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Scienziati scoprono per caso una cellula immunitaria in grado di uccidere la maggior parte dei tumori

Un nuovo tipo di cellula immunitaria che sarebbe in grado di sconfiggere la maggior parte dei tumori è stata scoperta per caso da un team di scienziati britannici. Un risultato che potrebbe significare un importante passo avanti nel trattamento di questa malattia.

I ricercatori dell’Università di Cardiff stavano analizzando dei campioni di sangue proveniente da una banca donatori del Galles con l’intento di trovare alcune cellule immunitarie in grado di combattere i batteri. Ma, sorpresa, hanno scoperto invece una tipologia completamente nuova di T Cell (Linfocita T).

Si tratta di una cellula immunitaria dotata di un recettore fino ad oggi sconosciuto che agisce come un uncino, aggrappandosi alla maggior parte dei tumori umani e lasciando intatte le cellule sane. Questo particolare recettore interagisce con una molecola chiamata MR1, che si trova sulla superficie di ogni cellula del corpo umano.

In studi di laboratorio, le cellule immunitarie dotate di tale recettore hanno dimostrato di uccidere il cancro ai polmoni, alla pelle, al sangue, al colon, al seno, alle ossa, alla prostata, alle ovaie, ai reni e al collo dell’utero.

Il professor Andrew Sewell, autore principale dello studio ed esperto di T Cell della School of Medicine dell’Università di Cardiff, ha affermato che è “molto insolito” trovare una cellula con così ampie possibilità per combattere il cancro e che questa scoperta potrebbe portare allo sviluppo di una terapia universale:

“La nostra scoperta solleva la prospettiva di un trattamento del cancro ‘taglia unica’, un singolo tipo di cellula T che potrebbe essere in grado di distruggere molti tipi diversi di tumori in tutta la popolazione. In precedenza nessuno credeva che ciò potesse essere possibile”

Alla domanda se quanto scoperto significava che qualcuno in Galles era, grazie alla presenza di queste cellule nel sangue, completamente immune al cancro, il Prof Sewell ha dichiarato:

“Forse. Questa cellula immunitaria potrebbe essere piuttosto rara o potrebbe essere che molte persone abbiano questo recettore ma per qualche motivo non è attivato. Non lo sappiamo ancora”

Esistono già terapie che utilizzano sapientemente le cellule immunitarie per combattere specifici tipi di cancro ma al momento sono utili solo per alcune forme di leucemia e non funzionano per i tumori solidi, che rappresentano la maggior parte dei tumori.

Questi trattamenti, noti come terapie CAR-T e TCR-T, comportano il prelievo dal paziente di cellule immunitarie che vengono poi alterate in modo da riuscire a bloccare le molecole che si trovano sulla superficie delle cellule tumorali. Le cellule vengono quindi cresciute in gran numero e iniettate di nuovo nel flusso sanguigno del paziente.

Al contrario di quanto avviene in queste terapie, la nuova cellula si attacca a una molecola sulle cellule tumorali chiamata MR1, che non varia negli esseri umani. Significa che non solo il trattamento funzionerebbe per la maggior parte dei tumori, ma potrebbe essere condiviso tra le persone, aumentando la possibilità che in futuro possano essere create banche di cellule immunitarie speciali per un trattamento immediato “pronto all’uso”.

I risultati dello studio, pubblicati su Nature Immunology, non sono stati testati ancora su pazienti, ma i ricercatori sono convinti di avere in mano “un potenziale enorme”.

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In Australia da settembre un pacchetto di sigarette costerà fino a 50 dollari

Per combattere la dipendenza da fumo l’unica soluzione davvero efficace è un rincaro costante delle accise sul tabacco. La pensa esattamente così il Governo federale australiano, che dal prossimo 1° settembre 2020 varerà un ulteriore aumento (è già qualche anno che viene seguita questa politica) del 12,5% dei prezzi delle sigarette.

In questo modo, in Australia – che, su un altro versante, non risparmia multe salate a chi le sigarette le getta dal finestrino delle auto – i pacchetti più economici costeranno 29 dollari australiani (circa 18 euro) e quelli più costosi sfioreranno i 50 (circa 30 euro), così come anche le persone che usano tabacco sfuso non saranno immuni dall’aumento delle tasse.

Da settembre, quindi, gli australiani pagheranno uno dei prezzi più alti al mondo per un pacchetto di sigarette, grazie a quello che è – nella storia australiana – l’ottavo aumento consecutivo annuale, nel tentativo del governo di ridurre il consumo di tabacco.

Le accise sul tabacco del governo federale, infatti, sono aumentate del 12,5% per ogni anno dal 2013, più un ulteriore aumento del 25% nel 2010. Tuttavia, gli esperti sostengono che i prezzi così impennati non fanno altro che punire coloro che sono dipendenti e stimolano ulteriormente il mercato nero.

Se fa un lato, infatti, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) gli aumenti dei prezzi sarebbero “il modo più efficace per incoraggiare i consumatori di tabacco a smettere e impedire ai bambini di iniziare a fumare”, dall’altro il dottor Colin Mendelsohn, della scuola di sanità pubblica dell’Università del Nuovo Galles del Sud, ha precisato che gli aumenti delle tasse non stanno più avendo il grande impatto sui tassi di fumo che avevano una volta.

I dati diffusi dall’Australian Bureau of Statistics mostrano, per esempio, che il numero di adulti che fumano quotidianamente è rimasto stagnante negli ultimi anni, diminuendo solo dello 0,7% tra il 2014-15 e il 2017-18. Le cifre sono precipitate dal 23,8% nel 1995 al 13,8% nel 2017-18.

Tradizionalmente abbiamo sempre saputo che aumentare le tasse riduce una volta il fumo. Ma una volta arrivato a questo livello, le persone che sono dipendenti diranno: ‘Non ho altra scelta che devo continuare a fumare comunque’. Non c’è più il vantaggio. Tutto quello che si sta facendo è punire i fumatori dipendenti che non riescono a smettere e stimolare il mercato nero”.

The relentless rise in tobacco excise continues

Great for government coffers
Not so great for addicted low-income smokers who are unable to quit and their families
Sorry you can't #vape instead because it is bannedhttps://t.co/4U4W6dOIeB

— Colin Mendelsohn (@ColinMendelsohn) January 20, 2020

Gli ha fatto eco, Abby Smith, direttrice della campagna anti-fumo del Cancer Council della Tasmania, che quando la misura era entrata in vigore aveva dichiarato che “chi fuma almeno un pacchetto al giorno arriverà a spendere 10 mila dollari australiani all’anno”.

A riprova del fatto che, probabilmente, prevedere in un Stato un aumento delle tasse non è sempre e solo l’unica via da seguire per garantire la buona salute dei propri cittadini.

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Il papà scienziato e l’esperimento con la figlia per dimostrare l’importanza di lavarsi le mani

Daniel Filho è uno scienziato originario di Bahia che, insieme a sua figlia, ha portato avanti un esperimento per dimostrare l’importanza di lavarsi le mani.

Daniel è convinto che sia fondamentale esercitare scienza e pensiero critico anche casa dato che sono essenziali per l’apprendimento a lungo termine. Ha lanciato così su Facebook una sfida ai suoi amici con l’hashtag #CiênciaComeçaEmCasa, la scienza comincia in casa.

L’idea è quella di fare esperimenti scientifici di vario genere a casa con i propri figli o parenti, condividendo e discutendo poi i risultati. E ovviamente ha iniziato per primo. Il papà ha condotto un esperimento con sua figlia Maya con lo scopo di dimostrare in maniera molto evidente l’importanza di lavarsi le mani.

Per eseguire l’esperimento, Daniel ha separato quattro fette di pane integrale chiudendo ciascuna in un sacchetto con chiusura lampo. Per tutto il giorno sua figlia ha colorato con le matite, ha giocato sul pavimento e ha mangiato, tutto senza lavarsi le mani, per circa due ore. Poi, con una mano sporca, Maya ha toccato una di queste fette.

La mano destra è stata poi lavata con acqua e sapone e la mano sinistra invece con alcool in gel. Con una e con l’altra sono state toccate rispettivamente la seconda e la terza fetta di pane mentre la quarta è stata considerata quella di controllo, ovvero non è stata in alcun modo toccata.

Diciotto giorni dopo, sono usciti i risultati “preliminari” chiaramente visibili a occhio nudo: un’enorme colonia di microrganismi prosperava sulla fetta con sopra la scritta “Mano sporca“. Le fette rimanenti erano invece intatte.

Passaggio successivo: attendere l’arrivo di un microscopio e vedere cosa è cresciuto nel pane“, ha commentato Daniel nel suo post.

#CiênciaComeçaEmCasa Começando uma corrente pra mostrar que ciência e raciocínio crítico começam em casa e inclusive…

Pubblicato da Daniel Filho su Domenica 12 gennaio 2020

Un metodo divertente ed efficace per i bambini per imparare cosa concretamente significa toccare il cibo con le mani sporche. Non è un caso che tale esperimento sia già stato fatto anche altre volte con lo stesso scioccante risultato. Vi abbiamo parlato ad esempio della professoressa americana che aveva proposto lo stesso identico test sul pane ai suoi studenti.

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Lo stadio di San Siro potrebbe diventare ‘smoking free’ in tempi non lunghi

Continua la battaglia del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, nei confronti del fumo. Ora il primo cittadino ha dichiarato di voler rendere anche lo stadio di San Siro un luogo “smoking free in tempi non lunghi”.

Milano ha l’ambizioso obiettivo di diventare “smoke free entro il 2030, ossia vuole estendere il divieto di fumo in strada e all’aperto in tutta la città. Per fare questo, l’amministrazione sta lavorando su una serie di provvedimenti che vietano il fumo di sigaretta in diversi luoghi pubblici.

A marzo il Consiglio comunale voterà il divieto di fumo alla fermata del tram, ma il sindaco sembra non accontentarsi e ha già annunciato la volontà di estendere il divieto anche allo stadio. Non c’è ancora una data ufficiale ma ha parlato di “tempi non lunghi”.

Questo provvedimento, come ha dichiarato il sindaco durante un evento dedicato allo stato dell’arte della riqualificazione degli ex scali ferroviari:

“è una restituzione di diritti a coloro a cui il fumo come minimo dà fastidio, probabilmente fa anche male, e non hanno possibilità di evitarlo”.

Ma si tratta anche di una forma di lotta all’inquinamento atmosferico inserito all’interno del piano aria-clima che comprende diversi altri provvedimenti tra cui la creazione di tetti verdi.

La scelta di vietare il fumo in strada e allo stadio non può che far discutere, sull’argomento è già intervenuto l’assessore all’Ambiente della Lombardia, Raffaele Cattaneo ,che si è mostrato scettico:

“Abbiamo controllato i dati, il fumo sullo smog incide in percentuale solo per l’1,9% del totale. Tutto serve, ma forse è più importante concentrarsi sul 42% dello smog determinato dal riscaldamento civile. Forse ci sono misure strutturali più efficaci e meno immaginifiche che però danno più risultati”.

In realtà esiste uno studio realizzato monitorando proprio l’aria di due strade di Milano che dimostra la presenza di una maggiore concentrazione di sostanze nocive (e dunque inquinamento) nella strada dove si fuma di più e proprio le sigarette avrebbero contribuito a questo risultato.

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Lo yoga che si insegna in Occidente alimenta ego e narcisismo?

Lo yoga ha indubbiamente diversi effetti benefici di cui vi abbiamo più volte parlato. Alcuni studi, però, si mostrano convinti che la pratica in Occidente presenti anche qualche svantaggio, come quello di rafforzare un po’ troppo l’ego delle persone e il narcisismo.

Nel mondo, grazie alla pratica dello yoga, tante persone sono riuscite ad alleviare lo stress, migliorare le loro condizioni fisiche, aprendosi ad un maggiore grado di spiritualità e allontanandosi  almeno un po’ dal materialismo.

Lo yoga, però, almeno quello che si pratica in Occidente, presenterebbe anche dei lati poco positivi. Secondo uno studio dell’Università di Southampton, chi pratica regolarmente yoga in Occidente, sperimenta spesso un forte rinforzo dell’ego, autostima e persino tendenze narcisistiche.

Per arrivare ad affermare questo, la ricerca ha valutato 93 studenti durante 15 settimane di pratica, confermando che molti di loro rispondevano ai test di autostima in un modo vicino al narcisismo nelle 24 ore successive a ciascuna sessione di yoga. Praticamente, invece di raggiungere (o quantomeno tentare) l’unità con il divino e il vero sé, queste persone avevano visto aumentare in maniera eccessiva il proprio ego.

Come se ciò non bastasse, un secondo studio condotto su 162 persone che praticavano meditazione  si è concluso in modo identico:

“Né lo yoga né la meditazione calmano l’ego, invece lo aumentano” hanno dichiarato i ricercatori.

In questo caso, lo studio ritiene che il curioso effetto della pratica sia una conseguenza dei vantaggi dell’esercizio e delle tecniche dello yoga sul benessere percepito che ha portato i partecipanti ad avere una maggiore autostima e percezione di sé rispetto a coloro che li circondano e che magari non avevano scelto di prendersi cura del proprio corpo e della propria mente o che, secondo loro, non erano così efficienti come loro.

Questa apparente contraddizione che vive chi pratica yoga in Occidente è stata descritta dal Maestro Tibetano Chogyam Trungpa che l’ha battezzata “materialismo spirituale“.

Cioè, praticare queste tecniche senza la profondità etica, filosofica e religiosa che vi sono alla base non produce l’effetto desiderato (ossia dissolvere l’ego) ma, appunto, l’effetto contrario: lo rinforza, dando a chi pratica una falsa sensazione di aver migliorato questo aspetto.

Ciò però non vuol dire che dovremmo smettere di praticare yoga ma, semmai, fare in modo di interiorizzare meglio la nostra esperienza con esercizi e meditazioni. Ma poi queste tendenze saranno davvero colpa dello yoga o, più in generale, sono un effetto della società in cui viviamo?

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Come l’aumento delle coltivazioni di cannabis negli USA sta salvando le api. Lo studio che non t’aspetti

Le api vanno pazze di cannabis, lo ha dimostrato un nuovo studio della Cornell University, pubblicato su Environmental Entomology, secondo il quale sempre più api “frequentano” le piante di canapa di alcune aree degli Stati Uniti, dove la produzione si è notevolmente espansa anche in seguito alla diffusa legalizzazione.

Le api, secondo i ricercatori, avrebbero trovato un po’ di sollievo in queste coltivazioni riprendendosi dallo stress subito a causa della perdita del loro habitat naturale, dovuto alla progressiva espansione dell’agricoltura intensiva su larga scala, che ha sia influito sulla diminuzione della diversità vegetale che introdotto un largo impiego di pesticidi chimici e insetticidi, agenti patogeni e parassiti persistenti.

Le coltivazioni in questione, in rapida espansione nel panorama agricolo americano, sono quelle di canapa industriale, la Cannabis sativa, che offre una risorsa floreale unica per le api nei paesaggi agricoli, e che ha supportato ben 16 diverse specie di api:

“Abbiamo identificato tutti i visitatori di api a livello di specie e abbiamo scoperto che la canapa ha supportato 16 diverse specie di api.”

Queste coltivazioni sono impollinate solo dal vento e la canapa non ha nettare ma produce in abbondanza polline durante un periodo di carenza floreale nei paesaggi agricoli, a fine estate, polline di cui le api in questione vanno pazze.

I ricercatori hanno compreso che la canapa ha il potenziale, quindi, per rappresentare una risorsa nutrizionale fondamentale per una variegata comunità di api e che può essere utile per sostenere “i servizi di impollinazione a livello di agro-ecosistemi per altre colture nel paesaggio.”

Pertanto, con l’aumentare della coltivazione della canapa, “i coltivatori, i gestori del territorio e i responsabili politici dovrebbero considerare il suo valore nel sostenere le comunità di api e tener conto della sua attrattiva per le api nello sviluppo di strategie di gestione degli infestanti.

Insomma, la cannabis potrebbe salvare le api ed è un’ottima notizia considerato che nel 2016 le api, negli Stati Uniti, sono state dichiarate ufficialmente a rischio di estinzione, e negli ultimi cinque anni, nel mondo sono scomparsi 10 milioni di alveari, circa 2milioni l’anno e 200mila solo in Italia.

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Vittoria! Da oggi il Regno Unito vieta gli animali selvatici nei circhi

Da oggi gli animali selvatici non potranno più essere sfruttati nelle esibizioni dei circhi del Regno Unito.

Se ne parlava ormai da diversi anni e il divieto è stato rimandato per diverso tempo, fino alla decisione definitiva dello scorso anno, quando finalmente il Dipartimento per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali (DEFRA) ha approvato Wild Animals in Circuses Act 2019.

“Questa è una pietra miliare enorme verso un mondo in cui gli animali saranno liberi di vivere la propria vita al di fuori della prigionia. I circhi che usano animali sono barbari cimeli di un’epoca passata e non hanno spazio nel 21 ° secolo”, ha commentato Sam Threadgill, direttore dell’associazione animalista Freedom for Animals.

Nel Regno Unito rimangono ormai solo due circhi che possiedono la licenza d’uso di animali selvatici, il circo Mondao e quello di Peter Jolly, che hanno un totale di sei renne, quattro zebre, tre cammelli, tre procioni, una volpe, un’ara e uno zebù. A partire da oggi né loro né altri circhi che volessero aprire in futuro, potranno far esibire questi poveri animali.

“Sebbene questo sia senza dubbio un gradito passo avanti, siamo preoccupati per il futuro di degli animali selvatici del Circo Mondao e del Circo di Peter Jolly, per non parlare degli animali domestici che sono ancora costretti a esibirsi nell’ambito di crudeli atti circensi”, ha aggiunto Threadgill.

È ormai risaputo che i circhi non sono in grado di fornire un ambiente adatto agli animali, selvatici e non. I lunghi tempi di viaggio da e verso gli spettacoli, i recinti minuscoli in cui sono costretti a vivere, la mancanza di stimoli idonei, causano agli animali un forte stress che li porta ad avere comportamenti stereotipati.
Senza contare gli abusi cui sono sottoposti durante l’addestramento, per costringere gli animali a compiere gesti per loro innaturali.

Purtroppo esistono ancora molti paesi che consentono l’uso di animali nei circhi, compresa l’Italia: sarebbe tempo di superare questa orrenda pratica che non diverte più e provoca indicibili sofferenza per esseri senzienti che meritano di vivere un’esistenza dignitosa nel loro ambiente naturale.

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Arrivano anche a Torino i pannelli pubblicitari che ‘mangiano’ lo smog

Dopo essere già comparsi a Milano e a Roma, saranno installati presto anche a Torino alcuni speciali pannelli pubblicitari in grado di assorbire lo smog.

A partire da metà febbraio, anche Torino avrà la possibilità di eliminare parte dell’inquinamento che l’avvelena grazie all’affissione di innovativi pannelli pubblicitari. Questi, posizionati in via Garibaldi angolo via San Francesco D’Assisi, si serviranno della tecnologia The Breath che non solo assorbe ma anche distrugge le molecole di smog.

Si tratta, apparentemente, di tradizionali maxi pannelli pubblicitari, come quelli che si affiggono nelle grandi città per coprire le antiestetiche ristrutturazioni dei palazzi. In realtà, il particolare tessuto con cui sono realizzati è in grado di sfruttare il ricircolo dell’aria per catturare le particelle inquinanti che vi sono all’interno.

In pratica, grazie agli strati esterni in tessuto tridimensionale idrorepellente e a quello intermedio in fibra a carboni attivi, è possibile assorbire anidride carbonica, polveri sottili, biossido di azoto, monossido di carbonio ma anche i Cov (composti organici volatici).

Il particolare tessuto può essere installato all’aperto (appunto al posto dei tradizionali pannelli pubblicitari) ma anche al chiuso e in questo caso può assorbire fino al 40% dei fumi delle cucine e delle particelle residue di stampanti e altri strumenti tecnologici.

La stessa speciale tecnologia in grado di fare tutto da sola (ai pannelli non serve nessun tipo di attivazione esterna) è stata già utilizzata per realizzare pubblicità assorbi smog a Milano e a Roma.

Sul primo ‘The Breath’ installato a Milano dalla Urban Vision (la stessa società specializzata in restauri sponsorizzati che si occupa dell’installazione a Torino) si leggeva:

“Questa pubblicità non vende auto. Ne fa sparire 409.704 in un anno”.

Ognuno di questi maxi pannelli, infatti, è capace di assorbire l’equivalente dello smog prodotto da 409.704 automobili.

La cura del primo impianto di Torino stata affidata a Edizioni Retrò S.r.l., società del capoluogo piemontese che opera proprio nel campo dell’innovazione tecnologica e della comunicazione pubblicitaria.

‘The Breath’, nato dalla collaborazione tra Anemotech di Casei Gerola (PV) e l’Università Politecnica delle Marche, è bel progetto, tutto italiano, che ha l’ambizioso obiettivo di migliorare la qualità dell’aria delle città ma, come abbiamo detto, anche degli appartamenti e luoghi pubblici.

Un aiuto che può sembrare piccolo ma che invece potrebbe diventare determinante nella lotta all’inquinamento.

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Poco più di 2mila facoltosi possiedono la stessa ricchezza di 4,6 miliardi di persone

Come ogni anno è uscito il report di Oxfam “Avere cura di noi sulla distribuzione della ricchezza nel mondo e purtroppo le cose non vanno affatto come dovrebbero. Il report evidenzia che poco più di 2mila milardari, per l’esattezza 2.153, possiedono la stessa ricchezza di 4,6 miliardi di persone mentre il 50% più povero ha meno dell’1%. Inoltre i 22 uomini più facoltosi del mondo hanno un patrimonio che supera la ricchezza di tutte le donne dell’Africa. Nella sola Italia, a metà 2019, il 20% più ricco deteneva circa il 70% della ricchezza nazionale.

Dati vergognosi anche in virtù del fatto che la ricchezza, secondo l’Oxfam, è risultata in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019, ma solo per quell’1% di ricchi che a metà dell’anno appena trascorso deteneva più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone.

Inoltre “le nuove stime della Banca Mondiale rivelano che quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di 5,50 dollari al giorno e che dal 2013 ad oggi il tasso di riduzione della povertà si è dimezzato.”

Un divario dovuto a un sistema economico ingiusto:

Questo grande divario è il risultato di un sistema economico iniquo che valorizza la ricchezza di pochi privilegiati – soprattutto uomini – più dei miliardi di
ore del lavoro più essenziale, ossia il lavoro di cura non retribuito e sottopagato che in tutto il mondo è svolto principalmente da donne e ragazze.

E ha quindi sottolineato che i governi di tutto il mondo sono chiamati ad agire per costruire un’economia umana “che riconosca il ruolo delle donne e valorizzi ciò che conta veramente per la società, anziché alimentare l’eterno perseguimento di profitto e di ricchezza.”

Sono soprattutto le donne a risentirne, specie quelle di gruppi emarginati, che dedicano ogni giorno una media di 12,5 miliardi di ore al lavoro di cura non retribuito e molte altre ore al lavoro retribuito con salari di sussistenza, che secondo Oxfam “aggiunge valore all’economia per almeno 10.800 miliardi di dollari“. Senza contare che a livello mondiale gli uomini possiedono il 50% di ricchezza in più rispetto alle donne e sono predominanti anche in ambito politico ed economico.

Situazione che potrebbe ulteriormente peggiorare a causa dell’invecchiamento della popolazione, dei tagli alla spesa pubblica e dei cambiamenti climatici. E ovviamente a causa di leader “forti“, sottolinea l’Oxfam, come Trump e Bolsonaro, che perseguono “programmi politici che ampliano ancora di più il divario tra chi ha e chi non ha”, come “tagli fiscali a favore dei miliardari, ostacoli alle misure finalizzate ad affrontare l’emergenza climatica, fomento del razzismo, del sessismo e dell’odio per le minoranze.

I rendimenti fuori misura dei super-ricchi crescono anche a causa del “crollo dell’imposizione fiscale sulla ricchezza e sugli utili d’impresa, derivante dalla riduzione delle aliquote impositive e da deliberati abusi fiscali.”

Come cambiare rotta? L’Oxfam un’idea ce l’ha e nel suo report consiglia di:

  • “Investire nei sistemi nazionali dell’assistenza per riequilibrare il peso del lavoro di cura svolto da donne e ragazze;
  • porre fine all’estrema ricchezza per porre fine all’estrema povertà;
  • promulgare leggi a tutela dei diritti di tutti coloro che prestano lavoro di cura e garantire un salario dignitoso ai lavoratori retribuiti;
  • assicurarsi che i lavoratori possano incidere sui processi decisionali;
  • sfatare norme sociali dannose e stereotipi di genere;
  • valorizzare il lavoro di cura nelle politiche e nelle pratiche aziendali.”

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I meravigliosi ritratti realizzati da un’artista con i ritagli di jeans riciclati

Lei si chiama Deniz Sağdıç ed è una talentuosa artista turca che crea ritratti utilizzando i jeans, ritratti che parlano di storie di uguaglianza e democrazia.

Ci riesce recuperando pezzi di tessuto che piega, taglia, attorciglia, rotola e ricama, creando pian piano delle composizioni multistrato. I ritratti che ne derivano sono molto realistici e pieni di dettagli. A vederli si direbbero dipinti a mano e invece sono fatti di jeans.

Perché proprio questo tessuto? Non è una scelta casuale, Deniz lo utilizza per il suo valore simbolico legato alle idee di uguaglianza e democrazia, che vuole veicolare attraverso la sua arte, trattandosi del tessuto per eccellenza più democratico e popolare del mondo.

Il progetto di riciclo dei jeans si chiama “Denim Skin” e si sta sviluppando anche in una nuova direzione, Deniz crea infatti pezzi d’arte in denim realizzati su misura per le città che visita durante i suoi viaggi, con il contributo delle persone che ci vivono.

La tecnica e la creatività di Deniz l’hanno resa famosa in tutto il mondo, portandola a partecipare a vari eventi e mostre di moda. Ecco di seguito una selezione dei suoi splendidi lavori.

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Photo Credit: Deniz Sağdıç

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I rifugiati climatici non possono essere rimpatriati, la storica decisione dell’ONU

I rifugiati che fuggono dagli effetti della crisi climatica non possono essere costretti a tornare a casa.
È la decisione storica presa dalle Nazioni Unite, che potrebbe aprire la porta a un flusso di rivendicazioni legali da parte degli sfollati di tutto il mondo.

Il Comitato per i diritti umani dell’ONU ha espresso un giudizio di Ioane Teitiota, il primo profugo a chiedere asilo per i cambiamenti climatici. Teitiota ha chiesto protezione in Nuova Zelanda dopo essere scappato da Kiribati, isola del Pacifico. La vita dell’uomo era in pericolo poiché l’isola dove viveva rischia di scomparire a causa dell’innalzamento del livello del mare.

Kiribati è una delle isole del Pacifico più minacciate dall’innalzamento del livello del mare e, a causa dell’erosione costiera e della contaminazione delle acque dolci, potrebbe diventare inabitabile già nel 2050.

Sebbene il rischio non fosse imminente, il Comitato ha sottolineato che obbligare le persone a tornare in paesi in cui i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia violerebbe i diritti umani, secondo gli articoli 6 e 7 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantiscono il diritto intrinseco alla vita di un individuo.

“Dato che il rischio che un intero paese venga sommerso dall’acqua è un pericolo estremo, le condizioni di vita in un paese del genere possono diventare incompatibili con il diritto alla vita con dignità prima che il rischio venga realizzato”, si legge nella decisione del Comitato.

La decisione potrebbe avere un impatto significativo su reclami futuri, visto l’aumento del numero di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni a causa dell’intensificarsi dell’emergenza climatica.

Nei prossimi anni si prevede che siccità, diminuzione dei terreni coltivabili e innalzamento dei livelli del mare porteranno decine di milioni di persone a trasferirsi.
Solo in Asia meridionale, Africa sub-sahariana e America Latina sono 143 milioni le persone a rischio di diventare migranti climatici.

Nell’esprimere la sentenza, il Comitato ha sottolineato la necessità di sforzi nazionali e internazionali per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici e accogliere le persone che fuggono dai pericoli legati alla crisi climatica.

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Questo bimbo di 6 anni ha raccolto più di 250mila euro per l’Australia realizzando piccoli koala in argilla

Ha 6 anni Owen Colley, abita a Hingham, nel Massachusetts, e venendo a conoscenza dei terribili incendi che stanno devastando l’Australia e delle stragi di animali che ne sono derivate, si è sentito profondamente abbattuto.

Ha quindi disegnato un canguro, un koala e un dingo sotto la pioggia, rappresentando in quel modo il suo desiderio di spegnere le fiamme. Era la prima volta che desiderava qualcosa di diverso dai Lego o da se stesso, ha dichiarato Caitlin Colley alla CNN, sua madre.

Così le è venuta un’idea e gli ha proposto di realizzare dei koala di argilla sulla base di un suo schizzo, da dare a parenti e agli amici in cambio di una donazione destinata agli animali australiani. Owen finora ha prodotto 55 koala, piccoli e carinissimi, che i suoi genitori distribuiscono chiedendo in cambio donazioni di 50 dollari o più, destinate al Wildlife Rescue South Coast, un gruppo di salvataggio della fauna selvatica nel Nuovo Galles del Sud.

Grazie a questa iniziativa, la famiglia Colley è riuscita a raccogliere più di 250.000 dollari in due settimane. Inizialmente hanno raggiunto i 1.000 dollari tramite Venmo e poi, vedendo che la gente rispondeva entusiasta, hanno lanciato una campagna GoFundMe.

Owen ha dichiarato di volersi impegnare affinché sempre più persone sappiano ciò che sta succedendo agli animali in Australia, dove gli incendi hanno colpito mezzo miliardo di esemplari mietendo milioni di vittime. Anche perché è in qualche modo legato a questo paese, difatti suo padre, Simon, è cresciuto nella periferia di Sydney e Owen stesso ha vissuto in Australia per alcuni mesi quando era piccolo.

Per fare i suoi koala, ci mette 3 o 4 minuti usando l’argilla Sculpey d’argento per creare la testa e il corpo, argilla bianca per rendere le orecchie soffici, argilla nera per modellare il viso dell’animale. Dopodiché li mette in forno a 275 gradi e in circa 17 minuti i koala sono pronti. Nel frattempo ha persino finito l’argilla e sua madre sta cercando di trovarne altra visto che le ordinazioni crescono di giorno in giorno:

“Stiamo vedendo tutte le donazioni in arrivo e siamo tipo, ‘Oh mio Dio, non abbiamo l’argilla. Abbiamo tutte le intenzioni di soddisfare ogni koala, semplicemente non accadrà entro domani. È un bambino di 6 anni che usa le sue piccole mani per creare gli spazi e le orecchie, quindi ci vuole tempo.”

Le donazioni vanno da $ 5 a $ 150, e sono arrivate da quasi tutti gli Stati Uniti, e l’obiettivo, adesso, è riuscire ad aiutare quante più organizzazioni possibili in tutta l’Australia. Inoltre la madre di Owen si augura che altre famiglie prendano esempio dalla loro iniziativa, in modo che ci siano altri aiuti:

“Chiunque può fare la differenza e quando ci riuniamo possiamo fare una differenza ancora maggiore. Adoro l’idea che forse altri bambini possano portarlo nelle loro comunità e vendere piccoli koala di argilla localmente e raccogliere fondi per questa grande causa.”

Che bella idea!

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Photo Credit: cnn

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La Cina vieta l’uso di sacchetti di plastica e cannucce nelle città. Monouso al bando dal 2025

La Cina ha deciso di eliminare gradualmente la plastica monouso, a cominciare dai sacchetti di plastica, che saranno banditi nelle principali città del paese entro la fine di quest’anno.

La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (NDRC) cinese ha dichiarato che la produzione e l’uso di un gran numero di materie plastiche monouso saranno gradualmente eliminati in tutto il paese da qui al 2025.

Riducendo la produzione, la vendita e l’uso di prodotti in plastica, la Cina cerca di affrontare il gravissimo problema dei rifiuti di plastica che vengono sepolti nelle discariche e che finiscono per soffocare il terreno, i corsi d’acqua e gli oceani.

Si tratta di una decisione importante, poiché la Cina è uno dei maggiori responsabili dell’inquinamento causato dai rifiuti di plastica, insieme a Indonesia, Filippine, Vietnam e Thailandia.

Secondo un rapporto dell’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, oltre la metà della plastica presente negli oceani arriva da questi paesi e risolvere il problema dei rifiuti di plastica nel Sud-est asiatico è indispensabile per risolverlo in tutto il mondo.

Fortunatamente, i governi stanno rispondendo alla necessità di ridurre i rifiuti: anche la Thailandia ha recentemente deciso di vietare l’uso dei sacchetti di plastica e di avviare una campagna di sensibilizzazione contro la plastica monouso.

Ora tocca alla Cina che, dopo i sacchetti, ha intenzione di eliminare le cannucce monouso e di ridurre del 30% l’utilizzo di plastica monouso nella ristorazione entro il 2025. Altri interventi sono in atto nel settore medico, in quello logistico e in agricoltura.

Contemporaneamente il paese si sta impegnando ad aumentare il tasso di riciclo dei rifiuti per garantire che sempre più plastica venga recuperata e riutilizzata.

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Detrazioni 2020: dal veterinaio allo sport, tutte le spese sanitarie (e non) detraibili solo se pagate con il bancomat

Detrazioni e rimborsi: il 2020 si è aperto con una grossa novità, quella relativa all’obbligo di tracciabilità di alcuni tipi di spese, pena la perdita della deduzione Irpef del 19%. Ma per quali spese sarà obbligatorio pagare con carte o bancomat e quali invece saranno detraibili anche usando il contante?

Come vi avevamo già annunciato, a partire dalle spese sostenute dal 1° gennaio 2020, alcune detrazioni fiscali Irpef del 19% saranno di fatto riconosciute solo a condizione che il pagamento venga effettuato mediante versamento bancario o postale, o con altri mezzi tracciabili, come bancomat, carte o bonifici.

La Legge di Bilancio 2020 ai commi 679 e 680 ha infatti previsto che, per beneficiare dei rimborsi Irpef del 19%, sarà obbligatorio sostenere le relative spese da portare in detrazione Irpef al 19% nella dichiarazione dei redditi (730 e Unico) con mezzi di pagamento tracciabili. Tutte le spese che danno diritto allo sconto fiscale del 19% in dichiarazione dei redditi, a decorrere dal 2020, non potranno più essere effettuate con l’utilizzo del contante, pena la perdita della stessa detrazione.

Quali sono le spese con obbligo di tracciabilità? Per capirlo, si fa riferimento all’elenco degli oneri detraibili in dichiarazione dei redditi previsti dall’articolo 15 del TUIR.

Le spese detraibili solo se pagate con bancomat
  • Spese sanitarie presso strutture private
  • Spese sanitarie presso strutture private per familiari non a carico affetti da patologie esenti
  • Spese sanitarie presso strutture private per persone con disabilità
  • Spese veicoli per persone con disabilità
  • Spese per l’acquisto di cani guida
  • Interessi per mutui ipotecari per acquisto abitazione principale
  • Contributi associativi alle società di mutuo soccorso
  • Erogazioni liberali a favore della società di cultura Biennale di Venezia
  • Spese relative a beni soggetti a regime vincolistico
  • Erogazioni liberali per attività culturali ed artistiche
  • Erogazioni liberali a favore di enti operanti nello spettacolo
  • Erogazioni liberali a favore di fondazioni operanti nel settore musicale
  • Spese veterinarie
  • Spese sostenute per servizi di interpretariato dai soggetti riconosciuti sordi
  • Interessi per mutui contratti nel 1997 per recupero edilizio
  • Erogazioni liberali a favore degli istituti scolastici di ogni ordine e grado
  • Interessi per mutui ipotecari per costruzione abitazione principale
  • Spese relative ai contributi versati per il riscatto degli anni di laurea dei familiari a carico
  • Interessi per prestiti o mutui agrari
  • Spese per asili nido
  • Spese per istruzione diverse da quelle universitarie
  • Erogazioni liberali al fondo per l’ammortamento di titoli di Stato
  • Spese per istruzione universitaria
  • Premi per assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni
  • Spese funebri
  • Premi per assicurazioni per tutela delle persone con disabilità grave
  • Spese per addetti all’assistenza personale
  • Premi per assicurazioni per rischio di non autosufficienza
  • Spese per attività sportive per ragazzi (palestre, piscine e altre strutture sportive)
  • Spese sostenute per l’acquisto di abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale
  • Spese per intermediazione immobiliare
  • Premi per assicurazioni per il rischio di eventi calamitosi
  • Spese per canoni di locazione sostenute da studenti universitari fuori sede
  • Spese per minori o maggiorenni con DSA
  • Erogazioni liberali a favore delle popolazioni colpite da calamità pubbliche o eventi straordinari

In tutti i casi, per accedere alle detrazioni fiscali in merito alle spese sostenute dal 1° gennaio 2020 si potrà pagare con:

  • bancomat
  • carte di credito o carte prepagate
  • bonifico bancario o postale
  • bonifico online tramite computer o cellulare
  • assegno bancario

Inoltre, è da tenere presente che per i pagamenti delle spese sanitarie effettuati con metodi tracciabili, per poter fruire delle detrazioni in dichiarazione dei redditi, sarà comunque necessario conservare dei documenti cartacei per cinque anni. Per cui, se ad esempio si paga con il bancomat una delle spese sanitarie che prevedono l’utilizzo di un metodo tracciabile, non basterà conservare una copia della fattura o lo scontrino fiscale rilasciato, ma anche la copia del pagamento POS o un altro giustificativo della spesa come l’estratto conto.

Le spese senza obbligo di tracciabilità

Il comma 680 della Legge di Bilancio stabilisce che “la disposizione di cui al comma 679 non si applica alle detrazioni spettanti in relazione alle spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale“.

L’obbligo di tracciabilità delle spese per le detrazioni fiscali quindi non si applica a quelle relative:

  • all’acquisto di farmaci
  • all’acquisto di dispositivi medici
  • alle prestazioni sanitarie rese da strutture pubbliche o private accreditate Servizio Sanitario Nazionale

Infine, l’obbligo di tracciabilità dei pagamenti non si applica alle spese sostenute per il pagamento dell’affitto di immobili adibiti ad abitazione principale. Sarà quindi possibile continuare pagare il canone mensile in contanti e senza perdere il diritto al rimborso fiscale.

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Meravigliose noci! Se ne mangi tre al giorno migliori l’intestino e riduci infarti e ictus. La nuova conferma

Le noci non sono solo un ottimo spuntino, ma anche un efficace rimedio per la salute dell’intestino e del cuore.

Secondo un nuovo studio, infatti, consumare noci quotidianamente promuove la crescita di un’equilibrata flora batterica intestinale e questo apporta benefici all’apparato cardiovascolare, diminuendo il rischio di infarto e ictus.

La ricerca ha coinvolto 42 partecipanti in sovrappeso e obesi di età compresa tra i 30 e 65 anni. Il gruppo è stato sottoposto inizialmente a una dieta tipica americana per due settimane, dopodiché ai partecipanti sono state assegnate tre diete distinte, da seguire per sei settimane.

Tutti e tre i regimi alimentari prevedevano un minor apporto di grassi saturi rispetto alla dieta iniziale. Inoltre, uno dei tre regimi includeva il consumo di noci intere, mentre un altro regime prevedeva l’assunzione di quantità di acido alfa-linolenico (ALA) pari a quello contenuto nelle noci.

Una volta terminata la dieta, i ricercatori hanno analizzato i batteri presenti nel tratto intestinale dei partecipanti.
I risultati dei test, pubblicati sul Journal of Nutrition, hanno dimostrato che la dieta che includeva il consumo di noci ha promosso la popolazione di batteri intestinali benefici per la salute, come gli Eubacteria ammissens e i Butyricicoccus.

Il miglioramento del microbioma intestinale dato dal consumo di noci è stato inoltre associato a una diminuzione del rischio di malattie cardiovascolari, grazie alla riduzione della pressione sanguigna e del colesterolo totale e LDL.

La stessa cosa non è avvenuta per gli altri due regimi alimentari, nonostante la riduzione di grassi saturi e l’integrazione di ALA.
Secondo i ricercatori, alimenti come le noci sono in grado di fornire sostanze benefiche come le fibre e composti bioattivi, oltre agli acidi grassi essenziali, che forniscono nutrimento per i batteri benefici. Tali batteri generano poi metaboliti che migliorano la nostra salute generale.

Ricerche future indagheranno su altri possibili benefici apportati dal consumo di noci, valutando ad esempio se questi frutti sono in grado di influenzare anche i livelli di zucchero nel circolo sanguigno.

Per il momento, grazie a questa nuova ricerca, sappiamo che per migliorare il microbioma intestinale e proteggersi dal rischio di malattie cardiovascolari, sarebbe sufficiente mangiare due o tre noci al giorno come spuntino, ovviamente nell’ambito di una dieta sana ed equilibrata.

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Ristretto il parco della Lessinia del 20% dalla Regione Veneto: nei 2000 ettari in meno ora si potrà cacciare

Il Parco della Lessinia perderà circa il 18% della sua estensione e i quasi 2000 ettari di terreno sottratti all’area protetta potranno essere destinati alla caccia.

La commissione politiche ambientali della Regione Veneto ha deciso di ridimensionare il Parco, per rispondere alle esigenze degli abitanti dei comuni limitrofi.
L’area sarà dunque ridotta da 10mila a 8mila ettari e il terreno sottratto potrà essere usato dai cacciatori, che non hanno accesso al Parco.

Il taglio del Parco è stato approvato a sorpresa lo scorso giovedì, nonostante le proteste dell’opposizione, che avevano chiesto più tempo per poter esaminare e approfondire meglio le perplessità emerse in seguito alle audizioni di allevatori, cacciatori e associazioni ambientaliste. La maggioranza ha invece preferito votare subito.

“Un voto immediato che dimostra che era tutto deciso, una grave scorrettezza nei confronti di tutti i soggetti chiamati in audizione”, ha commentato il democratico Andra Zanoni.

Ora il provvedimento passerà in commissione bilancio e programmazione, per un parere sulla fattibilità economica, dopodiché sarà necessaria una seconda votazione prima di arrivare in Consiglio Regionale, ma la sua approvazione è quasi scontata.

“Sarebbe la prima volta in Italia che si taglia un parco di ben 2.000 ettari solo per accontentare gli appetiti dei cacciatori e cementificatori.
Invito le associazioni che tutelano l’ambiente e i cittadini che amano la natura a mobilitarsi in fretta”, ha aggiunto Zanoni.

Secondo Zanoni la votazione è stata presa in tutta fretta “contro ogni regola e contro il buonsenso” per evitare che si spargesse la notizia, perché i veneti sono a favore dei parchi e, con tutta probabilità, si sarebbero opposti.

Tutto questo avviene in piena crisi climatica e a pochi giorni dall’appello delle Nazioni Unite, che hanno avvertito il mondo della necessità urgente di tutelare l’ambiente trasformando il 30% della superficie del Pianeta in area protette entro il 2030.
Per tutta risposta, anziché agire a protezione degli ecosistemi, si decide di ridurre di quasi il 20% un parco di grande valore naturalistico e ambientale.

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L’impressionante video della Nasa che ci mostra più di un secolo di riscaldamento globale in time-lapse

La temperatura del nostro Pianeta sale. Complici le attività umane industriali sempre più impattanti, ecco che la Terra diventa arancione e poi rossa, soprattutto negli ultimi decenni: i nostri disastri in un unico video della Nasa in time-lapse.

Secondo analisi indipendenti della Nasa e del National Oceanic and Atmosferic Administration (NOAA), le temperature globali della superficie terrestre nel 2019 sono state le seconde più calde (dopo il 2016) dal 1880, quando sono iniziate le misurazioni moderne, e hanno continuato la tendenza al riscaldamento del pianeta. Gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi degli ultimi 140 anni.

L’anno scorso la temperatura era più calda di 0.98°C rispetto alla media del 1951-1980, secondo gli scienziati del Goddard Institute for Space Studies (GISS) della NASA. E se per i non addetti ai lavori queste possono sembrare cifre bassissime, gli esperti avvisano che invece, essendo la media di tutto il Pianeta, sono numeri disastrosi.

“Il decennio appena concluso è chiaramente quello più caldo mai registrato – spiega Gavin Schmidt, direttore del GISS – Ogni decennio dagli anni ‘60 è stato chiaramente più caldo di quello precedente”.

Dal 1880 la temperatura media globale della superficie è aumentata e ora la differenza è di oltre 1°C rispetto alla fine del XIX secolo. Per confronto, l’ultima era glaciale è stata di circa 12°C più fredda delle temperature preindustriali.

Utilizzando modelli climatici e analisi statistiche dei dati relativi alla temperatura globale, gli scienziati hanno concluso che questo aumento è stato principalmente (anche se non solo) determinato da maggiori emissioni nell’atmosfera di anidride carbonica e altri gas serra prodotti dalle attività umane.

“Nel 2015 abbiamo riscaldato di oltre 1°C e probabilmente non torneremo indietro. Ciò dimostra che quello che sta accadendo è persistente, non una casualità dovuta a sporadici fenomeni meteorologici: sappiamo che le tendenze a lungo termine sono guidate dai crescenti livelli di gas serra nell’atmosfera” riferisce ancora lo scienziato.

Certo, poiché le posizioni delle stazioni meteorologiche, che oggi sono oltre 20.000, e le pratiche di misurazione cambiano nel tempo, l’interpretazione di specifiche differenze di temperatura medie globali anno per anno presenta alcune incertezze. Si sa anche che gli effetti delle isole di calore urbano potrebbero distorcere le conclusioni, soprattutto quelle del periodo 1951-1980.

Foto: NOAA

Le dinamiche meteorologiche influenzano inoltre molto spesso le temperature regionali, quindi non tutte le zone della Terra hanno sperimentato simili livelli di riscaldamento. Il NOAA ha riscontrato, per esempio, che la temperatura media annuale del 2019 per i 48 contigui Stati Uniti più calda della media, mentre la regione artica si è riscaldata circa tre volte più velocemente rispetto al resto del mondo dal 1970.

Ma anche tenendo conto di tutto ciò i risultati globali non cambiano. E gli effetti sono sotto i nostri occhi: la continua perdita di massa dalla Groenlandia e dell’Antartide e l’aumento di alcuni eventi estremi, come ondate di calore, incendi, intense precipitazioni.

Per rendere il tutto più chiaro, la Nasa ha realizzato un video impressionante, che mostra proprio come sta cambiando la temperatura sul nostro Pianeta: nella parte finale, che corrisponde agli anni recenti, diventiamo velocemente arancioni e poi rossi.

L’allarme è scattato, e continua a suonare.

Il report del NOAA è disponibile a questo link.

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Cover: Scientific Visualization Studio – Nasa

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‘Botero, una ricerca senza fine’: al cinema il film che racconta i suoi personaggi dalle forme sinuose

Le sensuali curve di Fernando Botero arrivano nelle sale cinematografiche in un documentario sulla vita e le opere dell’artista colombiano, conosciuto per i suoi personaggi dalle forme sinuose.

Distribuito da Real Cinema e Wanted Cinema, il documentario ‘Botero – Una ricerca senza fine’ però sarà sul grande schermo solo tre giorni: 20-21-22 gennaio 2020. Diretto da Don Millar, sarà una vera e propria finestra sul pittore e scultore Botero, da sempre innamorato dell’Italia. Per anni poco apprezzato dalla critica, è invece da sempre amato dal pubblico di tutto il mondo per i suoi disegni che riproducono figure massicce. Una caratteristica unica che ha accompagnato tutta la sua vita artistica.

L’atmosfera che si respira nei suoi quadri è fiabesca e nostalgica, capace di trasportare lo spettatore in un mondo parallelo e visionario alla scoperta dei segreti della vita, nascosti sotto gli inconfondibili corpi formosi, omaggio ai volumi e all’arte del Quattrocento e del Cinquecento italiano, rivisitata in chiave sudamericana. Nato a Medellìn, in Colombia, Botero inizia a dipingere da adolescente ispirandosi all’arte coloniale precolombiana e spagnola. Ma è a Bogotà, dove si trasferisce, che viene a contatto con la scuola muralista messicana che lo influenzerà particolarmente. Dopodiché l’artista inizia a viaggiare per il mondo.

Il documentario ci restituisce un ritratto profondo e stimolante di un artista monumentale grazie anche alle riprese originali girate in 10 città tra Cina, Europa, New York e Colombia, oltre a foto e video di famiglia che risalgono a decenni fa.

“La vicinanza senza precedenti sia all’artista che alla sua famiglia, ha permesso al regista di coinvolgere curatori, storici e accademici per rivelare la creatività e le convinzioni di una delle personalità più geniali del mondo dell’arte del nostro tempo. Fernando Botero è l’artista vivente che vanta il maggior numero di mostre monografiche in grado di attirare milioni di visitatori e libri pubblicati su di lui in ogni angolo del pianeta. Questo documentario ci offre l’opportunità unica di avvicinarci e conoscere più nel profondo una vera leggenda vivente, molto amato in Italia, paese che dagli anni ’80 è diventato anche la sua patria putativa”, si legge sul sito di lancio del documentario.

Guarda il trailer

 

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Lo scioglimento dei ghiacciai risveglierà virus di 15mila anni fa?

Potrebbero tornare virus debellati o sconosciuti a causa del riscaldamento globale? Una discussa ricerca condotta da scienziati statunitensi e cinesi sostiene che lo scioglimento dei ghiacciai potrebbe liberare virus risalenti a 15.000 anni fa.

La recente ricerca ha analizzato due campioni di ghiaccio a 50 metri di profondità nell’Altipiano Tibetano, rilevando 33 virus, molti dei quali sconosciuti. I virus di fatto, sono pezzi di DNA che si replicano in cellule ospiti, e non necessariamente provocano malattie. Ma l’incertezza non fa stare di certo sereni.

Foto: biorXiv

Per essere certi della peculiarità delle specie virali rinvenute, gli scienziati hanno analizzato anche le popolazioni virali delle acque fluviali di zona, dimostrando che non avevano parentele. I virus “glaciali” sono diversi e intrappolati nei ghiacciai antichissimi.

Non è il primo allarme e probabilmente non sarà l’ultimo: microbi, tra cui possibili agenti patogeni, potrebbero “risuscitare” a causa dell’aumento delle temperature che, provocando la fusione dei ghiacci, liberano molecole e composti chimici sepolti anche da migliaia di anni (tra questi anche pesticidi degli anni ’40).

Nel 2016 alcuni sfortunati abitanti di regioni remote della Siberia si ammalarono di antrace, una malattia potenzialmente fatale per l’uomo. Dopo circa 2000 casi di renne risultate infette, ci furono una dozzina di ricoveri e purtroppo la morte di un bambino.

Alcuni scienziati individuarono nello scioglimento dei ghiacci la causa dell’anomalo focolaio, partendo dal presupposto che nella città di Jakutsk le temperature sono aumentate di 2,5°C in 10 anni. L’ipotesi, comunque, non fu mai dimostrata.

Ma cosa dobbiamo aspettarci se questa mole ghiacciata si scioglierà?

Gli autori non si sbilanciano, anche perché – è importante sottolinearlo – il lavoro è stato pubblicato in versione pre-print, non ancora approvata dalla comunità scientifica. D’altronde certezze su ritorni di malattie mortali o addirittura sulla diffusione di virus letali sconosciuti non ce ne sono.

Quello che è certo che l’aumento delle temperature non fa bene al Pianeta, provocando cambiamenti climatici che non abbiamo la sicurezza di poter gestire e fenomeni potenzialmente molto pericolosi.

È possibile leggere il lavoro su biorXiv.

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La vita segreta delle mucche: possono dirci se sono felici o e se soffrono (anche se noi non le ascoltiamo)

Stanno male, si sentono rilassate o sono contente: le mucche ce lo dicono, anche se noi non capiamo (o non vogliamo capire). La scoperta arriva dall’Università di Sidney, e conferma quello che in realtà si sapeva: gli animali sono essere senzienti e provano anche a farcelo capire.

Le mucche parlano con voce individuale l’una con l’altra e questa comunicazione può essere interpretata anche da noi. Parlano delle loro situazioni emotive e questo li aiuta a mantenere il contatto con la mandria ed esprimere eccitazione, impegno, ma anche tristezza e angoscia.

Lo studio è stato condotto registrando 333 campioni voci di mucche, che poi sono stati analizzati utilizzando programmi di analisi acustica in collaborazione con alcuni dei migliori bioacustici del mondo: i risultati hanno mostrato che gli agricoltori dovrebbero integrare la conoscenza delle singole voci delle mucche nelle loro pratiche agricole quotidiane.

“Abbiamo scoperto che l’individualità vocale del bestiame è relativamente stabile in diversi contesti agricoli carichi di emozioni – spiega Alexandra Green, che ha guidato lo studio – Noi speriamo che grazie alla conoscenza di queste voci, gli agricoltori saranno in grado di sintonizzarsi sullo stato emotivo del loro bestiame, migliorando il benessere degli animali”.

Contesti che generavano comunicazioni positive sono stati individuati durante permanenza all’esterno e quando gli animali “annusano” l’arrivo del cibo. I contesti negativi avvenivano quando alle mucche veniva negato l’accesso ai mangimi e durante l’isolamento fisico e visivo dal resto della mandria.

In linea di principio, grazie a questo “codice interpretativo” gli agricoltori potrebbero ora essere in grado di riconoscere i singoli animali nella mandria che potrebbero richiedere attenzione individuale.

Che gli animali comunicassero tra di loro e con altre specie, incluso l’uomo, era noto (oltre che intuitivo), ma in precedenza erano note soprattutto le comunicazioni tra individui della stessa specie (tra le mucche, per esempio, quello tra le madri e i loro cuccioli). Oggi sappiamo che non si limitano solo a questo, aggiungendo un nuovo colpo alle presunte prerogative umane.

“Le mucche sono animali socievoli. In un certo senso non sorprende che affermino la loro identità individuale per tutta la vita – conclude la Green – Ma questa è la prima volta che siamo stati in grado di analizzare la voce per avere prove definitive”.

Quello che manca ora, forse, è la volontà di ascoltare.

Il lavoro è stato pubblicato su Scientific Reports.

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Cover: Lynne Gardner/Università di Sidney

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