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La Nuova Zelanda vieta le trivellazioni in mare! E l'Italia?

Published in: Ambiente

Dopo Belize, Costa Rica e Francia, la Nuova Zelanda è il quarto Paese a prendere questa misura contro le lobby del petrolio per salvare l'ambiente e il mare. 

Negli scorsi anni, infatti, alcune delle maggiori compagnie petrolifere mondiali – come Shell, Chevron, Petrobras, Statoil - avevano richiesto permessi di ricerca per idrocarburi nell’offshore neozelandese.

La risposta è stata forte e chiara: nessuna trivellazione. E il merito è soprattutto della forte resistenza da parte dei cittadini, delle comunità indigene e delle associazioni ambientaliste, che è durata almeno sette lunghi anni. Già il mese scorso, la nuova Premier noezelandese Jacinda Ardern aveva accettato di ricevere personalmente la consegna delle 50 mila firme raccolte da Greenpeace proprio contro le trivelle.

«La Nuova Zelanda ha preso una decisione storica per la tutela del clima, spronata da quelle decine di migliaia di persone che per anni si sono battute per proteggere le nostre coste da nuove esplorazioni alla ricerca di petrolio e gas», dichiara Russel Norman, Direttore Esecutivo di Greenpeace Nuova Zelanda. «È un messaggio forte e chiaro: stiamo per metter fine all’età del petrolio», conclude.

Ora resta da capire se alle compagnie sarà concesso di sfruttare le concessioni già assegnate: il bando riguarda infatti solo lo stop a nuove concessioni.

E in Italia?

Al contrario, in Italia si prospetta un nuovo assalto alle coste e ai mari, ricchissimi di biodiversità. Migliaia di chilometri quadrati del nostro territorio marittimo, soprattutto in Adriatico, sono oggetto di concessione per prospezioni con airgun (che, ricordiamo, generano pericolose onde sismiche tramite esplosioni allo scopo di mappare il fondale marino). 

«In Italia, come in Nuova Zelanda, mettere a rischio le risorse del mare, già minacciate da inquinamento e pesca distruttiva, per aumentare la dipendenza dagli idrocarburi, è una follia», afferma Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «In Nuova Zelanda se ne sono accorti. In Italia, il governo ha invece predisposto una Strategia Energetica Nazionale vaghissima sulle rinnovabili, ma concretamente indirizzata alla promozione del gas», conclude.

Non resta che prendere esempio dalla Nuova Zelanda. Un futuro meno fossile è possibile.

Leggi anche: Il Patrimonio Unesco minacciato dalle trivelle

Roberta Ragni

Formaggi senza caglio animale: la lista aggiornata al 2018

Published in: Vegetariano & Vegano

I formaggi, per poter raggiungere la loro caratteristica consistenza, differente da tipologia a tipologia, devono essere lavorati con l’utilizzo di caglio. Ma di cosa si tratta esattamente?

Cos’è il caglio

Il caglio è una sostanza acida che serve a far sì che le proteine del latte vengano coagulate, ciò è essenziale per far condensare vari tipi di formaggio e sono davvero poche le tipologie che non contengono questo ingrediente.

Praticamente l’utilizzo del caglio fa in modo che le proteine del latte non siano più solubili, precipitino sul fondo creando appunto la “cagliata” la quale viene poi raccolta e rilavorata per realizzare i diversi formaggi. Una sostanza quindi di fondamentale importanza ma che nasconde dei risvolti poco "green", almeno per chi ha scelto di rispettare gli animali non mangiando carne.

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I formaggi con e senza caglio animale

Caglio animale, vegetale e microbico

Esistono diverse tipologie di caglio, nello specifico:

  • Caglio animale:  noto anche con il nome di presame è composto da un enzima estratto dallo stomaco dei vitelli o degli agnelli. Viene considerato ancora oggi la tipologia di caglio migliore e si utilizza ad esempio per produrre i formaggi DOP.
  • Caglio vegetale: esistono diverse tipologie di questo caglio, c’è ad esempio quello che si estrae dall’albero del fico (si tratta di lattice) o quelli che si ottengono da fiori e piante come ad esempio il comune cardo (Cynara cardunculus).
  • Caglio microbico: questa tipologia si estrae da una muffa (la Mucor miehei) e viene considerata una variante di caglio meno pregiata ed economica.

Esiste poi anche un coagulante che si ottiene da organismi geneticamente modificati di origine fungina come l’Aspergillus niger var. awamori o batterica come l’Escherichia coli.

Il caglio in etichetta

Esistono delle tipologie di formaggi che sono sempre senza caglio animale, due esempi noti sono la ricotta e il mascarpone. Questo è vero in quanto vengono sottoposti ad una tipologia di lavorazione che, alla base, non richiede proprio l’utilizzo di questo ingrediente (neppure nella variante vegetale).

Per la quasi totalità dei formaggi, però, è bene accertarsi dal produttore o leggendo attentamente l’etichetta sul tipo di caglio presente. In alcuni casi potrebbe essere presente la semplice dicitura "caglio" anche se sempre più spesso si trova l’indicazione “caglio animale”, “caglio vegetale” o “caglio microbico” anche per dare modo ai vegetariani di orientarsi nella scelta del formaggio da acquistare.

Per fare scelte consapevoli, come sempre è fondamentale leggere attentamente l’elenco degli ingredienti di ciò che vogliamo portare in tavola.

Formaggi senza caglio animale: la lista aggiornata 2018

Vista l’aumentata richiesta di formaggi senza caglio animale, diverse aziende hanno messo in commercio prodotti realizzati con caglio vegetale o microbico, anche laddove tradizionalmente quel prodotto si cagliava invece con la soluzione di origine animale.

Esistono quindi stracchino, mozzarella e anche qualche caciotta realizzate con caglio vegetale o microbico. Più facile ancora trovare formaggi freschi e primo sale senza caglio animale mentre decisamente più difficile per un vegetariano mangiare formaggi stagionati.

Per scaricare la lista aggiornata di tutti i formaggi (tipologie e marche) che non contengono caglio animale potete cliccare QUI*. 

Sugli ingredienti di origine animale presenti in alimenti e altri prodotti leggi anche:

 

Francesca Biagioli

*Si ringrazia per il meticoloso lavoro di ricerca finalizzato alla completezza della lista effettuato da Alessia Bonanni.

Ritirato formaggio Jocca per presenza di corpi metallici

Published in: Allerte alimentari

È stata la società produttrice, la Mondelez con sede in Germania, a informare il Ministero, che ha poi ha provveduto a diramare l'allerta su tutto il territorio nazionale.

Ecco i prodotti oggetto di richiamo:

  • Jocca senza lattosio in confezione da 150 g a base di formaggio fresco magro (84%), scadenza fino al 27/06/2018
  • Jocca in confezione da 150 g a base di formaggio fresco magro (76%), scadenza fino al 27/06/2018
  • Jocca in confezione da 2x175 g a base di formaggio fresco magro (76%), scadenza fino al 27/06/2018

“La causa di questo incidente è stata identificata e sono state messe in atto tutte le misure correttive per evitarlo nelle produzioni future. Pertanto le nostre produzioni con data di scadenza successiva al 27 giugno 2018 non sono coinvolte in questo incidente” spiega Mondelez.

Il Ministero invita chi lo avesse acquistato a non consumarlo. Per ulteriori informazioni è possibile chiamare il numero verde 800-055200

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Francesca Mancuso

Il profumatissimo labirinto di rose di Castello Quistini

Published in: Lombardia

Castello Quistini si trova a a Rovato, a pochi chilometri da Brescia e da Bergamo, al suo interno da circa dieci anni esistono una serie di giardini con varietà di ortensie e peonie, frutti antichi e piccoli orti con collezioni di piante officinali, ma sicuramente la vera meraviglia per gli occhi è il labirinto composto da oltre 1500 rose.

Tre ampi cerchi concentrici composti esclusivamente da rose, con un gazebo al centro coperto con una splendida rosa rampicante ad unica fioritura (Banksiae Alba e Banksiae Alba Plena). I tre cerchi sono a loro volta divisi in quattro settori circolari che raccontano la storia delle rosa. 

Non a caso, durante il tour viene proprio raccontata la storia di questo fiore, in attesa anche delle fioriture dei tulipani e delle varietà di alberi da frutto. Ma Castello Quistini ci sono anche altri angoli verdi come il giardino bioenergetico, dove l’idea di partenza è che le piante e la natura sono benefiche per le persone. Sappiamo, infatti, che moltissime specie vegetali hanno proprietà terapeutiche.

 

“Molte ricerche hanno anche ampliato la consapevolezza e l’interesse verso l’aiuto che le piante ci possono offrire in altra maniera, dimostrando come l’interazione benefica delle piante con l’uomo possa avvenire anche a livello psicologico, sensoriale o emozionale”, si legge sul sito.

 

Nei 10mila metri quadrati di giardino, ci sono anche sculture che affiorano dall'acqua del laghetto o tra i cespugli di rose realizzate con materiali di riciclo da Marco Mazza. 

 

Altri luoghi magici:

Dominella Trunfio

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Sex toys, attenzione: ecco i possibili rischi per la salute

Published in: Salute & Benessere

A dispetto del nome questi dispositivi non sono degli “innocui” giocattoli, soprattutto per il loro utilizzo, che dovrebbe imporre severissimi limiti ai materiali utilizzati. Ma a quanto sembra non è così. Anzi. Circolano sex toys fatti di materiali di dubbia sicurezza, di dubbia provenienza, e di dubbio rispetto per la salute umana.

E poiché si parla di un giro di affari dell’ordine di 18,6 miliardi di euro (dati 2017), con un incremento solo in Italia del 6% in un anno, il rischio non solo è alto, ma anche potenzialmente molto diffuso.

Tra l’altro le preoccupazioni aumentano fortemente a causa del mercato online, che, oltre ad essere più pratico, è anche più “anonimo”, almeno in teoria. I cataloghi che si trovano in rete riportano infatti molti dettagli sui dispositivi, come modello, colore e prezzo, ma raramente sui materiali utilizzati.

Di cosa sono fatti  Foto: porpeller / 123RF Archivio Fotografico

Anche in etichette più dettagliate, si legge molto genericamente plastica, Tpr, Tpe, Abs, Pvc, lattice, silicone. Secondo Mario Malinconico, ricercatore presso l’Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IPCB-CNR) i toys “possono contenere silicone, o lattice o altri materiali plastici, in genere fanno uso di plastificanti del tipo ftalati”.

Molto in voga appare anche il materiale jelly, che però non è altro che un nome commerciale, genericamente associato ad una plastica morbida. Ma sulla composizione chimica, quella che determina gli eventuali rischi, scarsissima informazione.

I possibili rischi

Foto: schlenger86 / 123RF Archivio Fotografico

Tra l’altro i potenziali pericoli non sono solo per i materiali di per sé dannosi, ma anche per i trattamenti che questi richiedono per evitare che nell’utilizzo si trasformino in qualcos’altro. Il PVC (acronimo di polivinilcloruro), per esempio, un materiale di per sé sicuro, secondo la dottoressa Fiorella Belpoggi dell’Istituto Ramazzini di Bologna, che opera nella ricerca contro il cancro “se non lavorato bene può rilasciare il cloruro di vinile, un potente cancerogeno”.

Il PVC infatti è chimicamente il polimero del cloruro di vinile, ovvero una molecola che contiene moltissime molecole di cloruro di vinile tutte uguali legate tra di loro (detti monomeri), a formare una lunghissima catena. Di per sé è innocuo, ma se non opportunamente trattato, potrebbe “disgregarsi”, lasciando passare il monomero nelle mucose, con rischi da non sottovalutare.

A volte poi la situazione può essere peggiore. Qualche anno fa Greenpeace Olanda fece analizzare alcuni campioni di vibratori acquistati, scoprendo che sette su otto contenevano ftalati in concentrazioni variabili tra il 24% al 51%. Percentuali che si scontrano con la normativa dei “comuni giocattoli”, emanata nel 2009 dall’Unione Europea, che ne impone la quasi totale assenza (con divieto assoluto di alcune molecole di questa famiglia), proprio per i rischi elevatissimi.

Gli ftalati, in particolare, sono ritenuti dagli scienziati interferenti endocrini e cancerogeni. Esporsi ad interferenti endocrini significa esporsi a pericoli per la salute riproduttiva dell’età evolutiva. E se è vero che il 40% dei sex toys sono acquistati da donne in piena età fertile, per una donna incinta gli ftalati sono pericolosi, come spiega ancora la Belpoggi, perché lo sviluppo sessuale del bambino può essere alterato se siamo difronte a prodotti di scarsa qualità, in quanto le molecole possono arrivare al feto attraverso il sangue della madre.

Una normativa assente

Ma perché gli ftalati, solo per citare un esempio, possono essere usati per i sex toys ma devono essere quasi del tutto assenti nei giocattoli? Purtroppo i dispositivi per il piacere fisico, a dispetto del termine inglese toy che significa “giocattolo”, secondo la legislazione non lo sono, e quindi il mercato può produrre e vendere questi dispositivi, che per loro natura entrano in contatto prolungato con le mucose, senza dover rispettare alcuna normativa sulla qualità dei materiali.

Un divario sicuramente da colmare, che però ora ci impone una maggiore attenzione per evitare problemi di salute, anche molto seri.

Cosa fare

Foto: kopitinphoto / 123RF Archivio Fotografico

Il consiglio è sempre quello di non acquistare prodotti con scarse informazioni in etichetta, e qualora dettagliate, di chiedere ad esperti il significato e il potenziale effetto sulla salute umana. In generale, comunque, il silicone è di gran lunga il materiale più innocuo.

Normalmente inoltre, i sex toys prodotti in Europa offrono maggiori garanzie. Ad esempio usano plastiche stabilizzate, con le quali effetti di disgregazione e migrazione di piccole molecole cancerogene nelle mucose è minimo. Purtroppo, però, il mercato asiatico è quello più diffuso. E da quello, come da molti altri analoghi, è bene diffidare, dichiarano gli esperti.

Roberta De Carolis

La tartaruga 'punk' che respira coi genitali rischia l'estinzione

Published in: Animali

Secondo l'ultimo aggiornamento, molti rettili stanno sparendo a vista d'occhio dal pianeta Terra. Tra questi la tartaruga il cui nome scientifico è Elusor macrurus.

Questa creatura che vive in Australia non è solo caratteristica per via del suo ciuffo di “capelli” verdi ma ha numerose altre capacità. Respira infatti attraverso la cloaca, un foro che si trova vicino alla coda, utilizzato anche per la riproduzione e per espellere gli escrementi.

In sostanza, utilizza l'organo riproduttivo per respirare e defecare sott'acqua. Ovviamente una ragione c'è. Grazie a questa capacità, riesce a rimanere immersa fino a 72 ore.

Si tratta di una grande tartaruga d'acqua dolce endemica del fiume Mary nel Queensland, in Australia. È lunga da 34 a 42 cm e il suo habitat è costituito da parti del fiume poco profonde e aerate. Impiega un tempo eccezionalmente lungo per raggiungere la maturità sessuale, con individui che non si riproducono prima dei 25 anni. Per 20 anni è stata allevata come animale domestico in Australia prima che fosse riconosciuta come nuova specie.

Questa tartaruga ha caratteristiche altamente distintive, sia morfologicamente che evolutivamente. È infatti l'unica del suo genere ad essersi separata da tutte le altre specie viventi circa 40 milioni di anni fa. Mettendola a confronto con l'uomo, noi ci siamo “distinti” dai nostri parenti più stretti, scimpanzé e bonobo, meno di 10 milioni di anni fa.

Sfortunatamente,  fa parte della Lista Rossa IUCN visto che dal 1970 la popolazione ha subito una serie di bruschi cali.

Cosa ne sta provocando la scomparsa? Indovinate un po'. Secondo la Zoological Society of London, la costruzione di dighe e la raccolta di uova per il commercio di animali domestici ha determinato il calo della specie. Tuttavia, sono in atto vari programmi di conservazione per proteggerla.

Creata per la prima volta nel 2007, questa classifica finora era stata redatta per anfibi, uccelli, coralli e mammiferi, contribuendo a guidare le priorità di conservazione per 100 delle specie più a rischio. A ogni specie è stato assegnato un punteggio che combina il rischio di estinzione con il suo isolamento evolutivo o unicità con l'ultimo elenco supportato da uno studio sulla rivista Plos One.

La tartaruga si trova al 30° posto nella lista dei rettili dell'Evolutionarily Distinct e Globally Endangered (Edge) di ZSL.

In testa alla classifica dei rettili troviamo la tartaruga dalla testa grande del Madagascar, col più alto punteggio di ''vulnerabilità Edge'' tra i vertebrati.

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A seguire la tartaruga dei fiumi del Centro America e il serpente cieco del Madagascar.

Altre specie inusuali e in via di estinzione includono il boa di Round Island alle Mauritius, l'alligatore cinese, il minuto camaleonte del Madagascar che ha le dimensioni di un francobollo e il gaviale, un coccodrillo d'acqua dolce che si nutre di pesce.

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Francesca Mancuso

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Capelli: scoperto il meccanismo che ne regola il ciclo di vita e la vitalità

Published in: Salute & Benessere

Sulla rivista Plos Biology sono stati pubblicati i risultati di uno studio condotto da esperti dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova e dell'Università di Manchester. La scoperta riguarda l’autofagia, ossia la modalità che utilizzano le cellule per fare pulizia all’interno delle parti che le compongono eliminando le sostanze tossiche o eventuali materiali danneggiati. 

Sostanzialmente le cellule intrappolano all’interno di vescicole i materiali tossici che si producono ad esempio in seguito all’assunzione di farmaci o all’esposizione a radiazioni ultraviolette, trasformandole poi in sostanze non tossiche e addirittura utilizzandole come nutrimento. Un meccanismo di fondamentale importanza in quanto ha un effetto protettivo nei confronti di malattie cardiovascolari ma anche neurodegenerative e tumori. 

I ricercatori si sono concentrati in particolare sugli effetti relativi al cuoio capelluto scoprendo che, stimolare questo processo di “autocannibalismo cellulare”, aumenta il benessere dei capelli e la possibilità di una ricrescita veloce. Si è evidenziato dunque che l’autofagia ha un ruolo fondamentale nel mantenere vivo e in buona salute il capello.

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Non è un caso che alla ricerca abbia dato un contributo anche l’Airc, l'Associazione italiana per la ricerca sul cancro. I risvolti della scoperta potrebbero infatti essere molto interessanti anche per i malati di tumore che, sottoponendosi a chemioterapia, perdono i capelli. Ma non solo, il meccanismo cellulare noto come autofagia, aiuterebbe anche nella vera  e propria lotta ai tumori.

I capelli riprodotti in laboratorio potrebbero aiutare ad approfondire le conoscenze in materia di autofagia e servire a testare sostanze in grado di stimolare questo processo in modo da prevenire e curare diversi tipi di malattie.

Come hanno spiegato gli esperti dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova:

“I risvolti dello studio potrebbero essere in ambito cosmetico e terapeutico: prodotti che stimolano l’autofagia possono ritardare la caduta dei capelli o proteggerli da stress chimici associati a terapie farmacologiche.  Un esempio è l’alopecia, un effetto collaterale causato da molti farmaci antitumorali. La ricerca ha, inoltre, una rilevanza più estesa in ambito medico e farmacologico, poiché fornisce un modello ‘umano’ su cui testare direttamente l’efficacia di composti naturali o sintetici che, agendo sul processo autofagico, possono essere utilizzati per la cura e la prevenzione di diverse patologie, inclusi i tumori”.

Si tratta quindi di una scoperta che potrebbe essere di fondamentale importanza non solo per il benessere dei nostri capelli ma per la salute degli esseri umani in generale.

Sulla caduta dei capelli e l'alopecia leggi anche:

Francesca Biagioli

Scoperta colonia di pinguini su un'isola di plastica: è una bufala (ma a metà)

Published in: Animali

I pinguini, che normalmente vivono sul pack di fronte alle coste dell'Argentina, probabilmente stavano cercando un luogo per nidificare, ma trovando solo rifiuti e plastica galleggiante, si sono fermati lì.

Bastava guardare la data di diffusione della notizia per capire che si trattava di un pesce d'aprile. Ma non del tutto .Diffusa il 1° aprile scorso, la notizia della scoperta dei pinguini sull'isola di plastica era una bufala, ma con un fondo di verità. Gli oceani sono così inquinati che esistono davvero isole di plastica, ben più grandi di quella mostrata dal WWF nelle immagini e nel video del Pesce d'aprile.

Viviamo in un mondo in cui le specie animali lasciano il loro habitat perché i cambiamenti climatici stanno cambiando la natura. Per questo il WWF ha ideato questa bufala provocatoria.

Ultimamente sono state trovate altre colonie di pinguini lontane dal loro normale habitat. Per questo l'idea della colonia sull'isola di plastica non era poi così lontana dalla realtà.

“Questa scoperta conferma la drammatica situazione dei nostri mari, dove si formano strutture galleggianti di rifuti plastici quasi permanenti” chiosava il WWF. Scoperta finta ma contesto più che reale. “Nell'Oceano Pacifico tra la California e le Hawaii, c'è un'isola di plastica che secondo gli ultimi rapporti, è tre volte più grande della Francia”.

La verità è che circa il 70% della superficie terrestre è coperta dall'acqua ma in ogni chilometro quadrato del mare galleggiano centinaia di migliaia di pezzi di plastica. Occorrono da 350 a 400 anni per la completa decomposizione. Di recente, un capodoglio è stato trovato morto in Spagna con 30 kg di rifiuti nello stomaco.

“Gli uccelli marini muoiono in modo atroce, a causa dei pezzi di microplastiche che ingoiano e che finiscono nello stomaco. Le tartarughe marine scambiano i sacchetti di plastica per pesci o meduse e muoiono soffocate, mentre i pezzetti più piccoli vengono scambiati per plancton. Tre quarti della spazzatura che si trova in mare è plastica” dice il WWF

Un problema che purtroppo è lontano dalla risoluzione.

Nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa per ridurre il ricorso alla plastica nel quotidiano. #svestilafrutta è la campagna social che greenMe.it ha lanciato per combattere l’utilizzo smisurato della plastica per confezionare quel tipo di frutta che non ha alcun bisogno di ulteriore protezione avendo la buccia.

 #svestilafrutta, come partecipare

Ogni volta che vi capita di vedere un prodotto imballato in maniera eccessiva e senza alcuna necessità scattate una foto, postatela sui social Facebook, Twitter, Instagram usando l’hashtag #svestilafrutta, taggando @greenMe_it e inserendo anche il nome del supermercato in cui avete scattato la foto.

Il 1° aprile è passato ma la plastica in mare non è uno scherzo.

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Francesca Mancuso

Avocado mania! Bar, festival e anche un museo per celebrare il frutto del benessere

Published in: Altri alimenti

Vi abbiamo parlato più volte delle proprietà dell’avocado, un frutto davvero ricco a livello nutrizionale in cui spicca la presenza di grassi sani oltre che di molte vitamine e sali minerali. Ci preoccupiamo naturalmente anche del suo impatto ambientale, ma fortunatamente adesso possiamo acquistarlo di provenienza italiana dato che esistono diverse coltivazioni di questo frutto anche nel nostro paese (soprattutto nel sud Italia, dove il clima è decisamente favorevole alla sua crescita).

A livello nazionale, ma anche internazionale, l’avocado sta godendo di un’ottima fortuna e stanno nascendo sempre più locali e iniziative che lo celebrano. Ecco le principali:

Avocado Bar

Il primo bar dedicato interamente all’avocado in Europa è nato nel 2017 ad Amsterdam. Si tratta del The Avocado Show che sorge nel sud della città e propone piatti sfiziosi e molto colorati in cui l’avocado è sempre presente. Si va dagli hamburger, alle uova, a primi piatti di vario genere e ovviamente alle insalatone oltre a piatti vegani e dolci di ogni tipo.

 

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Pochi mesi dopo è stato inaugurato anche l’Avocado Bar nel Rione Monti a Roma. Il locale propone tante preparazioni dolci e salate in cui questo frutto tropicale è sempre protagonista indiscusso: frullati, smoothies, insalate, toast, burger e tacos. Sono previste aperture a breve anche in altre città, nello specifico Milano, Napoli e Bologna.

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Festival dell’avocado

A Milano appuntamento anche per il 2018 con la versione primaverile dell’Avocado Week, organizzato da East Market Diner. Le giornate dal 12 al 15 aprile saranno dedicate a questo frutto tropicale che sarà proposto in molte versioni.

Si potranno gustare specialità quali: l’Avocado Toast a base di pane integrale, l’Avocado Waffle con uova e bacon,  l’Avocado Burger e l’Avocado Pokè con riso e salmone (anche in versione vegana con tofu). Non mancheranno poi le centrifughe a base di avocado.

Museo dell’avocado

All’appello, per gli amanti dell’avocado, mancava ancora un museo interamente dedicato a questo frutto. Ebbene presto accontentati! A giugno apre a San Diego, in California, il The Cado, che in una superficie di circa 2 km celebrerà il frutto tropicale tanto amato, catturandone ogni aspetto.

L’originale museo sarà dotato di un corridoio  lungo 100 metri, progettato per sembrare lo strato esterno del frutto con un bagno selfie-friendly dedicato ai benefici per la bellezza che offre l’avocado.

I visitatori saranno guidati da un audio che li accompagnerà alla scoperta dei frutto, delle sue coltivazioni e del percorso che deve compiere per arrivare nei bar e ristoranti di tutto il mondo.

Non mancheranno ovviamente assaggi e gadget a tema nell’apposito negozio del museo.

Cos’altro manca a tema avocado? E’ esplosa davvero un avocado mania!

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Francesca Biagioli

Una cuccia per sempre: via libera in Veneto ai cimiteri per cani e gatti

Published in: Cani, Gatti & co.

In assenza di una legge nazionale, la Regione Veneto si adegua a norme comunitarie e si dota di un regolamento sia sulla sepoltura degli animali domestici anche nel giardino di casa che sull’istituzione di cimiteri appositi, così come già successo in altre città italiane.

Ad esempio a Milano c’è “Il Fido Custode” il cimitero per animali d’affezione,situato nel verde del Parco Sud tra il Parco Trenno e il Bosco in Città. La perdita del proprio amico a 4 zampe rappresenta un grandissimo dolore, i nostri animali diventano a pieno titolo componenti della famiglia e per questo superare la perdita non è così scontato come sembra.Forse seppellirlo nel proprio giardino o in cimitero ad hoc, può essere già un primo passo per farcene una ragione, sperando che la sua anima sia già sul meraviglioso ponte arcobaleno

La decisione della giunta Zaia ( e ci auguriamo che le altre seguano a ruota) va proprio in questo senso e riconosce l’importanza dei nostri animali, anche quando vengono a mancare. Tra qualche giorno, quindi, la delibera sarà pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione e in tutto il territorio veneto, sarà possibile seppellire gli animali da compagnia anche in terreni privati o in aree attrezzate allo scopo. 

“Siamo di fronte a un atto solo apparentemente banale, ma che in realtà è un grande atto di amore verso i nostri animali domestici. Quando questo rapporto finisce, perché la vita dell’animale è assai più breve di quella dell’uomo si tratta comunque di una perdita che lascia dispiacere e nostalgia, anche considerando che, per molti anziani, il cagnolino o il gattino sono una compagnia fondamentale, spesso l’unica rimasta nell’ultimo scorcio della vita”, spiega Luca Zaia, presidente della Regione.

Nella decisione è specificato che la sepoltura dovrà avvenire in modo che gli animali carnivori o onnivori non possano accedervi.

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Dominella Trunfio

Diabete: punture al dito addio! Arriva il cerotto che misura i livelli di glucosio

Published in: Salute & Benessere

Si tratta di un nuovo dispositivo messo a punto dai ricercatori dell’Università di Bath, nel Regno Unito, che, coordinati da Richard H. Guy, hanno creato una sorta di meccanismo in grado di analizzare lo zucchero presente nei fluidi sottocutanei.

Costituito da microsensori alimentati da una piccola corrente elettrica, che prelevano lo zucchero presente nei fluidi immagazzinati nei follicoli piliferi, il cerotto estrae e raccoglie in piccoli serbatoi il glucosio, che viene poi misurato ogni 10-15 minuti per diverse ore. Grazie a questo sistema, il dispositivo non richiede una calibrazione e quindi può essere utilizzato dal paziente senza dover eseguire alcuna puntura.

“Un metodo non invasivo, che non prevede punture, per monitorare la glicemia si è dimostrato un obiettivo difficile da raggiungere. Quelli che ci si sono avvicinati di più richiedevano comunque una puntura al dito per poter essere calibrati o l'impianto di un sensore precalibrato tramite una singola puntura. Il nostro dispositivo di monitoraggio non necessita di calibrazione e fornisce un contributo essenziale nella lotta contro la crescente diffusione del diabete nel mondo”, spiega Richard H. Guy.

Come viene spiegato nello studio, il cerotto prevede una serie di microsensori che vengono alimentati da una piccola corrente elettrica. Questi prelevano lo zucchero che si trova nei fluidi immagazzinati nei follicoli piliferi e, in questo modo, il glucosio estratto viene raccolto in piccoli serbatoi e misurato ogni 10-15 minuti per più ore nell'arco della giornata. Grazie a questo meccanismo, il dispositivo non richiede una calibrazione e, pertanto, può essere utilizzato dal paziente senza dover eseguire alcuna puntura.

Fonte

Nel corso della sperimentazione il cerotto ha dimostrato di essere in grado di rilevare le variazioni di glucosio nel sangue durante il giorno. Una una volta messo in commercio, il dispositivo dovrebbe trasmettere le misurazioni della glicemia anche via smartphone, in modo da far sapere sin da subito quando assumere l'insulina o farmaci.

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Germana Carillo

Psoriasi: fototerapia per curarla gratis direttamente a casa propria

Published in: Salute & Benessere

La fototerapia si serve di particolari lampade in grado di trattare la psoriasi riproducendo i benefici della luce solare. E’ una terapia che si mostra in molti casi efficace ma che purtroppo è scomoda in quanto, fino ad oggi, era necessario recarsi per il trattamento in ospedale 2 o 3 volte a settimana per circa 3 mesi.

In Emilia Romagna, però, alcuni pazienti affetti da psoriasi avranno adesso un’opportunità unica. Grazie al progetto pilota, opera della Fondazione Natalino Corazza in collaborazione con il reparto dermatologia del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, riceveranno infatti il macchinario per poter eseguire la fototerapia, in maniera molto più pratica e comoda, direttamente presso il proprio domicilio. 

Cos’è la fototerapia

La fototerapia è un trattamento che si può utilizzare anche sui bambini,  nelle donne in gravidanza o in soggetti con altre patologie. Questo fa capire quanto bassi siano gli effetti collaterali che può presentare. Sostanzialmente, grazie a questa tecnica che si serve di specifiche lampade, si riesce a simulare l’azione benefica del sole sulla pelle  che si attiva grazie ai raggi ultravioletti (UVA o UVB a banda stretta, quindi non dannosi) in questo caso riprodotti in maniera artificiale.

A livello ambulatoriale, il trattamento viene effettuato all’interno di apposite cabine dotate di lampade (diverse da quelle che si usano nei centri estetici) che possono irradiare tutto il corpo oppure determinate zone dove sussiste il problema.

Questa terapia ha un effetto antinfiammatorio e aiuta il sistema immunitario, di conseguenza si notano in breve tempo e gradualmente miglioramenti a livello cutaneo.

Naturalmente un effetto simile si può ottenere esponendosi regolarmente al sole, non è un caso che spesso le persone affette da psoriasi vedano migliorare la propria condizione in estate o quando si recano al mare. Il problema è che spesso i pazienti vivono gran parte della giornata in luoghi chiusi e non sempre hanno a disposizione i raggi solari, anche per via delle stagioni e dei luoghi in cui risiedono.

Il servizio a domicilio

Sicuramente, in particolare per alcune tipologie di pazienti con psoriasi, avere la possibilità di fare il trattamento a casa propria è un bel vantaggio. Pensiamo alle persone anziane, a chi soffre di altre patologie o ha problemi a recarsi così spesso in ospedale.

Al momento il progetto pilota attivo in Emilia Romagna ha selezionato un piccolo gruppo di pazienti (12 persone) che beneficerà del servizio a domicilio nel 2018 grazie ad alcuni macchinari che verranno forniti gratuitamente con tutte le istruzioni per il corretto uso. 

I pazienti, tra l’altro, non dovranno pagare nulla ad eccezione del ticket per la visita medica. 

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Francesca Biagioli

Bonus e premi cash a chi si cura bene fa risparmiare sul servizio sanitario

Published in: Salute & Benessere

Se si aiutasse, cioè, economicamente almeno chi è più povero a fare reale prevenzione? È questa in buona sostanza la logica seguita da Lifepath (Healthy ageing for all), un progetto di ricerca finanziato dalla Commissione Europea che mira a ridurre la forbice registrata nella scelta dei percorsi che possono facilitare un invecchiamento in buona salute piuttosto che le cure a malattie avanzate.

Un progetto, insomma, volto a migliorare il livello medio della salute pubblica, partendo da chi ha meno risorse cui attingere seguendo un unico ragionamento: se è ormai assodato che longevità, vita sana e incidenza di malattie sono legate alle condizioni sociali di una persona e a gravare sulla sua salute può soltanto essere il declino di queste condizioni, allora è da assottigliare il divario tra chi è in grado di adottare uno stile di vita sano e scegliere dove vivere e chi invece non se lo può “permettere”. Elargendo, appunto, denaro. Questa l'ipotesi che guida la ricerca di Lifepath.

Un sistema che, d’altronde, si è cominciato a sperimentare già in alcuni Paesi dell’America Latina, dell’Africa e del Sud Est Asiatico, in cui i cosiddetti programmi “Conditional Cash Transfer” (CCT) vengono usualmente indirizzati alle persone più povere. Essi forniscono benefici in denaro alle famiglie più disagiate, a condizione che si impegnino in attività che generino benefici a lungo termine nelle aree dell’educazione dei bambini, della prevenzione e del lavoro.
L’idea generale è che tali incentivi spezzeranno il ciclo intergenerazionale della povertà e genereranno benefici individuali e sociali.

Che rivoluzione sarebbe se anche in Europa e in Italia funzionasse un sistema simile? In uno studio, proprio gli scienziati europei hanno voluto evidenziare come un contributo economico, a patto che ci si impegni a curarsi bene, possa migliorare di molto la salute, a partire dalle famiglie che non hanno facile accesso alle cure.

I ricercatori - il progetto è coordinato dall’Imperial College di Londra, ha come partner italiani l’Università di Torino e la Fondazione di Genetica Umana (Hugef) - hanno esaminato 4700 famiglie di basso reddito di New York, cui per tre anni sono stati corrisposti poco meno di 7mila euro.

Chi riceveva il denaro cash doveva garantire la frequenza scolastica dei minorenni, l’utilizzo dei servizi sanitari a scopo preventivo e l’impegno in un posto di lavoro da parte degli adulti. I risultati hanno dimostrato come coloro che avevano ricevuto incentivi avevano avuto performance migliori rispetto a coloro andati avanti solo con le proprie entrate. Il miglioramento più significativo si è registrato nell’accesso alle cure odontoiatriche, con almeno due visite all’anno. 

Un meccanismo che ha generato un forte risparmio in termini di assistenza sanitaria, a fronte di una minima elargizione in denaro. Quei settemila euro e poco più in tre anni per nucleo familiare sono davvero pochi, se si considerano tutti i costi risparmiati per le eventuali cure che ci sarebbero state se non si fosse fatta prevenzione.

Varrebbe allora la pena sperimentare iniziative analoghe anche in Italia? È questa una questione che ha generato non poche polemiche: è giusto chiedere maggiori investimenti nell’educazione sanitaria o credere che il denaro dovrebbe venir dato direttamente ai meno abbienti per una prevenzione mirata?

Conclude così Paolo Vineis, Professore di epidemiologia ambientale presso l’Imperial College di Londra, responsabile dell’Unità di epidemiologia genetica e molecolare della Fondazione HuGeF, e coordinatore di Lifepath: “questo studio conferma l’efficacia di un simile intervento, che a questo punto meriterebbe di essere testato anche in Europa”.

Quel che è vero è che invecchiare in maniera salutare è un diritto di tutti, poveri e ricchi. Se finora si è fatta acqua da tutte le parti, perché non provare?

Germana Carillo

Terre rare: trovate enormi riserve nei fondali del Giappone

Published in: Ambiente

Il deposito, che si trova all'interno delle acque del Giappone, conserva oltre 16 milioni di tonnellate di elementi necessari a costruire prodotti high-tech, dai telefoni cellulari ai veicoli elettrici.

Lo studio condotto in collaborazione da Yutaro Takaya, ricercatore della Waseda University e Yasuhiro Kato dell'Università di Tokyo, è stato pubblicato martedì dalla rivista Scientific Reports.

In una zona campione dell'isola di Minami Torishima (circa 1.900 chilometri a sud-est di Tokyo), il sondaggio del team ha stimato una richezza di materiali tali da soddisfare 730 anni di domanda globale di disprosio, elemento usato nei magneti per veicoli ibridi, ma anche 780 anni di applicazioni per l'ittrio, utilizzato nei laser e 620 anni di fornitura di europio e terbio 420, utilizzati nei composti fluorescenti e nelle celle a idrogeno.

In particolare, è stata confermata l'esistenza di un'area di concentrazione delle terre rare molto elevata nel nord-ovest. Si è scoperto che disprosio, terbio, europio e ittrio, che sono particolarmente importanti per le industrie avanzate, corrispondono a 57 anni, 32 anni, 47 anni e 62 anni di consumo mondiale oggi. Ma se si considera tutta l'area totale pari a circa 2.500 kmq, la quantità di risorse supera i 16 milioni di tonnellate, con un enorme potenziale di risorse di terre rare.

La presenza delle terre rare sul fondo del mare al largo dell'isola giapponese era già nota dal 2012 ma per la prima volta ne è stato stimato il volume. 6 anni fa lo sfruttamento commerciale sembrava impossibile ma adesso la ricerca svela che la prospettiva non è poi così lontana. Il team ha infatti sviluppato un metodo efficace per separare gli elementi preziosi dagli altri nel fango.

Le riserve dell'area offrono "un grande potenziale come giacimenti minerari per alcuni degli elementi più importanti nella società moderna".

Oggi, si fa affidamento sorpattutto sulla Cina per le terre rare, visto che produce la maggior parte degli elementi disponibili sul mercato. Tuttavia, Pechino ha gravemente limitato le esportazioni di questi prodotti in momenti di tensione diplomatica.

“Abbiamo rivelato che esistono enormi risorse di terre rare. Inoltre, siamo riusciti a stabilire una tecnologia per la raccolta selettiva di minerali concentrati nelle terre rare” dice Yutaro Takay

Un enorme patrimonio ancora sepolto sotto le acque del mare. Speriamo che resti tale e che non sia l'ennesima occasione di sfruttare la Terra solo per le nostre mire tecnologiche.

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Francesca Mancuso

Dieta senza glutine: vantaggiosa o pericolosa per chi non è celiaco?

Published in: Dieta

Chi soffre di celiachia non può e non deve mangiare alcun alimento che contenga glutine o tracce di questa proteina per evitare pericolosi e sgradevoli effetti collaterali. E’ sempre più di moda, però, seguire una dieta gluten free anche se non si ha una reale necessità di salute nella convinzione che pane, pasta e tutti gli altri alimenti che contengono glutine siano pesanti da digerire, possano provocare infiammazioni, intolleranze, ecc.

Ma è davvero così? Gli esperti si dividono un po’ in merito alla questione. C’è infatti chi ritiene che una dieta senza glutine possa dara benefici anche a persone non affette da celiachia e chi crede invece che questa scelta possa rivelarsi addirittura pericolosa.

Le ricerche pro e contro

Esiste una ricerca recente che suggerisce come una dieta che escluda il glutine possa aiutare le persone affette da dolore cronico al nervo. Recentemente, alla riunione annuale dell'American Academy of Neurology, un team di ricercatori del Regno Unito ha presentato i risultati di un nuovo studio condotto su 60 persone anziane (età media 70 anni).

Tutti i partecipanti avevano danni ai nervi delle braccia, delle mani o dei piedi che causavano debolezza, intorpidimento o dolore. Monitorando caso per caso, i ricercatori hanno scoperto che le persone che seguivano una dieta senza glutine avevano maggiori probabilità di non provare dolore rispetto a coloro che invece consumavano alimenti contenenti questa proteina.

Considerando età, sesso e stato di salute mentale dei singoli partecipanti, i ricercatori hanno scoperto che coloro che seguivano rigorosamente una dieta priva di glutine avevano l'89% di probabilità in meno di soffrire rispetto alle loro controparti che non evitavano il glutine.

Si parla comunque qui di una dieta senza glutine in cui si fa uso di alimenti pensati appositamente per persone con celiachia. Soluzioni il più delle volte costose e ricche di grassi, quindi in realtà non proprio salutari.

Si trovano decisamente con più facilità ricerche che si scagliano contro la “moda del gluten free” sostenendo che non sia affatto sana per chi non ha reale necessità di escludere questa proteina. 

E’ di poco tempo fa uno studio, pubblicato sul Medical Journal of Australia, che sostiene che seguire un regime alimentare senza glutine oltre che pesare sul portafoglio può influire negativamente sulla salute.

In che modo? Si tratterebbe di una dieta in cui manca un adeguato apporto di vitamine, oligoelementi e sali, che potrebbe influire negativamente su fattori di rischio cardiovascolare come ad esempio sul colesterolo ma anche sulla pressione sanguigna e sulla tolleranza al glucosio.

Abbiamo trattato l’argomento diverse volte, se vi interessa approfondire leggete anche:

Tutte le ricerche, anche in questo caso, considerano la dieta senza glutine composta prevalentemente di alimenti industriali pensati per i celiaci. Esiste in realtà una ben più sana dieta senza glutine (o che limita e alterna prodotti naturali con o senza glutine) che sarebbe interessante valutare nell’ambito dei vantaggi per la salute.

Una sana dieta senza glutine

Quando parliamo di dieta senza glutine sana facciamo riferimento ad un regime alimentare in cui si inseriscono cereali o pseudocereali naturalmente senza glutine, sotto forma di chicchi o trasformati in farina con i quali realizzare biscotti, torte e altre preparazioni dolci e salate.

Parliamo ad esempio di:

Al contrario dei prodotti industriali senza glutine, in questo caso siamo in presenza di ingredienti naturali, nella maggior parte dei casi particolarmente ricchi di vitamine, sali minerali e sostanze utili all’organismo.

E’ probabile che seguendo una dieta bilanciata e variata che li comprenda tutti non esistano poi molti degli svantaggi indicati nelle sopraelencate ricerche che si scagliano contro i regimi alimentari senza glutine.

Niente toglie comunque che una sana alimentazione possa comprendere, in caso non sussista celiachia, un consumo di alimenti con glutine, meglio se in basse quantità e più facilmente digeribile come quello contenuto ad esempio nei grani antichi non raffinati.

Approfondite leggendo anche:

Francesca Biagioli

10 illustrazioni che fanno riflettere sulla vita moderna

Published in: Arte e Cultura

Dalla vita condizionata dai social network fino all’ossessione della bellezza, ecco dieci illustrazioni che ci faranno riflettere sulla nostra quotidianità.La vita moderna con tutti i suoi limiti, l’attualità, la politica, il rapporto con il proprio corpo e la natura.

Originario di Milano, Melgrati è un illustratore freelance che vive a Città del Messico, lavorando per riviste americane, italiane e messicane.

Ecco alcune delle sue illustrazioni postate su Instagram:

1) Le molestie sessuali nell'industria cinematografica

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Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Feb 5, 2018 at 6:52 PST

 

2) Il tappeto magico

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Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Mar 10, 2017 at 7:07 PST

3) La vita virtuale nei social media

For CT Magazine, for an article talking about how teenager show to have a beuatiful life on social, when their real one is not so good. #magazine #illustration #instagram #life #real #sad #teen #paint #digital #picame @mig.rating @artistsdrop @art_psycho #mobile #graphic #portait #selfie #@picame #blonde #brush #color #drawing #persia @streetartglobe

Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Gen 11, 2017 at 8:39 PST

4) E le confessioni sui social media

Social Media Confessions #fb #social #picame #confessions #illustration #picame #church #facebook #picame #concept #secret #simple #design #texture #vintage #fun #sarcasm #wood #simbolic #weird #share #privacy #modern #conteporary #draw @picame @bizarreart1 @art.wonderful @arts_gate @artfido

Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Ago 9, 2016 at 12:59 PDT

5) Verità e ombre

For Modern Filosofi _ Thanks to Agnes Dunder @dunderagnes Art Director _ about politic and lies _ #modern #filosophy #politics #lie #nose #speack #people @picame #graphic #design #fun #swhadow #shape #illustration #illo #digital #texture #simple #micro #funny #comic #trust #power #evil #sweden #magazine #article #hand #true #man #elegant @popmyeyes

Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Set 21, 2016 at 12:51 PDT

6) Ossessione della bellezza

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Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Ott 1, 2017 at 4:56 PDT

7) Pecora o lupo?

#conceptual #illustration #moon #motivational #instinct #bewhoyouwanttobe #followyourdreams #notwhatyouthink #new #lamb #vision #nature #free #soul #inside #animal #night #sky

Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Ott 31, 2015 at 8:13 PDT

8) L'uomo padrone della natura

#selfconfidence #malefemalefriendly #malefemalerelationship #illustration #bikini #lions #sexconfidence #picame #thednalife #pirategraphic #thedesigntip #

Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Ott 31, 2015 at 8:52 PDT

 9) L'altro aspetto del cielo

#war #plane #bombing #bomber #cross #death #civil #vector #illustration #conceptual #silouette #cemetery #picame #thedesigntip

Un post condiviso da Marco Melgrati (@m_melgrati) in data: Dic 7, 2015 at 7:51 PST

10) La pillola della felicità

Chemical happiness #happy #depression #chemical #theeth #pill #antidepressant #healt #medicine #psyco #conceptual #picame #thedesigntips #pirategraphic #brain #illustration #conceptual #graphic #graphicdesignblog

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Altre illustrazioni:

Dominella Trunfio

Illustrazioni

AAA cercansi volontari per realizzare pupazzetti all'uncinetto per i neonati prematuri dell'ospedale

Published in: Speciale bambini

L’appello arriva da Prematuramente APS, un’associazione che dà sostegno morale, organizzativo e psicologico alle famiglie che stanno vivendo questo percorso così particolare in ospedale. Ogni anno, nel mondo nascono 15milioni di bambini prematuri, in Italia rappresentano circa il 7% delle nascite totali. 

Per questo motivo sono tante le associazioni sparse in tutta Italia che vogliono combattere a fianco di questi meravigliosi bambini. Vi avevamo già parlato del progetto Cuore di maglia, ovvero dell’iniziativa portata avanti da un’associazione di volontariato che realizza scarpine, cappellini, copertine e interi corredini da donare ai bambini nati pretermine con famiglie in difficoltà. 

Adesso c’è bisogno di tutti noi per la realizzazione dei pupazzetti Fuè, che in greco significa “crescere con cura”. Un grazioso e colorato pupazzo con i tentacoli che tiene compagnia ai piccoli prematuri e che come spiega Prematuramente, nasce in Danimarca nell'ospedale Universitario Aarhus, dove medici ed infermieri hanno constatato che la presenza di noi pupazzetti riesce a calmare i bambini.

“I nostri tentacoli ricordano il cordone ombelicale, comprimendoli i piccoli non solo riescono a respirare meglio, ma i loro battiti cardiaci diventano più regolari e aumenta il livello di ossigeno nel sangue. Inoltre, la nostra compagnia li dissuade dall'afferrare e tirare, cavi e sondini, presenti nell'incubatrice”. 

Il progetto è stato fortemente voluto dalle mamme che appartengono al gruppo Facebook dell’associazione, ma adesso è ora di mettersi al lavoro.

Ecco l’appello:

Per la realizzazione dei nostri pupazzetti FUE’, siamo alla ricerca di volontarie: mamme, nonne, donne che sanno lavorare all’uncinetto e che vogliono donare il loro tempo e talento per aiutare i piccoli prematuri ricoverati presso la TIN dell’Ospedale B.go Trento.

Mettiamo a disposizione gli schemi e il supporto delle nostre preparatissime referenti Prematuramente, che organizzeranno a breve dei work shop dedicati.E per chi non è abile nelle attività di filet? È possibile sostenere il nostro progetto, donando dei gomitoli di coloratissimo cotone.Contattateci via mail all’indirizzo info@prematuramente.it, saremo felici di darvi tutte le informazioni necessarie. Vi aspettiamo numerose, grazie

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Dominella Trunfio

Pasticciotto leccese: la ricetta senza strutto per prepararlo in casa

Published in: Ricette

Sebbene sia stato designato dal Comune di Lecce per rappresentare il dolce tipico della città, come si evince dall'elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali redatto dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (ai sensi dell’art. 8 del D.Lgs. 30 aprile 1998, n. 173), non si hanno certezze sulla sua creazione, ma solo informazioni approssimative. La forma che li ricorda, infatti, è presente sulle decorazioni delle facciate della chiesa di Santa Croce e del Sedile e, quest'ultimo, è risalente alla metà del '500. La prima testimonianza scritta si ha solo nel 1707 quando fu fatto un inventario alla morte di un Monsignore e nell'elenco furono registrati anche gli stampini in rame per i pasticciotti. Una legenda mai smentita e mai accreditata afferma, invece, che il pasticciotto fu creato nella provincia di Lecce dal noto pasticcere Ascalone nella sua Galatina.

Con il passare del tempo si sono diffuse alcune varianti, come, ad esempio, la crema di farcitura arricchita con amarene o la frolla colorata e aromatizzata con l'aggiunta di cacao, ciò però che resta invariato è l'ingrediente che lo rende estremamente friabile, ossia lo strutto. La versione vegetariana è comunque molto golosa, la friabilità non manca e, con il permesso dei puristi, ve la proponiamo nella nostra ricetta. Se volete comunque assaggiare il vero pasticciotto leccese non vi resta che recarvi in uno dei tanti bar locali per assaporarlo al meglio; nel frattempo armatevi di buona volontà e preparatevi una colazione davvero eccezionale.

Ingredienti
  • 320 gr di farina 1
  • 163 gr di zucchero di canna
  • 2 uova medie
  • 1 pizzico di sale
  • 63 gr di tuorli
  • 160 gr di burro a pomata
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  • Tempo Preparazione:
    120 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    30 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    30 minuti
  • Dosi:
    per 7 pasticciotti
  • Difficoltà:
    media
Come preparare il pasticciotto leccese: procedimento
  • Preparare la crema pasticcera mescolando in una pentola dal fondo spesso i tuorli con sessantatre grammi di zucchero, a seguire incorporare venti grammi di farina e successivamente anche il latte a filo avendo cura di mescolare contemporaneamente per non creare grumi,
  • porre sul fornello e a fiamma bassissima continuare a mescolare fin quando la crema non si addenserà,
  • trasferirla quindi in una pirofila abbastanza larga, coprirla con della pellicola alimentare a contatto per non farla seccare in superficie e lasciarla raffreddare.
  • Mettere ora la farina e il burro a pezzettini su una spianatoia o in una ciotola, lavorarli insieme sfregandoli con i polpastrelli fino ad ottenere un composto umido e sabbioso, aggiungere quindi il resto degli ingredienti ed impastare velocemente fino a compattarli,
  • avvolgere la pasta frolla nella pellicola alimentare e farla riposare in frigorifero per almeno mezz'ora/quaranta minuti.
  • Trascorso il tempo di riposo spianare la frolla fra due fogli di carta forno e con questa rivestire gli stampini,
  • farcirli con la crema, quindi spianare il restante impasto e aiutandosi con la carta forno appoggiarlo sullo stampino, togliere via la carta forno, rifilare i bordi eliminando la frolla in eccesso e sagomare il perimetro del dolce avendo cura di sigillarlo.
  • Una volta formati tutti i pasticciotti si dovranno cuocere in forno caldo a 180° per circa mezz'ora o comunque fino a doratura,
  • a cottura ultimata sfornare, far riposare qualche minuto quindi facendo attenzione a non scottarsi capovolgere nel palmo della mano lo stampino per sformare i pasticciotti e metterli a raffreddare su una gratella (questa operazione è molto delicata perchè la frolla calda potrebbe spaccarsi).
  • Quando i pasticciotti saranno tiepidi potrete gustarli con un caffè.
Come conservare i pasticciotti:

I pasticciotti potranno essere conservati in frigorifero per un massimo di due/tre giorni purchè coperti con pellicola alimentare. Se preferite è possibile anche congelarli, basterà farli raffreddare per bene dopo la cottura per poi ripoli in freezer in appositi sacchetti alimentari.

Ilaria Zizza

Mamma, ho bisogno di te: i 4 stili di attaccamento che ci condizionano sin dalla culla

Published in: Mente & Emozioni

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Il primo ad aver scoperto l'importanza dell'attaccamento è stato lo psicologo americano John Bowlby: nel 1951 presentò una relazione all'Organizzazione Mondiale della Sanità sottolineando come, per la salute mentale ed emozionale di ogni bambino, fossero fondamentali cure materne adeguate e successivamente sviluppò in modo più articolato il suo studio arrivando a precisare che non solo il legame di attaccamento non è collegato al nutrimento (il neonato non cerca la madre perché ha fame) o all'apprendimento sociale ma è una predisposizione innata al contatto, un bisogno primario di vicinanza fisica ed emotiva che, in ogni individuo e in una cornice di sviluppo, dura “dalla culla alla tomba”.

Le 4 fasi dell'attaccamento

Ogni bambino stabilisce – nel primo anno di vita - un suo personale “stile di attaccamento” in base alla qualità della relazione con la figura materna; sostanzialmente si possono individuare quattro fasi:

  • dalla nascita alle otto-dodici settimane: per quanto non in grado, ancora, di discriminare le persone che lo circondano, il neonato riesce a riconoscere – attraverso l'odore e la voce – la propria madre; comincia a mettere in atto modi di relazionarsi sempre più specifici, soprattutto con lei;
  • dal sesto – settimo mese: il bambino è sempre più attento nei confronti dell'estraneo, delle persone con le quali entra in contatto;
  • dal nono mese: la relazione di attaccamento con il “caregiver” (la persona più importante con cui interagisce, che in questo periodo è normalmente la madre) diventa stabile e visibile
  • dai tre anni circa, il bambino impara a sentirsi tranquillo e sicuro anche in un ambiente sconosciuto (purché in compagnia di figure di riferimento secondarie), avendo la certezza che la figura di riferimento ritorni presto.

Lo stile di attaccamento che si sviluppa dipende, in buona sostanza, dalla capacità del “caregiver” di rispondere “in modo sufficientemente buono” alle richieste di presenza, vicinanza, supporto nei momenti di stress; dal suo riuscire essere sia una “base” (da cui il bambino può allontanarsi per esplorare l'ambiente, con fiducia) che un “porto” (a cui tornare, su cui poter fare riferimento) sicuri, in grado di assicurare un adeguato nutrimento sia fisico che emotivo, fatto di protezione, senso di sicurezza, comprensione, calore, ascolto.

La strange Situation

Grazie anche all'apporto degli studi e all'osservazione strutturata della Strange Situation, elaborata da Mary Ainsworth, che analizza i comportamenti alla separazione e ricongiungimento del bambino con la madre, in presenza di un estraneo e nell'esplorazione dell'ambiente, possiamo oggi riconoscere quattro tipi di attaccamento:

Attaccamento sicuro

sicuro (reso possibile da una madre capace di accogliere, e rispondere, ai bisogni espressi dal bambino), in cui il piccolo si muove con fiducia nell'ambiente, esprime disagio alla separazione (ma la tollera) e riaccoglie poi la madre con un sorriso;

Attaccamento insicuro evitante

insicuro evitante (il bambino tende a “disattivare” l'attaccamento: non trovando risposte materne alle sue richieste di aiuto, deve diventare autonomo e, per questo, iperattiva il suo sistema di esplorazione, non teme l'estraneo e non esprime disagio o felicità quando la madre si allontana o ritorna);

Attaccamento insicuro ambivalente

insicuro ambivalente (emerge quando la madre ha comportamenti imprevedibili, a volte accoglie le richieste del figlio, altre le ignora oppure diventa invadente), caratterizzato da un atteggiamento ipervigilante del bambino che può sviluppare un attaccamento eccessivo poichè non riesce a stare sereno nell'ambiente, è preso dall'angoscia al momento del distacco (anche quando la madre torna, gli serve molto tempo per calmarsi).

Attaccamento disorganizzato

Infine abbiamo l'attaccamento disorganizzato: conseguenza di situazioni di maltrattamento, abuso (o traumi irrisolti dei genitori che si esprimono nelle interazioni che hanno con il bambino).

Il tipo di attaccamento che il bambino “costruisce” con la madre è importante non solo in quanto è il frutto della qualità (da lui percepita) della sua vita di quel periodo ma anche perché definisce quello che Bowlby chiama “modello operativo interno” (M.O.I.): la nostra rappresentazione di noi stessi (come persona che merita o no attenzioni, fiducia, risposte positive e costruttive, soddisfazione); degli altri (come persone su cui si può, in linea di massima, contare oppure no e in che misura) e di come ci si può rapportare con loro.

Insomma, la qualità relazionale complessiva del primo anno di vita giocherà – poi, per tutta l'esistenza - un ruolo fondamentale nelle scelte, nei comportamenti, nelle aspettative; determinerà l'autostima e la sicurezza in sé e negli altri, la fiducia nella vita, il modo con cui ci avviciniamo e ci relazioniamo con il/la partner e naturalmente avrà poi un impatto anche, come genitori, nel modo in cui ci si prenderà cura dei propri figli.

A proposito: per quanto abbastanza stabile, ogni modello operativo interno può essere modificato/integrato sia con la volontà e un buon lavoro personale che (nell'infanzia o nell'età adulta) grazie ad altre esperienze affettive significative e positive. Insomma: qualunque sia la nostra base di partenza, cioè lo stile di attaccamento che ha caratterizzato la nostra infanzia, la nostra capacità di amarci e amare e rispondere adeguatamente in modo appropriato, sicuro e fiducioso, può sempre crescere. Ed è, questa, la nostra personale responsabilità: verso noi stessi e il mondo.

Anna Maria Cebrelli

I colori che spariscono. La nuova illusione ottica che impazza sul web

Published in: Mente & Emozioni

L'immagine è partita da Reddit, ma in pochissimo tempo ha fatto il giro del web. Non si tratta però di un'illusione ottica recente. Anche se non ebbero modo di diffondersi in maniera capillare visto che non esistevano i social, diverse versioni esistevano dal 1804 quando un filosofo di nome Ignaz Paul Vital Troxler descrisse come un'immagine può svanire quando la fissi intensamente.

L'effetto Troxler

Concedetevi un minuto (anche se bastano davvero pochi secondi). Osservate attentamente un punto qualsiasi dell'immagine, al centro, senza staccare gli occhi né chiuderli. Et voilà. In pochi istanti, vedrete sbiadire i colori dal centro verso l'esterno e il riquadro che prima appariva variopinto sarà del tutto grigio o addirittura bianco.

Basterà poi chiudere e riaprire gli occhi per vedere riapparire quasi magicamente tutti i colori.

Cosa succede?

Il motivo per cui i colori scompaiono è perché il cervello smette di prestare attenzione alle scene visive che non cambiano. A spiegarlo a The Verge è stato Derek Arnold, professore di psicologia dell'Università del Queensland.

Di solito, il movimento nell'ambiente e nei nostri occhi è sufficiente a mantenere viva una scena. Ma in questo caso, con un'immagine sfocata e lo sguardo fisso, i colori svaniscono. Quando i nostri sensi si abituano a una sensazione che dura nel tempo, si verifica il cosiddetto adattamento  neurale. Di solito, i nostri occhi sono in costante movimento. “Anche quando pensiamo che siano perfettamente immobili, stiamo compiendo microscopici movimenti oculari” spiega Susana Martinez-Conde, professore del SUNY Downstate Medical Center e autrice del libro Champions of Illusion.

Di conseguenza, se guardiamo l'immagine in maniera veloce e distratta, i colori restano immutati. Ma se la fissiamo e intenzionalmente cerchiamo di non muovere i miei occhi, i colori si attenuano fino a dissolversi. Questo accade sia con un'immagine "fisica" che con una digitale.

Provate e fateci sapere. Il nostro cervello non finirà mai di sorprenderci.

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Francesca Mancuso

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