renne fanno il bagno nel fiume

Tutti al fiume, anche le renne! Succede in Lapponia, dove il caldo anomalo costringe anche gli animali a rinfrescarsi in acqua, perché nessuno è abituato a temperature così.

Siamo abituati a vedere le renne tra la neve, soprattutto nella zona litoranea di Rovaniemi, dove ha casa Babbo Natale, ma il caldo anomalo che da oltre due settimane sta interessando la Finlandia, ha costretto tutti a refrigerarsi nel fiume.

E così spuntano queste curiose foto postate su Facebook dove finlandesi e renne fanno insieme il bagno.

Secondo 3bmeteo, le temperature si aggirano dai 28 ai 34 gradi di massima e non solo nella "meridionale" Helsinky ma anche molto più a nord, in Lapponia.

“Un caldo cosi insistente che persino la temperatura del Mar Baltico è salita di diversi grandi arrivando a toccare sulle sponde i 22.5°. Qui ci troviamo nella zona litorale di Rovaniemi 66° di latitudine nord, poco sotto il circolo polare artico dove le massime sono arrivate fino a 30°”, scrive il sito.

Ma in generale tutto il nord Europa soffre il caldo. In Scandinavia migliaia di ettari di foresta sono stati rasi al suolo dagli incendi e la situazione non è migliore in Svezia. Il perché lo spiega il rapporto “Attribution of the 2018 heat in northern Europe” del World Weather Attribution che analizza il collegamento tra le temperature più elevate registrate finora nel Nord Europa e il cambiamento climatico.

“Questo fenomeno nell’Artico non ha precedenti e il cambiamento climatico ha generalmente aumentato di due volte le probabilità dell’ondata di caldo attuale - spiega il francese Robert Vautard, del CNRS commentando il rapporto - Il mondo sta diventando più caldo, il problema è che non stiamo prendendo le misure giuste. Parliamo del cambiamento climatico piuttosto che fare qualcosa contro di esso”.

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Dominella Trunfio

Foto

West Nile: si allarga il contagio del virus trasmesso dalle zanzare. I sintomi da non sottovalutare

Published in: Salute & Benessere

Quel che “rincuora” è che nella maggioranza dei casi le persone che vengono punte da una zanzara infetta da questo tipo di virus non mostrano sintomi, mentre in un 20% accusano leggeri disturbi come febbre e mal di testa per alcuni giorni. Forme più gravi si possono manifestare, come è accaduto al 77enne morto in questi giorni nella provincia di Ferrara, se ci sono pregressi problemi di salute.

In generale, i sintomi del virus West Nile sono molto simili a una sindrome pseudo-influenzale e, nei casi estremi, può provocare meningite e meningo-encefalite o essere letale.

Cos’è il West Nile

La West Nile Fever, la febbre del West Nile – diffusa in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America –, è una malattia provocata dal virus West Nile (Wnv), un virus della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta quasi negli anni ’40 in Uganda, nel distretto West Nile.

A portare il virus sono gli uccelli migratori selvatici e le zanzare (più frequentemente le Culex), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione per l’uomo. Altri mezzi di infezione documentati, anche se più rari, sono trapianti di organi, trasfusioni di sangue e la trasmissione madre-feto in gravidanza.

La febbre West Nile non si trasmette da persona a persona tramite il contatto con i soggetti infetti e, attenzione, può infettare anche altri mammiferi, soprattutto equini, ma anche cani, gatti, conigli e altri.

Incubazione e sintomi

Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti che abbiano deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra alcun sintomo o sintomi leggeri che possono durare pochi giorni come:

  • febbre
  • mal di testa
  • nausea
  • vomito
  • linfonodi ingrossati
  • sfoghi cutanei
  • arrossamento degli occhi
  • dolori muscolari

Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, i sintomi possono essere più gravi.

I sintomi più gravi (per 1 persona su 150) riguardano:

  • febbre alta
  • forti mal di testa
  • debolezza muscolare
  • disorientamento
  • tremori
  • disturbi alla vista
  • torpore e convulsioni

Circa una volta su mille il virus può causare un’encefalite letale.

In tutti i casi in cui sospettiate un’infezione, rivolgetevi al vostro medico di fiducia che vi prescriverà le analisi del caso.

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Germana Carillo

Microplastiche: rinvenute fino a duemila tonnellate nelle spiagge italiane

Microplastiche sui litorali italiani: una quantità di particelle piccolissime, quasi indistinguibili dalla sabbia, pari a quasi 2mila tonnellate invade anche i fiumi e le spiagge del Belpaese. Migliaia di frammenti infinitesimali che vengono fuori dalla degradazione di prodotti usa e getta dando vita a un inquinamento elusivo e pervasivo, che invade anche la nostra catena alimentare.

A dare precisi dettagli è un nuovo studio del dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Pisa pubblicato su Environmental Science and Technology, rivista dell’American Chemical Society, che ha voluto definire un modello analitico relativo alla distribuzione dei vari tipi di microplastiche sulle spiagge italiane.

Dopo la scoperta shock di Greenpeace di microplastiche in pesci e animali del Tirreno, quindi, non si arrestano le notizie di un nuovo devastante inquinamento che ci riguarda sempre più da vicino.

I ricercatori dell’Università di Pisa, guidati dal professore Valter Castelvetro, hanno analizzato la sabbia nei pressi delle foci dei fumi Arno e Serchio, per determinare la quantità dei frammenti di plastica inferiori ai 2 millimetri.
Quel che è emersa è la presenza di grossissime quantità di materiale polimerico parzialmente degradato, fino a 5-10 grammi per metro quadro di spiaggia, derivante per lo più da imballaggi e da oggetti monouso abbandonati o portati dal mare: le analisi hanno mostrato fino a 30 mg di microplastiche in 1 chilogrammo di sabbia, cifra corrispondente a circa 5,5 g di microframmenti nei primi 10 cm di spessore di un metro quadrato di spiaggia.

Che plastica troviamo sulle nostre spiagge?

Per lo più poliolefine, di cui sono fatti ad esempio gran parte degli imballaggi alimentari, e di polistirene, una plastica rigida ed economica usata anche per i contenitori dei CD o i rasoi usa e getta. Questi residui variamente degradati sono stati ritrovati in quantità diversa a seconda della distanza dal mare, più concentrati nella zona interna e dunale per effetto della progressiva accumulazione rispetto alla linea della battigia.

Da questi primi dati raccolti, il team stima che la quantità di microplastiche sulle spiagge italiane possa essere pari a 1.000/2.000 tonnellate.

“Uno dei principali rischi – spiega Castelvetro – è che le microplastiche agiscano da collettori di sostanze inquinanti anche altamente tossiche come pesticidi e idrocarburi policiclici aromatici. Per questo motivo sono necessarie nuove ricerche per valutare quale possa essere l’effetto di questa forma di inquinamento altamente pervasiva e, stando ai primi risultati, assai più massiccia di quanto non si credesse”.

Che fine fanno queste microplastiche?

La ricerca pisana fa il paio con una recente pubblicazione della Commissione Europea, dalla quale è chiaro che le minuscole particelle di plastica possono essere ingerite da zooplancton, invertebrati e piccoli pesci, “entrando così nella catena alimentare”.

Come accade? “Semplice” se si considera che ogni anno, in tutto il mondo, sono prodotti più di 300 milioni di tonnellate di plastica, metà del quale è “usa e getta”. Di questi, almeno 8 milioni di tonnellate finiscono nei nostri oceani.

E non c’è da strabiliarsi se tra il 69 e l’81% di microplastiche che si trovano nell’ambiente marino provengono dalla degradazione incompleta di oggetti e dai prodotti usa e getta, dai tessili sintetici e dalle attrezzature per la pesca. Ma anche dall’introduzione delle cosiddette microsfere, o microbeads, di alcuni prodotti di uso comune, come quelli per l’igiene personale e industriale.

E quanto agli additivi (stabilizzanti, plastificanti, ritardanti di fiamma e pigmenti), sui 150 milioni di tonnellate di plastica negli oceani ne sono stimati circa 23 milioni di tonnellate.

Eppure, non sono ancora stati realizzati studi volti a valutare l’impatto delle micro e nano plastiche sulla nostra salute. Cioè, pare “improbabile che l’ingestione di microplastiche di per sé sia un rischio oggettivo per la salute umana”, si evince dal documento.

Così, anche se è chiaro che alcuni additivi o contaminanti organici sono tossici e che le microplastiche possono agire come mezzo di trasporto per inquinanti, specie invasive e agenti patogeni come il bisfenolo (BPA), alcuni ftalati, pesticidi e sostanze chimiche dannose per il sistema endocrino, allo stato attuale, abbiamo quello che la Commissione europea definisce un “gap di conoscenza”.

Non ci sono, in pratica, informazioni precise sui livelli di microplastiche primarie che entrano nelle acque reflue europee o nelle acque superficiali e sul potenziale impatto ambientale di tutti i tipi di microplastiche e dei loro additivi. Non ci sono ancora sufficienti informazioni sull’assorbimento microplastico nell’uomo e l’effetto dell’accumulo dopo l’inalazione e l’ingestione.

“Le informazioni limitate disponibili mancano di comparabilità, a causa dell’assenza di metodi standardizzati per l’esecuzione del rischio valutazione dell’impatto sulla salute”, si denuncia nel documento della Commissione.

Quel che per ora si sa è che l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare europea ha posto un limite di migrazione totale di 10 mg / dm2 per additivi all’interno di materie plastiche destinate all’imballaggio, con un limite di migrazione pari allo 0,01 mg / kg per alcune sostanze chimiche pericolose, come indicato dalla Direttiva 2007/19/CE. Per un adulto di circa 60 kg che più o meno consuma 3 chili tra alimenti e liquidi al giorno, l’esposizione a singole sostanze dall’imballaggio alimentare potrebbe arrivare a 250 μg / kg di peso corporeo ogni giorno.

Un rapido calcolo per capire quanto siamo a rischio.

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Germana Carillo

Aceto balsamico Igp di Modena: quali sono i marchi migliori e peggiori?

Published in: Sai cosa compri?

 L’aceto balsamico Igp non va confuso con quello “tradizionale”. Per avere il marchio d’origine deve rispettare regole precise ma esiste di varia qualità e prezzo differente. Possibile?

Sì perché come spiegava un’indagine di Altroconsumo, "il disciplinare lascia abbastanza spazio ai produttori per decidere se fare un balsamico “giovane”,poco impegnativo al palato, magari con tecniche che ne velocizzano la preparazione o un aceto corposo, lento”, aromatico, di qualità superiore”.

17 marchi a confronto

Adesso il mensile tedesco Oko Test ha messo a confronto 17 marchi di aceto balsamico di Modena Igp e il risultato è tutto e il contrario di tutto, perché in cima alla classifica si sono posizionati il prodotto più caro e quello più economico.

Al primo posto c’è quello a marchio “Isolai di San Giorgio” mentre al secondo il prodotto venduto da Aldi Nord “Casa Morando”. Tra quelli buoni c’è anche il balsamico venduto da Aldi Sud, Cucina, mentre tra i prodotti che hanno ottenuto un giudizio sufficiente l’aceto Lidl, Acentino, e quello Bertolli.

 

 

L’aceto balsamico di Modena ha ottenuto il marchio di Indicazione geografica protetta (Igp) nel 2009. Questo
significa che deve essere preparato con ingredienti precisi, stabiliti dall’omonimo consorzio. Per esempio, il disciplinare dice che si possono utilizzare solo sette varietà di uva ma, pur essendo tipiche del territorio
emiliano, non è obbligatorio che provengano proprio dalla zona di produzione. Inoltre, gli ingredienti,
una volta miscelati, devono essere tenuti per almeno due mesi in contenitori di legno (minimo tre anni per gli aceti che si dichiarano “invecchiati”),ma non sono previsti i prelievi e i rincalzi tipici dell’aceto balsamico tradizionale.

Come riconoscere la qualità?

Spiega Altroconsumo, una buona base di partenza, per orientarsi tra le decine di prodotti sugli scaffali, è controllare l’elenco degli ingredienti. Chi si attiene maggiormente alla tradizione d’origine, per esempio, utilizza solamente
mosto cotto e aceto di vino, evitando l’uso di mosto concentrato e caramello. Importante è anche controllare
l’ordine con cui vengono segnalati e, se presente, anche la percentuale di mosto utilizzato rispetto agli altri ingredienti: questo può variare sensibilmente,dal 20 al 90%: più è, meglio è. Infine, una parte importante nella
caratteristica aromatica del prodotto la fa l’invecchiamento, a patto però che ci sia una buona materia prima
di partenza. 

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Dominella Trunfio

Adriatico, stop al pesce fresco: le zone interessate dal fermo biologico. Attenzione alle frodi

Published in: Ambiente

Innanzitutto quel che è da sapere è che, seguendo anche il pesce una sua stagionalità ed essendoci periodi in cui molte specie sono in una fase riproduttiva, il cosiddetto “fermo pesca” serve proprio a tutelare i nostri mari, bloccando le attività di pesca lungo le nostre coste per alcune settimane a rotazione.

Il provvedimento bloccherà i pescherecci per 42 giorni e inizialmente varrà da Trieste ad Ancona, mentre lungo l’Adriatico nel tratto da San Benedetto a Termoli le attività si fermeranno dal 13 agosto fino al 23 settembre e da Manfredonia a Bari dal 27 agosto al 7 ottobre.

Per quanto riguarda il Tirreno il blocco delle attività scatterà da Brindisi a Roma dal 10 settembre al 9 ottobre e da Civitavecchia a Imperia dal primo al 30 ottobre.

Per Sicilia e Sardegna - spiega Coldiretti Impresapesca - lo stop sarà fissato per un mese tra agosto e ottobre su indicazione delle Regioni.

Ricapitolando, il Decreto Ministeriale n.6908 del 20 luglio 2018 fissa il calendario dell’arresto temporaneo obbligatorio per l’anno 2018 con queste date:

  • Da Trieste ad Ancona dal 30 luglio al 9 settembre
  • Da San Benedetto del Tronto a Termoli dal 13 agosto al 23 settembre
  • Da Manfredonia a Bari dal 27 agosto al 7 ottobre
  • Da Brindisi a Roma dal 10 settembre al 9 ottobre
  • Da Civitavecchia a Imperia dal 1 ottobre al 30 ottobre
Come essere sicuri del pesce che acquistiamo ora?

L'unica "arma" che abbiamo a nostra disposizione è leggere le etichette.

"In un Paese come l’Italia che importa più di 2 pesci su 3 nei territori interessati dal fermo biologico aumenta peraltro anche il rischio – dicono da Impresapesca Coldiretti – di ritrovarsi nel piatto per grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, prodotto straniero o congelato se non si tratta di quello fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone dove non è in atto il fermo pesca, dagli allevamenti nazionali o dalla seppur limitata produzione locale dovuta alle barche delle piccola pesca che possono ugualmente operare".

Per effettuare acquisti di qualità al giusto prezzo il consiglio di Coldiretti Impresapesca è verificare sempre sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca (Gsa) identificato da un numero.

Le provenienze che ci riguardano sono:

  • 9 (Mar Ligure e Tirreno)
  • 10 (Tirreno centro meridionale)
  • 11 (mari di Sardegna)
  • 16 (coste meridionali della Sicilia)
  • 17 (Adriatico settentrionale)
  • 18 (Adriatico meridionale)
  • 19 (Jonio occidentale)

Altre attigue sono: 7 (Golfo del Leon), 8 (Corsica) e 15 (Malta). Un'alternativa è anche rivolgersi alla filiera corta per la vendita diretta del pescato che Coldiretti Impresapesca ha avviato presso la rete di Campagna Amica.

Qui trovate tutte le dritte su come leggere le etichette del pesce.

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Germana Carillo

Le finestre fotovoltaiche che fungono anche da isolanti termici e che dimezzano i costi per riscaldamento ed elettricità

Published in: Risparmio energetico

Non è il primo studio, né il primo prototipo di finestra solare. Anzi, alcune sono anche sul mercato. Ma è la prima volta che, accanto ad un effetto energetico se ne raggiunge uno isolante. Il che non significa solo freschezza d’estate e calduccio d’inverno: significa evitare dispersioni, quindi efficienza energetica, che, per esempio, si può tradurre in risparmio su condizionamento estivo e riscaldamento invernale.

Per costruire l’innovativo dispositivo i ricercatori hanno avuto bisogno di conciliare tre necessità: recepire la luce del sole da convertire in energia elettrica, “bloccarla” per ottenere l’isolamento termico e trasmettere la “parte luminosa” come fa una normale finestra.

L’incredibile risultato è stato ottenuto combinando materiali e composti chimici precedentemente proposti per questi diversi scopi, ottenendo un dispositivo che lascia passare le componenti di luce visibile, bloccando gli infrarossi, importanti responsabili del riscaldamento. E proprio su questi gli studiosi sono riusciti a convogliare la trasformazione in energia elettrica. Quindi solo gli infrarossi, e in particolare le radiazioni del vicino infrarosso (“quasi visibili”) sono convertiti in energia elettrica, lasciando la luce visibile per l’illuminazione.

Foto: Joule

Calcoli alla mano (per ora teorici), suggeriscono che l’installazione di finestre generatori di elettricità e dotate di proprietà termoisolanti potrebbe ridurre la dipendenza di una famiglia media da fonti elettriche esterne di oltre il 50%. Questo però se la densità di celle solari sulle finestre è elevatissima (ovvero se la finestra ha veramente pochissimi centimetri quadrati privi di materiale attivo).

Difficile? Secondo i ricercatori non molto. “Non stiamo nemmeno utilizzando il miglior fotovoltaico organico disponibile in questo campo: la loro efficienza si sta ottimizzando rapidamente e ci aspettiamo di essere in grado di migliorare ancora le prestazioni di queste pellicole per finestre solari unificate” ha spiegato a questo proposito Hin-Lap Yip, coautore del lavoro.

Siamo ancora nel campo della ricerca e della sperimentazione, ma gli autori si aspettano che tutto questo apra la strada a nuove tecnologie rivoluzionarie. “Produrre celle solari polimeriche semitrasparenti multifunzionali termoisolanti è solo l’inizio per nuove applicazioni del fotovoltaico organico - continua Yip - Una versione su misura per le serre autoalimentate è solo uno dei tanti prodotti di forte impatto che vogliamo sviluppare per il futuro”.

Il lavoro è stato pubblicato su Joule.

Per altre informazioni sulle finestre solari leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto di copertina: Daily Pakistan

In quale parte del cervello vengono conservati i ricordi autobiografici? Nell'ippocampo solo "l'indice"

Published in: Mente & Emozioni

A dirlo sono i ricercatori del Riken Center for Brain Science di Wako, in Giappone, che in un articolo su Science smentirebbero l’ipotesi che l’ippocampo sia anche il posto in cui il cervello conserva i ricordi autobiografici.

La memoria autobiografica o episodica, cioè, quella che riguarda le esperienze personali avvenute in tempi e luoghi precisi, non si troverebbe nell’ippocampo. Questo, piuttosto, funzionerebbe come una specie di registro della memoria, capace di creare un “indirizzo” necessario a ritrovare i circuiti che codificano i singoli ricordi autobiografici.
Secondo la teoria più comune, la memoria autobiografica si troverebbe proprio nell’ippocampo, che collegherebbe i ricordi agli specifici contesti di spazio in cui è avvenuto l’evento da ricordare.

Una tesi sostenuta dal fatto che esistono prove sperimentali che quella struttura cerebrale sia in grado di gestire proprio la memoria spaziale, che la sua attività aumenti quando viene richiamato un ricordo e che le eventuali lesioni dovute a traumi, ictus o a malattie neurodegenerative possano impedire il richiamo dei ricordi e la creazione di nuove memorie.

Ma mancano prove sperimentali che i ricordi stessi siano effettivamente conservati nell’ippocampo.

I ricercatori giapponesi hanno così svolto alcuni esperimenti ricorrendo a una tecnica "optogenetica" che, con la marcatura dei neuroni dell’ippocampo con molecole fotosensibili, è in grado di tracciare le cellule che si attivano e di “accenderle” o “spegnerle” tramite impulsi luminosi.

Tramite una serie di analisi, gli studiosi hanno constatato che quando si “accendono i lumi della memoria”, vi è sì un aumento generale dell’attività dell'ippocampo, ma non sono sistematicamente gli stessi neuroni ad attivarsi.

Risultato? I neuroni dell’ippocampo non avrebbero la funzione di creare ricordi di specifici luoghi legati a specifici ricordi, ma di creare una sorta di “indice di indirizzamento” per le nuove tracce mnemoniche.

“Il loro ruolo - spiega McHugh, uno degli autori della ricerca  - è quello di tracciare gli elementi di una memoria, siano essi di suono, visione o altri sensi, e poi innescare il loro richiamo attivando altre parti del cervello come la corteccia”.

Una macchina meravigliosa, il nostro cervello!

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Germana Carillo

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