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Pavone: leggenda, significato simbolico e perché fa la ruota

Published in: Mente & Emozioni

Secondo la leggenda, i colori cangianti delle penne della coda si spiegavano con la capacità di tramutare il veleno in sostanza solare, mentre gli occhi erano considerati simbolo dell’onniscienza di Dio. Se nella religione cristiana simboleggiava l’immortalità, a partire dal Medioevo il pavone ha iniziato a simboleggia la vanità e il lusso.
Scopriamo di più su questo splendido animale.

La leggenda sul pavone

Secondo la leggenda, Zeus si era invaghito di Io, giovane e bella sacerdotessa di Era Argiva, così scatenando le ire della divina e gelosa consorte. Per sottrarla alle sue vendette, Zeus tramutò Io in una splendente giovenca ma Era pretese - quale dimostrazione di fedeltà - che ella le venisse consacrata, e la pose sotto la custodia di Argo dai Cento Occhi.

Era questi un discendente di Zeus, dotato di forza prodigiosa, ma soprattutto capace di vedere in tutte le direzioni e di dormire con gli occhi chiusi a metà. Per restituire la libertà alla sua amata, Zeus incaricò Ermes di neutralizzare Argo: secondo una versione Ermes lo uccise, oppure lo addormentò con il suono del flauto di Pan o con il la sua bacchetta divina. In segno di riconoscenza per l'aiuto comunque ricevuto, Era immortalò Argo nella costellazione del Pavone, collocando i suoi cento occhi sulle piume dell'uccello a lei sacro.

La leggenda Sufi sul pavone

Il mito narra che un giovane di nome Adi il Calcolatore partì alla ricerca della conoscenza superiore. Il suo maestro gli suggerì di andare a sud e di cercare il significato del Pavone e del Serpente. Dopo un lungo viaggio Adi giunse in Iraq dove incontrò proprio questi due animali che discutevano dei rispettivi meriti.

Il pavone diceva di essere il più importante e di simboleggiare l’aspirazione, la bellezza celestiale, la conoscenza delle realtà superiori celate all’essere umano comune. Il serpente d’altra parte affermava di simboleggiare le stesse cose e di aiutare l’uomo a ricordarsi di se stesso.

Il pavone non ne era convinto e accusava il serpente di essere pericoloso e dissimulatore, caratteristiche che in effetti gli appartenevano e che erano le sue peculiarità “umane”. Ma il serpente replicò che oltre a quei difetti, aveva anche tante qualità. Inoltre disse al pavone che anche lui era vanitoso, paffuto e con un grido stridulo, zampe grandi e piume eccessive.

Adi dopo aver ascoltato il battibecco, li fermò e disse loro che non avevano totalmente ragione ma che escludendo le loro preoccupazioni personali, insieme rappresentavano un messaggio per l’umanità. Adi affermò che l’uomo assomiglia al serpente nel suo strisciare a terra nonostante sia dotato delle capacità di innalzarsi al cielo come l’uccello.

Sono la sua avidità e il suo egoismo a impedirglielo perché quando tenta di elevarsi diventa eccessivamente orgoglioso come il pavone. Il pavone cela le potenzialità dell’uomo non realizzate totalmente mentre la lucentezza del serpente rappresenta la possibilità della bellezza.

Una Voce si aggiunse alle considerazioni di Adi affermando che le due creature sono dotate di vita, un fattore determinante:

“Litigano perché ognuna si è accontentata del proprio modo di vita, pensando che costituisse la realizzazione di uno status reale. Tuttavia, una custodisce dei tesori, ma non può attingervi. L’altra riflette la bellezza, che in se stessa è un tesoro, ma non può servirsene per trasformarsi. Benché non abbiano approfittato di ciò che è stato loro offerto, ne sono pur sempre un simbolo, per coloro che sanno vedere e sentire”.

Pavone: simbologia

Il pavone simboleggia la longevità, l’amore, ma anche la primavera e la rinascita. Come sappiamo è anche noto come l’uccello dai cento occhi, quelli del suo piumaggio che rappresentano le stelle, l'universo, il sole, la luna. I Romani lo chiamavano "uccello di Giunone" perché accompagnava nell'aldilà le anime delle imperatrici e simboleggiava la regalità, la bellezza e l'immortalità.

In generale, il pavone è simbolo del cambiamento in positivo poiché questi uccelli si cibano dei giovani cobra e dei serpenti velenosi, riuscendo ad ingerire i veleni senza risentirne. Ancora, in Tibet il pavone bianco, rappresenta la perfezione spirituale e la completa purezza mentale. Infine, il pavone è anche un simbolo di vanità, non a caso si usa l’espressione ‘pavoneggiarsi’.

Pavone: perché fa la ruota

Perché il pavone fa la ruota con la coda? La risposta è molto più semplice di quel che si pensi. Nella stagione dell’accoppiamento è una forma di corteggiamento per impressionare la femmina. Grazie all’ampia coda a ventaglio ricoperta d’occhi, il pavone ottiene la sua attenzione.

Ma la ruota serve anche come arma di difesa in caso di predatori: serve a disorientare il nemico aumentando le dimensioni e mostrandosi più pericoloso. Per questo, richiama l'identità sostanziale di tutte le manifestazioni, ma nello stesso tempo la loro fragilità, poiché esse appaiono e scompaiono così rapidamente come il pavone mostra la ruota e la richiude.

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Dominella Trunfio

Dal mais al fiocco: ecco come la lavorazione elimina i nutrienti anti-cancro

Published in: Altri alimenti

Lo hanno rivelato due nuovi studi condotti dagli scienziati dell'Università dell'Illinois, secondo cui anche quando i cereali sono ad alto contenuto di vitamine e composti fenolici che fanno bene alla salute, la lavorazione può privare il prodotto finale di questi nutrienti.

Ed è quello che accade agli acidi fenolici (una classe di polifenoli) contenuti nel mais e importanti per tenere lontano il cancro, ma in gran parte perduti dopo che il mais viene cotto con zucchero e vitamine per produrre i corn flakes.

Il team di ricerca ha prodotto corn flakes da 19 genotipi di mais che variavano in contenuto fenolico. Gli scienziati volevano dimostrare se l'acido ferulico più elevato e il contenuto di acido p-courmarico dei chicchi di mais si traducessero in concentrazioni più elevate degli acidi fenolici nel prodotto finale.

"Quello che abbiamo scoperto non è una buona notizia, ma è interessante. Indipendentemente dalla concentrazione nel mais all'inizio, il processo di macinazione a secco rimuove la maggior parte dei fenoli", ha detto Carrie Butts-Wilmsmeyer, autrice principale dei due studi.

I composti fenolici nel mais sono principalmente concentrati nella crusca o nella copertura esterna del chicco, che viene rimosso nei primi stadi del processo di macinazione a secco.

Nonostante il risultato tutt'altro che rassicurante, gli studi rappresentano importanti passi in avanti per i ricercatori e l'industria alimentare.

"Possiamo iniziare a capire come cambiare il processo per recuperare questi composti nel prodotto finale", prosegue Martin Bohn, co-autore degli studi.

Sebbene i fenolici non siano arrivati al prodotto finale, non sono stati persi del tutto.

"Dobbiamo concentrarci sulla crusca e altri prodotti 'di scarto. È possibile estrarre questi composti e fortificare il cibo utilizzandoli. I fenoli sono ancora nei presenti nei co-prodotti e penso che potremmo effettivamente recuperarli e aggiungerli al prodotto finale" secondo Bohn.

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry.

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Francesca Mancuso

Bottiglie di plastica al sole: provocano davvero il cancro al seno? Facciamo chiarezza

Published in: Acqua

 In questi giorni circola di nuovo su Whatsapp una fake news, secondo cui il "se lasciate la vostra bottiglia di plastica con acqua in macchina durante i giorni caldi e bevete l'acqua dopo che è stata riscaldata, correte il rischio di sviluppare il cancro al seno",

L'esposizione al sole causa reazioni cancerogene. Cosa c'è di vero?

Secondo Massimo Di Maio, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Mauriziano di Torino, non c’è alcuna dimostrazione scientifica di questo rischio.

"Anche negli esperimenti più 'estremi', in cui le bottiglie sono state riscaldate per molte ore, la quantità di sostanze rilasciate nell’acqua è risultata di gran lunga inferiore ai limiti ritenuti sicuri per la salute".

Secondo uno studio, condotto da Plasticsinfo.org, il PET (polietilene tereftalato), ossia la plastica usata per le bottigliette morbide e trasparenti, è inerte e non rilascia nulla che possa favorire il cancro, neanche dopo l'esposizione al sole perché le eventuali molecole rilasciate sono presenti in dosi irrisorie.

"Il presunto rischio di tumore al seno nasce dal fatto che alcune delle sostanze contenute nelle bottiglie di plastica che vengono “rilasciate” dopo intenso riscaldamento sono considerate in grado di modificare i livelli e l’attività degli ormoni nel corpo, ma - anche in questo caso - le quantità ragionevolmente presenti nell’acqua sono molto più basse di quelle potenzialmente pericolose. Ovviamente, per ridurre ancora di più un rischio che appare già trascurabile, conviene rispettare il consiglio di non lasciare le bottiglie troppo tempo al sole. Una ragionevole prudenza" spiega Di Maio.

Pericolo BPA

Allora possiamo stare tranquilli? Anche no perché è, invece, stato ampiamente dimostrato che la plastica a contatto con il calore rilasci sostanze pericolose per la salute come BPA e BPS noti interferenti endocrini che non provocano direttamente il cancro, ma sono tutt'altro che benefiche. Tanto da essere vietate in tutta Europa dai biberon per bambini, ma che continuano ad essere presenti in molti prodotti in plastica, tra cui le bottiglie.

Secondo Healthtalk.com, questi contenitori e quelli che utilizzano resine epossidiche (per esempio le lattine di cibo) rilasciano il bisfenolo A. Il BPA è infatti il componente principale del policarbonato, la plastica dura e trasparente usata anche per fabbricare bottiglie d'acqua e contenitori per alimenti. 

Secondo uno studio condotto dall'Università della Florida, le bottiglie d'acqua in PET, una volta riscaldate rilascia l'antimonio e bisfenolo A (BPA).

Anche se la Food and Drug Administration degli Stati Uniti sostiene che bassi livelli di BPA non siano preccupanti per la salute, si continua a indagare sull'impatto di questa sostanza chimica.

La professoressa di scienze del suolo e dell'acqua dell'Università della Florida, Lena Ma, ha guidato il gruppo di ricerca che ha studiato prodotti chimici rilasciati da 16 marchi di acqua in bottiglia conservati a 158 gradi Fahrenheit (70°C) per 4 settimane, lo "scenario peggiore" per il consumo umano. Lo studio ha rilevato che mano a mano che le bottiglie si riscaldavano, i livelli di antimonio e BPA aumentavano.

A 70°C, le concentrazioni di antimonio sono aumentate fino a 319 volte maggiori rispetto ai livelli nella condizione frigorifero. Il livello più alto è stato misurato con 0,00026 milligrammi per litro di acqua, ancora inferiore al limite legale dell'EPA di 0,0006 milligrammi per litro d'acqua potabile. Tuttavia, altri paesi, come il Giappone, hanno fissato limiti più severi sulla sostanza.

Dei 16 marchi, solo uno era riuscito a superare lo standard EPA per antimonio e BPA. E l'antimonio è considerato cancerogeno dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC).

Una cosa su tutte dovrebbe far riflettere. Conservare all'aperto l'acqua minerale contenuta in bottiglie di plastica destinate alla vendita è reato perché le proprietà organolettiche possono essere alterate. Lo ha deciso una sentenza di qualche anno fa della Corte di cassazione, che ha rigettato il ricorso di due grossisti condannati per aver tenuto confezioni di acqua esposte ai raggi solari e alla polvere.

Proprio nei giorni scorsi, a Bologna i Carabinieri del NAS hanno sequestrato 3600 bottiglie di acqua minerale conservate sotto il sole, segnalando il responsabile di un supermercato all’Autorità Giudiziaria e accusandolo di aver tenuto l’acqua in bottiglia, destinata alla vendita in cattivo stato di conservazione. Un motivo ci sarà.

Dunque il nostro consiglio è non alimentare questo tipo di catene allarmistiche, ma comunque evitare di consumare acqua lasciata a scaldare al sole, ma anche di riutilizzare il meno possibile le bottiglie di plastica e dotarsi di borracce in vetro, acciaio, alluminio o BPA free

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Francesca Mancuso

Clistopyga crassicaudata, la nuova specie di vespa con un mega pungiglione

Published in: Animali

Il nuovo insetto, chiamato Clistopyga crassicaudata, si trova nella zona di transizione estremamente diversificata tra le Ande e la foresta pluviale amazzonica e usa l'enorme pungiglione sia per deporre le uova che per iniettare il proprio veleno, paralizzando le proprie vittime.

I ricercatori dell'Unità di Biodiversità dell'Università di Turku negli ultimi anni hanno scoperto e descritto diverse nuove specie animali provenienti da tutto il mondo, in particolare dall'Amazzonia. Molti di essi hanno caratteristiche e abitudini insolite. Nel loro ultimo studio, in collaborazione con i colleghi provenienti da Colombia, Spagna e Venezuela, gli scienziati hanno scoperto questa nuova specie di vespe.

Un pungiglione pauroso e speciale

Il pungiglione della nuova vespa parassitaide non è solo lungo ma anche molto più largo rispetto a quello delle altre simili. Tutte le vespe, come api e calabroni, hanno un pungiglione per iniettare il veleno o deporre le uova. Le vespe parassitoidi di solito ne hanno uno lungo e ovopositore (l'organo di cui sono dotate le femmine per deporre le uova) utile per raggiungere gli animali ospiti che vivono all'interno di un albero, ad esempio. Con l'ovopositore, l'uovo è posto sopra o all'interno dell'ospite e, poiché funziona anche come pungiglione, la vespa femmina può iniettare veleno nell'ospite per paralizzarlo.

"Ho studiato parassiti tropicali per tanto tempo ma non ho mai visto niente del genere. Il pungiglione sembra un'arma feroce" ha detto il prof. Ilari E. Sääksjärvi.

Così si comporta la nuova vespa scoperta tra gli esemplari di insetti osservati nella foresta pluviale delle pianure amazzoniche. Le specie parassitoidi recentemente descritte appartengono al raro genere Clistopyga specializzato nella deposizione delle uova in ragni o sacche di uova di ragno. Le vespe cercano i ragni che vivono nei nidi e li paralizzano con una rapida iniezione di veleno. A quel punto, la vespa femmina depone le uova sul ragno paralizzato e la larva si nutri di esso, delle sue eventuali uova e addirittura dei piccoli.

Non si sa con certezza quale ragno preferisca questa specie di vespe. Secondo gli scienziati finlandesi, il pungiglione gigante è molto probabilmente anche uno strumento altamente sofisticato, "ma sfortunatamente possiamo solo ipotizzare il suo scopo".

Preziose vespe

Il gruppo di ricerca dell'Unità di Biodiversità sta attualmente richiedendo finanziamenti per nuovi studi sul campo, per cercare altre vespe parassitiche nell'Amazzonia occidentale. Esse infatti aiutano anche a conservare le foreste pluviali in via di estinzione.

"Specie belle ed eccitanti con strane abitudini catturano l'attenzione delle persone e sottolineano l'importanza di salvaguardare gli ecosistemi vulnerabili" conclude Sääksjärvi.

La Natura non finirà mai di stupirci.

Lo studio è stato pubblicato su Zootaxa.

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Francesca Mancuso

Jacinda Arden, cosa ha fatto la premier donna più giovane del mondo 2 giorni dopo aver partorito

Published in: Buone pratiche & Case-History

Sono molti i motivi per cui la Ardern fa notizia, in primis per come ha gestito la gravidanza e la maternità, cioè senza che queste interferissero con il suo lavoro, come un fatto del tutto naturale e dell'essere donna (in carriera).

Ma Jacinda, che ha 37 anni, è anche tra i più giovani capi di governo del mondo, e soprattutto, la prima donna in assoluto ad aver partorito mentre ricopre il ruolo di primo ministro da 30 anni a questa parte (prima di lei solo l’ex primo ministro pakistano Benazir Bhutto nel 1990).

Due giorni dopo la nascita della sua bambina Neve te aroha (te aroha in maori significa ‘l’amore’), nome scelto tra i tanti che gli sono stati indicati (su sua richiesta) dalle varie tribù del paese, ha tenuto una conferenza stampa in cui ha annunciato nuovi finanziamenti alle famiglie da parte dello Stato. E lo ha fatto con la sua bimba in braccio dal divano di casa. Perché il mondo si evolve e con le nuove tecnologie tutto si può, anche collegarsi in rete e parlare con la nazione di cui si è alla guida. Con un fagottino in braccio.

Il pacchetto famiglie era una parte fondamentale delle promesse elettorali di Ardern, quindi solo una coincidenza quella che sia stato annunciato subito dopo il parto. L’obiettivo della premier è quello di rendere la Nuova Zelanda "il miglior paese al mondo dove far crescere la famiglia", oltre a voler intervenire sui livelli di povertà entro il 2020.

Mentre culla la sua bambina, Ardern spiega che i bambini nati a partire dal primo luglio potranno beneficiare di un aiuto pari a 60 dollari a settimana per il primo anno di vita, ma in base al reddito il supporto potrà esserci fino al compimento dei tre anni.

Il video dell’annuncio ha fatto il giro del mondo, la stragrande maggioranza dei commenti è più che positiva.

"Un primo ministro che tiene la sua bambina avvolta in una coperta, ma non smette di pensare al nostro Paese”, scrive un utente su Facebook.

Durante la diretta, la premier Ardern ha risposto in tempo reale mostrando anche tutto il lato umano della situazione e scherzando su:

“Sto davvero bene grazie, lo giuro. Non sono truccata, quindi è per quello che ho un po’ più di borse del solito sotto gli occhi, ma stiamo andando alla grande”.

Che dire, speriamo che l'esempio venga seguito anche in Italia dove spesso ci si lamenta della bassa natalità, ma concretamente poi poco si pensa al sostegno alle famiglie con figli.

Le donne in Italia, infatti, diventano madri sempre più tardi e rinunciano sempre più spesso alla carriera professionale quando si tratta di dover scegliere tra lavoro e impegni familiari, come emerso di recente dal rapporto "Le Equilibriste. La maternità in Italia" di Save the Children.

E invece la premier neozelandese ha dato più soldi e più congedo parentale alle nuove mamme del suo Paese. 

Perché solo una mamma può capire le esigenze delle neomamme...

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Dominella Trunfio

Birra al glifosato: i marchi che contengono pesticidi secondo un'analisi francese

Published in: Altri alimenti

Uno studio ampio, svolto da 60millions de Consommateurs che ha analizzato ben 45 birre scelte tra quelle più vendute nei supermercati francesi, con 39 bionde e 6 bianche. Al loro interno sono state cercate quasi 250 molecole di pesticidi.

Tre quarti delle birre testate (34 su 45) ne presentavano i residui. Non sono state risparmiate neanche le più famose. Non solo cattive notizie. Dai risultati, è emerso che sono state rilevate "solo" 4 molecole di pesticidi tra tutte quelle ricercate e per fortuna non in elevate quantità.

Tre di questi sono fungicidi (boscalid, phthalimide e folpet o folpel). La cattiva sorpresa c'è: il ritrovamento del glifosato, seppure in piccole quantità, in 25 birre.

Precedentemente fabbricato esclusivamente da Monsanto, l'erbicida commercializzato soprattutto tramite Roundup è molto usato in agricoltura. A marzo 2015, lo IARC lo ha classificato come "probabile cancerogeno" per l'uomo.

Eppure il suo utilizzo prosegue, anche grazie al via libera dell'Ue che ne ha permesso l'uso anche per i prossimi 5 anni.

Tornando allo studio francese, tra le birre, 22 presentavano livelli quantificabili di glifosato, che variavano da 0,41 microgrammi per litro (μg / l) della Grimbergen a 9,23 μg/l dell'Affligem. La media è stata di 1,93 μg/l.

Per quanto riguarda le 6 birre bianche, metà contengono livelli quantificabili di glifosato, con una media di 1,33 μg/l. La maggior parte di questi valori eccede il livello massimo consentito per l'acqua (0,1 μg / l) ma secondo il giornale non si può mettere a confronto con la birra, una bevanda non essenziale e ingerita in quantità decisamente minori.

"Abbiamo calcolato i volumi di birra che un adulto di 60 kg deve ingerire quotidianamente per superare la dose di assunzione giornaliera ammissibile (ADI) di glifosato, pari a 0,5 mg/kg di peso corporeo".

Secondo lo studio, anche con la birra più contaminata di glifosato (la bionda Affligem), sarebbe necessario berne quasi 2000 litri al giorno per superare la dose ammissibile.

"Il processo di birrificazione elimina alcuni possibili residui", ha detto Maxime Costilhes, delegato generale dell'associazione Brasseurs dalla Francia.

Il problema è più legato a esposizioni multiple al glifosato, visto che quest'ultimo ormai è presente in tutti gli alimenti o quasi.

Promosse! Le birre senza pesticidi

Per fortuna, dallo studio è emerso che 11 birre sono completamente prive di residui di pesticidi. Tra i promossi troviamo Heineken e Carlsberg. La Corona presenta un pesticida, il glifosato, ma è in seconda posizione tra quelle con le maggiori quantità di questo erbicida, pari a 2,44 μg/l mentre Stella Artois presenta glifosato in quantità pari a 1,35 μg/l.

Bocciate! Le birre con glifosato (e altri pesticidi)

Tra le peggiori troviamo la Leffe Royal, Cascade Ipa e la Guinness Nitro Ipa con addirittura 3 pesticidi ma quantità di glifosato rispettivamente pari a 0,76 e 0,57 μg/l.

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Siamo rimasti stupiti del fatto che diverse birre siano del tutto prive di pesticidi visto il largo uso che se ne fa in agricoltura. In ogni caso, il consiglio è quello di scegliere sempre birre bio, chiaramente non prese in esame nello studio.

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Francesca Mancuso

Coriandolo: l'erba dimenticata che aiuta a depurare dai metalli pesanti

Published in: Alimentazione & Salute

Conosciuto anche come “prezzemolo cinese”, il coriandolo è originario dell’Europa meridionale e del Medio Oriente e deve il suo nome dal greco koris "cimice" per via del particolare odore emanato dalla pianta fresca che ricorda, appunto, quello delle cimici verdi. La pianta può arrivare fino ai 70 metri di altezza, i fiori sono rosa-bianchi e riuniti in infiorescenze ad ombrella.  In antichità veniva così apprezzato da essere addirittura raffigurato sulle tombe egiziane. I Romani lo utilizzavano moltissimo per conservare i cibi, una volta pestato e miscelato con sale ed aceto.

Marco Gavio Apicio, un gastronomo e cuoco romano, aggiungeva il coriandolo in diverse pietanze per esaltarne il sapore. Plinio, uno scrittore romano, ne evidenziava invece le particolari virtù terapeutiche.

Ma questa che può considerarsi una delle più antiche spezie di cui si ha memoria, (presente in alcuni resti archeologici risalenti a più di 7000 anni fa) fu impiegata in passato anche come pianta medicinale in grado di far sparire il mal di testa e prevenire la febbre. 

Nel corso degli anni, l’impiego del coriandolo nell’ambiente culinario è venuto purtroppo sempre meno (soprattutto nel mondo occidentale), motivo per cui viene spesso identificato con l’appellativo di “erba dimenticata”. Tuttavia, il settore erboristico riconosce ad oggi diverse proprietà fitoterapiche del coriandolo ritenute benefiche per il nostro organismo in particolar modo quelle detox, in grado di disintossicare il corpo anche dai metalli pesanti come hanno dimostrato diverse ricerche scientifiche e come ha ribadito Dietrich Klinghardt nel suo libro sulla chelazione definendo il coriandolo "l'unico agente efficace nel mobilitare il mercurio immagazzinato nello spazio intracellulare e nel nucleo della cellula"

Coriandolo e metalli pesanti  

La  capacità di detossificare naturalmente l’organismo dai metalli pesanti del coriandolo è stata ampiamente dimostrato da diverse ricerche che hanno sottolineato la capacità di proteggere l'organismo dallo stress ossidativo indotto da piombo e altri metalli oltre che la loro rimozione dal corpo come sottolinea lo studio condotto dall'Heart Disease Foundation.

Per potenziare l’efficacia del coriandolo e favorire la completa espulsione dei metalli pesanti, è bene combinarlo con un altro agente naturale chelante in modo da evitare il processo di re-intossicazione assorbendo le tossine nel tratto intestinale. I due più noti e utilizzati sono la Zeolite e l’alga clorella. Entrambe sono in grado di eliminare i metalli pesanti attraverso l’intestino, una volta che il coriandolo ha provveduto a rimuoverli dai vari tessuti organici. Per quanto riguarda l'alga clorella si consiglia di controllare sempre la provenienza essendo prodotta su larga scala soprattutto in Giappone, nei pressi dell'area di Fukushima.

Come usare il coriandolo?

Semi, foglie ed estratto del coriandolo possono essere tutti utilizzati per favorire l’eliminazione dei metalli pesanti dal nostro organismo. In particolare:

  • Semi: da utilizzare nelle tisane, zuppe o come spezia (tritati).
  • Foglie fresche: da utilizzare come erba aromatica nelle insalate, infusi, creme, pesti o centrifugati.
  • Tintura madre: qualche goccia da frizionare sui polsi 2-3 volte al giorno. La posologia dipende dall’indicazione per cui viene somministrata la soluzione. Per i metalli pesanti andrebbe utilizzata una dose maggiore (circa 40 gocce) per via orale poco prima dei pasti. Per un'efficacia maggiore si consiglia di assumere 30 minuti prima dei pasti 1 cucchiaino di zeolite o 2 compresse di clorella. Si consiglia di iniziare il trattamento solo su supervisione di un erborista o naturopata esperto.
Depurarsi con il coriandolo: ricette

Oltre alla tintura, è possibile assumere il coriandolo anche inserendolo nella nostra dieta quotidiana attraverso infusi, tisane e ricette in cui valorizzarne le proprietà. Eccone alcune:

Infuso al coriandolo

L’infuso al coriandolo è una manna dal cielo per ripulire e disintossicare il nostro corpo! La ricetta è davvero molto semplice.

Ingredienti:

  • 1 mazzetto di foglie di coriandolo
  • Acqua (5 tazze)

Preparazione:

Tagliate i gambi così da poter utilizzare solamente le foglie. Unite le foglie di coriandolo con l’acqua all’interno di una pentola e portate ad ebollizione. Raggiunto il bollore, abbassate la fiamma al minimo e lasciate in infusione per 20 minuti. Trascorso il tempo necessario, versate il tutto in una tazza utilizzando un colino.

Pesto al coriandolo

La salsa al coriandolo è ideale per accompagnare le insalate di verdure fresche o per condire un piatto di pasta integrale.

Ingredienti:

  • 100 gr di foglie di coriandolo
  • 150 gr di olio evo
  • 40 gr di parmigiano
  • 25 gr di noci tritate
  • Sale q.b.
  • 1 spicchio d’aglio
  • Succo di mezzo limone

Preparazione:

Mettete in un frullatore tutti gli ingredienti e iniziate a frullare fino a raggiungere la consistenza desiderata. Se necessario versare un filo d’olio. Potete anche conservare il pesto in un vasetto di vetro chiuso ermeticamente avendo cura di riporlo in frigorifero per un massimo di 3/4 giorni.

Crema al coriandolo ed avocado

La crema al coriandolo ed avocado senza pomodoro, è una gustosa variante del classico guacamole.

Ingredienti:

  • 1 cucchiaio di foglie fresche di coriandolo e qualche rametto
  • 40 gr di avocado maturo
  • 300 gr di brodo vegetale tiepido
  • 4 cucchiai di olio evo
  • Succo di 1 limone
  • Sale q.b.
  • Pepe q.b.
  • Peperoncino q.b.

Preparazione:

Sbucciate e disossate l’avocado, tagliatelo a pezzetti e frullatelo insieme a tutti gli altri ingredienti. Raggiunta una bella consistenza cremosa potete servire.

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In arrivo la cometa verde: spettacolo in cielo ad agosto, visibile a occhio nudo

Published in: Universo

Generalmente queste comete non sono molto luminose (fino a magnitudo 4, ai limiti della visibilità ad occhio nudo), ma possono aumentare la loro brillantezza improvvisamente regalando a noi sulla Terra degli spettacoli emozionanti.

La cometa C / 2017 S3 è stata scoperta il 23 settembre 2017 sulla cima del vulcano Haleakalā sull’isola di Maui dal telescopio PanSTARRS, che ha il compito di rilevare gli asteroidi vicini alla Terra che minacciano il nostro pianeta. Ma mentre è “impegnato nel suo lavoro principale”, può incappare in scoperte impreviste, come supernove e comete come questa.

“La nube di gas attorno al nucleo della cometa è di circa 4 minuti d’arco – spiega Jäger - Ciò significa che l’atmosfera della cometa è di 260.000 km di diametro, quasi il doppio rispetto al pianeta Giove. Queste dimensioni lo rendono un bersaglio relativamente facile per i telescopi “casalinghi”.

Come spiega l’UAI, attualmente la cometa C / 2017 S3 si sta avvicinando al Sole (il perielio, ovvero il punto di massima vicinanza alla nostra stella, è previsto per il prossimo 15 agosto). Per quasi tutto il mese di luglio si muoverà tra le costellazioni della Giraffa e dell’Auriga e il periodo di massima visibilità è la mattina molto presto (nella mappa il cielo di questa notte, 11 luglio alle 3 circa, con una rappresentazione pittorica del passaggio della cometa).

Ma tutto potrebbe cambiare improvvisamente, perché, come è successo il 2 luglio, la cometa potrebbe esplodere di nuovo, incrementando all’improvviso la sua visibilità, regalandoci la visione di una spettacolare cometa verde in cielo visibile a occhio nudo. Altro che desideri…

Foto: Michael Jäger on July 2, 2018 @ Weißenkirchen Austria via Facebook

Pronti al possibile spettacolo?

Roberta De Carolis

Foto di copertina: Michael Jäger on July 2, 2018 @ Weißenkirchen Austria via Facebook

I meravigliosi campi di girasoli che dipingo d'oro la Valsamoggia

Published in: Natura & Biodiversità

Non solo Castelluccio, con la sua splendida fioriture delle lenticchie. Anche i dintorni di Bologna offrono meravigliose distese di girasoli che invadono i social: l’azzurro del cielo fa da contorno al giallo trasformando al paesaggio una visione da cartolina.

Non a caso, l’immagine del girasole è spesso icona di movimenti ecologisti e in suo onore c’è addirittura la ‘Giornata Internazionale del Girasole dei Giardinieri di Guerriglia’ (International Sunflower Guerrilla Gardening Day), che si celebra ogni anno il 1 maggio.

Dietro alla nascita del girasole ci sono poi tante leggende, quella più suggestiva è quella di un amore sofferto che potete leggere qui.

La Valsamoggia non è l’unica prescelta, tante altre località dell’Emilia Romagna sono un tripudio di fiori estivi. Inutile dire che i girasoli, come tutti i fiori, non vanno recisi né calpestati. Per osservarli meglio mettevi dalla parte del sole, si sa che 'girano' attorno a lui!

Vi diamo un piccolo assaggio in queste foto di Fabio Nacchio Nastri e quelle di Luca Nastri Nacchio, che sui social sono diventate virali per la loro indiscutibile bellezza (complimenti agli autori!).

Guardate che meraviglia a Valsamoggia e non solo:

Foto di Luca Nastri Nacchio:

   

Foto di Fabio Nacchio Nastri:

   

 

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Dominella Trunfio

Listeria: come consumare in sicurezza i surgelati

Published in: Allerte alimentari

Nessun allarmismo dunque. La cottura, nel caso della Listeria, inattiva il batterio. A rassicurare è stato anche il Ministero della salute, secondo cui in linea di massima il consumatore deve verificare sulla confezione che ha in casa il marchio, il nome del produttore e i lotti di produzione ed evitare di consumare i prodotti richiamati, riportandoli al punto vendita.

"La Listeria è un batterio resistente alle basse temperature e provoca tossinfezioni alimentari. Comunque viene inattivato con la cottura. Al momento non risultano focolai di infezione in Italia e i richiami dei prodotti sono effettuati in via precauzionale" si legge nel comunicato ufficiale.

Anche Coldiretti invita alla calma ricordando che si tratta comunque di misure precauzionali adottate in Italia e in altri Paesi europei:

"Occorre evitare pericolosi allarmismi in un situazione in cui gli italiani hanno consumato 402,5 milioni di chili di vegetali surgelati nel 2017 con un aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, dovuto proprio alla crescita a tavola dei vegetali naturali e in particolare delle zuppe, dei passati e dei minestroni".

L'origine della contaminazione da Listeria

L’azienda belga Greenyard ha fatto sapere che alcuni suoi prodotti, facenti capo a uno stabilimento in Ungheria, sarebbero contaminati dal batterio della Listeria. Le verdure sono finite anche in alcuni minestroni Findus e nei prodotti surgelati a marchio Freshona dei punti vendita Lidl della sola Sicilia.

Tuttavia l'allerta riguarda numerosi paesi europei, riforniti da Greenyard. Per questo la notizia ha fatto molto scalpore, trattandosi di un richiamo che coinvolge numerosi stati.

Etichette estese a tutti gli alimenti

Secondo Coldiretti, è difficile rintracciare rapidamente i prodotti a rischio per toglierli dal commercio. E questo, sì, che è un problema! Questa allerta alimentare, infatti, ha fatto emergere l'importanza della tracciabilità degli ingredienti dei prodotti in vendita sugli scaffali dei supermercati.

"L’esperienza di questi anni dimostra l’importanza di una informazione corretta con l’obbligo di indicare in indicare in etichetta l’origine dei prodotti che va esteso a tutti gli alimenti ma anche la necessità di togliere il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione pubblica delle aziende che importano i prodotti dall’estero per consentire interventi rapidi e mirati".

Nuovi prodotti ritirati

Intanto ieri sul sito del Ministero della salute è apparso un nuovo richiamo, sempre legato allo stesso filone. Si tratta del mix di verdure Pinguin da 2,5 kg prodotto da Greenyard presso lo stabilimento di Nagy István, a Baja, in Ungheria. Il lotto di produzione è il n° W171583 8G con data di scadenza 06-07-2019.

Cosa possiamo fare?

Prima di tutto cuocere le verdure surgelate (e trattandosi di minestroni and co, il problema non dovrebbe sussitere). Ma soprattutto il nostro consiglio è quello di preferire sempre alimenti freschi, di acquistarli presso il contadino di fiducia e di prepararli da soli invece di acquistare prodotti surgelati. In caso contrario, ribadiamo, è buona norma cuocerli sempre per evitare i rischi legati alla listeria e ad altre contaminazioni batteriche.

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Francesca Mancuso

Kumihimo: come creare braccialetti fai da te con la tecnica gipponese dei dischi

Published in: Eco fai-da-te

Cos’è il kumihimo? Si tratta di un’antichissima tecnica giapponese utilizzata per creare intrecci (cordini) che servivano per decorare i kimoni o le armature dei samurai. Tradizionalmente, il kumihimo veniva eseguito con l’aiuto di un telaio in legno chiamato “marudai” sul quale venivano disposti i fili da intrecciare (tenuti fermi da una serie di piccoli pesi). Negli ultimi anni questa tecnica, diventata ormai un trend nei paesi occidentali, viene messa in pratica per realizzare braccialetti oppure collane fai-da-te.

Oggi per praticità, si utilizza un disco flessibile costruito con diversi materiali e caratterizzato da scanalature presenti lungo tutta la sua circoferenza. Nei negozi di fai-da-te o online è possibile acquistare kit già pronti contenenti sia la base che i fili, che gli schemi, ma con delle semplici mosse, è possibile preparare il disco per il kumihimo in maniera artigianale con i materiali facilmente reperibili in casa.

Come realizzare il disco per kumihimo

E' possibile creare il disco da utilizzare con diversi materiali, molti dei quali provenienti dal riciclo. Vecchi cartoni o polistirolo degli imballaggi, gommapiuma, ma anche legno per un risultato più duraturo. Anche la forma può variare: circolare, ma anche quadrata o ottagonale, l'importante è rispettare la distanza tra le scanalature.

Materiali per il marudai:
  • Cartone: materiale di facile reperibilità e soprattutto molto economico! E’ preferibile prenderne uno piuttosto robusto così da rendere il disco più resistente. 
  • Polistirolo: anche questo è molto economico. Se non volete comprarlo, potete riciclare ad esempio i vassoietti alimentari in cui vengono conservate le carni, verdure, affettati, ecc. Ovviamente dovete tagliare i bordi e servirvi della base.
  • Vecchi CD: basterà intagliare le scalanature (sempre multipli di 8) con un taglierino alla giusta distanza.
  • Gommapiuma spessa: in poche parole, quella utilizzata per le imbottiture dei divani. Non è costosissima ma sicuramente meno economica rispetto ai materiali precedenti.
  • Legno: in legno è sicuramente la struttura più duratura e più simile ai telai utilizzati nel passato. Oltre al disco, spesso hanno anche quattro pilastri e una base. Si possono realizzare facilmente se si ha dimestichezza con il bricolage (qui trovate diverse idee) o, se ci si appassiona, acquistarlo già fatto da vari artigiani o utilizzare anche un vecchio sgabello forandolo al centro

Per le realizzazioni più complesse e a più fili è consigliato legare a ciascuno spago un piccolo peso per rendere più agevole l'intreccio.

Procedimento per la realizzazione del disco
  1. Ritagliate un disco avente un diametro di circa 10 – 15 cm.
  2. Ritagliate al centro un altro foro di circa 2 – 4 cm di diametro. Mi raccomando non fate un foro troppo piccolo perché questo vi impedirà di creare cordini grandi o di infilare, ad esempio, delle perle per abbellire il vostro braccialetto o collana.
  3. Praticate sulla parte esterna del disco 32 tacche equidistanti tra loro e profonde circa 1 cm. I tagli delle tacche devono essere sottilissimi perchè il loro scopo è tenere fermi i fili durante la lavorazione. Come fare a dividere il disco in 32 parti uguali? Potete aiutarvi con un goniometro oppure con un foglio di carta. Su quest’ultimo riproducete la sagoma del vostro disco e ritagliatela. Piegatela poi a metà, ottenendo due semicerchi (o 2 spicchi). Successivamente, piegatela di nuovo a metà portando un angolo sull’altro (4 spicchi) e così vià fino ad ottenere 32 spicchi totali. A questo punto riaprite il cerchio di carta, sovrapponetelo sul disco kumihimo ed usate le piegature come riferimento per il posizionamento delle tacche. Per braccialetti meno complessi è possibile anche realizzare meno "tacche", basta che si tratti di un multiplo di 8.

  4. Numerate le tacche da 1 a 32 ed evidenziate le posizioni 8, 16, 24 e 32. Potete marcare questi numeri oppure disegnarci vicino dei pallini, stelline, cuori...insomma quello che preferite!

Tecnica del kumihimo


Il kumihimo viene realizzato con un numero variabile di fili eseguendo una serie di movimenti. L’intreccio più semplice si realizza con 4 fili ma, una volta acquisita una certa esperienza, potrete cimentarvi in intrecci più complessi utilizzando anche oltre i 20 fili. Si può utilizzare qualsiasi tipo di filo: lana, seta, cotone, cordino cerato, ecc.

A seconda poi dello schema d’intreccio, dei movimenti e di come sono stati disposti i fili inizialmente, potrete ottenere braccialetti e collane di maglie differenti. Sono tanti i video e i tutorial che si trovano online per realizzare bracciali o collane con differenti pattern anche in base al numero di fili utilizzati (e di scanalature). Esistono anche libri con schemi, pattern e spiegazioni passo passo
Non vi resta che provare e dare sfogo alla vostra fantasia e creatività!

Roberta Petruccini

Vetro, cemento e metallo: spunta l'ecomostro davanti al Castello di Federico II a Siracusa

Published in: Ambiente

La denuncia arriva da Italia Nostra perché in questi giorni sta davanti al federiciano Castello Maniace, sta sorgendo un ecomostro: una struttura di metallo e vetro con ancoraggio in cemento armato per ospitare un bar-ristorante.

“Italia Nostra ancora una volta si trova a contrastare chi non vede l’ora di sfregiare un sito Unesco alla ricerca di facile notorietà, sotto l’egida dei politici locali insensibili al valore culturale della nostra storia”, scrive l’associazione e continua:”I difensori della struttura assicurano che, in fondo, è sempre meglio dei tendoni e palchi che d’estate, negli anni precedenti, occupavano l’area e che si tratta pur sempre di un manufatto temporaneo, facilmente amovibile”.

Ma secondo Italia Nostra le cose non stanno esattamente così le foto testimoniamo che “si è scavato con le ruspe per creare gli allacci della struttura e si è fatta una platea di cemento armato per ancorarvi sopra un manufatto che di temporaneo non ha nulla”.

L’intervento infatti costa 267mila euro e il demanio di Stato ha concesso per 12 anni ad un privato l’utilizzo di 1500m2 circa della spianata con l’idea che così si valorizzerebbe la piazza finalmente aperta al pubblico.

Italia Nostra contesta “la necessità di costruire un nuovo edificio sulla spianata per ospitare un caffetteria, quando all’interno della Caserma Abela e nella ex biglietteria della Soprintendenza esistono già spazi che potrebbero essere usati a tal fine”.

E ancora contesta, il costo irrisorio pagato dal privato concessionario “solo 3 euro al metro quadro mentre l’utilizzo del suolo pubblico comunale costa in media 34 euro, clamoroso esempio di svendita dei “gioielli di famiglia” ai privati”.

Se prima, entrando nella Piazza d’Armi, si aveva davanti agli occhi il mare del Porto Grande e la lettura della splendida posizione Castello, la situazione adesso cambierà.

“D’ora in poi quel che prima è stato non sarà più, con buona pace della Soprintendenza che negli anni passati ha fatto demolire i magazzini della Caserma perché ostruivano la vista del mare e ora approva un progetto che, contraddicendo i principi basilari della fruizione dei beni culturali e paesaggistici, ripropone l'ostacolo precedentemente rimosso in versione "terzo millennio".

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Dominella Trunfio

Salsa tahina, come preparare la crema orientale ai semi di sesamo

Published in: Ricette

La sua consistenza è simile a quella di un paté e si prepara con solo due ingredienti: semi di sesamo e olio extravergine di oliva. Dopo aver, infatti, tostato in padella il sesamo, questo viene poi lavorato al mortaio per non alterarne le proprietà, o, se si preferisce, in un robot da cucina, e amalgato suggessivamente con un po' d'olio.

Una volta pronta, la salsa tahina si conserverà per diversi giorni e potrete utilizzarla anche per condire delle fette di pane bruscato o delle insalate.

Ingredienti googletag.cmd.push(function() { googletag.display('div-gpt-ad-1498149132762-1'); });
  • Tempo Preparazione:
    20 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    -
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 100 gr di salsa tahina
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare la salsa tahina: procedimento

 

  • Mettere in una padella antiaderente i semi di sesamo e tostarli a fuoco moderato per qualche minuto avendo cura di smuoverli di sovente in modo da non bruciarli,
  • a cottura ultimata metterli a raffreddare in una ciotolina.
  • Quando i semi di sesamo saranno del tutto freddi lavorarli un po' alla volta di un mortaio in modo così da iniziare a sfarinarli,
  • a seguire trasferirli in un robot da cucina, aggiungere l'olio e terminare di triturare fin quando non si otterrà un composto dalla consistenza cremosa,
  • a questo punto il burro di sesamo potrà essere utilizzato anche subito.
Come conservare la salsa tahina:

Una volta pronta, la salsa tahina dovrà essere riposta in frigorifero e dovrà essere consumata entro qualche giorno.

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Ilaria Zizza

Facciamo riaprire il centro di recupero delle tartarughe marine di Linosa (PETIZIONE)

Published in: Animali

Porte sbarrate e la spiaggia, luogo ideale per la nidificazione, adesso viene monitorata solo da volontari e non da personale specializzato nella raccolta dei dati su questi splendidi animali gravemente minacciati da un’innumerevole serie di pericoli generati direttamente o indirettamente dall’uomo.

Ma l’esperienza felice di Linosa, da sempre isola amata dalle tartarughe, non può finire così, soprattutto per chi nel lontano 1994, ha fondato un’associazione, la Hydrosphera, che ha riunito biologi, naturalisti veterinari ed appassionati della natura con l’unico obiettivo di preservarle.

Il Centro di Recupero Tartarughe Marine di Linosa nasce nel 1995, è un ambulatorio dove vengono fornite cure immediate alle tartarughe in difficoltà e una volta guarite, sono rimesse in libertà. Di contorno c’è tutto un lavoro di monitoraggio dei siti di nidificazione.

Insomma una realtà virtuosa nata dal basso in cui Stefano Nannarelli c’ha messo risorse, tempo e passione (compresa la ricostruzione dopo l'incendio . Oggi assieme ad Alessandra De Lucia, il team e la comunità di Linosa, non riesce a capacitarsi del perché le cose abbiano preso questa direzione.

Perché il Centro di Recupero Tartarughe Marine di Linosa ha chiuso?

“Il centro, tranne un breve periodo, è sempre stato gestito da Hydrosphera che ha messo a disposizione risorse umane e finanziarie, senza mai chiedere nulla in cambio. Ma la struttura di fatto era in comodato d’uso al Dipartimento Conservazione Natura del CTS, un’associazione ambientalista che però già dalla fine dello scorso anno, ha deciso di non rinnovare il proprio impegno per motivi che non conosciamo”, spiega Nannarelli a greenMe.it.

Hydrosphera decide quindi di candidarsi inviando al sindaco Salvatore Martello, una serie di richieste di collaborazione via pec. Iniziano mesi e mesi di tentata comunicazione con l’amministrazione comunale.

“Abbiamo cercato più volte di comunicare con il Sindaco, sempre con una certa difficoltà. Siamo riusciti ad avere tre incontri, purtroppo sempre molto veloci, uno ad agosto 2017 e gli altri due a gennaio 2018, nei quali abbiamo espresso la nostra volontà di continuare a gestire il Centro, dichiarando in ogni circostanza la nostra apertura ad ogni forma di collaborazione con l’Amministrazione e/o con l’Area Marina Protetta. Lo abbiamo confermato anche formalmente al Sindaco, attraverso tre pec inviate tra dicembre e febbraio”, continua il presidente. 

Hydrosphera riceve risposta una sola volta, ma i contenuti della mail non sono attinenti alle richieste fatte. Il paradosso è che l’associazione è disposta a gestire il Centro gratuitamente e quindi, senza alcun onere per l’amministrazione comunale. Intenti poi ribaditi anche in sede di Consiglio comunale.

“Il Sindaco, in tutto l’arco temporale che è intercorso dal primo incontro di agosto e sino ad adesso, non ha mai espresso né una parola chiara e certa sulla sua disponibilità ad intavolare una discussione, né tantomeno a realizzare un atto formale che ci desse un minimo di garanzia”, continua Nannarelli.

Il risultato? Che nonostante ci fosse la disponibilità di un'associazione di esperti pronta a tenere in piedi il Centro, la struttura ha chiuso e per le tartarughe sempre più soffocate da plastica e rifiuti, non c'è più un ambulatorio di cura. 

Adesso rimangono gli interrogativi

"Sono molte le cose che ci sfuggono, in questa vicenda. In primis, ovviamente, perché voler sostituire un gruppo come il nostro, con 25 anni di storia ed esperienza a Linosa? Perché non prendere neanche in considerazione una risorsa competente e radicata sul territorio, peraltro gratuita? Quale era l’obiettivo? Quale era l’alternativa a noi? Poteva senza timore di smentita garantire risultati superiori? In sintesi, quali avrebbero dovuto essere i vantaggi della nostra sostituzione, e per chi? Per le tartarughe? Fino ad ora certamente no. Staremo poi a vedere. Per l’isola? Ne dubitiamo", chiosa Nannarelli.

Domande legittime che si pone anche il Comitato cittadino di Linosa che più volte, pubblicamente, ha sostenuto l’associazione chiedendo direttamente all’amministrazione di affidare il Centro a chi ha tutte le competenze del caso e a chi da anni, grazie a uno straordinario lavoro, non solo ha salvato tantissime tartarughe, ma ha contribuito a fare di Linosa un luogo turistico.

“Non abbiamo la presunzione di ritenerci i migliori del mondo, pur avendo consapevolezza del nostro valore e della nostra esperienza, ma da chi vuole cambiare ci si aspetterebbe almeno un programma strutturato e ben illustrato, possibilmente avvalorato dal reperimento di risorse professionali migliori nella gestione delle attività di campo, un programma che motivasse chiaramente l’esclusione di un gruppo titolato, esperto e voluto dalla cittadinanza, spiegandone i vantaggi. Per quel che ci risulta, niente di tutto questo è accaduto”, spiega Nannarelli.

Il punto però è anche un altro. Anche senza il Centro, l’associazione avrebbe voluto continuare almeno il lavoro sulla spiaggia, iniziato nel 1994.

“Abbiamo avuto, il 15 maggio, le autorizzazioni ministeriali, ma apprendiamo dai social che si chiede a volontari di segnalare tracce di nidi di tartarughe. Una cosa che ha dell’assurdo. Ricordiamo che nel biennio in cui non ci siamo stati i risultati non sono stati esattamente lusinghieri: nessuna femmina nidificante marcata, un solo nido trovato e neanche una tartarughina nata”.

Cosa puoi fare tu: PETIZIONE

Da anni, la nostra testata segue e appoggia lo straordinario lavoro del Centro di Linosa, per questo motivo la chiusura di una struttura così importante non può e non deve passare inosservata. Siamo convinti che la voce di un singolo cittadino può fare poco, ma se uniamo le nostre forze, forse possiamo cambiare il corso delle cose.

Per questo greenMe.it lancia una petizione per chiedere al sindaco di Linosa la riapertura del Centro e di affidarne la gestione all'associazione Hydrosphera. che da 25 anni ha a cuore la sorte delle tartarughe marine.

Ecco il testo della petizione lanciata su Change.org: Al Sindaco di Linosa Salvatore Martello,

Il Centro Recupero Tartarughe Marine di Linosa fondato nel 1995 dall’associazione Hydrosphera (HDS), è chiuso e la spiaggia non è monitorata dallo scorso gennaio, se non da volontari reclutati al momento.

Le tartarughe, quindi, sono in pericolo. La tutela e la salvaguardia dei nidi, infatti, deve essere svolta da personale competente, che sappia bene come mettere in sicurezza l’area e le uova stesse, creando le condizioni idonee alla deposizione da parte delle femmine. Inoltre, gli animali trovati in difficoltà in mare al momento, restano sprovvisti di una struttura di cura e ricovero.

HDS, i cui membri hanno titoli ed esperienza ultraventennale, appoggiata anche dal Comitato cittadino 'Magnifica comunità di Linosa', che in più occasioni ha spiegato pubblicamente l’importanza di questa associazione anche per l’economia dell’isola, si è proposta più volte al Sindaco per continuare le attività del Centro, peraltro senza oneri per l’amministrazione, ma ad oggi purtroppo, inutilmente.

Non possiamo rimanere indifferenti. Chiediamo la riapertura del Centro con la gestione dell’associazione Hydrosphera, che oltre ad essere fondatrice della struttura, da ben 25 anni si occupa con competenza delle tartarughe, apportando benefici in termini di visibilità e turismo anche all’intera comunità di Linosa. Dimostrazione ne è il fatto che, in passato, quando l’associazione per motivi non dipesi dalla propria volontà, non aveva partecipato alle attività del centro, fu trovato un unico nido e nessuna tartaruga nata.

Al contrario, con la ripresa, sono stati trovati 6 nidi e sono nati oltre 500 esemplari di Caretta caretta. Perché salvaguardia delle tartarughe non si può improvvisare.

PER FIRMARE LA PETIZIONE CLICCA QUI

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Dominella Trunfio

Lo stato indiano completamente senza pesticidi, divenuto modello mondiale

Published in: Agricoltura

Al confine con Nepal, Tibet e Bhutan, lo stato da 15 anni ha vietato l'uso dei pesticidi, facendo letteralmente rifiorire il turismo e la fauna selvatica. Il piccolo stato indiano nel 2003 lanciò un esperimento radicale: i suoi leader, guidati dal primo ministro, Pawan Kumar Chamling, decisero di eliminare gradualmente i pesticidi in ogni azienda agricola dello stato, una mossa senza precedenti in Indi, e probabilmente nel mondo.

Un cambiamento rivoluzionario e importante per l'India, un paese i cui progressi nell'agricoltura sono stati guidati da un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi per incrementare rapidamente la produzione di cibo in tutto il paese, riducendo la dipendenza dagli aiuti esteri.

Anche se finalizzato a ridurre le carestie, l'uso indiscriminato di pesticidi negli anni 70-80 si è fatto presto sentire, sotto forma di un picco nei livelli di cancro nelle aree agricole industriali ma anche fiumi inquinati e suolo sterile.

I residui di pesticidi - inclusi quelli di alcuni prodotti chimici vietati in altri paesi - stavano contaminando pesce, verdure e riso. Preoccupati dalla situazione, i leader politici del Sikkim capirono che non si poteva più continuare in quel modo e occorreva un cambiamento di rotta. Decisero così di affidarsi all'agricoltura biologica.

Oggi, a distanza di 15 anni, questo stato himalayano avvolto dalle nuvole sta raccogliendo tanti frutti. Negli anni successivi al passaggio al biologico, il Sikkim ha bandito pesticidi e fertilizzanti chimici, aiutato gli agricoltori a certificare circa 760mila ettari di terreni agricoli come biologici e dal 1° aprile ha vietato l'importazione di molte verdure non organiche provenienti da altri stati.

La transizione non sempre è stata facile: alcuni agricoltori si sono lamentati del calo dei raccolti e dello scarso sostegno del governo ma la salute generale è notevolmente migliorata.

“Questo è un grande momento per l'India”, ha detto Radha Mohan Singh, ministro dell'agricoltura.

La domanda di alimenti biologici è elevata in India e in rapida crescita. La preoccupazione per i pesticidi e il desiderio di cibo privo di sostanze chimiche stanno alimentando un mercato che sta crescendo del 25% all'anno, più del 16% a livello mondiale, secondo un recente studio delle Camere di commercio e industria dell'India. Il mercato del paese per i prodotti biologici confezionati ha raggiunto quasi gli 8 milioni di dollari si prevede che raggiungerà i 12 milioni entro il 2020.

E il merito è anche del primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, che ha creduto in questa rivoluzione divenendone il principale motore.

“Quando abbiamo deciso di dedicarci all'agricoltura biologica nel Sikkim, abbiamo affrontato tante sfide. Agricoltori o coltivatori non avevano idea di cosa fosse l'agricoltura biologica, quindi l'educazione era la nostra prima priorità. Lentamente, le persone hanno cominciato a capirci e a sostenerci”.

Ma l'ordine esecutivo a marzo di vietare l'importazione di prodotti non biologici dagli Stati vicini ha gettato lo stato in tumulto, con prezzi a volte triplicati nei mercati e i commercianti in rivolta.

Lo stato ha anche vietato l'uso di oggetti in plastica e le bancarelle lungo le strade utilizzano piatti modellati dalle foglie. La transizione, che ha richiesto più di un decennio, non è stata facile.

Ad aprile, i funzionari statali hanno aperto due mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente ai consumatori e hanno aggiunto più di due dozzine di veicoli di trasporto per aiutarli a spostare più facilmente le merci.

La scelta di puntare sul biologico ha fatto bene anche al turismo che ha subito un'impennata, soprattutto con gli eco-tour e le vacanze in fattorie e campagne. Tra il 2016 e il 2017 il settore ha contribuito al prodotto interno lordo dello Stato passando dal 5% all'8%.

Il consumo di soli prodotti biologici ha generato benefici per la salute dei Sikkimesi, che ricevono cibo più nutriente, ha “ringiovanito” il suolo, salvaguardato la fauna e le popolazioni di api, minacciate dai pesticidi.

Un piccolo paradiso nel cuore delle montagne che dovrebbe essere considerato come esempio in tutto il mondo.

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Francesca Mancuso

Foto cover: Wikimedia

Castelluccio esplode di colori: è una delle fioriture più belle degli ultimi 10 anni

Published in: Umbria

Le distese di terra a due passi da Norcia sono un manto di colori, un mix che fa vibrare il cuore se si ha la fortuna di vederlo da vivo. Non sarò un caso se domenica 8 luglio oltre 10mila persone siano accorse ad ammirare lo spettacolo di colori che Castelluccio offre ogni anno nel mese di luglio.

Il rosso dei papaveri, il blu dei fiordalisi, l'azzurro della lenticchia hanno colorato gli immensi campi.

“Riteniamo che ieri siano arrivati a Castelluccio oltre 10 mila visitatori, onestamente non mi pare di averne mai visti così tanti in un solo giorno” dice Gianni Coccia, presidente della coop dei coltivatori della lenticchia, gli artefici dell’esplosione di colori del Pian Grande.

Una domenica da incorniciare quella vissuta dalla frazione terremotata di Norcia, che dopo il sisma sta cercando di rialzare la testa. E lo hanno fatto i suoi abitanti accogliendo i tantissimi visitatori accorsi ad ammirare la tavolozza dei colori di Madre Natura, sapientemente utilizzata dai coltivatori della lenticchia Igp, con l'aiuto

“delle piogge che hanno dato intensità al rosso dei papaveri, che ora è predominante, ma inizia a farsi strada anche l’azzurro dei fiordalisi: da anni la fioritura non era così bella” prosegue Coccia.

Il web pullula di immagini bellissime, che trasmettono più di quanto le parole possano raccontare.

       

Foto: Nazzareno Polini

       

Foto: Emanuele Pitto Agostini

Passeggiando tra i sentieri di Castelluccio di Norcia è possibile imbattersi in narcisi, violette, ranuncoli, papaveri, genzianelle, asfodeli, viola Eugeniae, trifogli, acetoselle e tanti altri fiori colorati, che tingono Pian Grande e il Pian Perduto.

Foto: Bruno Ciuffatelli

 

Se avete la fortuna di ammirare dal vivo la fioritura di Castelluccio di Norcia, ricordate di camminare lungo i solchi in modo da non danneggiare i raccolti.

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Francesca Mancuso

Sprechi e consumi di pesce sono insostenibili, 1 su 3 non arriva nel piatto. Parola dell'Onu

Published in: Animali

A rivelarlo è il nuovo rapporto “SOFIA” della FAO, che ha evidenziato il drammatico stato di sfruttamento in cui versano i nostri mari. Un pesce su tre catturato in tutto il mondo non arriva mai al piatto, gettato in mare o marcito prima che possa essere mangiato, secondo la Fao.

Nel suo rapporto semestrale sullo stato delle risorse ittiche del mondo, la Food and Agriculture Organization of the United Nations mostra anche che la produzione ittica totale ha raggiunto il livello record grazie a una maggiore piscicoltura, in particolare in Cina, con oltre la metà del pesce consumato al mondo proveniente dall'acquacoltura. Al contrario, la quantità di pesce selvatico catturato è cambiata dalla fine degli anni '80 e un terzo delle specie ittiche commerciali è sovrasfruttato. 

L'Europa consuma troppo e dipende dalle importazioni

Da ora e per tutto il resto dell’anno, l’Europa dipenderà dalle importazioni di pesce, crostacei e molluschi per soddisfare la richiesta dei consumatori. Sulle nostre tavole e in quelle di tutta Europa c’è più pesce di quanto se ne possa pescare nei nostri mari o allevare nei nostri impianti di acquacoltura. Oltre metà della domanda del Vecchio Continente è ‘soddisfatta’ dal resto degli oceani, soprattutto dai paesi in via di sviluppo.

E in Italia? Nonostante il nostro paese si affacci quasi interamente sul mare, nei primi tre mesi del 2018 ha già consumato l’equivalente dell’intera produzione ittica annuale nazionale. Simbolicamente, dal 6 aprile in poi stiamo consumando solo pesce importato, soprattutto dai paesi in via di sviluppo.

Se si guarda ai consumi pro capite, l’Italia si trova all’ottavo posto in Europa: gli italiani consumano in media 28,9 kg l’anno. Prima di noi, Portogallo (55,3 kg), Spagna (46,2 kg), Lituania (44,7 kg), Francia (34,4 kg), Svezia (33,2 kg), Lussemburgo (33,1 kg) e Malta(32 kg). I primi 5 paesi consumano da soli un terzo di tutto il pesce pescato e allevato in Europa, mentre la media per ogni cittadino europeo è di 22,7 kg di pesce l’anno. Secondo la Commissione Europea, il 41% degli stock ittici analizzati nell'Atlantico sono sfruttati eccessivamente. Questa percentuale sale all’88% se si guarda a quelli del Mediterraneo.

Eppure ci sono degli esempio virtuosi in Europa, ossia una serie di paesi “autonomi”, in grado di pescare e produrre la stessa quantità di pesce consumata, a volte anche di più rispetto al fabbisogno. Sono: la Croazia, i Paesi Bassi, l’Estonia e l’Irlanda.

Sovrapesca: il Fish Dependence Day

La Giornata in cui ricorre il Fish Dependence Day, è diversa per ogni Paese differente: il 17 gennaio l’Austria, il 15 febbraio la Slovenia, il 18 febbraio la Slovacchia, il 22 febbraio il Belgio, il 29 febbraio la Romania, il 6 aprile l’Italia, il 30 aprile la Lituania, il 4 maggio la Germania, il 5 maggio il Portogallo, il 26 maggio la Spagna.

E nel mondo?

Nonostante l’incremento annuale del consumo di pesce a livello globale (3,2%) abbia superato la crescita della popolazione (1,6%), più di 800 milioni di persone dipendono da questa risorsa per la propria sopravvivenza, come fonte di cibo, guadagno e sostegno.

“Dal 1961 la crescita annuale globale del consumo di pesce è stata il doppio della crescita demografica, dimostrando che il settore della pesca e dell'acquacoltura è fondamentale per raggiungere l'obiettivo della FAO di un mondo senza fame e malnutrizione” ha detto José Graziano da Silva, direttore generale della FAO.

Secondo l'analisi, la produzione ittica globale ha raggiunto un picco di circa 171 milioni di tonnellate nel 2016, con l'acquacoltura che rappresenta il 47%, responsabile della continua crescita della fornitura di pesce per il consumo umano.

La produzione globale di pesca per cattura totale è stata di 90,9 milioni di tonnellate nel 2016, in lieve diminuzione rispetto ai due anni precedenti. La cattura totale mondiale è stata di 81,2 milioni di tonnellate nel 2015 e di 79,3 milioni di tonnellate nel 2016.

La diminuzione delle catture ha colpito il 64% dei 25 principali paesi produttori (Cina, Indonesia, Stati Uniti d'America, Federazione russa, Perù, India, Giappone, Vietnam, Norvegia, Filippine, Malesia, Cile, Marocco, Repubblica di Corea, Thailandia, Messico , Myanmar, Islanda, Spagna, Canada, Taiwan, Provincia della Cina, Argentina, Ecuador, Regno Unito, Danimarca), ma solo il 37% dei restanti 170 paesi.

Va detto anche che negli ultimi 20 anni, il problema globale della sovrapesca è aumentato drammaticamente e la situazione è resa ancora più grave dalla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.

Fish farm: l'orrore dell'acquacoltura

Per non parlare degli allevamenti. Rivela la Fao che quasi la metà di tutti i pesci consumati nel mondo ogni anno, vengono allevati. 

I pesci d'allevamento trascorrono tutta la loro vita in recinti ristretti, sporchi e molti soffrono di infezioni, parassiti, malattie e lesioni debilitanti.

In 3 mesi, l’Italia ha mangiato tutta la produzione ittica annuale nazionale

“In poco più di 3 mesi, l’Italia ha consumato l’equivalente dell’intera produzione ittica annuale nazionale e la restante parte dell’anno dipenderà dalle importazioni di pesce, soprattutto dai paesi in via di sviluppo. E’ nostro dovere gestire gli oceani con più attenzione se vogliamo che il pesce continui a nutrire le generazioni future: oggi assistiamo ad una inversione di paradigma, il settore ittico è in crisi, i pescatori diminuiscono ma non lo sforzo di pesca. Significa che si pesca meno ma peggio”, ha detto la presidente di WWF Italia, Donatella Bianchi che aggiunge: “Il Fish Dependence Day europeo è arrivato un mese prima rispetto a quanto accadeva nell’anno 2000: fino a trent’anni fa l’Europa riusciva a soddisfare la propria domanda interna con pesca e allevamento locali fino a settembre o ottobre. Dobbiamo modificare le politiche globali, la richiesta e il consumo, in una direzione sostenibile, se non vogliamo esaurire il pesce rimasto a disposizione”.

Per leggere il dossier completo clicca qui

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Francesca Mancuso

Sparare a lupi e orsi? Non si può! Il ministro Costa impugnerà i decreti di Bolzano e Trento

Published in: Animali

Le leggi violano il principio costituzionale e il ministro Costa promette che per le specie protette a livello europeo non ci sarà nessun abbattimento forzato perché la competenza sulla fauna selvatica, in particolare quella protetta o in via d’estinzione è dello Stato.

Il testo delle provincie di Trento e Bolzano autorizza "il prelievo, la cattura o l’uccisione di esemplari della specie Ursus arctos e Lupus canis", senza considerare però che la fauna selvatica è un bene indisponibile dello Stato.

Solo pochi giorni fa, infatti, la Provincia di Bolzano aveva seguito l'"esempio" dei vicini trentini, approvando (con 25 voti favorevoli, 3 contrari e 2 astenuti) una legge fotocopia che permette deroghe al regime di protezione di lupi e orsi, imposto dalla Direttiva Habitat. Anche nel bolzanino, quindi, secondo la nuova norma, sarebbe possibile autorizzare il prelievo, la cattura o l'uccisione di lupi e orsi, una volta acquisito il parere dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) che, come nella provincia di Trento, non sarà comunque vincolante.

Ma, per fortuna, tocca al ministero dell'Ambiente, secondo la direttiva Ue "Habitat", decidere deroghe straordinarie alla tutela di orsi e lupi. E non alle singole province.

"Io come ministro della Repubblica ho il dovere di intervenire quelle due leggi violano un principio costituzionale. Il Piano Lupo, che intendo portare prossimamente in Conferenza Stato Regioni escludendo il passaggio tutt'altro che utile sugli abbattimenti selettivi, conterrà le strategie e le azioni giuste per offrire una risposta concreta anche alle richieste dei territori di governare la coesistenza tra uomo e specie animali, tutelando economie e la biodiversità", dice Costa.

E ancora:

"Ritengo sia un grave errore per le Province di Trento e Bolzano, volersi dotare di autonomia sulla gestione della fauna, che è patrimonio indisponibile dello Stato, forzando l'equilibrio tra i poteri su temi importanti e molto delicati, che devono prevedere soluzioni scientifiche e tecniche realmente valide e molta ragionevolezza".

Quindi secondo il ministro Costa uccidere non è la strada giusta.

"Ci sono tante soluzioni alternative da poter trovare insieme. Per questo confido ancora nei Presidenti e nei Consigli delle due Province autonome e lancio loro un appello affinché ritirino i provvedimenti approvati e avviino con il Ministero dell’Ambiente e le Regioni il percorso istituzionale che dovrà portare all’approvazione del Piano Lupo, l’unico strumento in grado di gestire con armonia tecnica, scientifica, amministrativa e culturale la tematica per i prossimi anni".

Tra le soluzioni, solo qualche giorno fa, avevamo parlato della bella iniziativa di dare cibo gratis per un anno alle aziende agricole che hanno cani da guardia contro i lupi per ridurre il conflitto tra allevatori e predatori. Un ‘antidoto’ ben lontano dalla proposta di abbattimento dei lupi. Ma spesso questi cani diventano un lusso per gli allevatori a causa del loro costo iniziale e del mantenimento. In soccorso arriva un progetto di Almo Nature, azienda produttrice di cibo per cani che ad esempio in Trentino è già stato sposato da otto aziende agricole, ma sta riscuotendo successo anche in Liguria, Toscana e Piemonte.

Per saperne di più sul decreto leggi qui:

Dominella Trunfio

La ragazza di 23 anni che ha scoperto il segreto per decomporre la plastica (e trasformarla in molecole organiche)

Published in: Rifiuti & Riciclaggio

Le materie plastiche sono fatte di lunghissimi polimeri, ovvero catene di composti chimici tutti uguali, quasi mai biodegradabili e quindi quasi permanenti nell’ambiente. Ma la chiave per la loro “distruzione” sembra essere l’utilizzo di un catalizzatore, ovvero di una molecola che rende la reazione di “taglio” molto più rapida ed economica.

I batteri presenti naturalmente non ce la fanno e anche per la chimica ci sono diversi problemi, salvo qualche caso in fase di studio che coinvolge l’utilizzo di enzimi. Il problema nasce dalla difficoltà di spezzare le catene fatte da legami tra atomi di carbonio molto stabili. Per riuscirci sono necessarie alte temperature, ma queste implicano costi elevati ed emissioni in atmosfera non molto amiche dell’ambiente.

La soluzione (forse)? “Abbiamo identificato un catalizzatore che taglia le catene polimeriche per innescare una reazione a catena intelligente, a pressione atmosferica e ad una temperatura che può essere gestita da un bollitore – si legge sul sito della società - Una volta che il polimero si rompe in pezzi con meno di 10 atomi di carbonio, l’ossigeno dell’aria si aggiunge alla catena e forma preziose specie di acidi organici che possono essere raccolte, purificate e utilizzate per realizzare i prodotti che amiamo”.

I catalizzatori sono molecole che facilitano reazioni molto complesse, agendo in diversi modi ma con un medesimo principio di base, ovvero modificandone il meccanismo. Procedendo in maniera diversa tutto cambia e, se il catalizzatore è veramente efficace, si registra una velocità maggiore, magari con temperature e pressioni più basse, quindi con costi inferiori. Ulteriore vantaggio: il catalizzatore può essere recuperato a fine reazione per molti cicli consecutivi.

Foto: Biocellection

La tecnologia proposta da Miranda Wang promette inoltre apparati semplici e quindi potenzialmente industrializzabili, nonché il recupero di prodotti utili per altre applicazioni e soprattutto non derivati dal petrolio, aggiungendo un altro vantaggio per l’ambiente.

“Il nostro prodotto è una miscela di esteri dibasici contenenti da 4 a 9 atomi di carbonio – si legge ancora sul sito - Nessun altro team ha creato tali prodotti dai rifiuti di plastica post-consumo! Gli eteri sono prodotti oggi utilizzando petrolio e sono essenziali per ottenere svariati tessuti e materiali. La nostra innovazione utilizza i rifiuti di plastica sostituendo il petrolio come risorsa per filiere sostenibili”.

La società condurrà una dimostrazione pilota del proprio processo il prossimo ottobre convertendo 17 tonnellate di rifiuti di plastica in 6 tonnellate di sostanze chimiche di valore in 3 mesi. Successivamente il team ha in programma di costruire un apparato più grande per continuare a riciclare i materiali ed espandere la propria ricerca includendo il riciclo anche di altri materiali plastici.

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Roberta De Carolis

Foto di copertina: NBC Philadelphia

Ecomafie 2018: boom di arresti, mai così tante inchieste sui traffici illeciti di rifiuti

Published in: Ambiente

Spiccano, infatti, le 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016). I numeri parlano chiaro: 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556 mila tonnellate del 2016). Il settore dei rifiuti è quello dove si concentra la percentuale più alta di illeciti, che sfiorano il 24%.

"Un risultato importante sul fronte repressivo frutto sia di una più ampia applicazione della legge 68, come emerge dai dati forniti dal ministero della Giustizia (158 arresti, per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con ben 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente) sia per il vero e proprio balzo in avanti dell’attività delle forze dell’ordine contro i trafficanti di rifiuti", spiega Legambiente.

La Campania, purtroppo, ancora una volta in testa per il numero di reati, concentrati per il 44% nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. E' una triste conferma.  La corruzione rimane, purtroppo, il nemico numero uno dell’ambiente e dei cittadini.

“I numeri di questa nuova edizione del rapporto Ecomafia - dichiara il presidente di Legambiente Stefano Ciafani - dimostrano i passi da gigante fatti grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel Codice penale, ma servono anche altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese. La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica, così come delle organizzazioni sociali, economiche e politiche, dove ognuno deve fare la sua parte, responsabilmente. Contiamo sul contributo del ministro dell’ambiente Sergio Costa e sulla costruzione di maggioranze trasversali per approvare altre leggi ambientali di iniziativa parlamentare come avvenuto nella scorsa legislatura”.

Aumenta l'illegalità ambientale

La sempre più efficace e diffusa applicazione della legge 68 e l’impennata delle inchieste sui traffici illegali di rifiuti sono anche all’origine dell’incremento registrato nel 2017 degli illeciti ambientali, che sono 30.692 (+18,6% per cento rispetto all’anno precedente, per una media di 84 al giorno, più o meno 3,5 ogni ora), del numero di persone denunciata (39.211, con una crescita del 36%) e dei sequestri effettuati (11.027, +51,5%).

Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso è stato verbalizzato il 44% del totale nazionale di infrazioni. La Campania è la regione in cui si registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382 che rappresentano il 14,6% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684).

Inchieste sui traffici illeciti di rifiuti

Il 2017 è l’anno del rilancio delle inchieste contro i trafficanti di rifiuti e nel settore si concentra la percentuale più alta di illeciti: il 24% è più di quanto contestato per i delitti contro gli animali e la fauna selvatica (22,8%), gli incendi boschivi (21,3%), il ciclo del cemento (12,7%). Se a ciò si aggiunge la recrudescenza di incendi divampati negli impianti di gestione e trattamento di tutta Italia, appare evidente come il settore dei rifiuti sia sempre di più il cuore pulsante delle strategie ecocriminali.

In crescita anche le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1 gennaio 2017 - 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri.

Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco.

9 proposte per fermare gli ecoreati

Ecco, allora, in sintesi le principali misure di cui si auspica l’adozione per fermare gli ecorati:

1) Formazione degli operatori

Mettere in campo una grande operazione di formazione per tutti gli operatori del settore (magistrati, forze di polizia e Capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali ecc.) sulla legge 68 che deve essere conosciuta nel dettaglio per sfruttarne appieno le potenzialità.

2) Completare riforma Agenzie protezione ambiente

Sempre con riferimento alla legge 68/2015 occorrerebbe rimuovere la clausola di invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista nella legge sugli ecoreati, così come in quella che ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente. Allo stesso tempo è necessario completare l’iter di definizione dei decreti attuativi del Ministero dell’ambiente e della presidenza del Consiglio dei ministri per rendere pienamente operativa la legge 132 del 2016 che ha riformato il sistema nazionale delle Agenzie per la protezione dell’ambiente.

3) Semplificare iter abbattimento costruzioni abusive

 Semplificare l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, avocando la responsabilità delle procedure agli organi dello stato, nella figura dei prefetti, esonerando da tale onere i responsabili degli uffici tecnici comunali e, in subordine, soggetti che ricoprono cariche elettive, ovvero i sindaci.

4) Sanzioni efficaci

Approvare il disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette inserendo – all’interno dello stesso nuovo Titolo VI bis del Codice penale – un nuovo articolo che prevede sanzioni veramente efficaci (fino a sei anni di reclusione e multe fino a 150.000 euro) per tutti coloro che si macchiano di tali crimini

5) No alla non punibilità

Suscita perplessità il nuovo istituto giuridico della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa introdotto dal Dlgs 16 marzo 2015, n. 28, che soprattutto nel caso dei reati ambientali contravvenzionali rischia di vanificare molti procedimenti aperti. Per scongiurare tale rischio chiediamo che venga quanto meno esclusa l’applicabilità al caso dei reati ambientali.

6) Aumentare sanzioni

Nell’ottica di garantire migliore protezione al nostro patrimonio storico‐culturale, rivedere il quadro normativo, partendo dal dato di fatto che, se si esclude il delitto di ricettazione – che è quello che si prova a contestare nei casi più eclatanti e che prevede una sanzione massima di otto anni – il rimanente quadro sanzionatorio in mano agli inquirenti è ancora troppo generoso per i trafficanti. Basterebbe recuperare il lavoro fatto nella passata legislatura, e sollecitato dagli allora ministri competenti Dario Franceschini e Andrea Orlando, con la Delega data al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria in materia di reati contro il patrimonio culturale, per arrivare all’approvazione di un nuovo titolo “Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”: testo che dovrebbe rappresentare un nuovo punto d’inizio.

7) Inserire disastro sanitario

Sul fronte agroalimentare, riprendere la proposta di disegno di legge del 2015 sulla tutela dei prodotti alimentari della Commissione ministeriale presieduta dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, che introduce una serie di nuovi reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato.

8) Giustizia accessibile

L’accesso alla giustizia da parte delle associazioni, come Legambiente, dovrebbe essere gratuita e davvero accessibile. Altrimenti rimane un lusso solo per chi se lo può permettere, e tra costoro non ci sono sicuramente le associazioni e i gruppi di cittadini.

9) Commissione di inchiesta per Ilaria Alpi

Chiediamo inoltre al parlamento di istituire al più presto le commissioni d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulla vicenda dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

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Roberta Ragni

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