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L'Istituto Sesp di Scicli, che fa ricerca scientifica ed etica senza animali

Published in: Buone pratiche & Case-History

Da un lato creare un’inversione di tendenza a favore degli animali, dall’altro impedire la fuga di cervelli verso i paesi esteri. I tempi non solo di certo quelli in cui un ricercatore può brillare in Italia e soprattutto al Sud Italia (tranne eccezioni), eppure c’è chi fortunatamente ci crede ancora e si mette in moto per creare delle opportunità di occupazione.

Presentato nel 2016, il SESP nasce grazie a Daniele Tedeschi, fisiologo e sostenitore di un tipo di ricerca scientifica senza l’uso di animali, ma anzi con metodiche poco invasive per l’ambiente. Non a caso, l’Istituto nasce in una terra meravigliosa fatta di ulivi e melograni.

Uno dei suoi obiettivi è stato quello di creare il Parco Scientifico Etico di Salipetra, ovvero un’oasi felice dove tutto ruota attorno al concetto di eticità, un luogo di accoglienza, lavoro e sviluppo per i ricercatori siciliani e provenienti da tutto il mondo che vogliono avere un approccio che rispetti pazienti, animali e natura.

“Un’area di incontro e di scambio tra ricercatori, professionisti, famiglie, pazienti, aziende, enti di ricerca, università, associazioni ed enti pubblici, affinché la conoscenza e l’informazione siano continue e complete nel rispetto reciproco e soprattutto nell’ascolto delle reciproche esigenze”, si legge nella presentazione dell’Istituto.

Tutta l’area attorno alla struttura è ecosostenibile e gli edifici sono stati realizzati con materiali ecocompatibili, si punta quindi anche al risparmio energico e la massima efficienza.

Ma cosa si fa all’interno del SESP?

Il Centro segue pazienti in tutta Italia che presentano alterazioni del Dna non presenti spesso nei genitori e risposte neuroautoimmuni e autoimmuni. Viene anche studiata la connessione tra le modifiche ambientali (in particolare quelle derivanti dalla alimentazione), alcune neurodegenerazioni (Alzheimer e Parkinson) e alcune patologie oncologiche.

Sono poi in corso le sperimentazioni su bioreattori e microchip, ma senza scendere troppo nel dettaglio scientifico possiamo dire che la struttura è un centro privilegiato per osservare come la natura umana cambia nel tempo e il fatto che lo si faccia rispettando l’ambiente ne è un valore aggiunto.

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Tra gli altri progetti, anche quello portato avanti con le scuole, dove ragazzi e docenti dell’Istituto danno vita a iniziative di bonifica delle aree verdi, piantando carrubi, mandorli e ulivi.

Dominella Trunfio

 

Non fu colpa dei topi: la peste nera del 1300 causata dagli uomini

Published in: Salute & Benessere

A dirlo è uno studio congiunto dell’Università di Ferrara e dell’Università di Oslo, secondo cui la causa della cosiddetta “Black Death”, la Morte nera, è da ricercarsi non già nei parassiti infetti che colonizzavano i topi, ma nella scarsa igiene delle popolazioni umane. E così, dal 1347 al 1352 il contagio diretto avvenuto tramite pulci e pidocchi dell’essere umano uccise ben 25 milioni di europei.

Cos’era la peste nera

Una delle più grandi epidemie su cui si è certi uccise – anche se non c’è un numero preciso della popolazione a quei tempi – almeno un terzo degli europei nel XIV secolo.

A impiegare per la prima volta il termine “morte nera” furono cronisti danesi e svedesi (dal latino atra mors, letteralmente "morte nera", dove l’aggettivo ater ha il significato di “triste”, “atroce”) riferendolo alla peste del 1347-1353 per rimarcare la devastazione di tale epidemia.

Agli inizi del 1800 la definizione fu ripresa dal medico tedesco Justus Friedrich Karl Hecker, che con l’articolo sull’epidemia di peste del 1347-1353, “La morte nera”, diede grande risonanza alla faccenda. Da allora i termini Black death o Schwarzer Tod vennero utilizzati per indicare l'epidemia di peste del XIV secolo.

Quanto alle cause, non ci sono mai state piste certe, ma i più hanno sempre pensato che il batterio della malattia fosse portato dai topi.

Lo studio

Quel che è certo è che la peste, causata dal batterio Yersinia pestis, può diffondersi attraverso le popolazioni umane attraverso molteplici vie di trasmissione. Oggi, la maggior parte dei casi di peste umana sono di peste cosiddetta “bubbonica”, causata da pulci infette di roditori o dall’inalazione di goccioline infettive (trasmissione pneumonica). Tuttavia, si sa poco sulla diffusione storica della peste in Europa durante la seconda pandemia (14esimo – 19esimo secoli), compresa la peste nera, che ha portato ad un’elevata mortalità e ricorrenti epidemie per centinaia di anni.

Diversi studi hanno suggerito che i vettori umani ectoparassiti, come le pulci umane (Pulex irritans) o i pidocchi del corpo (Pediculus humanus humanus), hanno causato epidemie in rapida diffusione.

E in questo studio, i ricercatori vogliono descrivere un modello per la trasmissione della peste da un vettore umano ectoparassita, scoprendo che questo modello si adatta alle curve di mortalità di nove focolai in Europa, ancora meglio rispetto ai modelli per trasmissione pneumonica o di roditori. I risultati sostengono che gli ectoparassiti umani sono stati i principali vettori di peste durante la seconda pandemia, compresa la peste nera (1346-1353), sfidando l'ipotesi che la peste in Europa fosse prevalentemente diffusa dai topi.

I ricercatori norvegesi e italiani hanno dunque usato i dati sulla mortalità in nove città europee, confrontandoli con modelli simulati della diffusione della malattia in ciascuna città, “in modo da ricostruire la dinamica dello sviluppo del morbo”.

Gli studiosi hanno poi realizzato tre modelli: la diffusione della peste nera da parte dei ratti; la trasmissione per via aerea e la trasmissione tramite pulci e pidocchi che vivevano su esseri umani e sui loro vestiti. In sette casi su nove, è risultato che “il modello dei parassiti umani” rifletteva meglio la maniera in cui la peste si è moltiplicata e ha fatto vittime.

“La conclusione è molto chiara - afferma il professor Stenseth. - Sono stati i pidocchi umani. È improbabile che la peste si sarebbe diffusa così rapidamente se fosse stata trasmessa dai ratti. L’ipotesi più verosimile è la trasmissione umana, da persona a persona”.

“Ma comprendere il più possibile che cosa succede durante un’epidemia può aiutarci a ridurre la mortalità in futuro”, osserva il professore norvegese.

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La peste è in effetti ancora endemica in alcuni paesi dell'Asia, dell'Africa e del continente americano: secondo l’Oms, tra il 2010 e il 2015 sono stati rregistrati 3248 casi di peste in tutto il mondo, che hanno fatto 584 morti.

Germana Carillo 

Cernia ancora viva nella teglia del ristorante: il gestore si commuove e la libera

Published in: Animali

Una storia che in un primo momento era sembrata una bufala. Non si è di certo abituati a racconti di questo genere. Ma a confermarla al Corriere della Sera è stato lo stesso proprietario del ristorante Cucà, a Camogli, in provincia di Genova.

Lo scorso venerdì, Riccardo Braghieri si è accorto che una cernia acquistata nel pomeriggio da una pescheria, era ancora in vita. Eppure si trovava fuori dall'acqua da ore. L'animale respirava affannosamente, muova le branchie posato sul vassoio del ristorante.

"Non mi è mai capitato di vedere un pesce così tenacemente attaccato alla vita", ammette Braghieri.

Impossibile anche solo pensare di ucciderlo per portarlo in tavola e servirlo ai clienti. Che fare quindi? Riccardo non ha avuto dubbi: la cernia doveva vivere. Quasi commosso dalla resistenza del pesce, l'uomo gli ha dato anche un nome, Marta, come la gallina fidanzata con Lupo Alberto.

Non potendo allontanarsi dal locale, Riccardo nota tra i clienti la presenza dell'amico Gianfranco e gli chiede di riportare la cernia in mare. Ricevuto l'ok, mette Marta in un secchiello e la affida a lui.

Per fortuna, la spiaggia è a due passi dal ristorante. Nonostante il buio e il freddo, Gianfranco si rimbocca i pantaloni e lentamente entra in acqua per liberarla. Dopo qualche istante di smarrimento, Marta nuota veloce perdendosi nelle sue acque incredula forse della ritrovata libertà.

"Cucù Cernia. Alle ore 22,35 la Marta ( così l’abbiamo chiamata) è stata liberata nel mare di Camogli. Si ringrazia il Il Marchese Ottonello che si è bagnato i piedi ... Lei ora è in viaggio verso qualche tana.. e noi tutti contenti. Ma senza la sua tenacia e voglia di vivere non c’è l’avremmo fatta... e questo vale anche per gli esseri umani. Alcuni lo chiamano miracolo...." sono le parole di Riccardo sulla sua pagina Facebook.

Una notizia che ci riporta alla memoria la recente decisione della Svizzera di vietare di bollire gli astici vivi.

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Un piccolo gesto che non deve passare inosservato. E farci riflettere.

Francesca Mancuso

Ecco la vera causa dello sterminio degli Aztechi

Published in: Costume & Società

Fu la febbre tifoide scatenata da un ceppo letale di Salmonella, dopo l’arrivo dei Conquistadores europei nel XVI secolo, a sterminare la civiltà messicana degli Aztechi. A dirlo sono i ricercatori dell'Istituto tedesco Max Planck di Jena, che hanno analizzato il Dna di 29 indigeni sepolti nel cimitero della città messicana di Teposcolula-Yucundaa, abbandonata dopo l'epidemia.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Nature Ecology and Evolution in collaborazione con l'Università di Harvard e l'Istituto messicano di antropologia e storia e parlano appunto di un’epidemia chiamata nella lingua azteca "cocoliztli", termine che significa pestilenza.

I sintomi? Febbre alta, mal di testa, sanguinamenti da occhi, naso e bocca causati dal batterio della salmonella, portato probabilmente in America dai colonizzatori spagnoli e diffuso tramite acqua contaminata.

"Non possiamo dire con certezza che la salmonella enterica sia stata la causa dell'epidemia Ma crediamo che debba essere considerata una seria candidata", ha detto Kirsten Bos, tra gli autori della ricerca.

Lo studio

I ricercatori hanno estratto il Dna dalle ossa dei cadaveri e grazie a un innovativo programma sono stati in grado di ricostruire integralmente i genomi dei vari ceppi del microrganismo: in 10 dei 29 defunti sono state trovate sottospecie di S. enterica responsabili della febbre tifoide.

La patologia degli aztechi, dunque, dopo anni, potrebbe finalmente avere una spiegazione, ma per arrivare a questa conclusione la dottoressa Ashild Vagene dell'università di Tuebingen in Germania, che ha coordinato lo studio ha lavorato per anni assieme al suo team.

Sono stati analizzati molti cadaveri, i denti di alcuni scheletri sepolti nel cimitero di Oaxaca in Messico.

“Il cocoliztli del 1545-50 è stata una delle tante epidemie che hanno colpito il Messico dopo l'arrivo degli europei, ma in particolare è stata la seconda di tre epidemie che sono state più devastanti e ha portato al maggior numero di perdite umane”, ha dichiarato Ashild Vagene.

Altre storie dimenticate:

Dopo aver eseguito il test per tutti i patogeni batterici e virus del Dna per i quali sono disponibili dati genomici, la salmonella enterica è stata l'unico germe rilevato, per questo secondo i ricercatori potrebbe essere stata la causa dell’epidemia.

Dominella Trunfio

I 10 apparecchi elettrici che consumano più energia anche da spenti

Published in: Risparmio energetico

I consumi in standby sono presenti anche quando gli apparecchi elettrici sono spenti. In questo caso l'energia viene consumata sia dagli alimentatori che trasformano la corrente elettrica da alternata a continua, che dai sensori n attesa di un segnale che dovrebbe provenire da tastiere e display a LED e che indicano lo stato dell’apparecchio.

Ma non solo. Quando un dispositivo è in standby l'energia può essere richiesta e consumata dai circuiti che continuano a essere alimentati anche quando il prodotto è “spento”. Senza contare che un dispositivo in standby ha un consumo anche minimo di energia soprattutto se si tratta di apparecchi connessi in rete e di sistemi sempre attivi, come un allarme.

Secondo recenti misurazioni effettuate recentemente in oltre 1300 abitazioni in Europa, il consumo medio degli apparecchi in standby è di circa 305 kWh per abitazione ogni anno, l’equivalente dell’ 11% del consumo complessivo di elettricità di una casa. In altre parole, più di un decimo dell'energia che consumiamo ogni anno potrebbe essere evitata.

"L’energia consumata ogni anno in standby da tutte le case dei 27 paesi dell’Unione Europea ammonta circa a 43 TWh (pari ai 2/3 dell’energia consumata da tutte le case italiane) ed è responsabile dell’emissione di 19 milioni di tonnellate di CO2 annue. I consumi mondiali in standby causano l’1% delle emissioni complessive di CO2. Secondo l’International Energy Agency, entro il 2030 il 15% dei consumi elettrici in Europa sarà dovuto alle funzionalità di standby degli apparecchi" spiega uno studio dell'Ue.

I grafici che seguono, realizzati dal progetto Selina, mostrano che ci sono differenze importanti tra il dato medio e il dato minimo di consumo in standby degli apparecchi:

Tra i dispositivi che consumano di più da spenti e in standby ce ne sono alcuni apparentemente insospettabili.

Eccone una selezione:

Computer desktop

Nelle nostre case, così come negli uffici, i computer sono accesi per tutto il giorno. Non sempre però vengono utilizzati.

Caffettiera elettrica

Se non si sta facendo il caffè, è bene scollegarla dalla presa perché la macchina da caffè consuma poco più di 1 watt all'ora quando non è in uso.

Console per videogiochi

Consuma circa 1 W se è spenta ma collegata. E se è acceso, il consumo sale a 23,3W.

Cavo TV decoder

Il decoder quando non in uso rimane in standby. Uno di quei dispositivi che di fatto consuma sempre energia.

Microonde

Si tratta di uno degli elettrodomestici che consuma più energia, circa 3,08 W ma lasciando lo sportellino aperto può arrivare a consumare 25,79 W.

TV a retroproiezione

Questo particolare tipo di TV può arrivare a consumare molta energia.

Caricabatterie per cellulare

Lo facciamo un po' tutti quando andiamo a letto: mettere il telefono in modalità di ricarica, tuttavia lo smartphone si ricarica sempre prima che noi ci svegliamo. Ciononostante consuma ancora una grande quantità di energia.

Telefono cordless

Il cordless è un altro dispositivo che può essere acceso per tutta la vita senza che ce ne rendiamo conto, e può consumare fino a 2,9W/ora.

Apparecchiature audio

Questi dispositivi possono raggiungere un consumo di 14,4W . Non sono quasi mai scollegati.

Laptop

Sono quasi sempre collegati alla corrente da persone il cui consumo può arrivare fino a 8,9w/ora e in modalità sleep o ibernazione fino a 15,7 W.

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Come fare a riconoscere i prodotti che consumano in standby?

Quasi tutti i prodotti con un alimentatore esterno, un telecomando, un display sempre acceso (o un LED) o che caricano batterie, consumano energia in continuo.

COSA FARE? Staccare sempre la spina degli elettrodomestici e acquistare una presa multipla dotata di interruttore, per poterli spegnere ogni volta che non si utilizzano.

 

Francesca Mancuso

Nati prematuri: ecco come un parto pretermine può influire sullo sviluppo del linguaggio

Published in: Speciale bambini

Secondo la ricerca, condotta da un team dell’Università dell'Illinois negli Stati Uniti e pubblicata su eNeuro, è probabile che i bambini pretermine sperimentino ritardi nello sviluppo della regione del cervello legata all'udito e alla comprensione del suono. Conseguenza di ciò sarebbe la possibile comparsa di disturbi della parola e del linguaggio all'età di 2 anni. 

Per capire come matura la corteccia uditiva nell'ultimo trimestre di gestazione, i ricercatori hanno raccolto un serie di dati tra il 2007 e il 2010. I 90 neonati prematuri presi a campione nello studio erano stati sottoposti ad una risonanza magnetica (MRI) da una a quattro volte. Altri 15 bambini sono stati poi analizzati nei primi quattro giorni di vita per poter fare un confronto con i neonati prematuri.

Il team si è concentrato in particolare ad analizzare la corteccia uditiva primaria (che è la prima regione corticale a ricevere segnali uditivi dalle orecchie attraverso altre parti del cervello) ma anche la corteccia uditiva non primitiva, che svolge un ruolo più sofisticato nell'elaborazione degli stimoli.

L'analisi ha rivelato che entro 26 settimane di gestazione, la corteccia uditiva primaria si trovava in uno stadio di sviluppo molto più avanzato rispetto alla corteccia uditiva non primitiva.

Tra 26 e 40 settimane la corteccia uditiva non primitiva nei neonati maturava rapidamente, raggiungendo parzialmente la corteccia uditiva primaria. Entrambe le regioni apparivano meno sviluppate a 40 settimane nei neonati pretermine rispetto ai bambini a termine.

Il team ha anche trovato un'associazione tra lo sviluppo ritardato della corteccia uditiva non primitiva nell'infanzia e la presenza di ritardi nel linguaggio dei bambini all'età di 2 anni, suggerendo che le interruzioni che si verificano nello sviluppo di questa parte del cervello a causa di parto prematuro possano contribuire a sviluppare problemi di linguaggio.

Che i futuri neonati all’interno della pancia della mamma possano sentire era già noto. Come ha dichiarato Brian Monson a capo dello studio:

"Da questi tipi di studi, sappiamo che i feti nel terzo trimestre di gestazione stanno ascoltando, imparando e creando ricordi. È piuttosto straordinario che un sistema così immaturo abbia già la capacità di iniziare a distinguere e imparare"

Studi con ultrasuoni rivelano, per esempio, che a partire dalle 25 settimane in gestazione, i feti si muovono in risposta a suoni prodotti dall'esterno. Altre ricerche mostrano che i neonati preferiscono ascoltare i suoni, sia musica che parlato, a cui sono stati esposti nel grembo materno rispetto a suoni non familiari. 

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Francesca Biagioli

Chiacchiere al forno

Published in: Ricette

La preparazione delle chiacchere al forno è semplice e veloce. Da servire a merenda o in una festa di Carnevale, questi dolcetti cosparsi di zucchero di canna a velo piaceranno tantissimo a grandi e piccini.

Ingredienti
  • 400 gr di farina di semola rimacinata
  • 80 gr di zucchero di canna
  • 3 uova
  • 50 gr di burro
  • 1 pizzico di sale
  • 1 limone biologico
  • 1 pizzico di lievito per dolci
  • zucchero di canna a velo q.b.
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  • Tempo Preparazione:
    30 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    15 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare le chiacchere al forno: procedimento

 

  • Porre nella planetaria la farina, il sale, lo zucchero, la buccia di limone grattugiata e il lievito, e
  • mescolare con il gancio a foglia,
  • incorporare ora le uova e cinque cucchiai di succo di limone,
  • ed in fine anche il burro e continuare ad impastare con il gancio ad uncino fino a compattare l'impasto, se si preferisce si potrà impastare anche a mano rispettando lo stesso ordine di aggiunta degli ingredienti.
  • Spianare l'impasto con la sfogliatrice fino ad ottenere una sfoglia spessa circa un millimetro e
  • con una rotella dentellata formare dei rettangoli, inciderli internamente con dei tagli
  • e porli nella leccarda rivestita con carta forno,
  • infornare in forno caldo a 180° e cuocere per circa tredici/quindici minuti o comunque fino a doratura.
  • A cottura ultimata sfornare e far raffreddare su una gratella,
  • prima di servirle, cospargere le chiacchere al forno con lo zucchero di canna a velo.
Come conservare le chiacchere al forno: Se riposte in contenitori ermetici, le chiacchere al forno manterranno la loro fragranza per due/tre giorni.   Potrebbero interessarti anche altre ricette e varianti di chiacchiere al forno di frappe (anche vegan) o di altri dolci di carnevale

Ilaria Zizza

Niente tassa, ma più riciclo: ecco la strategia europea per ridurre la plastica

Published in: Rifiuti & Riciclaggio

Dopo Gran Bretagna e Cina, anche l'Europa si mobilita finalmente contro l’uso smodato di plastica, a favore della protezione dell’ambiente. In occasione di una sessione plenaria a Strasburgo, sono stati presentati tutti i nuovi obiettivi anti- inquinamento, con una clausola ben precisa: entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica dovranno essere riciclati o riutilizzati. Mentre, l’uso delle microplastiche sarà ridotto, ma solo laddove sarà possibile.

Secondo Frans Timmermans, vice presidente della Commissione europea, “la plastica rimane indispensabile per l’economia, perché l’industria dà lavoro a 1,5milioni di persone in Europa. Ma dall’altro lato, non possiamo accettare che ogni secondo chili di plastica vengono gettati in mare”.

Allora, la soluzione può essere quella di reinventare l’industria puntando sul riciclo e riuso e mantenendo così i posti di lavoro. La Commissione in pratica, investirebbe 100milioni di euro in tecnologie, così da attrezzare ad esempio i porti europei nella raccolta e gestione dei rifiuti accumulati nella navi. Basti pensare, che ogni anno l’Unione produce 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma solo il 30% è raccolto e riciclato.

In più, saranno diffuse una serie di linee guida per standardizzare tutte le confezioni di plastica, dai detersivi alle bottiglie e renderle quindi riciclabili. Menzionate anche azioni per ridurre la plastica monouso e l’utilizzo di alcune attrezzature da pesca.

L’obiettivo è quello di risparmiare circa cento euro per ogni tonnellata raccolta. Una battaglia che è già iniziata dal 1 gennaio per i sacchetti bio del supermercato a pagamento che hanno portato con sé innumerevoli polemiche.

Secondo la Strategia della Plastica poi, ogni prodotto, dovrà dichiarare la biodegradabilità in etichetta, norme rigide e punizioni per chi scarica rifiuti in mare poiché tutta la spazzatura dovrà essere trasportata a terra e smaltita con agevolazioni.

Strategia della Plastica, cosa cambierà

Vediamo, dunque, nel dettaglio le linee guida della Strategia della plastica

Riciclo totale degli imballaggi in plastica entro il 2030

Entro il 2030 tutte le confezioni in plastica dovranno essere progettate per essere riciclabili o riutilizzabili, per attuare questa misura, la Commissione si impegna a revisionare i requisiti legislativi per l'immissione degli imballaggi sul mercato. 

Ci saranno nuovi finanziamenti per ricerca e sviluppo per evitare che i rifiuti continuino a finire in mare, in discarica o ad essere inceneriti. Per questo, ci sarà una collaborazione con il Comitato europeo di normalizzazione e con l’industria per sviluppare standard di qualità per i rifiuti polimerici e la materia prima seconda.

Bando delle microplastiche

La questione microplastiche è la più spinosa: nel documento si parla di riduzione, ma non di un addio definitivo. Infatti mentre le microplastiche utilizzate intenzionalmente vanno verso il divieto totale, sono ancora allo studio misure per ridurre quelle involontarie. Parliamo ad esempio delle particelle di gomma da usura dei pneumatici o dei residui di poliestere e nylon rilasciati nelle acque di lavaggio.

Riduzione delle stoviglie monouso

La Commissione europea parla anche di riduzione dell'uso di stoviglie monouso, ma l'approccio potrebbe essere simile a quello usato per i sacchetti bio. Su questo punto è in corso una consultazione pubblica, per cui non si sa ancora nello specifico quali modalità verranno utilizzate. 

Riciclo, riuso, differenziata

Attraverso campagne di sensibilizzazione, la Commissione europea accompagnerà il cittadino nel variegato mondo della differenziata per non incorrere più negli errori passati. Saranno promosse misure come il vuoto a rendere e alternative al monouso, come l'utilizzo di prodotti green.

Etichette chiare e dicitura 'biodegradabile'

Ogni prodotto, dal detersivo alla bottiglia, dovrà chiaramente indicare in etichetta la dicitura biodegradabile, così da rendere il cittadino più consapevole. In tal senso saranno incentivate misure per aumentare l'accesso all'acqua potabile ed evitare l'uso delle bottiglie. 

I numeri della plastica

Come dicevamo, l’Europa produce oggi 25 milioni di tonnellate di plastica e solo il 30% (il 41% in Italia) finisce nel circuito del riciclaggio. L’85% della spazzatura finisce in spiaggia e mare, così facendo nel 2050 ci sarà più plastica che pesci nell’oceano.

Sono dati allarmanti di cui forse gli europei non hanno contezza, ma la produzione nell’ultimo mezzo secolo si è moltiplicata per 20. Che vuol dire? Che i 311 milioni di tonnellate prodotte oggi potranno essere 630 nel 2036.

“Stiamo gettando le basi per una nuova economia circolare della plastica, solo così contribuiremo a ridurre i rifiuti sulla terra, nell’aria e nei mari, offrendo al contempo nuove opportunità per l’innovazione, la competitività e un’occupazione di alta qualità. È un’occasione per tutti”, spiega il vicepresidente della Commissione europea per la crescita Jyrki Katainen.

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Dalle associazioni ambientaliste e animaliste arriva il plauso per la decisione europea, ma anche il monito che “le parole devono tradursi in proposte legislative coerenti perché l’orizzonte del 2030 appare un po’ troppo lontano rispetto ad una vera e propria emergenza”.

Dominella Trunfio

Pesca elettrica, vittoria: il Parlamento europeo vota per il divieto definitivo

Published in: Come è andata a finire?

La pesca elettrica equipaggia di elettrodi le reti a strascico, che, quando trascinate sul fondo marino, rilasciano così scariche elettriche nei sedimenti, provocando contrazioni muscolari ai pesci, spinti per questo dalla sabbia nelle reti da pesca.

Il tutto è molto comodo, relativamente economico e rapido. Peccato che sia completamente distruttivo per gli ecosistemi marini. Già la pesca a strascico lo è, come ampiamente (e tristemente) dimostrato dai danni che si registrano nei nostri mari a causa di questa pratica. L'”innovazione elettrica” provoca poi anche fratture, lividi e ustioni nelle specie ittiche. Un disastro ecologico finora, di fatto, autorizzato.

Pesca elettrica: una tecnica vietata ma poi “riemersa”

La pesca elettrica è già vietata nella maggior parte delle nazioni dedite alla pesca, compresa la Cina. E anche l’Italia aveva detto NO (art. 31 Regolamento EC n.850/98), già nel 1998. Ma nel 2006 la Commissione europea propose l’introduzione di deroghe per consentire agli Stati membri di praticarla comunque, nonostante il divieto su tutti metodi di pesca distruttivi come la pesca con esplosivi, il veleno e la corrente elettrica.

Gli esperti scientifici avevano forse dato l’ok? Assolutamente no, peccato che tale parere fosse rimasto “nell’ombra”. Parliamo di un documento redatto da un panel di scienziati (23-esimo Report dello Scientific, Technical and Economic Committee for Fisheries, datato 6-10 novembre 2006), totalmente sfavorevole alla reintroduzione della pratica, che è stato ritrovato da Bloom, associazione che si batte per la difesa degli ecosistemi marini. Molto imbarazzante per la Commissione Europea.

Le pressioni delle lobby e la battaglia delle Associazioni

La tecnica è fortemente voluta da diverse imprese della pesca industriale, soprattutto olandesi, in quanto consente di aumentare le catture, risparmiando così carburante. Molto conveniente dunque. Peccato lo sia solo a breve termine, verrebbe da aggiungere.

Tra l’altro a questa atrocità era stato assegnato lo status di “pesca sperimentale e innovativa”, e in questo modo diverse imprese del settore hanno potuto richiedere milioni di euro di contributi per dotare la propria flotta a strascico di elettrodi, accaparrandosi fondi pubblici potenzialmente utili per ben altro.

Per questo un gruppo di ONG e di associazioni di pescatori avevano scritto una lettera alla Commissione europea rivelando l’esistenza del documento che provava il parere scientifico totalmente negativo e che sollevava dubbi sulla moralità della proposta della Commissione di eliminare il divieto nel 2006. Avevano poi lanciato una petizione con richiesta agli europarlamentari di vietare definitivamente la pesca elettrica in Europa.

Una battaglia vinta

Nonostante le pressioni delle lobby della pesca industriale, le associazioni, insieme ai pescatori artigianali a loro volta danneggiati da questa assurdità, hanno vinto. “É una formidabile vittoria per gli oceani, per la pesca artigianale e per l’Europa - ha dichiarato Claire Nouvian, fondatrice di Bloom - La squadra di  Bloom ha lavorato giorno e notte per settimane, per ottenere questo risultato. Siamo felici e sollevati che il Parlamento si opponga a una pratica di pesca distruttiva, autorizzata in Europa solo grazie a una collusione immorale tra lobby industriali e istituzioni”.

"L’esito del voto è rimasto incerto fino all’ultimo - scrive Bloom - Le imprese della pesca industriale olandese hanno inondato il Parlamento europeo di “fake news”, menzogne che sono state denunciate  da diversi eurodeputati nel corso del dibattito in Plenaria, come Yannick Jadot e Younous Omarjee".

Ma alla fine è prevalso il no, anche con discreto scarto (402 voti favorevoli e 232 voti contrari). Un successo incredibile.

Cosa fare ancora

La vittoria di ieri è grande, ma è solo un passo. Bloom ricorda infatti che le misure sulla pesca elettrica fanno parte di una proposta di regolamento sulle ‘Misure tecniche’ per la pesca, che nella sua attuale formulazione è ancora disastrosa per gli oceani.

“Ad eccezione della pesca elettrica, la proposta di  regolamento è inaccettabile allo stato attuale” ha riferito a questo proposito Björn Stockhausen dell'Associazione Seas At Risk. E in questo momento è impossibile prevedere i prossimi sviluppi di questo regolamento.

Per approfondimenti sulla pesca elettrica leggi anche:

Ma resta un’incredibile vittoria sulle lobby della pesca industriale, una pietra miliare per le battaglie future.

Roberta De Carolis

Foto: Bloom

Pink Floyd Exhibition: a Roma la mostra dedicata alla storica band

Published in: Arte e Cultura

 Si chiama The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains è promossa da Michael Cohl e dagli Concert Productions International B.V e propone una serie di sequenze fatte di suoni, spettacoli e immagini. Ci sono la musica, gli allestimenti dei concerti e le scene psichedeliche underground della Londra degli anni ’60 a oggi.

E ancora la grafica, gli effetti speciali e gli esperimenti sonori che hanno caratterizzato i Pink Floyd che, dopo decenni, si ritrovano insieme per la mostra.

Dalle mucche al prisma di The Dark Side of the Moon, fino al maiale rosa sopra la Battersea Power Station e ai Marching Hammers. Tutto il viaggio espositivo è accompagnato dalla loro personale visione del mondo realizzata da creativi come Storm Thorgerson, Gerald Scarfe e Peter Wynne-Wilson.

La musica e le voci dei membri della band guidano il visitatore, ci sono quelle di Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui si entra in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione a Pompei.

Entra gratis chi aveva acquistato il biglietto per la mostra di Milano

Gli organizzatori fanno poi sapere che chi aveva comprato i biglietti per l’ edizione milanese del 2014 e mai andata in scena, avrà diritto ad entrare come ospite alla mostra, questo il comunicato di ViVaticket:

“I Pink Floyd e CPI (Concert Productions International BV – BK Group), i produttori della mostra stanno invitando i fan “scottati” dalla mancata apertura meneghina ad assistere allo spettacolo a Roma come loro ospiti. I destinatari della mail avranno quindi la possibilità di ricevere un ingresso omaggio alla mostra secondo precise modalità indicate dagli organizzatori.

Leggi anche: Da Frida Kahlo a Picasso: le mostre da non perdere nel 2018

Mostra Pink Floyd, orari e biglietti

Dal 19 gennaio al 1° luglio 2018: l’orario di ingresso per visitare The Pink Floyd Exhibition sarà dalle ore 9 alle ore 21 lunedì, martedì, mercoledì e domenica e dalle ore 9 alle ore 24 giovedì, venerdì e sabato.

Il biglietto d’ingresso, acquistato al botteghino del Macro, ha un costo di 18 euro intero e 16 euro ridotto (under 26, over 65), mentre per acquistarlo online clicca qui

Dominella Trunfio

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Ayahuasca: le proprietà e tutte le controindicazioni della bevanda allucinogena degli sciamani

Published in: Salute & Benessere

Il termine Ayahuasca in quechua (lingua dei nativi americani) significa "liana dell’anima" (o degli spiriti), chiaro dunque il riferimento alla capacità di questo infuso di far trascendere avvicinando ad un mondo che solitamente non siamo in grado di percepire.

Con questo nome, che può variare in Yage, Hoasca, Daime o Caapi a seconda dei vari paesi dell’Amazzonia, si fa riferimento ad una bevanda ricavata da piante locali dal potere allucinogeno e considerata terapeutica oltre che magica. Sono stati soprattutto gli sciamani di Brasile, Bolivia, Venezuela, Perù, Colombia e Ecuador a tramandarne l’uso e, a partire dagli anni ’90, la sua fama e il suo utilizzo sono arrivati fino in Occidente.

Ayahuasca, come si prepara e cerimonia

L’ayahuasca viene preparata esclusivamente da sciamani o curanderos. Si tratta di un decotto realizzato a partire da due piante: la chacruna (Psychotria viridis) di cui si utilizzano le foglie e l’ayahuasca  (Banisteriopsis caapi) di cui occorrono invece le liane. E’ proprio da queste liane, ingrediente principale della bevanda psicoattiva, che viene il nome con cui si è tramandata.

Le piante vengono fatte bollire anche per 16 ore ed è proprio grazie alla lunga cottura che si sprigionano al meglio tutti i loro principi attivi. A questo punto il decotto è diventato a tutti gli effetti “una bevanda per l’anima” come la considerano gli sciamani, il cui sapore però è abbastanza amaro e sgradevole ai più.

La cerimonia in cui si assume tradizionalmente l’ayahuasca avviene di notte, dura dalle 4 alle 6 ore ed è guidata da uno sciamano esperto. I partecipanti sono disposti seduti o sdraiati in cerchio, si purifica l’ambiente con l’utilizzo di canti sacri e poi ogni persona si avvicina al maestro per bere il proprio bicchiere di decotto. Bisogna poi attendere circa mezz’ora per avvertire i primi effetti dell’assunzione. Il resto della cerimonia prosegue al buio e lo sciamano nel frattempo prosegue con i suoi canti propiziatori.

 

Ma perché la bevanda è così apprezzata?

Ayahuasca, proprietà

L'ayahuasca non è solo allucinogena ma presenta interessanti proprietà terapeutiche a cui anche le medicina occidentale si sta pian piano interessando per valutarne la reale potenzialità:

  • Depura: secondo chi la utilizza si tratta di un infuso in grado di purificare l’organismo anche per lungo tempo dopo l’assunzione
  • Migliora l’umore: sembra che la bevanda abbia un effetto marcato su umore ed emozioni, sarebbe dunque in grado di risolvere disturbi come ansia e depressione.
  • Aumenta la creatività: persone che lavorano grazie alle proprie doti creative (scrittori, musicisti, ecc.) ottengono benefici dopo aver assunto la bevanda.
  • Anticancerogena: i principi attivi presenti nelle piante che si utilizzano per realizzare l’ayahuasca potrebbero avere doti antitumorali. Uno studio a riguardo del 2013 è opera dell’Università Federale di Sao Paulo, in Brasile. 
  • Allucinogena: la bevanda crea allucinazioni di tipo visivo (compresa la formazione di forme geometriche e visione di colori brillanti) ma anche uditivo. Fa “viaggiare” in dimensioni più spirituali e per questo c’è chi la ritiene un buon modo per avvicinarsi ad esperienze di tipo extrasensoriale. 
  • Per il trattamento delle dipendenze: proprio una sostanza dal potere allucinogeno come questa potrebbe aiutare ad eliminare dipendenze da droga, alcool, tabacco o farmaci.

Naturalmente, a parte l’accertata proprietà allucinogena, tutti gli altri benefici sono ancora da confermare con ulteriori prove scientifiche.

Ayahuasca, da cosa è composta?

I principi attivi che si sprigionano dalla lunga cottura delle foglie di Psychotria viridis e dalle liane di Banisteriopsis caapi conferiscono all'Ayahuasca le sue caratteristiche peculiari. E’ in particolare nelle foglie di Chakruna che si trova la dimetil-triptamina (DMT), principio attivo che assicura le principali caratteristiche “visionarie” della bevanda.

Si tratta di una sostanza chimica endogena che viene prodotta anche dal nostro organismo - ad esempio durante la fase di sonno REM - oppure in situazioni di grande stress. 

Assunta dall'esterno però questa sostanza, se non resa inattiva perché metabolizzata dalle MAO (monoamino ossidasi) a livello epatico ed intestinale, ha la possibilità di entrare in circolo sia nel sangue che nel sistema digestivo ed attraversare la barriera ematoencefalica. Questo è proprio quello che avviene con una bevanda come l'Ayahuasca in quanto la presenza di alcun alcaloidi contenuti nel Banisteriopsis caapi inibiscono le MAO e quindi consentono al DMT di sprigionare il suo potere.

Si tratta dunque a tutti gli effetti una droga che dà allucinazioni e può avere gravi effetti collaterali.

Ayahuasca, controindicazioni ed effetti collaterali

Il consumo di Ayahuasca può generare tachicardia e problemi di pressione alta con tutti i rischi che questi sintomi possono comportare, compresa la morte. Sembra che siano davvero numerosi i turisti che, visitando i paesi in cui si utilizza questa bevanda, hanno avuto pesanti conseguenze in seguito all'assunzione (decine sono, per diversi motivi, andati incontro alla morte).

Addirittura per le persone in cerca di un turismo "da sballo" vengono organizzate delle vere e proprie serate in cui si offrono a caro prezzo bicchieri su bicchieri di Ayahuasca. Lo stile e la finalità di questi incontri è ben diversa da quella delle cerimonie sciamaniche originali.

Tra l’altro non si conoscono con precisione le dosi da non superare per non incorrere in problemi e non sono chiare le indicazioni riguardo alla sua sicurezza in generale, soprattutto in caso si assumano farmaci o si soffra di qualche patologia.

Assolutamente sconsigliata in caso di cardiopatie, epilessia, disturbo bipolare o altri problemi di natura psichica, epilessia, ipertensione o diabete.

Per quanto riguarda i possibili effetti collaterali, ogni persona può andare incontro ad una diversa esperienza con questa bevanda che quindi non è sempre e per forza positiva. Tra gli effetti che possono comparire vi sono ad esempio vomito, diarrea e vampate di calore alternate a brividi di freddo.

Se visitate i paesi in cui si utilizza, vi sconsigliamo quindi di farvi accattivare da proposte di "assaggio" di Ayahuasca.

Ayahuasca, la legislazione italiana

Ne’ la Ayahuasca né i suoi componenti sono inclusi nella Tabella 1 delle Sostanze stupefacenti e psicotrope (D.L. 20 marzo 2014, n.36). Possedere dunque le piante da cui è composta o la bevanda stessa non è reato, nonostante nella sopracitata tabella rientri in realtà il principio attivo della dimetiltriptamina.

Per conoscere altre sostanze dal potere allucinogeno leggi anche:

Francesca Biagioli

Indonesia: scoperta nuova coloratissima specie di uccello

Published in: Animali

L'animale, avvistato sull’isola di Rote, in Indonesia, è il Rote myzomela (Myzomela irianawidodoae) e appartiene a una variopinta famiglia di uccelli. Il suo nome è stato scelto in onore della First Lady dell’Indonesia, Iriana Joko Widodo.

Il Rote myzomela si nutre di nettare ma la sua esistenza è a rischio. L’habitat di questa nuova specie infatti si sta riducendo a vista d'occhio e per questo necessita di maggiore tutela.

Le foreste indonesiane sono costantemente minacciate dallo sfruttamento industriale e agricolo. La stessa isola di Rote in cui è stato scoperto il coloratissimo uccello deve vedersela con la deforestazione.

“L’Indonesia conta oltre 1.500 specie di uccelli e ogni anno vengono scoperte nuove specie. La maggior parte degli uccelli ha un canto caratteristico che li contraddistingue, grazie a questo è stata possibile l’identificazione. È una bella soddisfazione aver scoperto questa specie. Non capita tutti i giorni! Spero che la scoperta ricorderà a tutti quanto la sopravvivenza di queste foreste sia cruciale non solo per gli uccelli ma anche per tigri, oranghi e specie animali che ancora attendono di essere scoperte. Le autorità indonesiane dovrebbero prendere nota e intensificare gli sforzi per proteggere le foreste” ha detto Philippe Verbelen, campaigner di Greenpeace e ornitologo.

La deforestazione minaccia pesantemente le foreste indonesiane. Negli ultimi anni è emerso che molte sono state bruciate per fare spazio alle piantagioni di olio di palma.

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Rote, apena scoperto e già minacciato.

Francesca Mancuso

Bailey, il bambino che è riuscito ad abbracciare la sorellina prima di morire di tumore

Published in: Speciale bambini

Questa forma di cancro, non molto comune, colpisce le cellule del sistema immunitario. Quando gli venne diagnosticata, la malattia era già al terzo stadio. Tutto è iniziato nell'estate del 2016, quando Bailey iniziò a sentirsi poco bene. A settembre dopo un primo controllo in ospedale gli venne diagnosticata un'infezione virale ma ben presto i medici capirono che si trattava di qualcosa di più grave. Da lì alla scoperta del Linfoma il passo è stato breve.

I dottori che lo avevano in cura gli diedero solo "giorni o settimane" visto che il cancro si era già diffuso in tutto il corpo. Nonostante le cure e i numerosi miglioramenti che avevano generato nuove speranze nella famiglia, il tumore si è ripresentato.

Bailey ha combattuto una coraggiosa battaglia contro il cancro lunga 15 mesi. Il bambino era molto affezionato al fratello minore Riley e non vedeva l'ora di conoscere la sorellina la cui nascita era prevista per il mese di novembre 2017.

     

"Sapeva che non sarebbe stato qui per Natale, ma abbiamo cercato di indurlo a mettere insieme una lista di regali", ha raccontato la mamma di Riley, Rachel. "La maggior parte delle cose che ha chiesto erano oggetti con cui non avrebbe mai giocato. Erano più adatti al fratellino" prosegue il padre. "Aveva scelto tutto per Riley perché sapeva che non li avrebbe mai usati".

Il bambino desiderava tantissimo conoscere la sorellina Millie di cui aveva scelto anche il nome ma i medici avevano dato poche speranze alla famiglia. Tuttavia, Bailey ci ha creduto fino alla fine e a novembre è riuscito ad abbracciarla:

"Voglio restare ma è il momento di andare, di diventare il suo angelo custode".

Racconta la mamma: "Non pensavamo che sarebbe sopravvissuto così a lungo, ma era determinato ad incontrare Millie. È arrivato alla fine di novembre, e Millie è nata. L'ha abbracciata e ha fatto tutto quello che un fratello maggiore avrebbe fatto, cambiarla, lavarla, cantare per lei".

Venerdì 22 dicembre, Bailey è stato portato in ambulanza all'ospedale. La Vigilia di Natale ha esalato l'ultimo respiro mentre una sola lacrima usciva dai suoi occhi, raccontano i genitori.

Un bambino davvero coraggioso, che fino alla fine ha combattutto contro la malattia sostenendo anche la famiglia: "Prendetevi cura di Riley e Millie. Vi concedo solo 20 minuti per piangere".

Fino alla fine ha regalato sorrisi a chi gli stava accanto, facendo smorfie e facce buffe. Ha anche pensato al suo funerale, in cui la tristezza doveva essere bandita. E il suo desiderio è stato esaudito.

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Centinaia di persone e bambini vestiti con colorati costumi da supereroi hanno sfilato per le strade per dargli l'ultimo saluto. Quello che il piccolo supereroe meritava.

Francesca Mancuso

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Mondiali di calcio in Russia: ancora un massacro per i cani randagi

Published in: Cani

 

Mancano ancora sei mesi, ma il paese di Putin è già nell’occhio del ciclone. L’accusa è quella di aver ordinato lo sterminio di cani randagi che vivono nelle undici città che in estate, ospiteranno appunto la Coppa del mondo 2018.

Una soppressione di massa che potrebbe interessare centinaia di migliaia di cani, un numero che non è comunque stimabile. Comprensibilmente, le associazioni animaliste e i cittadini sono insorti e Vladimir Burmatov, capo del comitato per la protezione ambientale della Russia, ha scritto una lettera al ministro dello sport Pavel Kolobkov. La richiesta? Quella di trovare delle alternative ‘umane’ alla morte di animali indifesi. 

“E’ una questione di reputazione del nostro paese, perché non siamo selvaggi, non possiamo commettere un omicidio di massa di animali per le strade, gettando i loro cadaveri insanguinati in veicoli e li guida in città” ha detto Kolobkov alla Parlamentskaya Gazeta.

Dopo la denuncia, la petizione firmata da circa 90mila persone su Change.org e la presa di posizione del capo del comitato, Vitaly Mutko, vicepresidente del governo della Federazione Russa, ha ordinato di organizzare rifugi temporanei per gli animali catturati nei pressi delle sedi della Coppa del Mondo 2018.

Ma bisogna capire se questa decisione verrà adesso messa in pratica, senza dimenticare che già centinaia di randagi sono stati uccisi tramite avvelenamento o tranquillanti che inducono asfissia e la morte in 15 minuti.

Sofferenze atroci per questi cani che hanno un'unica colpa, quella di non vivere al sicuro sotto l’ala protettrice di una famiglia. Ma è evidente che il passato non insegna nulla e ogni volta, a ridosso dei grandi eventi sportivi, ci troviamo costretti a dare notizie del genere.

Era già successo nelle Olimpiadi invernali di Sochi, nel 2014 ha portato la morte per oltre 2mila animali, anche in quell’occasione si era parlato di canili e rifugi temporanei, ma in realtà lo sterminio è proseguito anche dopo l’evento sportivo.

Massacri senza fine, ne avevamo parlato qui:

Nel 2012 gli Europei in Ucraina non hanno registrato dinamiche meno crudeli: cani avvelenati e gettati in forni crematori ancora vivi. All’epoca la Peta aveva parlato di oltre 20mila animali morti; a Pechino? Idem. Cani catturati e mandati in campi di sterminio, così come ad Atene per le Olimpiadi del 2004.

 

Dominella Trunfio

Nuovo algoritmo di Facebook: cosa fare per continuare a seguire greenMe.it

Published in: Social & Web

Anche le notizie e gli approfondimenti saranno meno visibili (danneggiando la lettura di un articolo e favorendo, di fatto, i commenti degli amici).

Tutto questo implica che avrete più difficoltà a seguire la nostra testata d’informazione e di opinione su tematiche "green", nata proprio con l'obiettivo di contribuire a diffondere, con ironia e praticità, comportamenti e stili di vita maggiormente attenti all'ambiente e al pianeta in cui viviamo.

Cosa possiamo fare?

Se volete continuare a restare aggiornati basta eseguire un paio di operazioni, spuntando la casella "segui già" e selezionando l'opzione "mostra per primi".

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Tradurre il linguaggio di cani e gatti in inglese? Entro il 2022 sarà possibile grazie all'IA

Published in: Cani, Gatti & co.

Nulla di più fantascientifico? Non proprio. Alcuni scienziati statunitensi stanno lavorando su uno strumento che userebbe l’intelligenza artificiale (AI) per imparare e tradurre le vocalizzazioni degli animali e le espressioni facciali in qualcosa che possiamo capire. E secondo NBC News, un recente rapporto sponsorizzato da Amazon sulle tendenze future dice che tra circa un decennio avremo un traduttore per animali domestici. Gli esperti prevedono, infatti, che questa tecnologia sarà ampiamente disponibile entro il 2022. Uno degli autori del rapporto, il futurologo comportamentista William Higham, ha specificamente indicato il lavoro del dott. Slobodchikoff come alcuni dei progressi principali verso la creazione di un traduttore per animali. Ma di cosa si tratta?

Gli studenti della Northern Arizona University di Flagstaff, capeggiati, appunto, da Con Slobodchikoff, hanno studiato le diverse tecniche di linguaggio. Slobodchikoff ha dedicato trent'anni della sua vita al linguaggio animale tanto da fondare la “Animal Communications”. Esperto di cani e gatti, negli ultimi anni ha dirottato i suoi studi su un animale in particolare, il “prairie dog”, un roditore simile a una marmotta molto diffuso tra Stati Uniti, Canada e Messico.

“Tra loro usano il più sofisticato linguaggio animale mai codificato - ha raccontato Con Slobodchikoff  - hanno fonemi simili alle parole, li combinano tra loro, usano quello che potremmo definire un chiacchiericcio sociale”. Un vero sistema che consente a questi animali di distinguere i diversi predatori e di sviluppare degli “allarmi” con cui riescono a definire la specie del predatore, grandezza e colore.

Ora, con l’aiuto di un collega di informatica, ha trasformato questa sorta di vocalizzazioni in inglese e l’anno scorso ha fondato una società chiamata Zoolingua con lo scopo di sviluppare uno strumento simile per tradurre suoni di animali domestici, espressioni facciali e movimenti del corpo.

“Ho pensato, se possiamo farlo con i cani della prateria, possiamo certamente farlo con cani e gatti”, ha detto Slobodchikoff.

In questo momento Slobodchikoff sta raccogliendo migliaia di video di cani che mostrano vari latrati, atteggiamenti e movimenti del corpo, che userà a sua volta per sviluppare un algoritmo di intelligenza artificiale sui metodi che gli animali usano per comunicare.

Gli scienziati dicono che anche se il traduttore di intelligenza artificiale diventa una realtà, c’è ancora molta strada da fare prima di poter parlare con gli animali domestici. Quel che è vero, nel frattempo, è il sogno di molti di comunicare con il proprio animale domestico non è poi così impossibile da realizzare.

Intanto iniziamo a conoscere e a decifrare il linguaggio dei cani: cani o gatti che siano già hanno il loro modo per farsi capire più che bene! E noi, di contro, ben sappiamo come vanno curati, trattati e soprattutto... ascoltati!

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Germana Carillo

Nissan Leaf: l'auto 100% elettrica per tutti

Published in: Auto

Così come lo smartphone è utilizzato 24 ore al giorno e non solo quando dobbiamo fare o ricevere telefonate, l’auto 2.0 mira a diventare funzionale e utile non solo nelle due ore in cui in media viene utilizzata per spostarsi da A a B.

La nuova Nissan Leaf, 150 cavalli e un’autonomia di percorrenza di 378 km/h con una singola ricarica, rappresenta l’evoluzione della tecnologia legata all’auto, un’auto che diventa intelligente, per un concetto di mobilità che trascende il trasporto e si integra nelle città, in armonia tra persone, veicoli, e natura.

Il concetto di auto che conosciamo noi è quanto meno da abbandonare, questo nuovo modello 100% elettrico si guida con un solo pedale, parcheggia in modo autonomo assumendo il pieno controllo dello sterzo, dell’acceleratore e del freno e consente di guidare in autostrada in autonomia su una singola corsia.

Ma ancora più importanti le novità legate alle tecnologie “Leaf to home” e “Vehicle to grid”, il veicolo si trasforma in un vettore di energia utile per lo stoccaggio e per lo scambio di energia con la rete pubblica e con la rete domestica, con numerosi benefici per la collettività, i gestori di energia e il cliente.

Leaf to home

L’auto diventa uno strumento per l’accumulo e lo scambio di energia con la rete domestica andando a creare un ecosistema che permette di rendere più efficiente il consumo energetico, con meno sprechi e più stabilità, fino ad arrivare alla totale indipendenza in caso di un ecosistema domestico con presenza di impianti fotovoltaici privati.

Vehicle to grid

Con il sistema Vehicle to grid l’auto si integra nella rete, contribuendo ad una maggiore stabilità, questa tecnologia la trasforma in una batteria mobile, consentendo di restituire energia alla rete elettrica.

OPod Tube: la tiny house dentro... le tubature dell'acqua!

Published in: Abitare

Trovare soluzioni abitative in spazi non convenzionali è la missione dell'archietto James Law che ha ideato questa tiny house. È la prima volta che si riutilizzano le infrastrutture idriche e fognarie come soluzione per la carenza di alloggi e per costruire nuove abitazioni a basso costo.

Lungi dal voler criticare o approvare la qualità della vita in città così densamente popolate, va detto che stando alle cifre fornite dal governo e rese note da Reuters, il numero di famiglie di Hong Kong costrette a vivere in "case inadeguate" come edifici industriali abbandonati e camere singole incredibilmente piccole è aumentato del 9% nel 2017.

Per questo si sta cercando di correre ai ripari offrendo comunque alloggi dignitosi.

"OPod Tube Housing" dell'architetto Law è un'unità abitativa a basso costo sperimentale. Realizzate all'interno di tubi in calcestruzzo da 2,5 m di diametro e facilmente reperibili, queste abitazioni sono pensate per una o due persone, offrendo cucina e bagno completamente attrezzati in uno spazio di circa 10 mq. Ciascuna cabina è dotata di mobili che massimizzano lo spazio interno. Inoltre, può essere impilata fino a diventare un basso edificio e una comunità modulare in breve tempo.

   

Dato che a Hong Kong i terreni liberi sono una rarità, OPod sfrutta appieno gli angoli e gli spazi ristretti dei vicoli della città. Essendo anche molto pesanti - i tubi pesano fino a 22 tonnellate ciascuno – queste tiny house non hanno bisogno di essere fissate tra loro ma si appoggiano l'una sull'altra.

"Il divano si raddoppia e diventa un letto; il sistema di scaffalature flessibili è personalizzabile in base alle esigenze degli occupanti. Abbiamo un micro-frigo e un piccolo forno a microonde - il più piccolo disponibile sul mercato - e una doccia e un WC integrati all'interno di una stanzetta" spiega Law.

   

Per quanto riguarda i costi, si stima che occorrano circa $ 15.000 per l'acquisto di un tubo per l'acqua convertito in un micro-appartamento completamente attrezzato, circa la metà della trasformazione di un container in una tiny house, anche se quest'ultimo garantisce spazi interni più ampi.

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È chiaro che questi micro-appartamenti modulari allestiti all'interno delle condutture idriche in calcestruzzo fungono da alloggio temporaneo, in attesa che i residenti di Hong Kong possano trovare soluzioni più consone. Al momento non sono stati resi noti i piani per realizzare gli Opod ad Hong Kong ma Law spera che il suo prototipo susciti l'interesse degli sviluppatori interessati a fare un ulteriore passo avanti nella progettazione delle tubature urbane.

Francesca Mancuso

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Tangram e costruzioni mosaico: origini, vantaggi, schemi e figure da scaricare

Published in: Speciale bambini

Origine e storia del Tangram

Probabilmente vi sarà capitato tra le mani quel gioco dalla forma quadrata composto da sette parti: un quadrato, un rombo e cinque triangoli rettangoli isosceli di diverse dimensioni.

La regola per utilizzarlo è semplice: su un piano, e senza sovrapporli, vanno usati tutti e 7 i pezzi di cui è formato in modo da creare delle figure riconoscibili e dalle giuste proporzioni.

Si tratta di un gioco di origine cinese e di antica tradizione (potrebbe risalire addirittura a 3000 anni fa!) anche se non si conosce bene la sua storia. Viene chiamato anche “le sette pietre della saggezza”, questo nome suggestivo con cui è conosciuto nella sua terra d’origine fa riferimento al fatto che si ritiene saggio e talentuoso chi ha piena padronanza di questo gioco.

Si tratta infatti di passatempo solo apparentemente facile e “da bambini”: chi lo conosce sa che realizzare le figure non è sempre intuitivo e semplice, spesso si richiedono degli schemi da seguire per creare ciò a cui la fantasia lì per lì non era arrivata. Anche ricomporre semplicemente il quadrato originario può dare difficoltà, soprattutto a chi è alle prime armi.

La versione originale è quella in legno ma esistono ormai Tangram di diversi materiali e generi (ne parliamo più in basso) e volendo si può realizzare anche da soli con il cartoncino:

Leggenda del Tangram

La leggenda all’origine di questo gioco narra che un monaco donò ad un suo discepolo un quadrato di porcellana e un pennello. Portandolo in giro per il mondo l’allievo doveva rappresentare su di esso attraverso i colori le bellezze che incontrava. Sfortunatamente il quadrato cadde e il discepolo si trovo con 7 pezzi separati, capì però che anche con quelli poteva rappresentare il mondo al meglio, l’importante era saperli accostare tra di loro nel modo giusto. Nacque così il gioco che si è tramandato fino ad oggi.

Vantaggi del Tangram

Un gioco come il Tangram offre diversi vantaggi, è in grado soprattutto di stimolare l’immaginazione e la creatività grazie al fatto che i vari pezzi che lo compongono possono essere sapientemente assemblati in diverse forme realizzando così figure di ogni genere. L’importante è non barare: ogni figura deve essere infatti creata utilizzando tutti e 7 i pezzi del Tangram.

Esistono poi delle varianti al classico gioco pensate per i bambini più piccoli alle prese con forme e colori che possono essere utilizzate per stimolare la loro fantasia e realizzare degli originali puzzle. Con i pezzetti di legno i bambini si divertiranno a creare figure diverse allenando la loro capacità logica ma anche migliorando le loro percezioni grafiche e dello spazio.

I vari oggetti, animali o figure geometriche che si possono realizzare possono servire anche ad illustrare storie per i più piccoli. Tra l’altro si riescono anche a creare figure molto articolate e apparentemente “vive”, illusioni ottiche in grado di stimolare ancora di più l’immaginazione e l’espressività.

Le potenzialità di questo gioco sono ormai consolidate anche in campo didattico e c’è chi lo utilizza per facilitare l’insegnamento della matematica e della geometria ma anche all’interno di test psicologici.

Come si gioca: le varie possibilità

Le possibilità di gioco sono molte e variano anche con l 'eta e il numero di giocatori. E' possibile infatti lasciare i bimbi liberi di sperimentare e creare le loro forme, oppure rendere più stimolante il gioco con delle tessere con figure già create e coinvolgere i vari giocatori a realizzare una figura nel minor tempo possibile o ancora, per i più piccoli, creare schemi con la stessa dimensione delle forme in cui far inserire i vari pezzi, a mo' di puzzle. 

Tangram classico e schemi tangram

Il Tangram originale classico è, come abbiamo detto, quello composto da soli 7 pezzi che vanno a formare il quadrato e con essi è possibile creare oltre 100 figure. E' possibile trovare le versioni in metallo o in legno, colorate o "al naturale", di diverse dimensioni.

Il più tradizionale Tangram è realizzato in legno e lasciato del suo colore originario. Si trova però anche con i pezzi, sempre in legno, ma colorati.

Tangram in legno naturale

Tangram in legno colorato

Tangram Magnetico

 

Tangram Battle (per due giocatori)

Tangram Kids

Schemi e figure Tangram

Gli schemi e le figure che si possono realizzare con questi 7 pezzi sono, come detto, centinaia. Spesso nelle confezioni del Tangram, sia l’originale che le varianti per bambini, sono presenti già alcuni schemi che si possono sperimentare per realizzare le figure, ma ne esistono moltissimi altri online da scaricare gratuitamente e poi eventualmente stampare a seconda dell'uso che se ne vuole fare: se solo come ispirazione o se volete utilizzarli per sovrapporre le tessere. Qui un pdf molto esaustivo con schemi tangram e suggerimenti di gioco

 

E' possibile trovare online anche molti video che suggeriscono schemi e modalità creative di gioco:

  Costruzioni mosaico o costruzioni 3D

Oltre alle varianti del classico gioco, è possibile trovare costruzioni, in legno o magnetiche, che riprendono il principio del tangram e della creazione di figure a partire dalle forme giometriche, sviluppate soprattutto per i bambini che, a differenza del tangram, utilizzano anche altre forme geometriche come l'esagono o il trapezio.

Solitamente il numero è maggiore e non limitato ai 7 pezzi del quadrato tangram, ma come per quest'ultimo i  possibili giochi e utlizzi variano in base all'età e al numero dei bimbi. Ed è possibile trovare o realizzare schemi con le varie figure o lasciare i bimbi liberi di crearne delle proprie.

Ecco alcuni esempi con i relativi schemi:

Blocchi e tavole con motivi Melissa and Doug (120 pezzi)



Lewo Set Tangram Puzzle (60 pezzi)

 


Questi due set hanno inclusi nella confezione alcune forme, ma è possibile trovare online molti schemi ad essi ispirati da scaricare e stampare. In particolare sul sito raebear, ad esempio, troverete diversi schemi divisi per tipologie di figure da realizzare con il vostro gioco: veicoli, animali, cibo, lettere dell’alfabeto, numeri, sport e tanto altro. 

 

Costruzioni Mosaico Lidl

Anche noi vi presentiamo alcuni schemi originali che ben si adattano al set per mosaico della Play Tive Junior vendute alla Lidl che ha pezzetti più grandi rispetto ai precedenti.

   

Un’idea carina in più per far giocare i bimbi che abbiamo utilizzato è quella di stampare gli schemi su dei fogli, plastificarli e poi applicare gli straps maschi e femmine (uno sul foglio e l’altro sul pezzetto di costruzione) in modo da realizzare un originale puzzle.

   

Scaricate subito QUI i nostri schemi e buon divertimento!

Francesca Biagioli

Ciambellone yogurt e limone

Published in: Ricette

Senza ingredienti raffinati, questo ciambellone piacerà sicuramente a grandi e piccini. Per la sua preparazione vi esortiamo ad utilizzare limoni biologici in modo da utilizzare in tutta tranquillità sia il loro succo che la loro buccia, in caso contrario è preferibile rimandare la preparazione di questo dolce.

Ingredienti
  • 200 gr di farina di farro
  • 200 gr di farina di grano duro
  • 4 uova
  • 130 gr di sciroppo di agave
  • 16 gr di lievito per dolci
  • 125 g di yogurt bianco
  • 1 limone biologico
  • olio e farina q.b. per lo stampo
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  • Tempo Preparazione:
    15 minuti
  • Tempo Cottura:
    30 minuti
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 6 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare il ciambellone yogurt e limone: procedimento

 

  • Ungere ed infarinare lo stampo.
  • Lavare il limone, grattugiarne la buccia e spremerlo.
  • Sgusciare le uova e metterle in una ciotola capiente,
  • montarle insieme allo sciroppo d'agave e lo yogurt,
  • incorporare ora la buccia e il succo del limone
  • e a seguire aggiungere anche le farine e il lievito,
  • continuare a montare fin quando l'impasto della torta non scenderà giù falle fruste senza spezzarsi.
  • Versare ora il composto nello stampo,
  • infornare e cuocere in forno caldo a 180° per circa mezz'ora.
  • A cottura ultimata sfornare, sformare e far raffreddare su una gratella,
  • spolverizzare a piacere con zucchero di canna a velo prima di servire.
Come conservare il ciambellone yogurt e limone:

Il ciambellone yogurt e limone se riposto in appositi contenitori ermetici resterà fragrante per diversi giorni.

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Ilaria Zizza

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