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La balena franca nordatlantica abitava anche nel Mediterraneo (e gli antichi romani la cacciavano)

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Lo rivela un nuovo studio condotto dall'Università di New York, secondo cui la balena franca nordatlantica (Eubalaena glacialis) e la balena grigia atlantica (Eschrichtius robustus) siano state quasi estirpate da secoli di caccia fin dai tempi dell'Antica Roma. La scoperta delle ossa di balena tra le rovine romane nello stretto di Gibilterra ha lasciato ipotizzare che i Romani abbiano cacciato le balene.

Le 2 specie di balene vivevano anche nel Mediterraneo

Prima dello studio, si pensava che il Mare Nostrum fosse al di fuori dell'area in cui vivevano queste balene, ma la recente scoperta di ossa nei laboratori in cui i romani lavoravano il pesce, a Gibilterra, cambierà la nostra comprensione del settore della pesca romana e della storia di queste specie di balene.

Entrambe sono migratrici e la loro presenza a est di Gibilterra è una forte indicazione del fatto che siano entrate nel Mar Mediterraneo per partorire in epoche remote.

La regione di Gibilterra era al centro di una grande industria di lavorazione del pesce durante l'epoca romana, con prodotti esportati in tutto l'impero. Le rovine di centinaia di fabbriche con grandi serbatoi di salatura possono ancora essere ammirate oggi. All'interno di esse sono state rinvenute 10 grandi ossa appartenenti alle balene.

I risultati suggeriscono che entrambe le specie una volta abitavano aree molto più ampie di quanto non avessimo mai sospettato.

"Le balene sono spesso trascurate negli studi archeologici perché le loro ossa sono spesso troppo frammentate per essere identificabili dalla forma" ha detto la dottoressa Camilla Speller, coautrice della ricerca. "Il nostro studio mostra che queste due specie facevano parte dell'ecosistema marino del Mediterraneo e probabilmente usavano il bacino riparato come un parto".

Oggi a rischio estinzione ovunque

Gli scienziati del dipartimento di archeologia dell'Università di York hanno utilizzato analisi del DNA e impronte di collagene per identificare le ossa come appartenenti alla balena franca nordatlantica (Eubalaena glacialis) e alla balena grigia atlantica (Eschrichtius robustus).

La balena franca nordatlantica oggi vive solo al largo del Nord America orientale ma grazie a questo studio è stato scoperto che essa, secoli or sono, è arrivata anche nel Mar Mediterraneo per riprodursi. Le balene franche sono inserite nella lista rossa dell'IUCN e sono ulteriormente protette dalla legge sulle specie in via di estinzione negli Stati Uniti. Le popolazioni del Nord Atlantico occidentale possono vantare solo poche centinaia di esemplari, mentre quelle nel Nord Atlantico orientale potrebbero già essersi estinte dal punto di vista funzionale, con meno di 50 membri.

La balena grigia invece non esiste più nell'Atlantico. Alcune testimonianze storiche dimostrano che la balena grigia era un tempo distribuita anche nel nord Atlantico, ma questa popolazione si è estinta all'inizio del XVIII secolo. Essa è stata praticamente sterminata dall'intensa caccia. Oggi l'unica popolazione consistente è quella del Pacifico Nord-orientale ed è meno a rischio di quella franca, visto che c'è popolazione stabile. Negli ultimi tre anni è stato registrato anche un aumento del loro numero.

I romani e le balene

Le implicazioni sono interessanti non solo dal punto di vista storico e archeologico, visto che i romani non sono tradizionalmente considerati marinai esperti, ma anche da un punto di vista ecologico.

Da un lato, il Mediterraneo, nonostante oggi ospiti diverse specie di balene e altri cetacei, è sempre stato considerato al di fuori della portata storica sia della balena grigia che di quella franca. D'altra parte, i romani semplicemente non avevano i mezzi per pescare una preda così grande, almeno secondo le conoscenze che abbiamo finora.

L'autore principale dello studio, la dott.ssa Ana Rodrigues, del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica, ha spiegato:

"I romani non avevano la tecnologia necessaria per catturare i tipi di grandi balene attualmente presenti nel Mediterraneo, che sono specie di alto mare. Ma le balene franche e grigie e i loro piccoli potrebbero essersi avvicinate molto alla riva, diventando obiettivi allettanti per i pescatori locali".

Anne Charpentier, docente all'Università di Montpellier e co-autrice dello studio, ha dichiarato:

"Possiamo finalmente comprendere una descrizione del I secolo del famoso naturalista romano Plinio il Vecchio, delle orche che attaccano le balene e i loro piccoli appena nati nella baia di Cadice. Non corrisponde a nulla che possa essere visto lì oggi, ma si adatta perfettamente all'ecologia se erano presenti balene franche e grigie".

Gli autori dello studio ora chiedono agli storici e agli archeologi di riesaminare il loro materiale alla luce della consapevolezza che le balene costiere una volta erano parte dell'ecosistema marino del Mediterraneo.

Il dott. Rodriguez ha aggiunto: "Sembra incredibile, abbiamo perso e dimenticato due grandi specie di balene in una regione ben studiata come il Mediterraneo".

Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the Royal Society of London B.

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Francesca Mancuso

Cocomero o anguria? Differenze e origini del nome. Qual è il termine corretto?

Published in: Costume & Società

Bello fresco ricco di acqua, vitamine e licopene ed è il cibo più amato dell’estate. La sua bontà è indiscussa, ma il suo nome ha sempre generato dubbi e fraintendimenti: si dice cocomero o anguria?

Perfino l’Accademia della Crusca è intervenuta sulla questione per rinfrescarci (anche) le idee. Non è la prima volta che i linguisti devono affrontare un argomento del genere. I colpevoli sono sempre i nomi delle piante e dei frutti appartenenti alla famiglia della zucca, le Cucurbitacee, a cui fa capo anche il protagonista del nostro articolo. In questo limbo della nomenclatura, infatti, troviamo anche zucchino o zucchina, melone o popone. Ma cocomero o anguria resta la controversia più difficile da dirimere.

Gli accademici toscani sono chiari e propendono per il termine cocomero:

"anguria è variante settentrionale per il toscano cocomero; il nome entra in italiano attraverso il veneziano dal greco tardo angóuria plurale di angóurion 'cetriolo' (Mattioli, av. 1577 scrive: "Chiamiamo noi Toscani le angurie, cocomeri" e Carena nel Nuovo vocabolario italiano domestico del 1869 chiarisce: "Questo cucurbitaceo, il cui nome linneano è Cucumis Anguria, i Toscani chiamano Cocomero, i Lombardi Anguria, così i primi lo denominano dal genere, i secondi dalla specie"). E, considerando altre varietà regionali, "A Napoli il cocomero è detto melone d'acqua (melon d'eau) e melone da pane, il popone. In Calabria, zi pàrrucu (zio parroco), cioè rubicondo come il volto del parroco" (Panzini, Dizionario moderno, 1942). Il cocomero è comunque la forma panitaliana. Nello slittamento settentrionale dei termini, cocomero indica il cetriolo (sempre Panzini: "In Lombardia poi chiamano 'cocomero' (cocùmer) quello che altrove si chiama 'cetriolo' e si prepara sotto aceto. Similmente a Genova").

Anche il dizionario Hoepli riporta cocomero come il termine più adeguato, perché riprende la definizione botanica. Proviene infatti dal latino Cucumis citrullus e viene usato in tutta l’Italia centrale. Al Nord, invece, anguria la fa da padrona: secondo il dizionario, le sue referenze storiche sono così alte che ha pieno diritto di cittadinanza nella lingua italiana e può essere usato al posto di cocomero. Infatti il termine anguria è giunto fino a noi con la dominazione bizantina intorno al VI secolo d.C. e si è poi diffuso attraverso l’Esarcato di Ravenna. Mica male come pedigree di un prodotto ortofrutticolo, no?

La questione lessicale diventa ancor più complicata se scendiamo lungo lo stivale. Al Sud, infatti, l’espressione comune è melone d’acqua, per distinguerlo dal melone di pane (quello che nel resto d’Italia è conosciuto semplicemente come melone e in Toscana è chiamato popone). Se non vi sentite abbastanza confusi, sappiate che in alcune zone della Lombardia, del Piemonte e del Mezzogiorno chiamano cocomero il cetriolo!

La sua etimologia si intreccia con una storia altrettanto lunga e affascinante. È il frutto commestibile di una pianta dell’Africa tropicale, coltivata già all’epoca degli antichi Egizi. Questi credevano fosse un frutto magico, originato dal seme del dio Seth, e lo seppellivano nelle tombe dei faraoni affinché lo gustassero nell’aldilà. Ne sono testimonianza le numerose rappresentazioni nelle tombe. Viene citato perfino nella Bibbia, dove gli Ebrei, assetati nel deserto del Sinai, rimpiangono i frutti succosi e rinfrescanti mangiati in Egitto. In Italia, poi, il cocomero arriverà intorno al 1100, a seguito delle Crociate, ma il nobili già lo conoscevano con il nome di angóurion.

Una storia antichissima e intercontinentale, dunque, che rivive nelle mille sfaccettature dei suoi tanti nomi. Tuttavia, come diceva Shakespeare, cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo cocomero, anche con un altro nome, conserva sempre il suo sapore delizioso!

E voi, come lo chiamate nel vostro dialetto?

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Anna Romano

Ikea ritira distributore d'acqua per cani e gatti: rischio soffocamento

Published in: Cani, Gatti & co.

IKEA ha ricevuto segnalazioni riguardanti due incidenti in cui i cani coinvolti sono rimasti soffocati perché nel tentativo di bere, la testa è rimasta incastrata nella campana di LURVIG.

Da qui è partito l'immediato ritiro. Il distributore di acqua è stato venduto in 15 paese dal mese di ottobre 2017, quando è stata lanciata la linea del colosso svedese dedicata agli animali domestici.

Un passo falso di Ikea, che potrebbe costare la vita a cani e gatti com'è successo nei due casi segnalati. Per questo la società si è vista costretta a ritirare tutti i distributori di acqua Lurvig "poiché la testa del cane o del gatto può rimanere incastrata nella campana in plastica, con conseguente rischio di soffocamento".

“Siamo estremamente dispiaciuti per gli avvenimenti che hanno portato al soffocamento dei due cani. Sappiamo che, per molti nostri clienti, gli animali domestici sono componenti della famiglia molto importanti e amati. La sicurezza è la massima priorità per IKEA e per questo abbiamo deciso di ritirare dal mercato il distributore di acqua LURVIG”, ha detto Petra Axdorff, Business Area Manager di IKEA of Sweden AB.

Se lo avete acquistato non utilizzatelo e riportatelo in qualsiasi negozio IKEA per ottenere il rimborso.

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Francesca Mancuso

Gelato pesca e avocado light: la ricetta (vegan) senza zuccheri aggiunti e senza gelatiera

Published in: Ricette

Preparare in casa un gelato senza gelatiera è difficile? Assolutamente no!
Si dovrà semplicemente avere l'accortezza di mescolarlo spesso in modo da rompere i cristalli di ghiaccio che inevitabilmente si andranno a formare nella fase di congelamento. Quello che vi occorrerà è un recipiente in acciaio, meglio se basso e rettangolare e un buon robot da cucina o un frullatore.
Solitamente si dovrà lavorare il composto di frutta ogni mezz'ora ma a seconda del freezer a vostra disposizione questo lasso di tempo potrà protarsi fino a un'ora circa.

Ingredienti
  • 400 gr di pesche già pulite
  • 320 gr di avocado già pulito
  • 36 gr di succo di limone
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  • Tempo Preparazione:
    10 minuti
  • Tempo Cottura:
    -
  • Tempo Riposo:
    300 minuti
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare il gelato pesca e avocado: procedimento

 

  • Lavare e sbucciare la pesca e l'avocado e tagliarli a pezzettini,
    metterli in un robot da cucina e aggiungere anche il succo di limone filtrato,
  • quindi lavorare tutto con le lame fino a formarne una purea liscia e vellutata.
  • Trasferirla in un contenitore di acciaio e riporre in freezer,
  • dopo mezz'ora riprenderlo, e
  • lavorare nuovamente il composto per rompere i cristalli di ghiaccio,
  • continuare in questo modo fin quando il gelato non si sarà mantacato ed avrà assunto la sua classica consistenza; questo lasso di tempo durerà circa cinque ore.
  • Una volta pronto, il gelato pesca e avocado potrà essere gustato subito.
Come conservare il gelato pesca e avocado:

Il gelato pesca e avocado dovrà essere riposto sempre in freezer, qualora dovesse ghiacciarsi troppo è possibile farlo scongelare un po' a temperatura ambiente, lavorarlo nuovamente nel robot da cucina e consumarlo; in alternativa potrete conservarlo in freezer già porzionato in modo così da non scongelarlo tutto.

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Ilaria Zizza

Tempeste di fuoco sempre più frequenti: quando a bruciare è persino l'aria (VIDEO)

Published in: Ambiente

Solo per fare un esempio, la scorsa settimana un incendio è divampato nei pressi di La Veta, in Colorado, e c'è stata una tempesta di fuoco perfetta.

Cos'è accaduto? La vita nelle Montagne Rocciose è spesso estrema, poiché tempeste di neve, sole cocente e incendi si alternano con le stagioni. Ma le tempeste di fuoco? Non sono normali neanche lì. Lo scorso giovedì, si è verificato uno "tsunami" di fiamme durante la notte dell'incendio di Spring Creek vicino a La Veta, nella parte centro-meridionale del Colorado.

Cos'è una tempesta di fuoco

Questo fenomeno naturale si verifica quando un incendio raggiunge un'intensità tale da creare e sostenere un proprio regime di venti. È frequente soprattutto durante grandi incendi boschivi. La sua caratteristica principale è proprio legata ai venti tempestosi all'interno dell'incendio.

Una tempesta di fuoco si crea come risultato del cosiddeto effetto camino, dove il calore dell'incendio richiama sempre più aria dall'ambiente circostante. Attirando aria e ossigeno, la combustione aumenta. A differenza degli incendi, le tempeste di fuoco rimangono stazionarie e quando si propagano cià avviene a causa dei venti.

Foto

Anche se si tratta di un fenomeno diverso, esse sono state osservate dove un gran numero d'incendi bruciavano nella stessa area.

Cos'è accaduto in Colorado

"È stata una tempesta di fuoco perfetta", ha detto al Denver Post Ben Brack, che ha guidato le squadre di pompieri che hanno domato l'incendio di Spring Creek. "Puoi immaginare di stare di fronte a uno tsunami o un tornado e cercare di impedirgli di distruggere le case. La risposta umana è inefficace."

#SpringCreekFire seen evening of 7/4 from 100 miles away in Pagosa Springs. pic.twitter.com/Nzp4ZH2MG3

— Casey Bristow (@caseyrbristow) 5 luglio 2018

Le nuvole di pirocumuli, un sicuro indicatore di intenso rilascio di calore da un incendio, erano chiaramente visibili a 100 km di distanza. L'incendio è stato contenuto solo per il 5% e ha devastato purtroppo più di 40.000 ettari di terreno, diventando così il terzo più grande incendio nella storia dello stato. Le fiamme erano alte quasi 100 metri e hanno bruciato 130 abitazioni.

The Spring Creek fire is exploding and it's now the third largest fire in terms of acreage after an update this morning.#SpringFire #SpringCreekFire #Wildfire pic.twitter.com/DWoEnhzbn1

— The Gazette (@csgazette) 4 luglio 2018

Quella che ha colpito Veta è stata una tempesta di fuoco, una esplosione di fiamme generata da venti forti e da un fuoco particolarmente intenso su un terreno estremamente secco. In questi casi, le proprie condizioni meteorologiche e le velocità del vento possono avvicinarsi alla forza dell'uragano, asciugando il terreno circostante.

Tempeste di fuoco e cambiamenti climatici

Mesi di tempo insolitamente secco e caldo hanno innalzato il rischio di incendi in Colorado a livelli storici, portando lo stato a chiudere milioni di ettari di terre pubbliche. Due terzi del paese versa in un grave stato di siccità. Di fatto, i cambiamenti climatici stiano iniziando a creare le condizioni per tempeste di fuoco sempre più frequenti.

Negli ultimi due decenni, oltre 800 milioni di alberi del Colorado sono stati distrutti da insetti, un fenomeno più comune in tutto il mondo poiché le temperature più calde stanno favorendo la presenza di parassiti che si nutrono di piante in luoghi precedentemente freschi.

Effetti innegabili, ormai sotto gli occhi di tutti.

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Francesca Mancuso

Foto cover

La nonnina romana che non chiede l'elemosina, ma sferruzza e vende le sue creazioni

Published in: Buone pratiche & Case-History

È una dolce nonnina, non conosciamo la sua vera storia e il perché ogni giorno, seduta in una sedia portata da casa, si è ritagliata un angolo sul marciapiede delle fermate metro Lepanto e Ottaviano a Roma.

Non chiede l’elemosina, lei sferruzza, ogni singolo instante, come se non si stancasse mai. Realizza all’uncinetto centrini, presine o altre piccole creazioni che poi vende per un paio di euro.
Curva su se stessa, con accanto il suo piccolo carrello e un sacchetto dove tiene i gomitoli lavora racchiusa nella sua dignità.

Forse è rimasta sola e si guadagna da vivere così o forse semplicemente combatte la solitudine sferruzzando tra il caos romano. Davanti al Tribunale è un via vai di gente, qualcuno si ferma a curiosare, altri tirano dritto.
Per i romani è ormai una sorta di istituzione, quelle persone che incontri sulla tua via sempre. Passano giorni, i mesi, gli anni ma non la sua grinta e il suo spirito di sacrificio.

 Ecco cosa scrive di lei un utente su Facebook:

ROMANI!

A voi TUTTI servono le presine della nonna!!!
Sta per strada tutti i giorni a vendere i suoi prodotti!
Non chiede mai elemosine, ma con tutto il suo impegno guadagna per sopravvivere !!!
ZONA TRIBUNALE DI ROMA (metro Lepanto)!

P.S.:Le persone anziane di "vecchia tempra" è un esempio perfetto per tutti noi!
NON CHIEDONO elemosine, sono abituati a GUADAGNARE LA PAGNOTTA, non danno colpa a nessuno, sono abituati a BADARE a se stessi, vanno avanti , STRINGENDO i denti e sanno pure SORRIDERE!

Una donna di altri tempi che continua a regalarci emozioni in una società frenetica in cui si è perso il senso dell’umanità. La prossima volta che la vedete, fermatevi a chiacchierare con lei e comprate una presina, per noi sono solo un paio di euro, ma per lei potrebbero fare la differenza.

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Dominella Trunfio

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Sulla battigia, attenti alle tracine! Come curare le punture del pesce ragno

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Tracina: chi è e dove vive

Le tracine, appartengono alla famiglia Trachinidae, che comprende un esiguo numero di specie diffuse soprattutto nei mari europei. Questi pesci si possono trovare nel Mediterraneo, nel Mar Nero, nelle acque Atlantiche europee, sino alla Scozia a nord e alle Canarie a sud, lungo le coste dell'Africa occidentale e nelle acque Cilene.

Le tracine vivono esclusivamente in mare e su fondali sabbiosi o fangosi, preferibilmente entro i primi 30 metri di profondità, anche se sono state segnalate a profondità maggiori, sino a 150 metri.

Tracina: come riconoscerla

Le tracine hanno un corpo schiacciato lateralmente, il loro corpo appare quasi liscio, dal momento che hanno delle piccole scaglie ciclioidi. Gli occhi sono laterali, alti, e consentono la visione all'animale quando è nascosto sotto la sabbia.

Ai meno esperti accade spesso di confondere gli occhi sporgenti delle tracine per i sifoni dei cannollicchi (Ensis ensis) e quindi, quando si infila la mano per raccoglierli si corre il rischio di essere punti dall'animale, che usa le spine velenifere sia per difesa che per offesa, anche nei confronti dei sub.

Le spine dorsali sono robuste e velenifere; in condizioni di riposo sono abbassate, ma vengono erette appena ci si avvicina al loro nascondiglio o quando cacciano una preda. Queste spine dorsali sono collegate ad un tessuto spugnoso che produce veleno. (Fonte: Biologiamarina.eu)

Tracina: la puntura

Se si viene punti, il dolore è immediato, ma ha il suo picco dopo una ventina di minuti. La puntura arriva dalla spina dorsale della tracina, che rilascia un veleno, la parte punta sarà rossa e gonfia. Potrebbero verificarsi anche altri sintomi come nausea, vomito e febbre con un dolore che può durare diverse ore estendendosi anche a tutto l’arto.

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Cosa fare se ti punge una tracina

Rolando Tasinato, medico presso ULSS 3 Serenissima Ospedale di Mirano (Venezia) spiega cosa fare in caso si venga punti da tracina.

"Il dolore in questi casi è veramente molto forte, intenso e urente (sensazione dolorosa simile a quella provocata dal contatto con corpi arroventati) ed è dovuto all’inoculo sotto la pelle della sostanza tossica presente negli aculei", spiega Tasinato. Ecco i suoi consigli

Per evitare che dolore e gonfiore provocati dalla puntura del pesce ragno e, in particolare, dal veleno del suo aculeo creino ulteriori problemi, occorre:

  • sciacquare con acqua di mare e cerca di togliere ogni frammento di spina (se visibile)
  • disinfettare accuratamente la zona colpita possibilmente non con disinfettanti a base di alcool ma con Tintura di Iodio, con Amuchina o con acqua ossigenata.

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I rimedi per la tracina

Per inattivare il veleno tuttavia è necessario immergere quanto prima il piede o la zona colpita in ACQUA MOLTO CALDA (la temperatura più elevata possibile che ci consenta di tenere immersa la parte senza incorrere in ustioni).

La tossina del pesce ragno infatti è termolabile cioè si inattiva si distrugge cioè alla temperatura di circa 45 gradi). L’immersione in acqua molto calda deve proseguire almeno mezz'ora sino alla scomparsa del dolore.

"Nelle ore successive alla puntura può comparire qualche linea di febbre, specie nei bambini più piccoli, in altri casi la persistenza del dolore, seppur attenuato dal pediluvio con acqua calda necessita dell’assunzione di antidolorifici e in rari casi occorre effettuare una infiltrazione di anestetico locale sul punto di inoculo", chiosa il medico.

In ogni caso fate attenzione... a dove mettete i piedi!

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Dominella Trunfio

Alla scoperta delle meraviglie del Lazio: bus e treni gratis per i giovani con un'app

Published in: App e Smartphone

Al via “Lazio in Tour”, un’iniziativa unica al livello europeo dedicata ai giovani, una sorta di interrail gratuito regionale, che offrirà la possibilità ai giovani di scoprire le bellezze della loro terra. Per usufruirne bisognerà solo essere residenti e avere fra i 16 e i 18 anni (19 non compiuti).

L’iniziativa, appena presentata, sarà valida dal 15 luglio al 15 settembre. Con “Lazio in tour”, in questo lasso di tempo si potra viaggiare in lungo e in largo, zaino in spalla per un mese.

Basterà scaricare l'app e registrarsi per usufruire a costo zero dei treni regionali e dei bus Cotral, alla scoperta del Lazio delle meraviglie, con 7 siti Unesco, 37 aree archeologiche, 3 parchi nazionali, 16 parchi regionali, 317 Musei archeologici, storici, artistici e specializzati, 17 Borghi più belli d’Italia, 362 km di costa e 6 isole nell’Arcipelago Pontino.

Sono escluse le linee ATAC, la Metro, la Roma Lido, il Leonardo Express e le stazioni fuori dai confini regionali.

“Quella presentata è un'iniziativa rivoluzionaria. Ma la possiamo annunciare grazie al fatto che negli ultimi anni abbiamo lavorato sodo con Trenitalia e Cotral per avere nella regione un servizio di mobilità per i cittadini degno di questo nome. Ci siamo riusciti grazie alla rinascita di Cotral e all'arrivo del 83% di nuovi treni regionali" sono le parole del presidente, Nicola Zingaretti. "Questa iniziativa è dedicata ai giovani del Lazio che diventano, anche grazie a questo provvedimento, i protagonisti di un nuovo percorso di crescita di conoscenza del territorio".

Come fare per viaggiare gratis?

Un gioco da ragazzi! Prima occorre scaricare l'app Laziointour dallo store, disponibile dal 15 luglio. Poi ci si registra allegando un proprio selfie. A quel punto si ottiene il codice che diventerà per 30 giorni il proprio titolo di viaggio. Una volta attivato il codice, è tutto pronto per viaggiare. Basterà mostrarlo direttamente dallo smartphone al controllore ogni volta che verrà chiesto.

Una bellissima iniziativa per avvicinare i giovani al proprio territorio, aiutandoli a scoprire luoghi spesso sconosciuti.

E se volete visitare l'Europa e avete compiuto 18 anni potrete farlo gratis grazie a DiscoverEu. I giovani che ne hanno fatto richiesta entro il 26 giugno, potranno spostarsi in tutto il continente gratis in treno.

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Francesca Mancuso

Registrato per la prima volta il canto di Saturno a una delle sue lune

Published in: Universo

Come una radio converte le onde in suono, così i ricercatori hanno tradotto il “linguaggio” dei pianeti, consentendoci di ascoltarlo. In altre parole, Cassini ha rilevato onde elettromagnetiche che qui sulla Terra possiamo amplificare, riproducendo quei segnali attraverso un altoparlante e con compressione da 16 minuti a 28,5 secondi. L’interazione, sorprendentemente potente e dinamica, si è rivelata di onde di plasma che si muovono da Saturno ai suoi anelli e alla sua luna Encelado.

Il plasma è il quarto stato della materia (oltre a solido, liquido e aeriforme), scoperto negli anni ’20 del ‘900 e che di fatto è gas ionizzato, costituito da un insieme di elettroni e ioni e complessivamente neutro.

Molto raro sulla Terra (ad eccezione di fulmini e aurore boreali), nell’Universo costituisce più del 99% della materia conosciuta: il Sole, le stelle e le nebulose sono infatti fatte di plasma. Tuttavia appena il 5% circa è materia conosciuta, perché il resto è ‘materia ed energia oscura’, forme di materia ed energia non rilevabili direttamente mediante le rispettive emissioni elettromagnetiche.

“Encelado è un piccolo generatore che gira intorno a Saturno e sappiamo che è una fonte di energia continua – ha spiegato Ali Sulaiman, coautore del lavoro - Ora scopriamo che il pianeta risponde lanciando segnali sotto forma di onde di plasma, attraverso il campo magnetico che lo collega al suo satellite naturale a centinaia di migliaia di chilometri di distanza”.

La scoperta di Cassini, a bordo della quale è installato lo strumento Radio Plasma Wave Science (RPWS), è quindi ancora più eccezionale perché ha trovato altre onde elettromagnetiche al plasma e le ha rese misurabili e addirittura “ascoltabili” via radio. Proprio come l’aria o l’acqua, il plasma genera infatti onde per trasportare energia, captate da RPWS durante uno dei suoi incontri più vicini a Saturno.

Nonostante la ventennale missione sia bruscamente terminata il 15 settembre 2017 alle 13.55 con lo schianto della sonda contro l’atmosfera tumultuosa di Saturno, le sue straordinarie scoperte continuano ad arrivare. La registrazione è stata infatti catturata il 2 settembre 2017, due settimane prima della distruzione, e recentemente convertita nel file audio.

Il lavoro è stato pubblicato su Geophysical Research Letters.

Su Saturno e la sonda Cassini leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto: Kevin Gill from Nashua, NH, United States, via Wikimedia Commons 

Zsa Zsa: è morto improvvisamente il cane più brutto del mondo

Published in: Cani, Gatti & co.

AGGIORNAMENTO DELL'11 LUGLIO 2018

Zsa Zsa improvvisamente è morta nel sonno, due settimane dopo la conquista dell'ambito titolo mondiale. Aveva 9 anni. Il cane non si è più svegliato. A trovarlo è stata Megan, incredula visto che l'animale apparentemente non soffriva di alcuna patologia. Ci ha lasciati così, poco più di due settimane dopo la conquista dell'ambito titolo mondiale. 

Il World’s Ugliest Dog contest 2018  lo aveva proclamato vincitore il 23 giugno scorso: Zsa Zsa era un simpatico cane di proprietà di Megan Brainard. Zampe muscolose, stazza taurina, mandibola sporgente e una lingua molto lunga, rendevono questo animale unico al mondo.

Non a caso per Megan, la dolce Zsa Zsa ‘è bellissima anche se sgraziata e con le zampe storte’. A dimostrazione che il concetto di bellezza è relativo. Parliamo di questa competizione perché ha proprio questo obiettivo, ovvero quello di sensibilizzare sul tema dell’adozione degli animali che spesso rimangono senza casa, perché non corrispondono a ideali di perfezione creati da stupide mode.

Ogni animale, come altro essere vivente, ha delle imperfezioni, ciò non significa che deve essere condannato alla solitudine. Durante la gara sfilano tutti quei cani che escono dagli schemi e dagli stereotipi, ma ciò non significa che siano brutti. Il World’s Ugliest Dog è una provocazione, per questo ci piace.

Foto

Zsa Zsa ha sbaragliato la concorrenza ansimando al guinzaglio e arrancando sul red carpet fino ad aggiudicarsi il premio di 1500 dollari in palio per la competizione. Poi, assieme alla sua proprietaria, è tornata ad Anoka, Minnesota, dove vive. Una cosa è certa: a cani pettinati, vestiti come se fossero dei bambini e umanizzati preferiamo di gran lunga Zsa Zsa, in fondo certe volte, ciò che conta è la simpatia perché ognuno è perfetto nella sua unicità!

RIP Zsa Zsa, per noi eri bellissimo!

Ecco altri 'animali brutti':

 

Dominella Trunfio

Scoperto fossile del primo dinosauro gigante: ha 200 milioni di anni e farà riscrivere la storia

Published in: Animali

Una scoperta che farà riscrivere i libri di storia visto che riguarda i fossili del più antico dinosauro gigante, vissuto 200 milioni di anni fa. I quattro scheletri trovati nei pressi della città di Balde de Leyes ci obbligano dunque a ripensare a quando e come i dinosauri siano diventati così grandi.

A ritrovarne le ossa sono stati gli scienziati argentini dell’università di San Juan e del Conicet, il Consiglio nazionale di ricerca argentino.

Ribattezzata dai ricercatori "Ingentia prima", questa nuova specie apparteneva al gruppo dei sauropodi e la sua comparsa sulla Terra risalirebbe a 200 milioni di anni fa, 30 milioni di anni prima di quanto ipotizzato fino a ora.

Il nome 'Ingentia' (gigante in latino) si riferisce alle sue dimensioni colossali, mentre 'prima' indica che è il primo gigante noto oggi sul pianeta.

"Prima di questa scoperta, si riteneva che il gigantismo fosse emerso durante il periodo Giurassico, circa 180 milioni di anni fa, ma Ingentia è vissuto nel tardo Triassico, tra i 210 a 205 milioni di anni fa", ha detto Cecilia Apaldetti, autore principale dello studio.

Ma i lessemsauridi ci dicono che almeno alcuni dinosauri siano stati in grado di raggiungere dimensioni giganti, tra 8 e 10 metri, durante l'ultima parte del Triassico, prima dell'estinzione.

La loro stazza era tre volte superiore rispetto a quella degli altri dinosauri vissuti nella stessa era. Secondo gli autori dello studio, Ingentia aveva una massa corporea di circa 10 tonnellate, circa il peso di 2 o 3 elefanti.

Un vero gigante, soprattutto per il tempo di evoluzione. La maggior parte degli animali che vivevano nello stesso periodo non superavano i 2 metri di altezza e le 3 tonnellate. Ciò che ha lasciato gli scienziati argentini davvero a bocca aperta è stato il fatto che essi presentavano una crescita "esplosiva", una velocità di crescita del tessuto osseo maggiore rispetto a quella delle altre specie del tardo Triassico. Merito delle cavità aree delle ossa, che le rendevano più leggere e di un apparato respiratorio evoluto paragonabile a quello degli uccelli.

Investigadores del #CONICET revelan en un estudio que los primeros dinosaurios gigantes aparecieron 30 millones de años antes de lo que se creía, a partir del descubrimiento de una nueva especie de dinosaurio #Ingentiaprima hallada en #SanJuan https://t.co/q54unYpWbc pic.twitter.com/H6CDM324L4

— CONICET Dialoga (@CONICETDialoga) 9 luglio 2018

Enormi colossi vissuti mlioni e milioni di anni dell'arrivo dell'uomo sulla Terra.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Ecology & Evolution.

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Francesca Mancuso

Pasta fredda: la ricetta della lasagna senza cottura

Published in: Ricette

Da servire in pratiche monoporzioni o da preparare in una pirofila proprio come la classica ricetta, la nostra lasagna fredda può essere tranquillamente assemblata in anticipo e conservata in frigorifero fino al momento del servizio, purché coperta da pellicola alimentare, in modo così da non far seccare la sfoglia.

Zucchine, pomodori, mozzarella, il profumato basilico e del buon olio extra vergine d'oliva sono il condimento di questa lasagna dalle calorie ridotte.

Ingredienti
  • 250 gr di zucchine
  • 300 gr di pomodori
  • 200 gr di mozzarella
  • 120 gr di pasta all'uovo stesa
  • basilico già lavato q.b.
  • farina q.b.
  • olio evo q.b.
  • sale q.b.
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  • Tempo Preparazione:
    15 minuti
  • Tempo Cottura:
    30 minuti
  • Tempo Riposo:
    3 ore di lievitazione
  • Dosi:
    per 3 persone
  • Difficolta:
    bassa
Come preparare la lasagna fredda: procedimento
  • Lavare le zucchine, spuntarle ed affettarle sottilmente, passarle nella farina, metterle in una teglia rivestita con carta forno e cuocerle in forno caldo a 180° per circa quindici minuti (se si preferisce è possibile grigliarle o utilizzarle anche crude), a cottura ultimata toglierle dalla teglia e far raffreddare,
  • nel frattempo lavare i pomodori e tagliarli a pezzettini, tagliare in piccoli pezzi anche la mozzarella e mettere entrambi a sgocciolare.
  • Unire in una ciotola i pomodori, la mozzarella e le zucchine e condire tutto con olio, sale e basilico spezzettato,
    lessare per pochi minuti una sfoglia alla volta in acqua bollente salata e adagiarla su un canovaccio pulito e non lavato con ammorbidente, avendo cura di non sovrapporle,
  • con un coppapasta formare dei cerchi, 
  • e aiutandosi con lo stesso impiattare stratificando gli ingredienti nei piatti, oppure per accorciare i tempi di preparazione lasciare la sfoglia intera e stratificare allo stesso modo in una pirofila.
  • Una volta assemblato tutto, la lasagna fredda potrà essere servita anche subito irrorandola in superfice con un filo d'olio evo.
Come conservare la lasagna fredda:

La lasagna fredda, qualora dovesse avanzare, è possibile consumarla entro il giorno successivo purché sia conservata in frigorifero coperta da pellicola alimentare.

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Ilaria Zizza

Gigantesco iceberg si stacca dalla Groenlandia: è 1/3 di Manhattan. Video per la prima volta in diretta

Published in: Ambiente

Lungo 4 miglia (6,5 km), largo 1,6 km e profondo 800 metri, l'iceberg ha lasciato il ghiacciaio nella Groenlandia orientale in pochi istanti, a dimostrazione dei terribili effetti dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale sulla Terra.

L'evento infatti è iniziato il 22 giugno alle 11:30, ora locale ed è durato 30 minuti, che nel video sono stati sintetizzati in 90 secondi. In pochissimo tempo sono andati perduti 10 miliardi di tonnellate d'acqua.

Denise Holland, che ha girato il filmato della nascita dell'iceberg, ha detto che i ricercatori avevano allestito un campo sul fiordo e si stavano preparando per la notte quando hanno sentito una sorta di lungo ruggito, durato per più di 5 minuti. Il suono lasciava intendere che fosse in corso qualcosa di importante. 

Si sono trovati così ad assistere a uno spettacolo inquietante: la formazione di un iceberg dovuto allo scioglimento di parte di un ghiacciaio.

Quando grandi masse di ghiaccio si separano dai ghiacciai, le quantità di acqua vengono deviate nell'oceano e contribuiscono all'innalzamento del livello del mare. Ma gli scienziati devono ancora imparare come e perché avviene questa rottura su larga scala. È ancora difficile prevedere quando i ghiacciai si disgregheranno e quanto la disintegrazione innalzerà col tempo i livelli del mare.

I più grandi ghiacciai della Terra sono nell'Antartide e la loro rottura sarebbe catastrofica per l'innalzamento del livello del mare; la perdita della calotta glaciale dell'Antartico occidentale libererebbe abbastanza acqua da innalzare i livelli globali del mare di quasi 3 metri. Anche se ci sono abbondanti osservazioni satellitari delle calotte polari dell'Antartide, è estremamente difficile raccogliere dati dalla superficie del continente remoto.

I ghiacciai della Groenlandia sono più accessibili, così Holland e i colleghi hanno trascorso un decennio a raccogliere dati e osservare il comportamento delle masse di ghiaccio di quell'area.

Ecco il video in cui si vede anche il livello del mare in aumento, mentre il ghiaccio entra nell'oceano:

"Sapere come e in che modo l'iceberg si stacchi è importante per le simulazioni perché in definitiva determina l'innalzamento globale del livello del mare", ha detto Denise Holland, che ha filmato l'evento. "Capire meglio cosa sta succedendo ci permetterà di creare simulazioni più accurate per aiutare a prevedere e pianificare i cambiamenti climatici".

Una scenda che fa rabbrividire e dovrebbe farci riflettere sul nostro impatto sulla Terra.

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Francesca Mancuso

Zoomafie 2018: i 10 crimini più commessi contro gli animali in Italia

Published in: Animali

È quanto emerge dal Rapporto Zoomafia 2018 “Crimini e animali”, redatto da Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Zoomafia della LAV che alla sua diciannovesima edizione analizza lo sfruttamento criminale di animali nel 2017.

“Il primo dato che emerge è la conferma della capacità penetrante della criminalità organizzata in settori diversi ma accumunati dal coinvolgimento di animali. Segnali di questo tipo arrivano da diversi filoni, come il traffico di cuccioli, la gestione dei canili, il controllo dei pascoli. Un altro dato da rilevare è la sempre maggiore gestione organizzata delle condotte zoocriminali. Sempre più spesso, infatti, si riscontrano reati associativi, perpetrati da gruppi di individui legati o dal concorso o da vero vincolo associativo”, afferma Ciro Troiano.

I 10 reati più commessi ai danni degli animali:

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Combattimenti tra animali

Quello dei combattimenti è un vero affare per la criminalità. Grande e piccola. Migliaia di animali vittime ogni anno. Si tratta di un fenomeno complesso che coinvolge soggetti diversi: i casi più diffusi fanno capo a delinquenti locali, teppisti di periferia, sbandati, allevatori abusivi e trafficanti di cani cosiddetti “da presa”.

Non mancano però casi riconducibili alla classica criminalità organizzata: esiti giudiziari hanno accertato il coinvolgimento di elementi appartenenti alla camorra, alla sacra corona unita, al clan Giostra di Messina e ad alcune ‘ndrine. Ritrovamenti di cani con ferite da morsi o di cani morti con esiti cicatriziali riconducibili alle lotte, furti e rapimenti di cani di grossa taglia o di razze abitualmente usate nei combattimenti, sequestri di allevamenti di pit bull, pagine Internet o profili di Facebook che esaltano i cani da lotta, segnalazioni: questi i segnali che indicano una recrudescenza del fenomeno.

Cosa puoi fare tu. Per contrastare il preoccupante aumento delle lotte clandestine è tornato attivo il numero LAV “SOS Combattimenti” tel. 064461206. Lo scopo è quello di raccogliere segnalazioni di combattimenti tra animali per tracciare una mappa dettagliata del fenomeno e favorire l’attivazione di inchieste giudiziarie e sequestri di animali.

Corse clandestine di cavalli, ippodromi e scommesse

La presenza della criminalità nel mondo dei cavalli, delle corse e degli ippodromi è sempre stata forte. La conferma arriva da recenti inchieste che hanno rivelato l’interesse di alcuni sodalizi mafiosi per le corse illegali di cavalli. Solo nel 2017: 15 interventi delle forze dell’ordine, 6 corse clandestine bloccate, 82 persone denunciate, di cui 61 persone arrestate, 20 cavalli sequestrati. 

Secondo i dati ufficiali relativi all’elenco dei cavalli risultati positivi al controllo antidoping, ai sensi del regolamento delle sostanze proibite, 66 cavalli che nel 2017 hanno partecipato a gare ufficiali, sono risultati positivi a qualche sostanza vietata.

Gare svolte in diversi ippodromi d’Italia, da Albenga a Napoli, da Aversa a Firenze, da Torino a Palermo, passando per Treviso, Montecatini, Milano, Siracusa. Queste, invece, alcune delle sostanze trovare nei cavalli da corsa nel 2017: Altrenogest, Benzoilecgonina (metabolita della cocaina), Caffeina, Capsaicina, Desametasone, Diossido di Carbonio (TCO2), Ecgonina Metilestere, Fenilbutazone, Procaina, Stanozololo, Teofillina, Testosterone.

L’affare dei canili e del traffico di cani

Il business legato alla gestione di canili “illegali”, così come il business sui randagi, mantiene intatto il suo potenziale criminale che garantisce agli sfruttatori di questi animali introiti sicuri e cospicui, grazie a convenzioni con le amministrazioni locali per la gestione dei canili.

Cani tenuti in pessime condizioni igieniche, ammalati e non curati, tenuti in strutture fatiscenti, sporche e precarie, animali ammassati in spazi angusti, denutriti: questi alcuni casi accertati.

La tratta dei cuccioli dai Paesi dell’Est si conferma uno dei business più redditizi che coinvolge migliaia di animali ogni anno e che vede attive anche vere e proprie organizzazioni transazionali. Secondo i dati che ci sono stati forniti dagli organi di Polizia Giudiziaria, negli anni 2015 e 2016 sono stati sequestrati 964 cani e 86 gatti (dal valore complessivo di 717.800 euro). 

I traffici internazionali di fauna 

Nel 2017 i Carabinieri della CITES hanno effettuato 18.797 accertamenti su animali vivi e morti, parti e prodotti derivati da specie tutelate dalla Convenzione di Washington. In particolare, i controlli su animali vivi hanno interessato le tartarughe di terra (4.823 controlli), i pappagalli (2.794 controlli), rapaci diurni e notturni (1.161 controlli), ibridi tra lupo selvatico e canidi (229 controlli), primati (scimpanzé, macachi, ecc.) (52 controlli), felini di grossa taglia (45 controlli), lupi selvatici (4 controlli). Il valore di quanto sottoposto a sequestro è pari a 1.139.623 euro. 

Bracconaggio organizzato

I sequestri di armi clandestine testimoniano il forte interesse della criminalità organizzata per alcune attività illegali contro la fauna selvatica. Recenti inchieste hanno accertato gli interessi di alcune 'ndrine per la caccia di frodo e la vendita di fauna selvatica. Note le infiltrazioni, soprattutto a Sud, di personaggi malavitosi nella cattura e vendita di cardellini e altri piccoli uccelli. In alcuni territori l’uccellagione e i traffici connessi o il bracconaggio organizzato sono sotto il controllo dei clan dominanti.

Armi clandestine, trappole esplosive, munizioni, esplosivi, visori notturni e puntatori a intensificazione di luminosità, fucili illegali, questi alcuni degli strumenti e delle armi sequestrati nel 2017. Senza tregua il traffico di fauna selvatica nel mercato abusivo di Ballarò a Palermo, dove ogni settimana sono venduti centinaia di uccelli.

Macellazione clandestina e abigeato

La penetrazione della criminalità organizzata nel mondo degli allevamenti, della macellazione e della distribuzione della carne trova un’evidente conferma dai provvedimenti adottati dalla magistratura e dai i sequestri della polizia giudiziaria: terreni, allevamenti di bovini e ovini, aziende zootecniche. Ogni anno scompaiono nel nulla circa 150.000 animali.

Abigeato, falso materiale, falso ideologico, percezione illecita di fondi pubblici, traffico di farmaci vietati, associazione per delinquere, traffico di sostanze dopanti, maltrattamento di animali, macellazione clandestina, pascolo abusivo, ricettazione, intestazione fittizia di beni, introduzione di animali in fondo altrui, truffa aggravata, uccisione di animali, commercio alimenti nocivi: sono solo alcuni dei reati accertati nel corso del 2017 tra le illegalità negli allevamenti e nel commercio di alimenti di origine animale. Diverse le forme di macellazione clandestina, che vanno da quella domestica, o per uso proprio, a quella organizzata, riconducibile a traffici criminali, da quella collegata alla caccia di frodo a quella etnica.

Pesca di frodo e le illegalità nel comparto ittico

Nel business del pesce non manca l’infiltrazione della mafia o della camorra che, come diverse inchieste hanno accertato, sono infiltrate in società operanti nel settore ittico. In Calabria la cosca Muto è riuscita a influenzare l’economia locale, monopolizzando, con modalità mafiose, l’offerta di pescato, principale fonte di finanziamento della struttura criminale.

In Sicilia ci sarebbe un vero e proprio “patto mafioso sul commercio di pesce” tra famiglie mafiose per dividersi i proventi derivanti dalla commercializzazione dei “prodotti ittici”. Artefice di questo “patto mafioso” sarebbe il clan Rinzivillo infiltrato nel mercato del settore tramite imprese controllate.

A Taranto, l’operazione “Piovra-2 Respect” ha sgominato un’associazione per delinquere finalizzata all’estorsione ai danni di titolari di impianti di mitilicoltura situati nel Mar Piccolo e titolari di pescherie tarantine, e al furto aggravato di “prodotti ittici”.

Uso di animali a scopo intimidatorio o per lo spaccio di droga

La funzione intimidatoria degli animali è uno dei ruoli che gli animali svolgono nel sistema e nella cultura mafiosa. L’uso di animali come arma o come “oggetti” per intimidire è molto diffuso, di difficile catalogazione e rappresenta un fenomeno che non si può facilmente prevenire. Il recapitare parti di animali rappresenta l’1,65% delle modalità di intimidazione e minacce.Teste mozzate di cinghiali e capretti, gatti morti, uccelli decapitati: alcuni degli atti intimidatori accertati l’anno scorso. 

Traffici di animali via internet

Il furto di cani è in aumento e suscita grande allarme. "La fenomenologia è varia e complessa, ma il più delle volte gli animali vengono rubati per il loro valore economico e finiscono poi al mercato nero o usati come riproduttori", prosegue Troiano.

La vittimologia di questa categoria vede a rischio i cani di razza con pedigree importanti, campioni di bellezza, o campioni di caccia. A questi si aggiungono cani che vengono venduti tramite Internet e canali non ufficiali, come allevatori abusivi o privati che mettono annunci. Vi sono poi i rapimenti con le annesse richieste di riscatto.

Zoocriminalità minorili

Infine, la zoocriminalità minorile, ovvero il coinvolgimento di minorenni o bambini in attività illegali con uso di animali o in crimini contro gli animali.

"La cultura in cui si sviluppano forme di violenza contro gli animali, e in particolare la zoomafia, ha come riferimento un modello di vita basato sulla prevaricazione, l’aggressività sistematica, il disprezzo per le ragioni altrui", chiosa Troiano.

Inquietanti e preoccupanti i casi elencati nel Rapporto: un gattino preso a calci come un pallone; un cigno preso a sassate da un gruppetto di ragazzi; un ragazzino che spara nel bosco con il fucile del padre.

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Dominella Trunfio

Foto: LAV

L'aria condizionata? Ci farà morire: 1000 decessi ogni anno entro il 2050! Parola della scienza

Published in: Ambiente

Poiché i cambiamenti climatici continuano a spingere verso l'alto i termometri d'estate, il maggiore uso di aria condizionata negli edifici potrebbe aggravare ancora di più la situazione degradando la qualità dell'aria, aggravando di fatto il bilancio dell'inquinamento atmosferico sulla salute umana. Un circolo vizioso, visto che l'aumento delle temperature richiede un maggior uso dei condizionatori, che a loro volta incrementano la produzione di inquinanti.

I ricercatori dell'Università del Wisconsin-Madison prevedono fino a 1000 ulteriori decessi all'anno negli Stati Uniti orientali a causa degli elevati livelli di inquinamento atmosferico guidati dall'aumento dell'uso di combustibili fossili per raffreddare gli edifici.

""Il cambiamento climatico è qui e avremo bisogno di adattarci. Ma l'aria condizionata, e il modo in cui usiamo l'energia, peggiorerà l'inquinamento atmosferico, mentre le temperature continueranno a salire", spiega David Abel, autore principale del nuovo rapporto.

L'impatto dell'aria condizionata sull'aria

L'analisi combina le proiezioni di 5 diversi modelli computerizzati tramite i quali gli scienziati hanno calcolato gli impatti dell'inquinamento atmosferico sulla salute con un clima più caldo con e senza un maggiore uso di aria condizionata.

Se l'aumento dell'uso dell'aria condizionata a causa dei cambiamenti climatici dipenderà dall'energia derivata dai combustibili fossili, purtroppo la qualità dell'aria peggiorerà ulteriormente a danno della salute umana.

L'aria condizionata ci farà morire!

Lo studio prevede infatti 13.000 decessi umani all'anno causati da livelli più elevati di particolato d'estate e 3.000 causati dall'ozono negli Stati Uniti orientali nel 2050. La maggior parte di queste morti sarà attribuibile a processi naturali come la chimica dell'atmosfera e le emissioni naturali, che sono influenzate dall'aumento delle temperature. Tuttavia, circa 1.000 di queste morti ogni anno si verificherebbero a causa dell'aumento della climatizzazione alimentata da combustibili fossili.

"I cambiamenti climatici da soli aumentano la mortalità prematura estiva legata all'inquinamento atmosferico di circa 13.000 morti a causa di PM2.5 e 3.000 decessi dovuti a O3".

Tutta colpa delle fonti energetiche fossili

È emerso che le concentrazioni di particolato fine (PM2,5) e ozono (O3) aumentano in un clima più caldo e che il 3,8% dell'aumento totale di PM2,5 e del 6,7% dell'aumento totale dell'ozono (O3) è attribuibile all'uso di aria condizionata extra.

"Le ondate di calore stanno aumentando e aumentando di intensità avremo più domanda di raffreddamento che richiede più elettricità, ma se la nostra nazione continua a fare affidamento sulle centrali a carbone per una parte della nostra elettricità, ogni volta che accendiamo l'aria condizionata sporcheremo l'aria, causando più malattie e persino morti" ha aggiunto Jonathan Patz, autore senior dello studio e professore dell'UW-Madison.

Cosa possiamo fare?

Nel nostro piccolo possiamo contribuire a ridurre le emissioni inquinanti legate all'aria condizionata, ad esempio sfruttando di più le energie rinnovabili o, se non ne abbiamo la possibilità, possiamo ricorrere a una serie di trucchetti e soluzioni per tenere fresca la nostra casa, riducendo al minimo il ricorso al condizionatore.

Molto utili i ventilatori a soffitto e le tende da sole, ma per avere la casa più fresca è bene tenere sempre le finestre aperte in modo da far circolare l'aria.

Se possibile, piantiamo anche degli alberi che possano regalarci naturalmente ombra col passare degli anni. 

Lo studio è stato pubblicato su Plos Medicine.

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Francesca Mancuso

Jefta: cosa prevede l'accordo col Giappone di cui nessuno parla (e perché non va firmato)

Published in: Ambiente

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La firma ufficiale dell'Economic Partnership Agreement e dello Strategic Partnership Agreement, un accordo rafforzato di libero scambio e una intesa politica complessiva, tra Unione Europea e Giappone slitta ma per l’Italia il risultato non cambia.

In un’intervista rilasciata a La Repubblica, senza troppi giri di parole, dà il via libera del governo italiano alla firma del Jefta, alla domanda: “In Europa l’Italia sta dando il via libera a un accordo di scambio con il Giappone, mentre nel contratto avete ribadito la netta contrarietà a questo tipo di accordi, come il Ceta e il Ttip. Avete cambiato idea?”, il vicepremier risponde: “Sia noi che la Spagna, insieme alla firma, stiamo inviando delle osservazioni con condizioni precise che riguardano agricoltura, piccole imprese e una serie di interventi necessari”.

I tre impegni del Decalogo #NoCETA

Una decisione che viene definita sconfortante e grave secondo la campagna Stop TTIP/Stop CETA che spiega:

“La decisione arriva da un Movimento che ha chiesto il voto dei suoi elettori, con il patto pre-elettorale #NoCETA #Nontratto impegnandosi, a bocciare il CETA, a respingere accordi che non siano preceduti da dettagliate valutazioni d’impatto economico, sociale e ambientale a livello europeo, nazionale e globale e da verifiche altrettanto severe sul loro impatto ex post per correggerne i potenziali effetti negativi, ma soprattutto a rifiutare accordi negoziati senza un’adeguata e trasparente partecipazione dei cittadini e dei loro rappresentanti e delle loro organizzazioni, a partire dagli eletti nei Parlamenti europeo, nazionali e nelle Autorità locali, a garanzia dell’obiettivo che le politiche commerciali privilegino l’interesse generale e non quello di potenti lobbies economiche”.

“Cosa che – continuano i sostenitori della campagna - non è senz’altro avvenuta perché il ministro Di Maio, spiace rilevarlo, unico tra i suoi predecessori, ha proceduto alla firma senza neppure convocare il Tavolo istituzionale di confronto sui negoziati commerciali con cui il MISE, da dopo la Ministeriale della WTO di Seattle del 1999 riunisce insieme categorie, sindacati e società civile, quantomeno, per informarli delle intenzioni del Governo italiano”.

Secondo Greenpeace con la firma del Jefca verrebbero meno alcuni dei dieci principi per gli accordi sul commercio che l’Unione europea si è impegnata a seguire. Ovvero: trasparenza, sostenibilità, coerenza con gli accordi multilaterali, principio di precauzione, migliorare gli standard ambientali e sociali, impatto della produzione, accesso giusto ed equo alla giustizia, cooperazione regolatoria, protezione delle economie del Sud del mondo e valutazione indipendente.

Perché dire NO al Jefta

Il Jefta è un trattato di liberalizzazione degli scambi tra Ue e Giappone ed è stato negoziato in assoluta segretezza (leggibile solo grazie al Leak di Greenpeace) al pari del CETA e presenta esattamente le stesse criticità, semplificando di fatto il commercio tra le due parti anche su questioni che riguardano le competenze nazionali come appalti pubblici, agricoltura, sicurezza alimentare, servizi, investimenti, commercio elettronico.

Limita poi la capacità degli Stati europei di controllare le importazioni giapponesi di alimenti e mangimi, sottovalutando il fatto che il Giappone è il paese con il più grande numero di colture ogm autorizzate al mondo.

Ancora, preoccupazioni per le eccellenze del made in Italy, Dop, Igp, Doc che così come per il CETA, solo alcune denominazione saranno protette ma saranno più a rischio contraffazione. Per questo, il Jefta al pari del TTIP e del CETA, viene definito come un accordo tossico, che mette in pericolo l’ambiente e la salute dei cittadini, oltre che la sovranità dei paesi.

Jefta: le criticità per il settore agroalimentare

Le principali criticità del Jefta sono sintetizzate dalla campagna Stop TTIP/Stop CETA:

1) Indicazioni geografiche

Il trattato va a proteggere solo 18 Indicazioni geografiche italiane agroalimentari e 28 vini e alcolici, su un totale di 205. Si prevede la coesistenza per asiago, fontina e gorgonzola per sette anni. Durante questo periodo l’utilizzo dei nomi deve essere accompagnato dall’indicazione dell’origine in etichetta. Grana padano, Pecorino Romano e Toscano, Provolone Valpadana, Mozzarella di bufala campana e Mortadella Bologna: per queste IG viene garantita la protezione del nome complessivo ma non quella dei termini individuali (ad es. Grana; Romano, mortadella, pecorino, mozzarella, ecc.). Per quanto riguarda il “PARMESAN” sarà possibile continuare ad utilizzare tale termine e registrare marchi che lo contengono, a patto che il suo utilizzo non induca in errore il pubblico rispetto all’origine del prodotto (esattamente come nel CETA).

2) Prodotti trasformati

Per i prodotti alimentari e i prodotti agricoli trasformati questo accordo autorizzerà la completa liberalizzazione di prodotti chiave come la pasta (in 10 anni), cioccolatini (10 anni), preparato di pomodoro e salsa (5 anni), ecc.

3) Ogm

Il JEFTA limiterebbe ulteriormente la capacità dell'UE e degli stati membri di controllare le importazioni giapponesi di alimenti e mangimi (articolo 6.7, in particolare 6.7.4), anche se ci sono in Europa già casi documentati di infrazioni consistenti alle normative anti-ogm. Ultimo il caso francese che ha interessato anche l’Italia. A livello mondiale, il Giappone è il paese con la maggior parte delle colture Ogm approvate sia per alimenti che per mangimi animali, e quindi il rischio di contaminazioni, in presenza di un trattato che abbatte il numero di controlli alle frontiere d’arrivo, sarebbe innegabile.

4) E-commerce

Il capitolo del JEFTA sull'e-commerce (Capitolo 8) contiene regole che limitano la capacità di regolare i flussi di dati e
quindi di regolamentare le società transnazionali il cui modello di business dipende dai dati. Queste regole
oltrepassano i limiti già labili inclusi nel CETA. Non è inoltre garantita la completa esclusione dei dati personali dal
commercio bilaterale.

5) Sviluppo sostenibile e lavoro

Il capitolo commercio e sviluppo sostenibile del JEFTA (capitolo 16), che contiene gli impegni non vincolanti delle
parti rispetto ai temi dell’ambiente e del lavoro, è ancora più debole di quello deò CETA. Il Giappone inoltre non ha
ratificato due delle otto convenzioni fondamentali dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Cosa succede adesso

L’Intergruppo Parlamentare No CETA, costituitosi la scorsa legislatura e composto da deputati e senatori di tutti gli schieramenti, ha chiesto pubblicamente al Vice presidente del Consiglio e Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, di far sospendere la firma del Trattato UE-Giappone (JEFTA) e di riferire in Parlamento su un via libera rilasciato senza adeguata consultazione del Parlamento. La Campagna Stop TTIP/Stop CETA si associa alla richiesta e rilancia la proposta di un incontro con il Ministro per ribadire le proprie preoccupazioni sugli effetti a catena di una eventuale approvazione del Jefta.

"Chiediamo al Vice Presidente Di Maio di impegnare il Governo Italiano a intervenire per far sospendere la firma tra Commissione Europea e Governo giapponese, prevista per il 17 luglio, e a riferire al più presto in Parlamento al fine di consentire, nella trasparenza di una discussione pubblica, la definizione di un mandato chiaro al governo".

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Dominella Trunfio

L'Era Solare è l’argomento di dibattito ai Colloqui di Dobbiaco

Published in: Eventi & Iniziative

Tra i temi che verranno trattati durante il laboratorio, non mancheranno la transizione energetica in Italia e Germania, quindi i movimenti sociali contro il carbone, il metano, il petrolio e il confronto tra i progetti più innovativi per una rivoluzione energetica.

Tra pochi mesi, durante l’annuale laboratorio ai Colloqui di Dobbiaco, che si terrà ancora una volta nell’Alta Pusteria dal 28 al 30 settembre, si parlerà dell’Era Solare e di tutte le possibili soluzioni per una svolta ecologica. Non solo, tuttavia, soluzioni teoriche, ma proposte di cambiamento concrete, dal momento che in Italia (e non solo) gli investimenti nelle energie rinnovabili superano quelli nelle centrali elettriche a combustibili fossili.

Partendo, quindi, dalle innovazioni tecnologiche nell’eolico, nel fotovoltaico e nelle bioenergie, si discuteranno le opzioni politiche, le alternative infrastrutturali della transizione energetica e i conflitti che già animano gli inizi dell'Età Solare.

Un ampio spazio verrà riservato ai movimenti sociali contro il carbone, il metano e il petrolio, con Marica Di Pierri, portavoce dell'associazione A Sud, e agli esempi di innovazione sorti in Svizzera, Austria e Germania, come il caso del Comune di Zurigo o le analisi legate alla figura del “prosumer” - cittadino digitale “produttore e consumatore” - proposte dall'Istituto per la ricerca economia ecologica di Berlino.

La transizione verso l'Era Solare è da tempo al centro di conferenze internazionali. Tuttavia, nonostante l’ampio spazio dedicato all’argomento, è cresciuto il divario tra realtà e retorica, con le emissioni globali di CO2 che, nel 2017, hanno raggiunto il loro picco.

Per consultare il programma completo e per iscriversi basta cliccare qui. 

Ecco qual è il colore più antico del mondo, parola degli scienziati

Published in: Natura & Biodiversità

La scoperta è stata fatta da Nur Gueneli, una dottoranda dell’Università nazionale dell’Australia a Canberra, che ha isolato un frammento di pigmento naturale fossile, risalente a un miliardo e centomila anni fa, da una roccia sedimentaria sepolta nelle profondità del deserto del Sahara, in Mauritania.

“I pigmenti rosa brillanti sono molecole fossili della clorofilla prodotta da cianobatteri, antichi organismi fotosintetici che abitavano un oceano scomparso da tempo”, si legge nello studio.

Il rosa brillante, per intenderci, è il colore dei fenicotteri, o delle gomme da masticare.

La pietra era stata ritrovata da una compagnia petrolifera e da 10 anni è oggetto di ricerca. Secondo il team guidato dal professor Jochen Brocks dell'Australian National University, quello scoperto è il colore biologico più antico del mondo.

Il pigmento estratto dal fossile è riconducibile a un organismo vivente e si è conservato proprio come avrebbe fatto quello della pelle di un tirannosauro in perfette condizioni. Si tratta di una scoperta importante perché dà la prova dell'esistenza della fotosintesi fin da tempi remotissimi e perché l'analisi dei composti indica che in questo processo si sono persi alcuni elementi nutritivi, il che spiega perché gli animali hanno impiegato così tanto tempo a comparire nel registro evolutivo.

Le ricerche precedenti avevano individuato fossili contenenti pigmenti anche più antichi di 600 milioni di anni, ma non sono mai state ritenute affidabili, adesso il ritrovamento in Mauritania, rivoluziona un po’ tutto.

Il rosa brillante è stato prodotto infatti da cianobatteri, organismi al gradino più basso della catena alimentare. Al loro posto oggi ci sono delle microscopiche alghe, che però secondo gli scienziati, sono 100 volte più grandi dei cianobatteri.

“Per alimentare grandi creature ci vogliono organismi più grandi di questi: 1,1 miliardi di anni fa non c'era cibo per animali più grandi. Questo risolve un'antica questione", conclude lo studio.

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Dominella Trunfio

Foto: ANU

Zanardi lancia la bici per le persone amputate che si guida in ginocchio

Published in: Sport & Tempo Libero

A presentare il progetto che unisce sport e reinserimento sociale sono stati Alex Zanardi e i vertici dell'Inail.

Il prototipo con posizione inginocchiata è adattabile alle necessità di atleti diversi. Il sedile infatti verrà adattato alle caratteristiche antropometriche di chi lo occupa.

Se il paraciclismo praticato in assetto sdraiato da persone affette da para e tetraplegia, infatti, è ormai un’attività consolidata, non lo è l’utilizzo di handbike da parte di chi ha subito un'amputazione, una novità recente in Italia trainata soprattutto dall'esempio e dai risultati ottenuti da Alex Zanardi.

Nato dalla collaborazione tra il Centro Protesi di Vigorso di Budrio e il campione paralimpico, con la sua società sportiva “Obiettivo 3”, il progetto “Handbike Kneeler” prevede, lo sviluppo dell'handbike a partire da un prototipo completamente regolabile e quindi adattabile alle necessità di atleti per statura, taglia o disabilità.

È stata proprio l'esperienza in prima persona vissuta dallo sportivo in quest'ambito ad averlo spunto a mettere a frutto queste conoscenze per la realizzazione di una handbike con accorgimenti particolari, in grado di soddisfare alcuni importanti requisiti: design specifico per l’amputato in posizione cosiddetta “seduta” o “inginocchiata”, adattabilità del sedile-schienale alle caratteristiche antropometriche della persona amputata grazie a gusci riempibili (tecnica additiva), personalizzabile alle varie posture previste per lo svolgimento del gesto sportivo, leggerezza e utilizzabilità anche da parte di altri utenti, cambiando il sedile.

Il primo a sperimentare il prototipo sarà proprio Zanardi, che farà anche da tutor per i tecnici del Centro Protesi e da testimonial di questa nuova disciplina per gli assistiti amputati.

“Sul mercato non esiste un mezzo così. Il mio percorso riabilitativo è iniziato a Budrio e qui ho lasciato tanti amici – ha detto il campione paralimpico – Insieme a loro abbiamo sviluppato un progetto per diffondere il paraciclismo in modo più ampio, perché tante persone lo praticano con l’handbike in posizione sdraiata pur avendo le capacità per farlo in modo diverso, ovvero come faccio io, in posizione inginocchiata. Sul mercato, però, non esiste un mezzo per rispondere a queste esigenze”.

Una bellissima iniziativa che permetterà a chi ha subito un'amputazione di tornare a fare sport.

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Francesca Mancuso

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A presentare il progetto che unisce sport e reinserimento sociale sono stati Alex Zanardi e i vertici dell'Inail.

Il prototipo con posizione inginocchiata è adattabile alle necessità di atleti diversi. Il sedile infatti verrà adattato alle caratteristiche antropometriche di chi lo occupa.

Se il paraciclismo praticato in assetto sdraiato da persone affette da para e tetraplegia, infatti, è ormai un’attività consolidata, non lo è l’utilizzo di handbike da parte di chi ha subito un'amputazione, una novità recente in Italia trainata soprattutto dall'esempio e dai risultati ottenuti da Alex Zanardi.

Nato dalla collaborazione tra il Centro Protesi di Vigorso di Budrio e il campione paralimpico, con la sua società sportiva “Obiettivo 3”, il progetto “Handbike Kneeler” prevede, lo sviluppo dell'handbike a partire da un prototipo completamente regolabile e quindi funzionale alle necessità di atleti diversi per statura, taglia o disabilità.

È stata proprio l'esperienza in prima persona vissuta dallo sportivo in quest'ambito, ad averlo spunto a mettere a frutto queste conoscenze per la realizzazione di una handbike con accorgimenti particolari, in grado di soddisfare alcuni importanti requisiti: design specifico per l’amputato in posizione cosiddetta “seduta” o “inginocchiata”, adattabilità del sedile-schienale alle caratteristiche antropometriche della persona amputata grazie a gusci riempibili (tecnica additiva), personalizzabile alle varie posture previste per lo svolgimento del gesto sportivo, leggerezza e utilizzabilità anche da parte di altri utenti, cambiando il sedile.

Il primo a sperimentare il prototipo sarà proprio Zanardi, che farà anche da tutor per i tecnici del Centro Protesi e da testimonial di questa nuova disciplina per gli assistiti amputati.

“Sul mercato non esiste un mezzo così. Il mio percorso riabilitativo è iniziato a Budrio e qui ho lasciato tanti amici – ha detto il campione paralimpico – Insieme a loro abbiamo sviluppato un progetto per diffondere il paraciclismo in modo più ampio, perché tante persone lo praticano con l’handbike in posizione sdraiata pur avendo le capacità per farlo in modo diverso, ovvero come faccio io, in posizione inginocchiata. Sul mercato, però, non esiste un mezzo per rispondere a queste esigenze”.

Una bellissima iniziativa che permetterà a chi ha subito un'amputazione di tornare a fare sport.

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