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Reddito di cittadinaza in Finlandia: come sta andando il primo esperimento europeo

Published in: Come è andata a finire?

Nel gennaio 2017, la Finlandia ha iniziato a stipendiare un campione casuale di 2mila disoccupati di età compresa tra i 25 e 58 anni, una somma pari a 560 euro, un incentivo ai cittadini che per due anni ( la durata dell’esperimento) non hanno alcun obbligo di cercare, né accettare un impiego. E comunque anche se qualcuno dovesse trovarne uno, lo Stato continuerà a garantirgli lo stesso importo.

Nonostante il reddito di base sia stato salutato positivamente, c’è chi davanti a questo stipendio gratis è rimasto perplesso. Come Markus Kanerva, uno specialista di scienze sociali e comportamentali applicate, secondo cui:

"Un processo di reddito universale su vasta scala dovrebbe studiare diversi target, non solo i disoccupati. Dovrebbe testare diversi livelli di reddito di base, esaminare i fattori locali. Solo in questo modo è possibile capire come un reddito incondizionato influisce sull’occupazione”, spiega.


L’esperimento nazionale è stato lanciato dal governo di centro destra al costo di 20 milioni di euro con l’obiettivo di abbassare il tasso di disoccupazione che è pari all’8% e ha come scopo quello di capire se l’avere un reddito incondizionato, incentiva o meno le persone ad accettare un lavoro. Potrebbe poi essere la base per parlare di un reddito di cittadinanza, ovvero una somma di denaro da garantire a tutti a prescindere dalla propria condizione economica.

Ma chi sono questi disoccupati selezionati? E sono davvero così fortunati? C’è chi scommette di no. I disoccupati per due anni devono rinunciare a tutti i benefici sociali, a partire dal reddito di disoccupazione, così ad esempio una madre single con figli potrebbe non avere poi tutti questi vantaggi dal reddito di base. Eppure, non può rifiutarsi dal partecipare all’esperimento.

Ma per il governo finlandese, il reddito di base è principalmente un modo per ridurre i disincentivi alla ricerca di lavoro e alla creazione di un nuovo lavoro. Resta da chiedersi: il reddito di base può sostituire le politiche di welfare?

La risposta si avrà solo nel 2019, ad esperimento finito, ma anche nel caso risultasse positivo, non è detto che questo modello sarebbe applicabile anche in altri Stati. Secondo Kela, l’agenzia di sicurezza sociale finlandese che sta conducendo l'esperimento, l’avere un reddito di base porterebbe dei benefici a livello fisico e mentale, soprattutto al contenimento dell’ansia da fine mese.

Sullo stesso argomento potrebbero interessarvi:

E in Italia?

Anche in Italia, si parla da tempo del reddito di cittadinanza, uno dei punti del programma politico del Movimento cinque stelle. Bisogna comunque fare una differenza, tra reddito minimo garantito, ovvero un sostegno economico per i soggetti che vivono sulla soglia della povertà e reddito di cittadinanza che invece dovrebbe essere garantito a tutti i cittadini.

In questo ultimo caso sarebbero 9 milioni gli italiani che potrebbero beneficiarne. Secondo l’Istat si parlerebbe di 16.9 miliardi, mentre per l’Inps di circa 30. E proprio di questo si discute, dove trovare queste somme per poter garantire questi incentivi?

Dominella Trunfio

Moxa: cos’è, benefici e controindicazioni del trattamento

Published in: Salute & Benessere

Come dice anche il nome, che deriva dalle due parole giapponesi Moe (bruciare) e Kusa (erba), questa tecnica si serve di alcuni bastoncini con all'interno erba secca o coni appunto da bruciare per creare calore da sfruttare su alcune zone del corpo.

Moxa, cos’è

La moxa è sostanzialmente una pratica terapeutica che sfrutta gli stessi canali energetici e punti dell’agopuntura per trattare alcuni disturbi del corpo. La tecnica si serve di una specie di “sigari” della lunghezza di circa 20 cm o coni al cui interno vi sono piante officinali essiccate (in particolare Artemisia) ricoperte da carta di gelso applicata con albume d’uovo.

L’ Artemisia vulgaris (nota anche come artemisia comune o assenzio cinese) è una pianta molto usata e apprezzata dalla medicina tradizionale cinese per le sue proprietà.  E’ utile contro la febbre, per trattare i problemi gastrointestinali, è antinfiammatoria, fluidifica il catarro, depura il fegato, regola la pressione, è antidepressiva e tanto altro.

Questi coni si fanno bruciare e poi vengono posti sopra o nelle vicinanze delle zone da trattare, in questo modo si ottiene un riscaldamento e grazie al calore (l’Artemisia brucia a una temperatura di 800°) oltre che ai principi attivi della pianta liberati sulla pelle viene stimolato il processo curativo.

L’esperto in moxa, a seconda dei punti da trattare, fa sedere o stendere il paziente sul lettino (naturalmente spogliato), accende il cono in una delle sue estremità e quando sta bruciando lo avvicina alla pelle. A quel punto l’operatore sceglierà se mantenerlo fermo (ad almeno 3 centimetri dalla pelle) oppure se muoverlo in maniera circolare, lineare o con delle piccole pressioni sul punto prescelto. E’ evidente quanto sia importante affidarsi alle mani di un esperto per evitare bruciature o dolore.

In alcuni casi la moxa si può applicare non con i sigari ma utilizzando delle palline di Artemisia che vengono fatte bruciare direttamente sulla pelle o, più spesso, separate da essa su preparati di aglio, zenzero o sale.

Generalmente ogni trattamento va ad intervenire su un massimo di 6 punti, che sono gli stessi meridiani dell’agopuntura sui quali l’operatore effettua, a seconda dei casi, un trattamento di dispersione o tonificazione dell’energia. Se ne può fare uno o ogni 2 giorni per un massimo di 10-15 trattamenti dopo di che si richiede una pausa. Si tratta di una tecnica veloce che richiede poco tempo, circa 10 minuti, e che andrebbe praticata preferibilmente la mattina.

La moxibustione è una pratica davvero antica, ancora più dell’agopuntura, ma spesso si utilizza proprio in combinazione con altre tecniche tipiche della medicina tradizionale cinese.

Moxa, benefici

Secondo la medicina cinese la moxa può essere utile nel trattamento di tutti i disturbi che derivano da Freddo e Umidità, soprattutto nelle patologie croniche o dove vi è stasi di QI e sangue. La moxibustione si propone di agire sulla causa che ha scatenato il problema ma di conseguenza, intervenendo su quella, piano piano anche il sintomo andrà migliorando fino a scomparire.

I possibili benefici che può comportare un ciclo di trattamenti di Moxa sono molteplici. C’è chi utilizza con successo questa tecnica in caso di:

Si può usare anche in prevenzione nei confronti dell’influenza o per aumentare l’energia vitale nei periodi di grande stanchezza.

Non lasciatevi spaventare dal fatto che si utilizzi “l’erba che brucia” e dunque il calore, il trattamento è assolutamente indolore.

Moxa, controindicazioni

Ci sono diverse condizioni in cui questa pratica è assolutamente sconsigliata. Ad esempio se vi è:

  • febbre alta
  • ferite o abrasioni su corpo
  • ipertensione
  • ciclo mestruale
  • bambini piccoli (sotto i 7 anni)
  • diabete
  • psoriasi
  • allergia all’Artemisia o alle Composite (Asteracee)
Moxa in gravidanza per bimbo podalico

Forse le mamme che alla fine della gravidanza avevano ancora il bambino podalico conosceranno la moxa in quanto qualche ostetrica potrebbe avergli proposto questa tecnica per provare a far ruotare il nascituro evitando così un parto cesareo.

Questa pratica, infatti, stimolando attraverso il calore un punto ben preciso che si trova nel piede della neomamma, sarebbe in grado di favorire in alcuni casi la rotazione. Il trattamento andrebbe eseguito ogni giorno solo alla fine della gravidanza (di solito nelle settimane dalla 32 alla 34). Non sempre però la pratica va a buon fine.

Se ti interessa approfondire altre tecniche della medicina tradizionale cinese leggi anche:

Avete mai fatto trattamenti di moxa? Che benefici avete riscontrato?

Francesca Biagioli

Moxa: cos’è, benefici e controindicazioni del trattamento

Published in: Salute & Benessere

Come dice anche il nome, che deriva dalle due parole giapponesi Moe (bruciare) e Kusa (erba), questa tecnica si serve di alcuni bastoncini con all'interno erba secca o coni appunto da bruciare per creare calore da sfruttare su alcune zone del corpo.

Moxa, cos’è

La moxa è sostanzialmente una pratica terapeutica che sfrutta gli stessi canali energetici e punti dell’agopuntura per trattare alcuni disturbi del corpo. La tecnica si serve di una specie di “sigari” della lunghezza di circa 20 cm o coni al cui interno vi sono piante officinali essiccate (in particolare Artemisia) ricoperte da carta di gelso applicata con albume d’uovo.

L’ Artemisia vulgaris (nota anche come artemisia comune o assenzio cinese) è una pianta molto usata e apprezzata dalla medicina tradizionale cinese per le sue proprietà.  E’ utile contro la febbre, per trattare i problemi gastrointestinali, è antinfiammatoria, fluidifica il catarro, depura il fegato, regola la pressione, è antidepressiva e tanto altro.

Questi coni si fanno bruciare e poi vengono posti sopra o nelle vicinanze delle zone da trattare, in questo modo si ottiene un riscaldamento e grazie al calore (l’Artemisia brucia a una temperatura di 800°) oltre che ai principi attivi della pianta liberati sulla pelle viene stimolato il processo curativo.

L’esperto in moxa, a seconda dei punti da trattare, fa sedere o stendere il paziente sul lettino (naturalmente spogliato), accende il cono in una delle sue estremità e quando sta bruciando lo avvicina alla pelle. A quel punto l’operatore sceglierà se mantenerlo fermo (ad almeno 3 centimetri dalla pelle) oppure se muoverlo in maniera circolare, lineare o con delle piccole pressioni sul punto prescelto. E’ evidente quanto sia importante affidarsi alle mani di un esperto per evitare bruciature o dolore.

In alcuni casi la moxa si può applicare non con i sigari ma utilizzando delle palline di Artemisia che vengono fatte bruciare direttamente sulla pelle o, più spesso, separate da essa su preparati di aglio, zenzero o sale.

Generalmente ogni trattamento va ad intervenire su un massimo di 6 punti, che sono gli stessi meridiani dell’agopuntura sui quali l’operatore effettua, a seconda dei casi, un trattamento di dispersione o tonificazione dell’energia. Se ne può fare uno o ogni 2 giorni per un massimo di 10-15 trattamenti dopo di che si richiede una pausa. Si tratta di una tecnica veloce che richiede poco tempo, circa 10 minuti, e che andrebbe praticata preferibilmente la mattina.

La moxibustione è una pratica davvero antica, ancora più dell’agopuntura, ma spesso si utilizza proprio in combinazione con altre tecniche tipiche della medicina tradizionale cinese.

Moxa, benefici

Secondo la medicina cinese la moxa può essere utile nel trattamento di tutti i disturbi che derivano da Freddo e Umidità, soprattutto nelle patologie croniche o dove vi è stasi di QI e sangue. La moxibustione si propone di agire sulla causa che ha scatenato il problema ma di conseguenza, intervenendo su quella, piano piano anche il sintomo andrà migliorando fino a scomparire.

I possibili benefici che può comportare un ciclo di trattamenti di Moxa sono molteplici. C’è chi utilizza con successo questa tecnica in caso di:

Si può usare anche in prevenzione nei confronti dell’influenza o per aumentare l’energia vitale nei periodi di grande stanchezza.

Non lasciatevi spaventare dal fatto che si utilizzi “l’erba che brucia” e dunque il calore, il trattamento è assolutamente indolore.

Moxa, controindicazioni

Ci sono diverse condizioni in cui questa pratica è assolutamente sconsigliata. Ad esempio se vi è:

  • febbre alta
  • ferite o abrasioni su corpo
  • ipertensione
  • ciclo mestruale
  • bambini piccoli (sotto i 7 anni)
  • diabete
  • psoriasi
  • allergia all’Artemisia o alle Composite (Asteracee)
Moxa in gravidanza per bimbo podalico

Forse le mamme che alla fine della gravidanza avevano ancora il bambino podalico conosceranno la moxa in quanto qualche ostetrica potrebbe avergli proposto questa tecnica per provare a far ruotare il nascituro evitando così un parto cesareo.

Questa pratica, infatti, stimolando attraverso il calore un punto ben preciso che si trova nel piede della neomamma, sarebbe in grado di favorire in alcuni casi la rotazione. Il trattamento andrebbe eseguito ogni giorno solo alla fine della gravidanza (di solito nelle settimane dalla 32 alla 34). Non sempre però la pratica va a buon fine.

Se ti interessa approfondire altre tecniche della medicina tradizionale cinese leggi anche:

Avete mai fatto trattamenti di moxa? Che benefici avete riscontrato?

Francesca Biagioli

Topinambur al forno

Published in: Ricette

La preparazione del topinambur al forno è molto semplice, ma prima di cuocerlo è consigliabile scottarlo in acqua bollente per renderlo così più croccante ed appetitoso. Il suo gusto delicato ricorda la sapidità dei carciofi in questa ricetta vi consigliamo di speziarlo con della paprica  affumicata per esaltarne il gusto e limitare l'utilizzo di sale per condirlo.

Ingredienti
  • 1 Kg di topinambur
  • 1 limone
  • olio evo q.b.
  • sale q.b.
  • 1/4 di cucchiaino di paprica affumicata (opzionale)
googletag.cmd.push(function() { googletag.display('div-gpt-ad-1498149132762-1'); });
  • Tempo Preparazione:
    15 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    30 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare il topinambur al forno: procedimento

 

  • Pelare il topinambur e metterlo in acqua e limone per evitare che si ossidi e cambi quindi colore,
  • tagliarlo in cubetti di egual misura e lessarlo in acqua bollente per un minuto,
  • quindi scolarlo, metterlo in una ciotola capiente e condirlo con l'olio, il sale e la paprica e mescolare il tutto.
  • Foderare ora la leccarda con la carta forno, ungerla e mettere al suo interno il topinambur,
  • infornare e cuocere in forno caldo a 200° per circa mezz'ora,
  • durante la cottura mescolare il topinambur in modo da ottenere una cottura omogenea.
  • A cottura ultimata sfornare e servire il topinambur sia caldo che a temperatura ambiente.
Come conservare il topinambur al forno:

Qualora dovesse avanzare, è possibile conservare il topinambur al forno in frigorifero per un paio di giorni riponendolo in contenitori ermetici.

Potrebbero interessarti anche altre ricette con topinambur o altre ricette di contorni di stagione.

Ilaria Zizza

Topinambur al forno

Published in: Ricette

La preparazione del topinambur al forno è molto semplice, ma prima di cuocerlo è consigliabile scottarlo in acqua bollente per renderlo così più croccante ed appetitoso. Il suo gusto delicato ricorda la sapidità dei carciofi in questa ricetta vi consigliamo di speziarlo con della paprica  affumicata per esaltarne il gusto e limitare l'utilizzo di sale per condirlo.

Ingredienti
  • 1 Kg di topinambur
  • 1 limone
  • olio evo q.b.
  • sale q.b.
  • 1/4 di cucchiaino di paprica affumicata (opzionale)
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  • Tempo Preparazione:
    15 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    30 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare il topinambur al forno: procedimento

 

  • Pelare il topinambur e metterlo in acqua e limone per evitare che si ossidi e cambi quindi colore,
  • tagliarlo in cubetti di egual misura e lessarlo in acqua bollente per un minuto,
  • quindi scolarlo, metterlo in una ciotola capiente e condirlo con l'olio, il sale e la paprica e mescolare il tutto.
  • Foderare ora la leccarda con la carta forno, ungerla e mettere al suo interno il topinambur,
  • infornare e cuocere in forno caldo a 200° per circa mezz'ora,
  • durante la cottura mescolare il topinambur in modo da ottenere una cottura omogenea.
  • A cottura ultimata sfornare e servire il topinambur sia caldo che a temperatura ambiente.
Come conservare il topinambur al forno:

Qualora dovesse avanzare, è possibile conservare il topinambur al forno in frigorifero per un paio di giorni riponendolo in contenitori ermetici.

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Ilaria Zizza

Il coraggio del bambino che percorre 5 km nel gelo per andare a scuola

Published in: Speciale bambini

Per raggiungere la scuola primaria Zhuanshanbao, nella cittadina di Xinjie, nella provincia dello Yunnan, il piccolo cammina sfidando temperature davvero rigide.

Le guance paonazze, i capelli e le sopracciglia resi bianchi dal ghiaccio, le mani gonfie e arrossate dal freddo. Così Fu Heng, preside della scuola lo ha visto arrivare in classe. Ha deciso allora di fotografarlo e di raccontare la sua vicenda e quella di tanti altri bambini.

Una storia che ha subito fatto il giro del web commuovendo il mondo. Non si conosce l'identità del piccolo studente, si sa solo che frequenta la terza elementare.

"Era il primo giorno dei loro esami finali: le temperature sono scese a meno nove gradi Celsius in circa 30 minuti quella mattina".

Il preside ha detto che il bambino vive lontano dalla scuola, e che è conosciuto come il "clown della classe", visto che trova sempre un modo per far ridere i suoi 16 compagni. Purtroppo non vive con i genitori, poiché entrambi lavorano in città più grandi per riuscire a mantenere la famiglia.

Ice boy resta così con i fratelli dai nonni. Ma non è di certo l'unico. Sono decine di milioni i bambini che non vivono con i genitori, costretti ad emigrare nelle grandi città pur di guadagnare. E i piccoli vengono accuditi dai nonni o da altri parenti anziani.

Dopo che le foto del gelido viaggio mattutino sono diventate virali, moltissime persone hanno iniziato a contattare la scuola, cercando di contribuire in qualsiasi modo a migliorare le condizioni di apprendimento del ragazzo e degli altri studenti. Il preside ha rivelato che la scuola offre la colazione a lui e ad altri bambini nella sua situazione, ma ha ammesso che le aule non sono ancora dotate di riscaldamento a causa della mancanza di fondi.

In poche ore, la scuola ha ricevuto circa 15.000 dollari di donazioni oltre a 20 apparecchiature per il riscaldamento e 144 set di vestiti pesanti.

LEGGI anche:

Immagini che in pochi istanti hanno raccontato uno spaccato della vita dei bambini cinesi più poveri, che nonostante le difficoltà non si tirano indietro e affrontano il distacco, la solitudine e il freddo pur di andare a scuola.

Francesca Mancuso

Foto: AsiaWire via Express

Il coraggio del bambino che percorre 5 km nel gelo per andare a scuola

Published in: Speciale bambini

Per raggiungere la scuola primaria Zhuanshanbao, nella cittadina di Xinjie, nella provincia dello Yunnan, il piccolo cammina sfidando temperature davvero rigide.

Le guance paonazze, i capelli e le sopracciglia resi bianchi dal ghiaccio, le mani gonfie e arrossate dal freddo. Così Fu Heng, preside della scuola lo ha visto arrivare in classe. Ha deciso allora di fotografarlo e di raccontare la sua vicenda e quella di tanti altri bambini.

Una storia che ha subito fatto il giro del web commuovendo il mondo. Non si conosce l'identità del piccolo studente, si sa solo che frequenta la terza elementare.

"Era il primo giorno dei loro esami finali: le temperature sono scese a meno nove gradi Celsius in circa 30 minuti quella mattina".

Il preside ha detto che il bambino vive lontano dalla scuola, e che è conosciuto come il "clown della classe", visto che trova sempre un modo per far ridere i suoi 16 compagni. Purtroppo non vive con i genitori, poiché entrambi lavorano in città più grandi per riuscire a mantenere la famiglia.

Ice boy resta così con i fratelli dai nonni. Ma non è di certo l'unico. Sono decine di milioni i bambini che non vivono con i genitori, costretti ad emigrare nelle grandi città pur di guadagnare. E i piccoli vengono accuditi dai nonni o da altri parenti anziani.

Dopo che le foto del gelido viaggio mattutino sono diventate virali, moltissime persone hanno iniziato a contattare la scuola, cercando di contribuire in qualsiasi modo a migliorare le condizioni di apprendimento del ragazzo e degli altri studenti. Il preside ha rivelato che la scuola offre la colazione a lui e ad altri bambini nella sua situazione, ma ha ammesso che le aule non sono ancora dotate di riscaldamento a causa della mancanza di fondi.

In poche ore, la scuola ha ricevuto circa 15.000 dollari di donazioni oltre a 20 apparecchiature per il riscaldamento e 144 set di vestiti pesanti.

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Francesca Mancuso

Foto: AsiaWire via Express

Il risparmio energetico grazie alle lampadine LED

Published in: Risparmio energetico

A casa e negli uffici, ma anche nei luoghi di pertinenza pubblica, sono oramai i LED, Light Emitting Diode, ossia i diodi ad emissione luminosa, a fare da padrone.

Perché conviene passare alle lampadine LED? Perché si tratta di una tecnologia molto più efficiente e, a parità di corrente consumata, produce molta più luce una lampadina a led rispetto a una vecchia lampadina alogena.

Va da sé, quindi, che c’è un corposo risparmio in bolletta, confortato anche dal fatto che i LED hanno un ciclo di vita che si aggira intorno alle 20-50mila ore.

Cosa sono le lampadine LED

Sin dalla loro comparsa, negli anni ’70, sul mercato americano, fu subito chiara la capacità di queste lampadine di apportare numerosi vantaggi nella vita quotidiana. Dal punto di vista ambientale, infatti, grazie a un buon rapporto tra efficacia e durata, ma anche da un punto di vista cromatico (molte sono le gamme di colori) e da un punto di vista illuminotecnico (consentono una accensione immediata e una certa direzionabilità della luce), le lampadine LED hanno sin da subito dettato legge.

Il LED è composto da una serie di livelli di materiali semiconduttori assemblati e fasciati da una guarnizione di finitura trasparente che consente la fuoriuscita della luce. Soprattutto le lampadine di ultima generazione, inoltre, sono in vetro e contengono un filamento all’interno che le rende molto simili alle vecchie lampadine a incandescenza.

Le lampadine LED consentono un risparmio energetico di circa il 90% rispetto alle vecchie lampadine classiche e durano per circa 10-15 anni di un utilizzo medio. È per questo che vi è una grande riduzione dei costi e un risparmio notevole in bolletta. Hanno un’accensione immediata e sopportano molti cicli di accensione e spegnimento.
Infine, le lampadine LED possono avere luce calda, fredda, naturale, non scaldano e possono essere utilizzate in tutti i tipi di apparecchi illuminanti.

Quanto si risparmia con le lampadine LED?

Una lampadina LED consuma la metà di una lampadina a fluorescenza e circa un quinto di una a incandescenza. Pur avendo un costo iniziale consistente – ma ormai sul mercato c’è davvero una vasta scelta – nel lungo termine c’è un buon risparmio. Le luci a LED, oltre ai raggi UV, non emettono neanche infrarossi e quindi non emanano calore e, non alzando la temperatura della stanza riducono anche la necessità di accendere l’aria condizionata.

L’ABC delle lampadine LED

Per poter acquistare la giusta lampadine LED, è bene conoscere alcune cose:

  1. Queste lampadine non si scelgono in base alla potenza espressa in Watt ma in base all’intensità luminosa, espressa in lumen. Il lumen (lm) è dunque l’indicazione dell’intensità della luce. Intorno ai 2000 lm si sta sui 150 Watt, tra i 500 e i 1000 lumen si sta intorno ai 60 Watt, mentre una lampadina al di sotto dei 500 lumen è indicata come punto luce per una scrivania.
  2. In generale, i LED sono a pieno regime non appena si accendono, ma dalla confezione si può capire in quanto tempo si accende la lampadina.
  3. Calda o fredda? Il colore della luce è data dall’indicazione dei gradi Kelvin. La luce calda ha un colore che va sul giallo e il suo grado di calore va da 2.700 a 3mila gradi Kelvin. La luce fredda ha un colore bianco, tendente all’azzurro, e il suo grado di calore va da 5mila a 6.500 gradi K. La luce naturale, consigliata in bagno e in cucina è di colore bianco neutro e il suo grado di calore è di circa 4mila gradi K.
  4. Sulla confezione, infine, si trova anche un’indicazione – il cosiddetto Dimmer – per capire se la lampadina può essere collegata a un dispositivo che ne regoli l’intensità.

Il risparmio energetico grazie alle lampadine LED

Published in: Risparmio energetico

A casa e negli uffici, ma anche nei luoghi di pertinenza pubblica, sono oramai i LED, Light Emitting Diode, ossia i diodi ad emissione luminosa, a fare da padrone.

Perché conviene passare alle lampadine LED? Perché si tratta di una tecnologia molto più efficiente e, a parità di corrente consumata, produce molta più luce una lampadina a led rispetto a una vecchia lampadina alogena.

Va da sé, quindi, che c’è un corposo risparmio in bolletta, confortato anche dal fatto che i LED hanno un ciclo di vita che si aggira intorno alle 20-50mila ore.

Cosa sono le lampadine LED

Sin dalla loro comparsa, negli anni ’70, sul mercato americano, fu subito chiara la capacità di queste lampadine di apportare numerosi vantaggi nella vita quotidiana. Dal punto di vista ambientale, infatti, grazie a un buon rapporto tra efficacia e durata, ma anche da un punto di vista cromatico (molte sono le gamme di colori) e da un punto di vista illuminotecnico (consentono una accensione immediata e una certa direzionabilità della luce), le lampadine LED hanno sin da subito dettato legge.

Il LED è composto da una serie di livelli di materiali semiconduttori assemblati e fasciati da una guarnizione di finitura trasparente che consente la fuoriuscita della luce. Soprattutto le lampadine di ultima generazione, inoltre, sono in vetro e contengono un filamento all’interno che le rende molto simili alle vecchie lampadine a incandescenza.

Le lampadine LED consentono un risparmio energetico di circa il 90% rispetto alle vecchie lampadine classiche e durano per circa 10-15 anni di un utilizzo medio. È per questo che vi è una grande riduzione dei costi e un risparmio notevole in bolletta. Hanno un’accensione immediata e sopportano molti cicli di accensione e spegnimento.
Infine, le lampadine LED possono avere luce calda, fredda, naturale, non scaldano e possono essere utilizzate in tutti i tipi di apparecchi illuminanti.

Quanto si risparmia con le lampadine LED?

Una lampadina LED consuma la metà di una lampadina a fluorescenza e circa un quinto di una a incandescenza. Pur avendo un costo iniziale consistente – ma ormai sul mercato c’è davvero una vasta scelta – nel lungo termine c’è un buon risparmio. Le luci a LED, oltre ai raggi UV, non emettono neanche infrarossi e quindi non emanano calore e, non alzando la temperatura della stanza riducono anche la necessità di accendere l’aria condizionata.

L’ABC delle lampadine LED

Per poter acquistare la giusta lampadine LED, è bene conoscere alcune cose:

  1. Queste lampadine non si scelgono in base alla potenza espressa in Watt ma in base all’intensità luminosa, espressa in lumen. Il lumen (lm) è dunque l’indicazione dell’intensità della luce. Intorno ai 2000 lm si sta sui 150 Watt, tra i 500 e i 1000 lumen si sta intorno ai 60 Watt, mentre una lampadina al di sotto dei 500 lumen è indicata come punto luce per una scrivania.
  2. In generale, i LED sono a pieno regime non appena si accendono, ma dalla confezione si può capire in quanto tempo si accende la lampadina.
  3. Calda o fredda? Il colore della luce è data dall’indicazione dei gradi Kelvin. La luce calda ha un colore che va sul giallo e il suo grado di calore va da 2.700 a 3mila gradi Kelvin. La luce fredda ha un colore bianco, tendente all’azzurro, e il suo grado di calore va da 5mila a 6.500 gradi K. La luce naturale, consigliata in bagno e in cucina è di colore bianco neutro e il suo grado di calore è di circa 4mila gradi K.
  4. Sulla confezione, infine, si trova anche un’indicazione – il cosiddetto Dimmer – per capire se la lampadina può essere collegata a un dispositivo che ne regoli l’intensità.

Affonda la petroliera Sanchi nel Mar cinese: un disastro ambientale annunciato

Published in: Ambiente

Anche se i funzionari di stato hanno minimizzato sui timori relativi ai danni ambientali, appare chiaro che l'affondamento di una nave che trasportava 136.000 tonnellate di petrolio di certo lascerà un duro segno sull'habitat marino.

Dopo la collisione, la petrolifera ha preso fuoco rilasciando fumi tossici nell'aria e petrolio in mare. Tutto ciò ha reso difficoltosi sia i soccorsi che i tentativi di contenere la fuoriuscita.

La nave trasportava del condensato, una sostanza diversa dal petrolio  altamente tossica, a bassa densità e notevolmente più esplosiva rispetto al normale greggio. Ma non solo. Essendo molto leggera si disperdere più rapidamente.

Sabato scorso, i soccorritori cinesi hanno recuperato la "scatola nera" della petroliera. Un giornalista della CCTV, la TV di stato della Cina ha riferito di aver visto dall'aereo il relitto del Sanchi e il petrolio in fiamme, spiegando che il carburante si era allargato a un'area di 10 kmq.

"La situazione di sversamento di petrolio è molto seria", ha detto il giornalista.

Zhang Yong, ingegnere senior dell'Organizzazione oceanica statale, minimizza i timori di una fuoriuscita.

"perché si tratta di petrolio leggero. Questa zona dovrebbe essere considerata mare aperto, quindi l'impatto umano dovrebbe essere minimo".

La Guardia costiera giapponese ha inviato due motovedette e un aeroplano nell'area per cercare i membri dell'equipaggio mancanti e valutare l'ultima situazione ma le autorità giapponesi hanno perso la traccia della petroliera alle 8.40 GMT di domenica. L'ultima posizione confermata della nave era circa 315 km a ovest di Sokkozaki, sull'isola di Amami Oshima, una delle isole settentrionali della catena delle isole Ryukyu che comprende Okinawa.

Sabato una squadra di salvataggio cinese ha recuperato due corpi dalla petroliera. Un altro corpo, che si presume possa essere uno dei marinai del Sanchi, è stato trovato l'8 gennaio e portato a Shanghai per l'identificazione.

E l'impatto ambientale?

Anche il MaritimeBulletin sostiene che il disastro ambientale dovrebbe essere limitato visto che il petrolio ha alimentato le fiamme ed è evaporato.

"L'inquinamento causato dalla perdita è certo, ma rispetto all'ampio spartiacque dell'estuario del fiume Yangtze, le 136.000 tonnellate di petrolio non dovrebbero causare un problema troppo serio", ha detto al Global Times Mu Jianxin, ingegnere senior dell'Istituto cinese delle risorse idriche e dell'energia idroelettrica.

L'affondamento della nave però potrebbe essere dannoso per l'ecosistema marino visto che probabilmente lentamente la nave espellerà il condensanto rimanente e il carburante ancora stipato nelle cisterna, oltre al combustibile che alimentava i motori della nave, contaminando le acque circostanti.

Non si sa cosa sia peggio: da una parte il carburante, il tipo di petrolio più sporco, estremamente tossico quando viene sversato, anche se meno esplosivo; dall'altra il condensato, velenoso per gli organismi marini.

Quest'ultimo sta già contaminando le acque  ha affermato Rick Steiner, uno scienziato marino statunitense. "Come per tutte le fuoriuscite di petrolio, il tempo è essenziale. Ciò è particolarmente vero per le fuoriuscite di condensato, in quanto la sostanza è così tossica e volatile".

Il Mar Cinese Orientale è noto per il suo ricco ecosistema marino con balene, focene, uccelli marini e pesci.

L'olio combustibile è relativamente facile da contenere perché i volumi sono inferiori e la sua viscosità fa sì che si più facilmente estraibile dall'acqua, ma anche piccoli volumi possono danneggiare la vita marina.

LEGGI anche:

L'affondamento segna la più grande fuoriuscita di petroliere dal 1991, quando 260.000 tonnellate di petrolio finirono in mare al largo della costa angolana.

Francesca Mancuso

Affonda la petroliera Sanchi nel Mar cinese: un disastro ambientale annunciato

Published in: Ambiente

Anche se i funzionari di stato hanno minimizzato sui timori relativi ai danni ambientali, appare chiaro che l'affondamento di una nave che trasportava 136.000 tonnellate di petrolio di certo lascerà un duro segno sull'habitat marino.

Dopo la collisione, la petrolifera ha preso fuoco rilasciando fumi tossici nell'aria e petrolio in mare. Tutto ciò ha reso difficoltosi sia i soccorsi che i tentativi di contenere la fuoriuscita.

La nave trasportava del condensato, una sostanza diversa dal petrolio  altamente tossica, a bassa densità e notevolmente più esplosiva rispetto al normale greggio. Ma non solo. Essendo molto leggera si disperdere più rapidamente.

Sabato scorso, i soccorritori cinesi hanno recuperato la "scatola nera" della petroliera. Un giornalista della CCTV, la TV di stato della Cina ha riferito di aver visto dall'aereo il relitto del Sanchi e il petrolio in fiamme, spiegando che il carburante si era allargato a un'area di 10 kmq.

"La situazione di sversamento di petrolio è molto seria", ha detto il giornalista.

Zhang Yong, ingegnere senior dell'Organizzazione oceanica statale, minimizza i timori di una fuoriuscita.

"perché si tratta di petrolio leggero. Questa zona dovrebbe essere considerata mare aperto, quindi l'impatto umano dovrebbe essere minimo".

La Guardia costiera giapponese ha inviato due motovedette e un aeroplano nell'area per cercare i membri dell'equipaggio mancanti e valutare l'ultima situazione ma le autorità giapponesi hanno perso la traccia della petroliera alle 8.40 GMT di domenica. L'ultima posizione confermata della nave era circa 315 km a ovest di Sokkozaki, sull'isola di Amami Oshima, una delle isole settentrionali della catena delle isole Ryukyu che comprende Okinawa.

Sabato una squadra di salvataggio cinese ha recuperato due corpi dalla petroliera. Un altro corpo, che si presume possa essere uno dei marinai del Sanchi, è stato trovato l'8 gennaio e portato a Shanghai per l'identificazione.

E l'impatto ambientale?

Anche il MaritimeBulletin sostiene che il disastro ambientale dovrebbe essere limitato visto che il petrolio ha alimentato le fiamme ed è evaporato.

"L'inquinamento causato dalla perdita è certo, ma rispetto all'ampio spartiacque dell'estuario del fiume Yangtze, le 136.000 tonnellate di petrolio non dovrebbero causare un problema troppo serio", ha detto al Global Times Mu Jianxin, ingegnere senior dell'Istituto cinese delle risorse idriche e dell'energia idroelettrica.

L'affondamento della nave però potrebbe essere dannoso per l'ecosistema marino visto che probabilmente lentamente la nave espellerà il condensanto rimanente e il carburante ancora stipato nelle cisterna, oltre al combustibile che alimentava i motori della nave, contaminando le acque circostanti.

Non si sa cosa sia peggio: da una parte il carburante, il tipo di petrolio più sporco, estremamente tossico quando viene sversato, anche se meno esplosivo; dall'altra il condensato, velenoso per gli organismi marini.

Quest'ultimo sta già contaminando le acque  ha affermato Rick Steiner, uno scienziato marino statunitense. "Come per tutte le fuoriuscite di petrolio, il tempo è essenziale. Ciò è particolarmente vero per le fuoriuscite di condensato, in quanto la sostanza è così tossica e volatile".

Il Mar Cinese Orientale è noto per il suo ricco ecosistema marino con balene, focene, uccelli marini e pesci.

L'olio combustibile è relativamente facile da contenere perché i volumi sono inferiori e la sua viscosità fa sì che si più facilmente estraibile dall'acqua, ma anche piccoli volumi possono danneggiare la vita marina.

LEGGI anche:

L'affondamento segna la più grande fuoriuscita di petroliere dal 1991, quando 260.000 tonnellate di petrolio finirono in mare al largo della costa angolana.

Francesca Mancuso

Strada delle fiabe: l'itinerario sulle orme dei Fratelli Grimm

Published in: Germania

Sarà capitato a tutti di leggere una delle storie dei fratelli Grimm, pubblicate per la prima volta nel 1812, ma forse in pochi sanno che esiste un percorso fatto di borghi, città e villaggi che ricordano i loro personaggi.

La Deutsche Märchenstraße è stata costruita nel 1975 in Germania: 664 chilometri di paesaggi e 70 luoghi ‘da fiaba’. Lungo la via si animano rappresentazioni all’aperto e rivisitazioni di Biancaneve e i sette nani, il Principe Ranocchio, il Gatto con gli stivali e Hansel e Gretel, tanto per citarne alcuni.

Naturalmente la Strada delle fiabe va percorsa in diversi giorni, tra i percorsi preferiti c’è quello che parte da Brema e arriva ad Hanau e viceversa, ma si può liberamente scegliere da dove iniziare. Tutto l’itinerario fa sognare ad occhi aperti, è però consigliabile farlo nel periodo primaverile o estivo per evitare le rigide temperature.

I personaggi di Jacob e Wilhelm Grimm vengono messi in scena anche nell’anfiteatro delle città di Hanau e di Kessel dove si svolge un vero e proprio festival dedicato ai fratelli Grimm.

Foto Strada delle fiabe: le tappe da non perdere

Quali sono le tappe da non perdere? Tutto dipende da chi volete incontrare. A Brema ci sono i quattro musicanti: un asino, un cane, un gatto e un gallo che nelle pagine dei Grimm, fuggono di casa per arruolarsi nella banda musicale di Brema e che riescono a vincere una banda di briganti.

I quattro musicanti

Amate Cenerentola? La incontrate al castello Burg Polle dove vi accoglie una fanciulla con la scarpetta smarrita tra le possenti rovine del castello rinascimentale; Biancaneve e i sette nani, invece, assieme al Gatto con gli stivali si trovano nella regione del Reinhardswald, in località Oberweser tra boschi e ambienti da favola.

Ancora, il vero gioiello è il castello di Sababurg, dove nasce la storia della Bella Addormentata, risvegliatasi dopo un profondo sonno grazie al bacio del suo bel principe. Ai piedi del castello c’è la foresta del Reinhardswald e qui ogni sabato alle 16.30 c’è una rivisitazione ispirata alla fiaba. Poco distante, a Trendelburg, c’è la torre che ci rimanda a Raperonzolo, dove vengono organizzati spettacoli a tema.

Castello di Sababurg

E Cappuccetto rosso? Bisogna addentrarsi nei boschi della zona di Schwalmstadt nella regione del Bergland, dove c’è un oasi verde, quella tanto amata dalla bambina con la mantellina rossa.

Statua dei Fratelli Grimm

A Marburg, una città medievale che sorge sul fiume Lahn, c’è un castello che domina dall’alto, nei pressi di questa località, esattamente a Christenberg, sono ambientate le famose fiabe di Hansel e Gretel e quella di Madama Holle.

Trendelburg

E come dimenticare il Pifferaio magico? Si trova ad Hameln e qui che prende vita la leggenda sulla città invasa dai topi, la situazione viene risolta grazie a un giovane che con il suo piffero allontana i ratti verso il fiume.

Sempre sui fratelli Grimm:

 

Hameln Foto

Dominella Trunfio

Strada delle fiabe: l'itinerario sulle orme dei Fratelli Grimm

Published in: Germania

Sarà capitato a tutti di leggere una delle storie dei fratelli Grimm, pubblicate per la prima volta nel 1812, ma forse in pochi sanno che esiste un percorso fatto di borghi, città e villaggi che ricordano i loro personaggi.

La Deutsche Märchenstraße è stata costruita nel 1975 in Germania: 664 chilometri di paesaggi e 70 luoghi ‘da fiaba’. Lungo la via si animano rappresentazioni all’aperto e rivisitazioni di Biancaneve e i sette nani, il Principe Ranocchio, il Gatto con gli stivali e Hansel e Gretel, tanto per citarne alcuni.

Naturalmente la Strada delle fiabe va percorsa in diversi giorni, tra i percorsi preferiti c’è quello che parte da Brema e arriva ad Hanau e viceversa, ma si può liberamente scegliere da dove iniziare. Tutto l’itinerario fa sognare ad occhi aperti, è però consigliabile farlo nel periodo primaverile o estivo per evitare le rigide temperature.

I personaggi di Jacob e Wilhelm Grimm vengono messi in scena anche nell’anfiteatro delle città di Hanau e di Kessel dove si svolge un vero e proprio festival dedicato ai fratelli Grimm.

Foto Strada delle fiabe: le tappe da non perdere

Quali sono le tappe da non perdere? Tutto dipende da chi volete incontrare. A Brema ci sono i quattro musicanti: un asino, un cane, un gatto e un gallo che nelle pagine dei Grimm, fuggono di casa per arruolarsi nella banda musicale di Brema e che riescono a vincere una banda di briganti.

I quattro musicanti

Amate Cenerentola? La incontrate al castello Burg Polle dove vi accoglie una fanciulla con la scarpetta smarrita tra le possenti rovine del castello rinascimentale; Biancaneve e i sette nani, invece, assieme al Gatto con gli stivali si trovano nella regione del Reinhardswald, in località Oberweser tra boschi e ambienti da favola.

Ancora, il vero gioiello è il castello di Sababurg, dove nasce la storia della Bella Addormentata, risvegliatasi dopo un profondo sonno grazie al bacio del suo bel principe. Ai piedi del castello c’è la foresta del Reinhardswald e qui ogni sabato alle 16.30 c’è una rivisitazione ispirata alla fiaba. Poco distante, a Trendelburg, c’è la torre che ci rimanda a Raperonzolo, dove vengono organizzati spettacoli a tema.

Castello di Sababurg

E Cappuccetto rosso? Bisogna addentrarsi nei boschi della zona di Schwalmstadt nella regione del Bergland, dove c’è un oasi verde, quella tanto amata dalla bambina con la mantellina rossa.

Statua dei Fratelli Grimm

A Marburg, una città medievale che sorge sul fiume Lahn, c’è un castello che domina dall’alto, nei pressi di questa località, esattamente a Christenberg, sono ambientate le famose fiabe di Hansel e Gretel e quella di Madama Holle.

Trendelburg

E come dimenticare il Pifferaio magico? Si trova ad Hameln e qui che prende vita la leggenda sulla città invasa dai topi, la situazione viene risolta grazie a un giovane che con il suo piffero allontana i ratti verso il fiume.

Sempre sui fratelli Grimm:

 

Hameln Foto

Dominella Trunfio

Blue Monday: ecco perché la storia del giorno più triste dell'anno è una bufala

Published in: Eventi & Iniziative

Ed ecco, quindi, che secondo numerosi media, oggi sarebbe il lunedì più nero dell’anno, il Blue Monday appunto.

Ecco magari gennaio tra freddo e rientro dalle vacanze natalizie, non è il mese preferito da molti, ma di fatto che ci sia un giorno più triste è una bufala, legata in realtà a una vecchia trovata pubblicitaria.


Blue Monday, ecco perché è una bufala

A calcolare la data del lunedì più triste sarebbe stato Cliff Arnall, uno psicologo dell’Università di Cardiff, che tramite un’equazione avrebbe stabilito la data del giorno nero.

Lo psicologo avrebbe preso in considerazioni variabili come i sensi di colpa per i soldi spesi per i regali natalizi, il ritorno dalle ferie, il tempo e via dicendo.

In realtà il Blue Monday è una bufala perché non ha alcun valore scientifico, ma è frutto di una campagna pubblicitaria di Sky Travel del lontano 2005. Non solo, l’equazione è una libera interpretazione del professor Arnall, tanto che la stessa università ne ha preso le distanze.

Nonostante ciò, ogni anno, si presenta la stessa storia. Senza perderci nelle due versioni diverse della formula che avrebbe portato alla classificazione del Blue Monday, ribadiamo che essa non ha fondamenti perché tra l’altro, non specifica quali unità di misura sono stati utilizzate per stabilirne i parametri.

LEGGI anche: INSIDE OUT: COME MIGLIORARE LA NOSTRA VITA A PARTIRE DALLE 5 EMOZIONI PRIMARIE

Se non bastasse, lo stesso Arnall, dopo qualche anno, aveva confessato di essere stato pagato da un’agenzia per mettere la propria firma su uno studio già impostato che non aveva alcun valore scientifico. Stessa cosa con il giorno più felice dell’anno, in quel caso Arnall venne pagato dall’azienda di gelati Wall’s.

Insomma, tutta una trovata di marketing pubblicitario: nel caso del giorno più triste, Sky Travel proponeva una bella vacanza per tirarsi su, nel caso del giorno più felice Wall’s di festeggiare con un bel gelato.

Le campagne sono concluse da tempo, ma la bufala del Blue Monday colpisce ancora.

Dominella Trunfio

Blue Monday: ecco perché la storia del giorno più triste dell'anno è una bufala

Published in: Eventi & Iniziative

Ed ecco, quindi, che secondo numerosi media, oggi sarebbe il lunedì più nero dell’anno, il Blue Monday appunto.

Ecco magari gennaio tra freddo e rientro dalle vacanze natalizie, non è il mese preferito da molti, ma di fatto che ci sia un giorno più triste è una bufala, legata in realtà a una vecchia trovata pubblicitaria.


Blue Monday, ecco perché è una bufala

A calcolare la data del lunedì più triste sarebbe stato Cliff Arnall, uno psicologo dell’Università di Cardiff, che tramite un’equazione avrebbe stabilito la data del giorno nero.

Lo psicologo avrebbe preso in considerazioni variabili come i sensi di colpa per i soldi spesi per i regali natalizi, il ritorno dalle ferie, il tempo e via dicendo.

In realtà il Blue Monday è una bufala perché non ha alcun valore scientifico, ma è frutto di una campagna pubblicitaria di Sky Travel del lontano 2005. Non solo, l’equazione è una libera interpretazione del professor Arnall, tanto che la stessa università ne ha preso le distanze.

Nonostante ciò, ogni anno, si presenta la stessa storia. Senza perderci nelle due versioni diverse della formula che avrebbe portato alla classificazione del Blue Monday, ribadiamo che essa non ha fondamenti perché tra l’altro, non specifica quali unità di misura sono stati utilizzate per stabilirne i parametri.

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Se non bastasse, lo stesso Arnall, dopo qualche anno, aveva confessato di essere stato pagato da un’agenzia per mettere la propria firma su uno studio già impostato che non aveva alcun valore scientifico. Stessa cosa con il giorno più felice dell’anno, in quel caso Arnall venne pagato dall’azienda di gelati Wall’s.

Insomma, tutta una trovata di marketing pubblicitario: nel caso del giorno più triste, Sky Travel proponeva una bella vacanza per tirarsi su, nel caso del giorno più felice Wall’s di festeggiare con un bel gelato.

Le campagne sono concluse da tempo, ma la bufala del Blue Monday colpisce ancora.

Dominella Trunfio

Gatto nero: storia della superstizione (e perché invece porta fortuna!)

Published in: Cani, Gatti & co.


Il gatto nero è un felino molto tenero e dall’indole buona, eppure sono tanti quelli che continuano a credere che averne uno in casa o vederne uno che attraversa la strada, porti sciagura e disgrazia. Le superstizioni legate al gatto nero sono tantissime, ma prima di raccontarle, scopriamo qualcosa in più su questo animale.

Gatto nero: aspetto e dimensioni

Il gatto nero, come dice la denominazione spessa, è caratterizzato da una pelo tutto nero, anche se a volte alcune zone del corpo possono essere marrone scuro o bruno rossastro. Queste sfumature che di solito sono più visibili nell’addome, vengono messe in risalto dalla luce del sole.

Altrettanto affascinanti sono gli occhi che di solito sono gialli o di un colore molto simile all’ambra, ciò è dovuto all’alta concentrazione di pigmento di melanina.

Gatto nero: carattere

Come dicevamo, al contrario di ciò che spesso si crede, il gatto nero ha un buon carattere: educato, fedele e soprattutto molto predisposto a socializzare. Tuttavia, la sua indole è quella di uno spirito libero, per cui appena può ama gironzolare da solo e rimanere per ore e ore a contatto con la natura.

Secondo alcuni esperti del comportamento felino ci sono delle differenze tra gatto nero femmina e maschio. Le femmine sarebbero più irascibili, mentre i maschi più tranquilli e sornioni. Ma in generale, vengono considerati come dei felini leali e poco propensi all’aggressività verso i propri simili. Insomma, hanno una cattiva reputazione, ma al contrario sono dolci, prudenti e amano essere coccolati.

Gatto nero: razze

Se pensate che i gatti neri siano tutti uguali vi sbagliate. Ci sono delle razze di gatti in cui il colore nero è quello predominante, vediamo le principali.

Gatto nero Bombay

Il Bombay è il gatto nero per eccellenza e il suo aspetto ricorda quello di una piccola pantera. Si tratta di una razza di origine statunitense risultato dall’incrocio tra il gatto americano a pelo corto e il gatto burmese.

Il gatto nero Bombay ha i tipici occhi gialli, miagola poco ed è anche un po’ ingordo! Molto fedele e attaccato alla famiglia, è un felino casalingo e non particolarmente dotato di istinto di sopravvivenza. Ma se da un lato adora la compagnia degli umani, difficilmente tollera la presenza di altri felini, al contrario potrebbe andare molto d’accordo con i cani.

Il gatto nero Bombay adora poi giocare, per questo è un’ottima compagnia per i bimbi, anche se detesta essere disturbato dai rumori.

Gatto nero Devon rex

Anche nella razza Devon rex ci possono essere esemplari di colore nero (anche se non completamente) che hanno un corpo snello e muscoloso, ma di certo la loro caratteristica più simpatica è la testa che sempre un piccolo triangolo.

Questo gatto nero, infatti, ha la testa leggermente più lunga che larga e il muso corto ben sviluppato, con il mento forte, gli zigomi e i cuscinetti portabaffi prominenti. Le orecchie, molto aperte alla base, sono grandi e vanno curate con attenzione. Il pelo è corto e ondulato, mentre il carattere di questo gatto nero è allegro e vivace.

E’ un felino che si fida per natura, ma ama stare in luoghi appartati e soprattutto al caldo! Questo bel micione è anche estremamente sensibile e ha bisogno di tanta compagnia e attenzioni perché non vuole stare da solo. E’ un giocherellone e sempre attento a ciò che gli succede attorno.

Gatto nero Persiano

Anche tra i persiani esiste il gatto nero, un felino molto affascinante originario appunto della Persia che ha un aspetto molto robusto, la testa rotonda e larga, un naso schiacciato e gli occhi molto particolari: arancio scuro o addirittura color rame.

La caratteristica del gatto nero persiano è il pelo folto e lucente che non ha alcuna sfumatura. E’ un amico fedele, dolce e affettuoso, ma a tratti può mostrarsi diffidente e sospettoso con gli estranei, al contrario è molto socievole con gli altri gatti.

Tra le razze dove il colore nero può essere predominante ci sono anchora il gatto nero Angora, il Maine coon che è un felino più grande rispetto ai comuni gatti e il Siberiano che è nativo della Russia con oltre mille anni di storia. Infine lo Sphynx o gatto egiziano non ha pelo, ma la loro pelle può avere diversi colori, tra cui il nero.

Ci sono poi tante altre razze in cui è possibile trovare delle sfumature che vanno sul nero, noi come sempre, nella scelta di un amico a quattro zampe consigliamo sempre di far visita alle colonie o di salvare qualche trovatello di strada, senza badare ad una o altra razza, perché l’affetto non ha pedigree.

Gatto nero e superstizione nel mondo

Dopo aver raccontato qualcosa in più del bellissimo gatto nero, vediamo adesso il perché è da sempre vittima di superstizioni e leggende. Partiamo da una domanda: il gatto nero porta fortuna o sfortuna?

Intanto diciamo che i paesi in cui si crede che il gatto nero porti sfortuna sono tra gli altri, gli Stati Uniti, la Spagna e l’Italia, mentre in paesi come la Scozia, il Giappone e l’Inghilterra, tanto per citare alcuni esempi, il gatto nero è simbolo di fortuna e si pensa che averne uno in casa significhi prosperità. Non dimentichiamo poi che nei paesi anglosassoni il gatto nero veniva addirittura tenuto sulle imbarcazioni per propiziare protezione in mare.

Ancora, in Germania se un gatto nero attraversa la strada da destra a sinistra in genere si pensa porti sfortuna; al contrario, da sinistra a destra, porterà fortuna. In Cina in tanti credono che i gatti neri siano portatori di fame e di povertà, mentre in Lettonia la nascita di gattini neri indica che ci sarà un buon raccolto.

Gatto nero: porta sfortuna?

Quante volte siete rimasti paralizzati davanti a un gatto nero che vi ha attraversato la strada? Ci auguriamo nessuna, ma purtroppo ci sono tante persone che associano il gatto nero alla sventura.

Il perché va ricercato nelle superstizioni che sono nate a partire dal Medioevo, è proprio da lì, che è partita questa sciocca diceria. All’epoca ci si spostava con le carrozze e poteva capitare che nelle strade buie, i cavalli venissero spaventati dagli occhi dei gatti neri o da un loro improvviso attraversamento.

.

I cavalli imbizzarrendosi creavano scompiglio tra i passeggeri, da qui la leggenda che i gatti neri fossero controllati direttamente dal demonio. Ma a ricamare la storia, nel 1200 ci fu anche Papa Gregorio IX che aveva ribattezzato il gatto nero come federe amico delle streghe, dando così il via libera ad una caccia spietata.

In generale, per tutto il Medioevo, il gatto nero viene considerato come un amico del demonio e diversi Papi ordinarono di bruciarli durante le feste popolari.

Ma perché il gatto nero veniva associato al diavolo? L’unica risposta possibile è: per ignoranza. Il colore nero era simbolo di lutto e i suoi occhi gialli e brillanti nella notte incutevano timore.

E ancora, altre leggende narrano che l’arrivo di un gatto nero portava con sé anche quello dei pirati, poiché questi felini viaggiavano spesso sulle navi per cacciare i topi dalla stiva.

Gatto nero: animale sacro

Mentre nel Medioevo i gatti venivano perseguitati e uccisi, nell’antico Egitto, il gatto nero e i felini in generale, venivano adorati. Non a caso, la Dea Bastet viene rappresentata come un bellissimo gatto nero o una donna con una testa di gatto.

Questa divinità era un simbolo positivo di armonia e felicità, protettrice della casa, custode delle donne incinte e capace di tenere lontani gli spiriti maligni.

Nella mitologia egizia anche la sorella di Bastet, Sekhmet, è raffigurata con sembianze feline. Ma in generale, i gatti erano animali sacri e chi ne uccideva uno, era punito severamente.

Simbolo delle forze del bene, grazie ai loro occhi luminosi, il gatto nero veniva preservato in tutto e per tutto. In caso di incendio ad esempio, non si poteva scappare senza aver salvato prima il gatto e se malauguratamente ne moriva uno, la famiglia teneva il lutto.

Gatto nero: porta fortuna

Accanto alle superstizioni ci sono le leggende più positive che valorizzano il gatto nero in tutta la sua bellezza. Ad esempio, nell’antica Roma i gatti erano considerati dei portafortuna, per cui dopo la loro morte, era usanza bruciarli e poi spargerne le ceneri per augurarsi un buon raccolto. In tanti altri Paesi, avere un gatto nero a casa è simbolo di prosperità e buon auspicio.

Per esorcizzare forse la paura legata a una visione negativa del povero gatto nero, nel 1969 Franco Maresca, Armando Soncillo e Framario hanno composto una delle canzoni più famose della storia dello Zecchino d'Oro, cantata dal piccolo Vincenzo Pastorelli: "Volevo un gatto nero", un simpatico ritornello che ci fa riflettere su quanto ingiustamente sia trattato questo dolce felino.

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Gatto nero in sogno

Cosa significa sognare un gatto nero? Secondo l’interpretazione dei sogni un gatto nero nei sogni potrebbe essere associato ad un tuo bisogno di indipendenza e ribellione verso imposizioni troppo soffocanti. Oppure il colore nero potrebbe enfatizzare la connessione con il mistero e l’inconscio, e quindi essere un invito ad aprirti verso questa dimensione, a fidarti di più del tuo istinto. E il numero da giocare al lotto è ovviamente il 17!

Dominella Trunfio

Gatto nero: storia della superstizione (e perché invece porta fortuna!)

Published in: Cani, Gatti & co.


Il gatto nero è un felino molto tenero e dall’indole buona, eppure sono tanti quelli che continuano a credere che averne uno in casa o vederne uno che attraversa la strada, porti sciagura e disgrazia. Le superstizioni legate al gatto nero sono tantissime, ma prima di raccontarle, scopriamo qualcosa in più su questo animale.

Gatto nero: aspetto e dimensioni

Il gatto nero, come dice la denominazione spessa, è caratterizzato da una pelo tutto nero, anche se a volte alcune zone del corpo possono essere marrone scuro o bruno rossastro. Queste sfumature che di solito sono più visibili nell’addome, vengono messe in risalto dalla luce del sole.

Altrettanto affascinanti sono gli occhi che di solito sono gialli o di un colore molto simile all’ambra, ciò è dovuto all’alta concentrazione di pigmento di melanina.

Gatto nero: carattere

Come dicevamo, al contrario di ciò che spesso si crede, il gatto nero ha un buon carattere: educato, fedele e soprattutto molto predisposto a socializzare. Tuttavia, la sua indole è quella di uno spirito libero, per cui appena può ama gironzolare da solo e rimanere per ore e ore a contatto con la natura.

Secondo alcuni esperti del comportamento felino ci sono delle differenze tra gatto nero femmina e maschio. Le femmine sarebbero più irascibili, mentre i maschi più tranquilli e sornioni. Ma in generale, vengono considerati come dei felini leali e poco propensi all’aggressività verso i propri simili. Insomma, hanno una cattiva reputazione, ma al contrario sono dolci, prudenti e amano essere coccolati.

Gatto nero: razze

Se pensate che i gatti neri siano tutti uguali vi sbagliate. Ci sono delle razze di gatti in cui il colore nero è quello predominante, vediamo le principali.

Gatto nero Bombay

Il Bombay è il gatto nero per eccellenza e il suo aspetto ricorda quello di una piccola pantera. Si tratta di una razza di origine statunitense risultato dall’incrocio tra il gatto americano a pelo corto e il gatto burmese.

Il gatto nero Bombay ha i tipici occhi gialli, miagola poco ed è anche un po’ ingordo! Molto fedele e attaccato alla famiglia, è un felino casalingo e non particolarmente dotato di istinto di sopravvivenza. Ma se da un lato adora la compagnia degli umani, difficilmente tollera la presenza di altri felini, al contrario potrebbe andare molto d’accordo con i cani.

Il gatto nero Bombay adora poi giocare, per questo è un’ottima compagnia per i bimbi, anche se detesta essere disturbato dai rumori.

Gatto nero Devon rex

Anche nella razza Devon rex ci possono essere esemplari di colore nero (anche se non completamente) che hanno un corpo snello e muscoloso, ma di certo la loro caratteristica più simpatica è la testa che sempre un piccolo triangolo.

Questo gatto nero, infatti, ha la testa leggermente più lunga che larga e il muso corto ben sviluppato, con il mento forte, gli zigomi e i cuscinetti portabaffi prominenti. Le orecchie, molto aperte alla base, sono grandi e vanno curate con attenzione. Il pelo è corto e ondulato, mentre il carattere di questo gatto nero è allegro e vivace.

E’ un felino che si fida per natura, ma ama stare in luoghi appartati e soprattutto al caldo! Questo bel micione è anche estremamente sensibile e ha bisogno di tanta compagnia e attenzioni perché non vuole stare da solo. E’ un giocherellone e sempre attento a ciò che gli succede attorno.

Gatto nero Persiano

Anche tra i persiani esiste il gatto nero, un felino molto affascinante originario appunto della Persia che ha un aspetto molto robusto, la testa rotonda e larga, un naso schiacciato e gli occhi molto particolari: arancio scuro o addirittura color rame.

La caratteristica del gatto nero persiano è il pelo folto e lucente che non ha alcuna sfumatura. E’ un amico fedele, dolce e affettuoso, ma a tratti può mostrarsi diffidente e sospettoso con gli estranei, al contrario è molto socievole con gli altri gatti.

Tra le razze dove il colore nero può essere predominante ci sono anchora il gatto nero Angora, il Maine coon che è un felino più grande rispetto ai comuni gatti e il Siberiano che è nativo della Russia con oltre mille anni di storia. Infine lo Sphynx o gatto egiziano non ha pelo, ma la loro pelle può avere diversi colori, tra cui il nero.

Ci sono poi tante altre razze in cui è possibile trovare delle sfumature che vanno sul nero, noi come sempre, nella scelta di un amico a quattro zampe consigliamo sempre di far visita alle colonie o di salvare qualche trovatello di strada, senza badare ad una o altra razza, perché l’affetto non ha pedigree.

Gatto nero e superstizione nel mondo

Dopo aver raccontato qualcosa in più del bellissimo gatto nero, vediamo adesso il perché è da sempre vittima di superstizioni e leggende. Partiamo da una domanda: il gatto nero porta fortuna o sfortuna?

Intanto diciamo che i paesi in cui si crede che il gatto nero porti sfortuna sono tra gli altri, gli Stati Uniti, la Spagna e l’Italia, mentre in paesi come la Scozia, il Giappone e l’Inghilterra, tanto per citare alcuni esempi, il gatto nero è simbolo di fortuna e si pensa che averne uno in casa significhi prosperità. Non dimentichiamo poi che nei paesi anglosassoni il gatto nero veniva addirittura tenuto sulle imbarcazioni per propiziare protezione in mare.

Ancora, in Germania se un gatto nero attraversa la strada da destra a sinistra in genere si pensa porti sfortuna; al contrario, da sinistra a destra, porterà fortuna. In Cina in tanti credono che i gatti neri siano portatori di fame e di povertà, mentre in Lettonia la nascita di gattini neri indica che ci sarà un buon raccolto.

Gatto nero: porta sfortuna?

Quante volte siete rimasti paralizzati davanti a un gatto nero che vi ha attraversato la strada? Ci auguriamo nessuna, ma purtroppo ci sono tante persone che associano il gatto nero alla sventura.

Il perché va ricercato nelle superstizioni che sono nate a partire dal Medioevo, è proprio da lì, che è partita questa sciocca diceria. All’epoca ci si spostava con le carrozze e poteva capitare che nelle strade buie, i cavalli venissero spaventati dagli occhi dei gatti neri o da un loro improvviso attraversamento.

.

I cavalli imbizzarrendosi creavano scompiglio tra i passeggeri, da qui la leggenda che i gatti neri fossero controllati direttamente dal demonio. Ma a ricamare la storia, nel 1200 ci fu anche Papa Gregorio IX che aveva ribattezzato il gatto nero come federe amico delle streghe, dando così il via libera ad una caccia spietata.

In generale, per tutto il Medioevo, il gatto nero viene considerato come un amico del demonio e diversi Papi ordinarono di bruciarli durante le feste popolari.

Ma perché il gatto nero veniva associato al diavolo? L’unica risposta possibile è: per ignoranza. Il colore nero era simbolo di lutto e i suoi occhi gialli e brillanti nella notte incutevano timore.

E ancora, altre leggende narrano che l’arrivo di un gatto nero portava con sé anche quello dei pirati, poiché questi felini viaggiavano spesso sulle navi per cacciare i topi dalla stiva.

Gatto nero: animale sacro

Mentre nel Medioevo i gatti venivano perseguitati e uccisi, nell’antico Egitto, il gatto nero e i felini in generale, venivano adorati. Non a caso, la Dea Bastet viene rappresentata come un bellissimo gatto nero o una donna con una testa di gatto.

Questa divinità era un simbolo positivo di armonia e felicità, protettrice della casa, custode delle donne incinte e capace di tenere lontani gli spiriti maligni.

Nella mitologia egizia anche la sorella di Bastet, Sekhmet, è raffigurata con sembianze feline. Ma in generale, i gatti erano animali sacri e chi ne uccideva uno, era punito severamente.

Simbolo delle forze del bene, grazie ai loro occhi luminosi, il gatto nero veniva preservato in tutto e per tutto. In caso di incendio ad esempio, non si poteva scappare senza aver salvato prima il gatto e se malauguratamente ne moriva uno, la famiglia teneva il lutto.

Gatto nero: porta fortuna

Accanto alle superstizioni ci sono le leggende più positive che valorizzano il gatto nero in tutta la sua bellezza. Ad esempio, nell’antica Roma i gatti erano considerati dei portafortuna, per cui dopo la loro morte, era usanza bruciarli e poi spargerne le ceneri per augurarsi un buon raccolto. In tanti altri Paesi, avere un gatto nero a casa è simbolo di prosperità e buon auspicio.

Per esorcizzare forse la paura legata a una visione negativa del povero gatto nero, nel 1969 Franco Maresca, Armando Soncillo e Framario hanno composto una delle canzoni più famose della storia dello Zecchino d'Oro, cantata dal piccolo Vincenzo Pastorelli: "Volevo un gatto nero", un simpatico ritornello che ci fa riflettere su quanto ingiustamente sia trattato questo dolce felino.

Gatto nero day

Ma non solo, da qualche anno, esiste anche il "gatto nero day”, istituito dall’Aidaa (Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente) il 17 novembre (in Italia) a difesa di questi felini. E se pensate sia un’esagerazione, purtroppo i dati mostrano che non lo è. L’associazione stima che nel mondo oltre 50mila gatti neri vengono uccisi a causa di stupide superstizioni.

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Gatto nero in sogno

Cosa significa sognare un gatto nero? Secondo l’interpretazione dei sogni un gatto nero nei sogni potrebbe essere associato ad un tuo bisogno di indipendenza e ribellione verso imposizioni troppo soffocanti. Oppure il colore nero potrebbe enfatizzare la connessione con il mistero e l’inconscio, e quindi essere un invito ad aprirti verso questa dimensione, a fidarti di più del tuo istinto. E il numero da giocare al lotto è ovviamente il 17!

Dominella Trunfio

Bollire gli astici vivi è un atto di crudeltà, la Svizzera lo vieta con una legge

Published in: Animali

Il paese ha dunque vietato la comune pratica culinaria che prevede di immergere gli astici vivi nell'acqua calda. Per alleviarne le atroci sofferenze, le nuove norme impongono di stordirli. Dal 1° marzo 2018, dunque, la tradizionale modalità di cottura sarà illegale perché considerata crudele.

Le alternative proposte di certo faranno rabbrividire vegetariani e vegani, visto che pur di uccisione si tratta. La Svizzera ha cercato dunque di trovare il modo più soft.

Secondo le nuove regole che rientrano in un pacchetto dedicato alla protezione degli animali, invece dell'acqua bollente, gli astici avranno due alternative, che di certo non saranno loro a scegliere: il primo è una sorta di distruzione meccanica del cervello, il secondo è l'elettroshock.

"I crostacei vivi, compreso l'astice, non potranno più essere trasportati nel ghiaccio o nell'acqua ghiacciata. Le specie acquatiche devono essere sempre conservate nel loro ambiente naturale. I crostacei devono anche essere storditi prima della loro uccisione", si legge nelle nuove norme adottate dal governo svizzero lo scorso mercoledì.

Il regolamento mira anche a reprimere le fattorie illegali, a mettere fuori legge i dispositivi automatici che puniscono i cani che abbaiano, a precisare le condizioni di abbattimento di animali malati o feriti e a rendere responsabili gli organizzatori del benessere degli animali in occasione di eventi pubblici.

Gli svizzeri non sono i soli a cercare di proteggere gli astici da questi trattamenti crudeli. Lo scorso giugno, la Cassazione italiana ha condannato un ristoratore di Campi Bisenzio, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dai suoi legali. L'uomo era stato condannato in primo grado dal tribunale di Firenze per maltrattamento di astici e granchi, rinchiusi vivi dentro il frigo e con le chele legate, condizioni incompatibili con la loro natura.

L'attuale normativa penale italiana vieta la detenzione di crostacei ancora vivi nel ghiaccio, considerandola maltrattamento di animali.

LEGGI anche:

D'altro canto è stato confermato anche dalla scienza che i crostacei come aragoste, astici e granchi provino dolore. A dirlo è stato uno studio condotto dagli scienziati Bob Elwood e Barry Magee del Queen's School of Biological Sciences. I due ricercatori hanno lanciato un appello agli chef e agli addetti dell'industria alimentare e dell'acquacoltura invitandoli a "riconsiderare il modo in cui trattano i crostacei vivi, come granchi, gamberi e aragoste".

La Svizzera a modo suo corre ai ripari.

Francesca Mancuso

Bollire gli astici vivi è un atto di crudeltà, la Svizzera lo vieta con una legge

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Il paese ha dunque vietato la comune pratica culinaria che prevede di immergere gli astici vivi nell'acqua calda. Per alleviarne le atroci sofferenze, le nuove norme impongono di stordirli. Dal 1° marzo 2018, dunque, la tradizionale modalità di cottura sarà illegale perché considerata crudele.

Le alternative proposte di certo faranno rabbrividire vegetariani e vegani, visto che pur di uccisione si tratta. La Svizzera ha cercato dunque di trovare il modo più soft.

Secondo le nuove regole che rientrano in un pacchetto dedicato alla protezione degli animali, invece dell'acqua bollente, gli astici avranno due alternative, che di certo non saranno loro a scegliere: il primo è una sorta di distruzione meccanica del cervello, il secondo è l'elettroshock.

"I crostacei vivi, compreso l'astice, non potranno più essere trasportati nel ghiaccio o nell'acqua ghiacciata. Le specie acquatiche devono essere sempre conservate nel loro ambiente naturale. I crostacei devono anche essere storditi prima della loro uccisione", si legge nelle nuove norme adottate dal governo svizzero lo scorso mercoledì.

Il regolamento mira anche a reprimere le fattorie illegali, a mettere fuori legge i dispositivi automatici che puniscono i cani che abbaiano, a precisare le condizioni di abbattimento di animali malati o feriti e a rendere responsabili gli organizzatori del benessere degli animali in occasione di eventi pubblici.

Gli svizzeri non sono i soli a cercare di proteggere gli astici da questi trattamenti crudeli. Lo scorso giugno, la Cassazione italiana ha condannato un ristoratore di Campi Bisenzio, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dai suoi legali. L'uomo era stato condannato in primo grado dal tribunale di Firenze per maltrattamento di astici e granchi, rinchiusi vivi dentro il frigo e con le chele legate, condizioni incompatibili con la loro natura.

L'attuale normativa penale italiana vieta la detenzione di crostacei ancora vivi nel ghiaccio, considerandola maltrattamento di animali.

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D'altro canto è stato confermato anche dalla scienza che i crostacei come aragoste, astici e granchi provino dolore. A dirlo è stato uno studio condotto dagli scienziati Bob Elwood e Barry Magee del Queen's School of Biological Sciences. I due ricercatori hanno lanciato un appello agli chef e agli addetti dell'industria alimentare e dell'acquacoltura invitandoli a "riconsiderare il modo in cui trattano i crostacei vivi, come granchi, gamberi e aragoste".

La Svizzera a modo suo corre ai ripari.

Francesca Mancuso

La prima fibra di carbonio che non usa il petrolio, ma gli scarti delle piante

Published in: Muoversi

Un team interdisciplinare di scienziati ha reso noti i risultati di indagini sperimentali sulla conversione della biomassa lignocellulosica in una sostanza chimica a base biologica chiamata acrilonitrile, il precursore chiave per la produzione di fibra di carbonio.

Dalle auto alle biciclette, dagli aeroplani e alle navicelle spaziali, la fribra di carbonio è ormai ovunque. I produttori di tutto il mondo stanno cercando di rendere questi veicoli più leggeri, sia per ridurre l'uso di carburante che l'impatto ambientale.

La fibra di carbonio è cinque volte più resistente dell'acciaio, due volte più rigida ma anche più leggera. Ciò la rende ideale in numerosi campi. Ma oggi l'industria si affida ai prodotti petroliferi. Invece si potrebbero sfruttare meglio delle alternative rinnovabili.

L'acritrionile è una sostanza chimica prodotta oggi attraverso un complesso processo a base di petrolio su scala industriale. Il propilene, derivato dal petrolio o dal gas naturale, viene miscelato con ammoniaca, ossigeno e un catalizzatore. La reazione genera elevate quantità di calore e acido cianidrico, un sottoprodotto tossico. Anche il catalizzatore utilizzato per produrre l'acrilonitrile oggi è piuttosto complesso e costoso e i ricercatori non ne comprendono ancora completamente il meccanismo.

Per sviluppare nuove idee per la produzione di acrilonitrile da materie prime rinnovabili, il Dipartimento dell'Energia (DOE) ha invitato vari laboratori di ricerca a produrre acrilonitrile dai rifiuti vegetali, come quelli derivanti dalla lavorazione del mais, dalla paglia di grano e di riso dai trucioli di legno. Si tratta della parte non commestibile della pianta che può essere scomposta in zuccheri, a loro volta convertiti in una vasta gamma di prodotti a base biologica per uso quotidiano.

Secondo gli scienziati dell'NREL, gli zuccheri di origine lignocellulosica provenienti da fonti rinnovabili potrebbero essere in grado di rendere la fibra di carbonio più economica e più ampiamente adottata per le applicazioni di trasporto di tutti i giorni.

"Se potessimo farlo in un modo economicamente sostenibile, si potrebbe potenzialmente disaccoppiare il prezzo dell'acrilonitrile dal petrolio e offrire un'alternativa verde alla fibra di carbonio rispetto all'utilizzo di combustibili fossili", ha detto Gregg Beckham, del team del NREL.

Per farlo, gli scienziati hanno quindi utilizzato un semplice catalizzatore per una reazione chimica chiamata nitrilazione. Quest'ultimo è circa tre volte meno costoso del corrispettivo utilizzato nel processo a base di petrolio. Non si produce inoltre calore in eccesso né acido cianidrico che è tossico. Il processo a base biologica genera come sottoprodotti solo acqua e alcol.

Quello basato sull'acrilonitrile a base biologica presenta numerosi vantaggi rispetto al processo a base di petrolio in uso oggi. "Questo è il punto cruciale dello studio", ha detto Beckham.

Il prossimo passo sarà quello di ridimensionare il processo in modo da produrre 50 chilogrammi di acrilonitrile. I ricercatori stanno collaborando con diverse aziende tra cui una società di catalizzatori per produrre quello necessario alle operazioni su scala pilota.

"Oltre al ridimensionamento della produzione di acrilonitrile, siamo entusiasti dell'utilizzo di questa potente e robusta chimica anche per realizzare altri materiali di uso quotidiano a partire da risorse biologiche".

LEGGI anche:

Fare a meno del petrolio si può. La ricerca è stata pubblicata su Science.

Francesca Mancuso

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