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Ritirati spinaci surgelati Bonduelle: possibile presenza di mandragora

Published in: Allerte alimentari

Gli spinaci oggetto di richiamo potrebbero contenere infatti foglie di mandragola, una pianta tossica e non commestibile perché contiene alcaloidi. Se assunta in grandi quantità, può provocare allucinazioni, vomito e problemi gastrointestinali, tachicardia, pressione alta, convulsioni e in casi estremi anche la morte.

Per questo è scattato subito il richiamo. In particolare, gli spinaci ritirati sono i millefoglie surgelati Bonduelle nel formato da 750 grammi, prodotti nello stabilimento Bonduelle da Gelagri Iberica di Carretera Valtierra-San Adriàn, Milagro, Navarra, in Spagna.

Il lotto oggetto di richiamo è il seguente: 15986504-7222 45M63 08:29 con data di scadenza 08/2019.

Proprio in questi giorni, un'intera famiglia di Milano è stata ricoverata al Fatebenefratelli dopo aver mangiato spinaci contenenti mandragola. Confusione mentale e stati di amnesia sono stati i sintomi che hanno fatto scattare l'allarme. Secondo i medici dell'ospedale milanese la colpa sarebbe degli spinaci e della possibile contaminazione di mandragola.

E non si tratta neanche del primo caso accaduto a Milano. Circa un mese fa un'altra persona è rimasta intossicata.

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Se lo avete acquistato non consumatelo e riportatelo indietro per ottenere un cambio o un rimborso.

Francesca Mancuso

Il seggiolino in auto salva la vita: l'immagine shock che ha fatto il giro del mondo

Published in: Speciale bambini

 Jenna Casado Rabbermann è una giovane madre venticinquenne che il 25 settembre scorso ha avuto un bruttissimo incidente di ritorno con i suoi bambini dall’asilo. Un tragitto breve, conosciuto. La macchina si è completamente distrutta, ma chi c’era a bordo si è salvato, senza portare gravi conseguenze.

I suoi due bambini, anche se frastornati e impauriti, erano entrambi al sicuro sul seggiolino. Dopo averli messi al sicuro ha deciso di scattare una foto per sensibilizzare tutti i genitori a utilizzare questo accessorio quando si viaggia con i propri figli.

L’immagine non ha bisogno di spiegazioni, alle spalle l’auto accartocciata, in primo piano due seggiolini intatti e per niente scalfiti dall’urto avuto durante l’incidente. Jenna ha pubblicato la foto sul suo profilo, scrivendo un lungo messaggio:

"Di solito non pubblico cose personali su Facebook, ma ragazzi ... questo è il motivo per cui è importante far sedere i vostri figli nei seggiolini correttamente, anche quando loro urlano per le cinghie strette o si lamentano del dolore al torace o guardano indietro.

Ieri ci siamo fermati per uno spuntino dopo l'asilo, eravamo a pochi minuti da casa. Un'altra macchina si è schiantata contro di noi. Pensi sempre che non succederà mai a te. I miei bambini non hanno riportato neanche un graffio, ma i medici mi hanno detto che la situazione sarebbe stata diversa se non avessi perso quei minuti in più per controllare che fossero seduti bene. E' andata bene, i miei bambini stanno bene, tutto il resto può essere sostituito".

Il suo post è stato condiviso oltre 310mila volte tra i vari commenti dei genitori. Secondo dati Adoc, nel 2016 sono cento i bambini morti a seguito di un incidente stradale avvenuto mentre non si trovavano correttamente seduti sul seggiolino e circa 11mila sono stati i feriti. Tutti numeri che potrebbero essere drasticamente abbattuti usando il giusto comportamento.

“Abbiamo un raccolto un campionario di 'scuse' o giustificazioni per il non utilizzo, dal 'Sono solo pochi metri' al 'In macchina piange, preferisco tenerlo in braccio', dal 'Basta legarlo con la cintura di sicurezza' al 'Il seggiolino è solo sulla mia auto, con i nonni uso la cintura'. I seggiolini devono essere installati su tutte le principali auto in cui viaggia il bambino, e devono essere utilizzati in modo corretto, utilizzando il seggiolino giusto per l’età, il peso e l’altezza e posizionandolo in modo corretto” spiega l'Adoc che chiede al governo anche delle detrazioni fiscali per incentivare ulteriormente i genitori all'acquisto.

Tutto quello che c'è da sapere sui seggiolini in auto:

Dominella Trunfio

Ciambellone al cioccolato light: la ricetta senza burro

Published in: Ricette

Il nostro ciambellone al cioccolato light, preparato con farina integrale e acqua, rimane comunque morbido e della giusta umidità ed è indicato anche per chi presenta allergie o intolleranze alimentari al latte e ai suoi derivati perché senza burro.

Ingredienti
  • 3 uova di media grandezza
  • 270 gr di farina integrale
  • 180 gr di zucchero di canna
  • 160 gr di acqua
  • 1/2 bustina di lievito per dolci
  • 30 gr di cacao amaro 
  • olio e farina q.b. per lo stampo
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  • Tempo Preparazione:
    15 minuti
  • Tempo Cottura:
    40 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 8 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare il ciambellone al cioccolato light: procedimento 
  • Ungere ed infarinare lo stampo per ciambella.
  • Sgusciare le uova in una terrina e montarle fino a renderle spumose,
  • aggiungere quindi lo zucchero e continuare a montare,
  • a seguire unire l'acqua e
  • poi la farina, il cacao e il lievito e continuare a montare amalgamando tutti gli igredienti alla perfezione.
  • Versare l'impasto nello stampo, infornare e cuocere in forno caldo a 180° per circa quaranta minuti,
  • prima di sfornare è consigliabile fare la prova stecchino, passata la prima mezz'ora di cottura si potrà infilzare la torta con uno stecchino, se estraendolo questo sarà asciutto il ciambellone sarà cotto, se al contrario sarà bagnato dall'impasto allora la cottura dovrà essere prolungata per poi ripetere a seguire la stessa operazione.
  • A cottura ultimata sfornare, sformare delicatamente il ciambellone al cioccolato e farlo rafffreddare su una gratella.

 

Come conservare il ciambellone al cioccolato:

Una volta freddo il ciambellone al cioccolato potrà essere conservato in appositi contenitori ermetici per due/tre giorni.

 

Un'idea in più:

Il ciambellone al cioccolato potrà essere aromattizzato aggiungendo all'impasto della cannella in polvere, dei semi di bacca di vaniglia o della buccia grattugiata di un'arancia biologica.

Potrebbero interessarti altre ricette e varianti per preparare il ciambellone o altre ricette di torta al cioccolato

 

Ilaria Zizza

La reazione dei delfini rinchiusi al parco acquatico che vedono per la prima volta gli scoiattoli

Published in: Animali

Il Dolphin Nursey del Seaworld di Orlando è un posto dove ci sono ‘splendidi acquari, spettacoli con i delfini, esilaranti numeri dei leoni marini’, un luogo che viene presentato sul sito internet come un meraviglioso parco in cui gli animali sono felici di saltare nei cerchi, giocare con le palline e farsi cavalcare dagli addestratori.

Un circo acquatico, insomma, che non ha nulla di diverso da quelli terrestri in cui gli animali vivono in cattività e lontani dalle loro abitudini. La maggior parte dei delfini è nata qui e qui morirà, con sicurezza non vedrà mai l’oceano e neanche altri animali dell’ecosistema marino.

Le conseguenze sono quelle che vedete in questo video. I delfini sono una delle specie più intelligenti al mondo, ma nelle immagini che li mostrano intenti a inseguire gli scoiattoli con lo sguardo, traspare tutta la tristezza di farli vivere in prigionia.

Il loro movimento frenetico sembra quello di tanti automi impazziti e mentre qualcuno filma la scena, ci chiediamo ancora una volta se è giusto mettere il profitto davanti al benessere animale. La risposta è ovvia, ma è chiaro che il concetto per tanti non è ancora chiaro.

Ma questi non solo gli unici delfini a soffrire, ricordiamo ad esempio, il massacro che ogni anno si consuma alla nota Baia Taiji in Giappone dove ogni anno c'è una spietata caccia ai delfini

La caccia, che viene difesa dal governo giapponese per l'uso alimentare della carne di delfino, peraltro rarissimo dato l'alto contenuto di mercurio presente nelle carni, serve in realtà a catturare decine e decine di cetacei da vendere ai delfinari e parchi acquatici di tutto il mondo.

Ogni delfino o altro cetaceo addestrato, infatti, può arrivare ad avere un valore di 250.000 dollari rendendo evidente la vera ragione della caccia e del massacro annuale.

Sappiamo invece, che i delfini liberati da acquari e parchi marini possono tornare a vivere nell’oceano. Una delle storie a lieto fine di cui vi abbiamo parlato è quella di Sampal, un esemplare che viveva in cattività e che era stato liberato nell’oceano nel 2013. 

Cosa possiamo fare noi? Iniziare con il non finanziare parchi acquatici, circhi, zoo dove gli animali sono snaturati e lontani dalla libertà. E i delfini non sono certo gli unici, più volte abbiamo denunciato condizioni simili, in ultima quella degli orsi polari dello zoo di Fasano in Puglia, che mentre le temperature superavano i trenta gradi, loro si aggiravano disperati in cerca di refrigerio.

E ancora non dimentichiamo le frustate, bastonate, gabbie sporche e minuscole, catene alle zampe, colpi inflitti con l’uncino provenienti dal circo della Gran Bretagna. Siamo sicuri di voler far vedere ai nostri bambini animali tenuti in questo stato?

Dominella Trunfio

Luna piena di ottobre: 5 cose da sapere sulla luna piena del raccolto cara ai nativi

Published in: Universo

Il nostro satellite, in fase di piena, sorgerà il 5 ottobre alle 18:57 e tramonterà alle 7:40 del giorno successivo.

Ma perché si chiama così?

Come spiega l’UAI, le lune piene hanno dei nomi che in genere provengono dalla tradizione dei nativi americani, ed in particolare da quella degli Algonchini (una delle popolazioni più numerose), ma ne esistono anche di europei, di presunta origine celtica.

Per la luna piena del raccolto le tradizioni coincidono, ma di solito quella è la luna di settembre, il periodo della mietitura, come infatti, sarà di nuovo l’anno prossimo, il 24 settembre, solo due giorni dopo l’equinozio autunnale del 2018.  

Quest’anno la luna sarà piena il 5 ottobre, più vicino all’equinozio d’autunno della luna piena di settembre (apparsa il 6) e quindi è (anche) lei la luna del raccolto. Ma non solo. A ottobre era necessario raccogliere scorte di cibo, e quindi altri nomi venivano dati al nostro satellite nella fase di piena.

Immaginiamo i tempi passati, in cui i campi erano stati mietuti a settembre e c’era ora bisogno di approvvigionamenti. Ad ottobre era facile che i cacciatori trovassero volpi e altri animali ed è per questo che questa luna era anche chiamata luna del sangue o luna sanguigna, oltre che luna del cacciatore. Nella tradizione americana troviamo anche luna morente o luna del viaggio.

Luna dunque speciale, anche per altri motivi. Ecco quali:

1) Alba lunare anticipata

Normalmente l'alba della luna avviene al massimo fino a 73 minuti dopo rispetto a quella del giorno precedente, ma nel caso della luna del raccolto sorge poco più di 23 minuti dopo. Questo a causa dell’angolo dell’eclittica lunare che, in prossimità all’equinozio autunnale, si fa particolarmente stretto. In poche parole l’orbita della luna è più parallela all’orizzonte e quindi il rapporto con l’orizzonte orientale non cambia molto di giorno in giorno.

2) Luna piena che coincide con l’equinozio di autunno

A volte la luna piena si verifica sull’equinozio stesso: la luna del raccolto è stata perfettamente coincidente con l’equinozio d’autunno nel 2010 e lo farà ancora nel 2029.

3) Tramonto più lungo

Tutte le lune piene sorgono al tramonto, ma questa luna sorge con un ritardo inferiore, di 30 minuti invece dei classici 50, garantendo un periodo di buio tra tramonto del Sole e sorgere della Luna minore che negli altri periodi dell’anno; questo ha permesso agli agricoltori di avere una sorta di “estensione del tramonto”, ottima nel periodo molto impegnato (e faticoso) del raccolto. E per noi è uno spettacolo meraviglioso che continua a protrarsi.

4) Luna più “grande”

La luna del raccolto appare più grande del solito, anche se non è così nella realtà. È “solo” una luna particolarmente luminosa, cosa che ha favorito i cacciatori dei tempi antichi nella ricerca del cibo.

5) Luna del raccolto ad ottobre solo in pochi casi

Le lune del raccolto sono ad ottobre in media ogni tre anni, ma possono passare anche otto anni.  Tra il 1970 e il 2050, la luna piena di ottobre è Harvest Moon solo per 18 volte. L’ultima  è stata nel 2009, mentre la prossima sarà nel 2020.

Roberta De Carolis

La lumaca gigante che sta facendo impazzire il web (VIDEO)

Published in: Natura & Biodiversità

Nota anche come lumaca gigante dell'Africa occidentale, questa creatura vive in Africa e si trova anche nei Caraibi, in Martinica. Non si sa ancora come abbia raggiunto la Martinica ma è possibile che sia stata intenzionalmente introdotta dai lavoratori che ritornavano dall'Africa occidentale.

A postare il video sui social network è stato un ragazzo tedesco appassionato di insetti e animali. Adrian Kozakiewicz ha mostrato la lumaca tenendola sulla sua mano.

Si tratta della specie più grande in assoluto e fa parte della classe di molluschi dei Gasteropodi.

La creatura non solo occupa il palmo ma anche il polso e una parte dell'avambraccio. Le sue dimensioni sono paragonabili a quelle di un gattino. L'esemplare non è neanche uno dei più grandi della sua specie: è lungo 18 cm e pesa circa 500 g.

Please. My rabbit. He's very sick. pic.twitter.com/MSejV0hvtn

— mad died (@whatmaddness) 23 luglio 2017

A detenere il record infatti è il britannico Christopher Hudson, che nel 1978 venne inserito nel Guinness dei primati con la sua simpatica lumacona Gee Geronimo, lunga 27,3 cm e dal peso di 900 grammi.

Foto

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C'è poco da stare allegri. Questa specie è considerata una minaccia potenzialmente grave per alcuni ecosistemi, una specie invasiva che potrebbe influire negativamente sull'agricoltura, sugli ecosistemi naturali, sulla salute umana o sul commercio.

Non è propriamente un animaletto domestico da adottare...

Francesca Mancuso

Allevamenti intensivi: le emissioni di metano sono molto più alte di quanto stimato dall'IPCC

Published in: Ambiente

Che l'allevamento intensivo del bestiame fosse una delle maggiori cause di inquinamento a livello globale lo sapevamo già, ma la nuova ricerca ha preso in esame altri fattori.

Le cifre più basse fornite dall'IPCC potrebbero essere dovute a informazioni obsolete utilizzate per sviluppare i fattori legati alle emissioni. Per questo lo studio ha aggiornato i dati tenendo conto anche delle informazioni su bovini e suini per regione, sulla base dei recenti cambiamenti della massa corporea, della qualità e quantità di mangimi, della produttività del latte e della gestione degli animali e del letame.

“Utilizziamo queste informazioni aggiornate per calcolare nuovi fattori di emissione di metano del bestiame, per la fermentazione enterica nei bovini e per la gestione del letame nei bovini e nei suini” spiegano i ricercatori.

Sulla base di queste analisi hanno scoperto che le emissioni globali di metano (CH4) per il 2011 sono state l'11% in più rispetto alle stime basate sulle linee guida dell'IPCC del 2006. Ciò comprende un aumento dell'8,4% di CH4 dalla fermentazione enterica (digestione) nelle mucche da latte e in altri bovini e un aumento del 36,7% nella gestione del letame.

La dott.ssa Julie Wolf, autore dello studio, ha spiegato:

“In molte regioni del mondo, i numeri legati al bestiame stanno cambiando e l'allevamento ha portato a grandi animali con maggiori quantità di cibo necessarie, il che, insieme ai cambiamenti nella loro gestione, può portare ad emissioni di metano più elevate. Il metano influenza in maniera importante la temperatura atmosferica della Terra e ha quattro volte il potenziale di riscaldamento atmosferico dell'anidride carbonica”.

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I ricercatori del Joint Global Research Institute (JGCRI) hanno riscontrato anche che le emissioni totali di metano prodotte dagli animali da allevamento sono aumentate nelle regioni in rapida crescita economica dell'Asia, dell'America Latina e dell'Africa. Al contrario, sono diminuite negli Stati Uniti e in Canada e sono diminuite leggermente anche nell'Europa occidentale.

Un motivo in più per smettere di mangiare carne o almeno ridurne il consumo.

Lo studio è stato pubblicato su Carbon Balance and Management.

Francesca Mancuso

Maiali Hulk: l'orrore che si cela dietro i suini geneticamente modificati in Cambogia

Published in: Animali

Foto nelle gabbie, foto mentre mangiano, mentre sono nel cortile e ancora mentre un uomo con un frustino in mano li costringe a rientrare nella prigione in cui vivono. Potrebbero sembrare delle immagine fake se tutta questa gallery sul web non venisse direttamente dagli allevamenti.

Ma qui la realtà supera di gran lunga la fantasia del film Okja, dove il protagonista è un super maiale geneticamente modificato per produrre più carne possibile.

Cosa sono questi maiali muscolosi? Di certo in natura non ne abbiamo visti mai, anzi i suini sono sempre ingozzati all’estremo per arrivare al macello il più grassi possibile. Sono frutto di ormoni e antibiotici, di steroidi?

Qualcuno giura di no, secondo Peta sono il risultato di manomissioni genetiche, in vista del fatto che Duroc Cambodia vende anche dei kit di inseminazione artificiale a chi vuole crescere il proprio maiale muscoloso nel giardino di casa. Secondo il movimento animalista, tutto è iniziato nel 2015, quando per la prima volta gli scienziati hanno creato 32 suini in laboratorio.

La maggior parte non è sopravvissuta, ma forse qualcuno di quelli che si è salvato potrebbe essere l’animale che ha dato il via a questa nuova e aberrante specie di maiali.

Resta da chiedersi il perché debbano esistere dei maiali muscolosi, l’ipotesi più probabile è che si debba produrre un tipo di carne di suino che pesi di più e che faccia guadagnare il doppio. Considerando soprattutto che la domanda di carne di maiale in Cina è aumentata negli ultimi anni e che il parse rimane il più grande mercato mondiale.

Anche se sono differenti fisicamente, dunque, la sorte dei maiali muscoli non è diversa dagli altri: questi animali trascorrono la loro vita all’interno di piccole gabbie che gli impediscono di muoversi o di sdraiarsi.

I maiali sono castrati e i loro denti tagliati, le code mozzate senza alcun tipo di antidolorifico, non solo, alcuni hanno i testicoli così enormi che non riescono a camminare.

Super maiali come le super mucche di cui vi avevamo già parlato:

I video e le immagini sono diventati virali, così come gli insulti all’allevatore che sembra però non curarsi affatto della cosa, anzi si vanta dei suoi super maiali.

Dominella Trunfio

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Una buona prima colazione salva dall'arteriosclerosi. Saltarla mette a rischio anche il cuore

Published in: Alimentazione & Salute

Un nuovo studio del Centro Nacional de Investigaciones Cardiovasculares Carlos III (CNIC) di Madrid, pubblicato sul Journal of American College of Cardiology (JACC), ha infatti evidenziato che coloro che fanno colazione ogni giorno risentono di benefici per il proprio cuore. Di contro, se si mangia troppo poco o, al contrario, la colazione non la si fa affatto, si è esposti al doppio delle possibilità di sviluppare arteriosclerosi.

“Fare colazione regolarmente è un’abitudine che tutti possono far propria per ridurre il proprio rischio cardiovascolare” - ha spiegato Valentin Fuster coordinatore dello studio e direttore del Monte Sinai Heart di New York e l'istituto di ricerca cardiovascolare di Madrid, il CNIC.

Ed in effetti secondo questa nuova ricerca saltare la colazione porterebbe a una mancanza di elasticità delle arterie e ne provocherebbe un graduale irrigidimento. I danni principali sarebbero a livello delle coronarie, le arterie che ossigenano il nostro cuore.

Lo studio – Per le indagini, gli studiosi spagnoli hanno reclutato più di 4mila persone di mezza età, sia uomini che donne, affetti da malattie cardiovascolari. I partecipanti hanno dovuto inizialmente compilare un questionario dettagliato per far comprendere qual era il tipo di alimentazione dei 15 giorni precedenti. Poi sono stati raccolti dati riguardanti lo stile di vita e lo stato di salute, tipo i livelli di colesterolo, l’indice di massa corporea, l’eventuale vizio del fumo, l’attività fisica praticata e il livello di istruzione.

Dai risultati è emerso che chi consumava almeno il 20% delle calorie totali durante una prima colazione dalla giuste quantità aveva meno probabilità di sviluppare arteriosclerosi. Al contrario, chi mangiava poco o per niente correva un rischio molto più elevato.

Sui benefici della prima colazione puoi leggere anche:

Ancora dubbi se fare o meno un bel pasto appena svegli?

Germana Carillo

Come usare la cipolla per tosse e raffreddore

Published in: Salute & Benessere

La cipolla è un alimento indicato non solo per insaporire i nostri piatti preferiti ma dotato anche di una serie di proprietà medicinali. Queste la rendono a tutti gli effetti un rimedio naturale utile in diverse occasioni.

La cipolla ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie ma soprattutto è nota per le sue capacità antibatteriche e antimicrobiche. Questo bulbo impedisce dunque la proliferazione di microrganismi e allo stesso tempo è in grado di stimolare il sistema immunitario. Ecco perché può essere un rimedio da tenere a portata di mano anche in caso di tosse e raffreddore.

Le nostre nonne o bisnonne utilizzavano e tramandavano in famiglia vari rimedi a base di cipolla per trattare i sintomi dell’influenza e in molti casi questi si rivelano efficaci ancora oggi. Provare non costa molto, al massimo vi ritroverete la casa invasa dall’odore di cipolla!

Sciroppo di cipolle

Per preparare questo sciroppo occorre 1 cipolla e dello zucchero. Sbucciate la cipolla e poi tritatela finemente, mettetela in una ciotola o in un contenitore di vetro e sopra versate 2 o 3 cucchiai di zucchero. Lasciate riposare il tutto per circa 12 ore, dopo di che filtrate il liquido ottenuto e mettetelo in un barattolino di vetro. Assumetene un cucchiaino di sciroppo diluito in mezzo bicchiere d’acqua per 3 volte al giorno fino a che i sintomi non sono del tutto scomparsi. Per potenziarne l’effetto potete aggiungere anche un po’ di miele.

LEGGI anche: L'ANTICA RICETTA MEDIEVALE PER SCONFIGGERE RAFFREDDORE E INFLUENZAL'ANTICA RICETTA MEDIEVALE PER SCONFIGGERE RAFFREDDORE E INFLUENZA

Decotto di cipolla

Per calmare la tosse e il raffreddore potete preparare un decotto di cipolla. La cipolla, sbucciata e tagliata grossolanamente, va immersa in acqua e portata ad ebollizione. Si lascia sul fuoco per circa 10 minuti e poi si filtra. Si può assumere così com’è lasciandola un po' stiepidire o aggiungere un po’ di miele per aumentare l’effetto lenitivo della bevanda calda sulla tosse.

Cipolla sul comodino

Questo può sembrare un rimedio strano ma tante persone che l’hanno provato sono rimaste soddisfatte. Per placare la tosse e il raffreddore si può tagliare a metà una cipolla e appoggiarla sul comodino affianco al letto in cui si dorme. Si deve lasciare per tutta la notte in modo da respirarne l’aroma. Anche gli effluvi della cipolla avrebbero infatti potere antinfiammatorio e antibatterico e potrebbero aiutare quindi a disinfettare gli ambienti facendo tra l’altro da “calamita” per i batteri presenti nel corpo della persona ammalata.

Cataplasma contro il raffreddore

Questo rimedio della nonna è utile in particolare a decongestionare le vie respiratorie. Sbucciate, tagliate una cipolla e mettetela a cuocere a fuoco basso per circa 10 minuti in modo che si appiattisca e si scaldi. A questo punto avvolgetela in un panno di cotone, sdraiatevi e applicate l’impacco sul petto per circa mezz’ora.

Zuppa di cipolla

La zuppa di cipolla può essere sia una pietanza gustosa che un modo per alleviare i sintomi influenzali. Si tratta di un piatto povero che in alcuni casi prevede di utilizzare brodo di carne (potete benissimo sostituirlo però con il brodo di verdure). Qui trovate tante ricette, cercate quella più semplice ed evitate, dato che volete utilizzare la zuppa a scopo curativo, di aggiungere ingredienti come burro e formaggio.  Potete anche rendere più attiva la vostra zuppa aggiungendo dell’aglio.

Avete mai provato questi rimedi? Che effetto hanno avuto?

Francesca Biagioli

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Naturalise, l'amaca in tessuto vivo realizzata intrecciando le piante

Published in: Arredamento

Se il vostro sogno è dormire tra gli alberi in un'amaca fatta di piante, grazie a Naturalise potrete realizzarlo. Un oggetto di design pensato per la mostra “I See Colours Everywhere” alla Triennale di Milano, durante la Settimana della Moda.

Naturalise è un'amaca che utilizza piante come materiale principale per creare un tessuto vivo. L'amaca fa parte di un progetto di ricerca più ampio, volto a creare prodotti di uso quotidiano che siano lontani dalla filosofia dell'usa e getta e che abbiano una durata della vita molto più lunga. In questo modo si evita la produzione di rifiuti, utilizzando gli oggetti per molti anni.

L'amaca in questione è una creatura vivente, bisognosa di cure, realizzata intrecciando arbusti e verde.

“Siamo molto abituati a oggetti di breve durata. Sostituiamo invece di riparare. Ci è stato insegnato che il riciclo è buono, quando la vera soluzione è solo per ridurre e non produrre sprechi. Stiamo abusando dalle nostre risorse limitate, stiamo inquinando infinitamente il nostro pianeta” ha spiegato Garmendia.

     

Secondo l'artista, la natura è la grande ispirazione per le soluzioni infinite, da qui l'idea di sfruttare le tante potenzialità delle piante, con caratteristiche

“strutturali e funzionali ancora da applicare, anche quando sono vive”.

LEGGI anche:

È nata così Naturalise, l'amaca che promette di vivere in eterno, o quasi.

Francesca Mancuso

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Bici elettriche: costruttori europei chiedono dazi sulle biciclette a pedalata assistita cinesi

Published in: Bici

A comunicarlo è l’associazione di categoria Ebma che in una nota annuncia di stare preparando una denuncia anti-sovvenzioni e accusa il mercato cinese di vendere biciclette a pedalata assistita a costi inferiori a quelli di produzione, grazie a sussidi governativi che spingono la produzione per invadere i mercati internazionali.

“Le importazioni di e-bikes dalla Cina sono aumentate rapidamente e ora sono esplose – spiegano dall’associazione. Le importazioni europee di biciclette elettriche erano infatti virtualmente zero nel 2010, ma sono incrementate negli anni in modo vertiginoso. Nel 2016 erano aumentate del 40% sull’anno precedente a quota 430mila unità. Un quantitativo raggiunto e superato nella prima metà del 2017, con una previsione di vendita per quest’anno di addirittura oltre 800mila esemplari”.

Nessuna buona nuova, quindi, per i produttori europei cui si deve, peraltro, l’invenzione della pedalata elettricamente assistita e, più di recente, della rivoluzionaria tecnologia del motore elettrico “centrale”. Tutto ciò di essere rischia di non avere più valore se si considera la mole di sussidi versati ai produttori dal governo cinese, che pesano dal 30 fino al 50% del prezzo del prodotto pronto per l’esportazione. È per questo che i produttori del Vecchio Continente hanno chiesto che i sussidi illegali del governo cinese vengano puniti anche retroattivamente.

“Oggi le e-bikes europee sono le migliori del mondo perché investiamo ogni anno un miliardo di euro per rinnovare e migliorare i modelli – afferma Moreno Fioravanti, segretario generale dell’associazione. Ma qui ci sono dei sussidi che generano un esubero di capacità produttiva da parte della Cina e che si traducono in un dumping ai nostri danni. E senza legittime misure di difesa commerciale, la produzione europea rischia di essere spazzata via entro pochi anni dall’industria cinese, che supera la domanda interna di 23 milioni di pezzi”.

Ora la Commissione Europea deve decidere entro fine ottobre se far partire un’indagine rispetto alla denuncia dei produttori europei, che, se accolta, potrà prendere anche 15 mesi di tempo, mentre le possibili misure antidumping potranno essere varate dalla Commissione nel giro di nove mesi.

Il mercato europeo delle e-bikes è in forte crescita. In tutta Europa se ne producono circa 1 milione l’anno e ne vendono 2 milioni, prevalentemente cinesi. In Paesi come Belgio e Olanda oltre la metà delle biciclette vendute è elettrica, mentre in Italia ne sono state acquistate 124mila esemplari, con un aumento del 120% sul 2015 (mentre è stazionario, con un -2,6%, il mercato delle bici tradizionali). 

Germana Carillo

Alla scoperta della Svizzera in auto elettrica: itinerario e tappe da non perdere

Published in: Svizzera

A bordo della Zoe, l’auto elettrica di casa Renault, siamo andati alla scoperta di questa parte di Svizzera meravigliosa, tra colline di un verde splendente dopo una fitta pioggia e usanze rurali che qui non faticano a rimanere intatte.

Da Appenzello alle gole della Viamala passando per il villaggio di Heidi. Ecco com’è stata la Svizzera ai nostri occhi (e a bordo di un’auto elettrica).

Cos’è il Grand Tour

44 attrazioni, di cui 11 patrimoni Unesco e 2 biosfere, 22 laghi e 5 passi alpini che superano i 2mila metri: il Grand Tour of Switzerland racchiude il meglio della Svizzera in un unico itinerario di 1.600 chilometri.

Il tour, quasi sempre circolare, combina città e villaggi, in un mix perfetto di cultura e natura. Tre sono i percorsi introduttivi che partono dalle località frontaliere di Basilea, Ginevra e Chiasso, costituendo un punto di accesso per conoscere alcune località come Mendrisio e il Monte San Giorgio, patrimonio Unesco per i giacimenti fossiliferi, Ginevra, con il suo lungolago e le sue boutique, Basilea, capitale culturale della Svizzera con i suoi 40 musei e i suoi edifici all’avanguardia.

Per identificare facilmente il percorso, è stata predisposta una segnaletica (segnavia turistica color marrone) su tutto il territorio nazionale. È stata realizzata un carta stradale del Grand Tour, in collaborazione con Hallwag Kümmerly+Frey.

Dal sito Svizzera.it sono scaricabili le mappe Geotrail e i dati GPX dell’intero itinerario e dei percorsi introduttivi per il proprio dispositivo mobile. Un video interattivo fornisce poi un’anteprima virtuale del Grand Tour da cui si possono visionare i punti di interesse lungo il percorso, conoscere le distanze e i tempi di percorrenza, gli hotel lungo il Grand Tour (selezionati in base alla disponibilità dei parcheggi), le offerte prenotabili e altre informazioni utili per pianificare tutto il viaggio.

Il nostro tour

Abbiamo incentrato il nostro itinerario sulla tratta orientale del Grand Tour: dopo aver visitato una delle aree più tradizionali e rurali della Svizzera, Appenzello, abbiamo proseguito verso la parte settentrionale dei Grigioni, la Bündner Herrschaft, dove l’autrice Johanna Spyri trasse ispirazione per la mitica Heidi. Dopo una tappa a Davos si costeggia il fiume Inn fino a St. Moritz per proseguire poi lungo il passo dello Julier verso Thusis e le gole della Viamala e facendo tappa finale a San Bernardino.

Abbiamo in pratica percorso il Grand Tour da Appenzello a San Bernardino in senso orario con visita di:

  • Appenzello
  • Maienfeld e villaggio di Heidi
  • Bad Ragaz
  • Davos
  • Thusis e gole della Viamala

Ma su questo percorso si possono anche visitare il Passo della Fluela e il Passo dello Julier, oltre a Zillis, Andeer e Spluegen.

Appenzello

Arrivati alla volta di Appenzello, è un bel fresco che ci aspetta: è solo metà settembre e qui l’aria è già bella frizzante. Felpa, giubbino e zaino in spalla e via, verso questo paese così inconsueto e magico: il villaggio di Appenzello e il Canton Appenzello Interno, il più piccolo cantone svizzero, si snodano in un paesaggio collinare davvero unico, dove sono ancora intatte usanze rurali come le “demonticazioni” (désalpe), cioè le discese delle mandrie dagli alpeggi tra musica, danze popolari e costumi d’epoca.

Nella cittadina di Appenzello, nella valle del fiume Sitter, le pitture delle case decorate e piene di colori fanno da contorno a una serena passeggiata nella Hauptgrasse e nei graziosi vicoletti (pieni di negozietti carini, ma ricordate che qui intorno alle 17 chiudono!). Qui, inoltre, sono da visitare il Museo d'Arte di Appenzello e la Galleria d’arte Ziegelhütte, dedicati alle opere dei pittori Liner padre e figlio e alla pittura contemporanea.

Da Appenzello, inoltre, si può partire alla volta di indimenticabili escursioni, tra cui itinerari come il “Barfussweg” a Gonten percorribile a piedi nudi, un sentiero alla scoperta della natura, oppure il tour delle cappelle. Altri comprensori per escursioni nei dintorni di Appenzello sono il Kronberg (a 1663 metri), che si può raggiungere con una Funivia da Jakobsbad, e l’Hohe Kasten (1795 metri), dalla cui cima si ammira tutta la Valle del Reno.

E noi proprio a Gonten ci fermiamo per la notte. L’Hotel Bären ci aspetta con la sua deliziosa cena con tanto di squisita zuppa di funghi! Qui ricarichiamo anche la nostra Zoe (l’albergo è dotato di stazioni di ricarica) e scopriamo una cosa eccezionale: il Bären imbottiglia ben cinque diversi tipi di whisky Made in Switzerland con l’etichetta “Säntis Malt Whisky, Edition Bären Gonten”.

Maienfeld e villaggio di Heidi

Ci si sveglia di buona lena perché oggi si va a vedere il villaggio di Heidi! A pochissima distanza dal principato del Liechtenstein, la cittadina di Maienfeld, nel Grigioni, incastrata tra il gruppo della Sardona e il massiccio dell’Alpestein, regala ricordi infantili. Perché? Questa è la patria di Johanna Spyri, la creatrice di Heidi: è proprio qui, infatti, che si ambientano le storie della mitica orfanella.

L’Heididorf, ossia il villaggio di Heidi, raggiungibile benissimo a piedi, è dove è nato il mondo della Spyri e della sua Heidi. Un recinto per capre e un micromuseo dedicato a Johanna Spyri, ma quel che forse attira di più è proprio la Heidihaus che, su modello di un museo etnografico, mostra la dispensa di una volta e le camere al primo piano, la cucina e tutti gli oggetti di uso quotidiano.

Informazioni: la Heididorf si può visitare da metà marzo a metà novembre, tutti i giorni dalle 10 alle 17, in luglio e in agosto dalle 9 alle 18.

L’ingresso alla Heidihaus costa 7,80 CHF, l’ingresso al museo Spyri 3,90 CHF, ma si può anche pagare un ingresso abbinato al costo di 9,90 CHF.

Bad Ragaz, terme e Davos

Una piacevole sosta per chi è in Svizzera per trovare relax è, sempre nella Valle sangallese del Reno, nella secolare stazione termale. Ancora oggi, infatti, Bad Ragaz è una stazione dedicata al benessere, con hotel di alto livello, i bagni termali e i campi da golf sterminati (e non dimenticate le escursioni nel vicino massiccio del Pizol e nella piana del Reno).

Un passaggio qui è anche l’occasione buona per visitare gli antichi bagni in stile barocco di Pfäfers, nella gola della Tamina, nel punto in cui sgorgano le preziose acque terapeutiche. Qui, nel cuore della montagna, l’acqua sgorga a una temperatura di circa 37°C. La guida ci spiega che già alla metà del XIII secolo molte persone si recavano in pellegrinaggio al convento di Pfäfers sperando di guarire grazie alle acque termali. Il medico e filosofo Paracelso, che fu il primo medico termale a Bad Pfäfers dal 1535, dimostrò le proprietà curative dell’acqua termale. Quello segnò l’inizio del turismo termale. Nel 1716, venne costruito proprio questo stabilimento termale, il primo della Svizzera in stile barocco, sotto il convento dei benedettini di Pfäfers.

Verso sera ci spostiamo a Davos, dove rimarremo per la notte e ricaricheremo le nostre Zoe all’Hotel Ameron. Qui i 1.560 metri di altitudine si fanno sentire tutti, con il leggero nevischio che accompagna la nostra colazione al mattino seguente. L’atmosfera internazionale della cittadina si riconosce subito: rinomato luogo per congressi, Davos è indicata per chi ama lo sci, lo snowboard e gli sport invernali in generale. Tra 1124 e 2844 metri, infatti, si sono 58 impianti di risalita, 300 chilometri di piste da sci, 75 chilometri di piste di sci nordico, due piste di pattinaggio, 8 piste per slittino e la pista naturale più grande d’Europa per i pattinatori e i patiti del curling. Un paradiso per gli amanti dell’inverno sulla neve!

Tuttavia, anche in estate Davos è meta ambita: il Lago di Davos con la sua spiaggia e il suo centro di surf e vela, dà anche la possibilità di praticare il parapendio e il deltaplano. Davos infine è il punto di partenza per le escursioni con i famosi treni Glacier e Bernina-Express.

LEGGI ancheLe linee ferroviarie più suggestive e scenografiche d’Europa

Thusis e gole della Viamala

Ultimo giorno alla volta di uno scorcio spettacolare. La regione Thusis/Heinzenberg dona alla vista delle cime pittoresche e le oscure profondità di gole infinite.

Rocce alte almeno fino a 300 metri formano la cosiddetta Viamala, che in romancio non significa altro che “pessima strada”. È qui che scorre il Reno posteriore, mentre la via dei somieri che comincia a Thusis (Tosanna) con il ponte sospeso, la discesa di 321 e l'antico ponte del 1739, dà agli escursionisti la possibilità di addentrarsi nel profondo della mistica gola. E i bambini dai 7 ai 12 anni con tanto di mappa possono esplorare la zona con tutte le sue storie e trovare anche un tesoro!

Nella gola è possibile anche effettuare canyonig: qui trovate tutte le informazioni.

Giro Grand Tour con la Zoe

Forse, nonostante la sua autonomia aumentata che la porta ad essere l'utilitaria elettrica che permette maggiori chilometri, per fare un tour così, la ZOE ancora non lascia tranquilli e il percorso va studiato per bene.

Prima di muovervi è necessario che verifichiate tutte le colonnine presenti sul percorso, la loro capacità di ricarica e i tipi di cavi di alimentazione che avete a disposizione e che spesso possono non essere compatibili con la colonnina individuata. In Svizzera, lungo tutto il percorso del Grand Tour, negli hotel o in postazioni pubbliche, sono state installate 300 stazioni di ricarica.

La stazione di ricarica dell'Hotel Bären

Dotata di una batteria da 41 kWh che le conferisce un’autonomia di 400 km NEDC (New European Driving Cycle, norma europea di misurazione delle emissioni e dei consumi), corrispondenti a 300 km di utilizzo reale urbano e periurbano, Renault ZOE ha un caricatore CaméléonTM, che consente una ricarica piuttosto veloce sulle infrastrutture a corrente alternata.

Come entrare in Svizzera

Direttamente in dogana, presso gli uffici postali, alle stazioni di servizio oppure alle agenzie ACI, dovrete acquistare la cosiddetta Vignetta, obbligatoria, valida 14 mesi e da incollare sul parabrezza della vostra auto. Il suo costo è, ad oggi, 40 CHF. Infine è possibile averla online a questo sito.

Germana Carillo

Coca Cola produce un miliardo di bottiglie di plastica in più ogni anno. L'accusa di Greenpeace

Published in: Rifiuti & Riciclaggio

Secondo gli ambientalisti, che da anni conducono una battaglia contro Coca Cola, le cifre in totale sarebbero da capogiro, ovvero 110 miliardi plastica monouso immesse nel mercato ogni anno; ma la multinazionale della bevanda più bevuta al mondo, non smentisce né conferma.

Dalla Coca-Cola ci sono, secondo il The Guardian che ha diffuso la notizia, solo dati sulla percentuale di questi imballaggi monouso: nel 2016 valevano il 59% del totale, in crescita rispetto al 58% dei dodici mesi precedenti.

La scontro è acceso, ma se si continua così, entro il 2021 il numero di bottiglie di plastica prodotte a livello mondiale raggiungerà i 500 miliardi e la maggior parte continuerà a finire nelle discariche o in generale, sulle spiagge e negli oceani, uccidendo pesci, tartarughe e in generale gli abitanti del mare. Appena il 7% viene riciclato, un paradosso.

Secondo una ricerca della Fondazione Ellen MacArthur, tra le 5 e le 13 milioni di tonnellate di plastica ogni anno vengono ingeriti da uccelli marini, pesci e altri organismi e entro il 2050 l'oceano conterrà più plastica che pesci.

.@CocaCola produce more than 110 billion bottles every year. Sign our petition to their CEO here: https://t.co/Nfc9LdISuQ #EndOceanPlastics

— Greenpeace UK Oceans (@GPUKoceans) 2 ottobre 2017

Una critica aspra viene dalla bocca di Louise Edge, attivista di Greenpeace:

“Coca Cola parla di sostenibilità, quando il ritmo in cui sta producendo bottiglie di plastica è letteralmente stupefacente. Abbiamo calcolato che l’azienda ha prodotto oltre 110 miliardi di bottiglie di plastica in un anno, 3.400 al secondo, rifiutando di assumersi responsabilità per il suo ruolo nella crisi dell’inquinamento che colpisce i nostri oceani. Vogliamo che Coca-Cola fornisca dati precisi su ciò che produce”, dice.

Foto: Daniel Müller / Greenpeace

Dal canto suo, Coca-Cola European Partners da tempo annuncia svolte green che tardano però ad arrivare. Ma ricordiamo che la multinazionale è presente in oltre 200 paesi del mondo, quindi la sua produzione di plastica, ha un impatto notevole sull’ambiente. Solo a luglio scorso, aveva annunciato di voler aumentare del 50% entro il 2020 la quantità di plastica riciclata.

Ma in generale, le bottiglie di plastica dovrebbero essere fatte di plastica riciclata al 100%, conosciuta come RPet. Per questo, la polemica degli attivisti non si ferma, ma Coca Cola si giustifica:

"Il nostro numero globale di utilizzo per bottiglie di PET per il 2016 è del 59%, un incremento dell'1% dal 58% nel 2015. Continuiamo a rivedere e adattare la nostra strategia di packaging come parte del nostro piano aziendale globale. Nel Regno Unito tutte le nostre bottiglie e lattine sono riciclabili al 100% e sono state dal 2012”.

Della Coca Cola avevamo parlato qui:

Per questo accanto all'impegno della Coca Cola serve anche quello dei governi mondiali per recepire direttive che vadano o verso il riciclo o verso il vuoto a rendere.

Dominella Trunfio

Foto: Will Rose / Will Rose / Greenpeace

Panini all'olio con farro e curcuma: la ricetta con esubero di pasta madre

Published in: Lievito madre

I panini all'olio sono una ricetta semplice e veloce per smaltire l'esubero di pasta madre; soffici e dal sapore irresistibile possono essere serviti in tavola per accompagnare le seconde portate, ma sono perfetti anche per essere inseriti in un buffet freddo. Da farcire a piacere, questi panini all'olio variegati alla curcuma sono soffici e colorati, perfetti anche per servire hamburger vegetali.

Ingredienti
  • 80 gr di esubero di pasta madre
  • 120 gr di acqua
  • 220 gr di farina di farro
  • 15 gr di olio evo
  • 6 gr di sale
  • 1/4 di cucchiaino di curcuma in pollvere
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  • Tempo Preparazione:
    15 minuti
  • Tempo Cottura:
    40 minuti
  • Tempo Riposo:
    5 ore circa di lievitazione
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare i panini all'olio con farro e curcuma: procedimento 
  • Sciogliere la pasta madre nell'acqua,
  • aggiungere la farina di farro ed iniziare ad impastare,
  • incorporare a seguire l'olio e poi il sale,
  • ed in fine aggiungere la curcuma,
  • lavorare il composto per qualche minuto fin quando non presenterà delle striature colorate derivate dall'aggiunta della curcuma.
  • Coprire con della pellicola alimentare a contatto in modo da non far seccare l'impasto in supeficie e lasciar lievitare fino al raddoppio lontano da correnti d'aria,
  • a lievitazione avvenuta foderare la leccarda del forno con la carta forno,
  • tagliare dei pezzi d'impasto di egual misura e formare delle palline,
  • metterle nella teglia, infornare
  • e cuocere in forno caldo a 180° per quaranta minuti o comunque fino a doratura,
  • a cottura ultimata sfornare e far raffreddare i panini di farro su una gratella.

 

Un consiglio in più:

Se la tempertaura atmosferica non fosse alta sarà utile mettere a lievitare l'impasto nel forno spento, con lo sportello chiuso e la luce accesa, il solo calore emesso dalla lampadina in funzione basterà ad aiutare la lievitazione.

Come conservare i panini di farro:

I panini di farro manterranno la loro fragranza per un paio di giorni se riposti in sacchetti di carta alimentare, ma potranno anche essere congelati in appositi sacchetti ed essere poi scongelati all'occorrenza.

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Ilaria Zizza

Il suggestivo blue hole scoperto nel cuore della Grande Barriera Corallina (VIDEO)

Published in: Oceania

Grazie al potere di Google Maps, Gaskell ha individuato questa meraviglia naturale nascosta nelle acque australiane. Sfruttando le immaginazioni satellitari di un tratto della barriera corallina al largo del Queensland, il biologo ha notato una strana macchia blu, profonda e scura.

“Dopo aver scoperto questo blue hole su Google Maps abbiamo deciso di dirigerci in lontananza, oltre i nostri normali viaggi verso la Barriera per vedere cosa fosse”, ha scritto su Instagram.

Così gli scienziati si sono calati nelle profondità del blue hole: “Quello che abbiamo all'interno è stato incredibile. Difficile credere che 5 mesi fa sia stato investito da un ciclone di categoria 4”.

A una profondità di 15-18 metri, Gaskell ha scoperto colonie incontaminate di coralli giganti e coralli di Staghorn estremamente lunghi. Tutto sembra completamente inalterato nonostante il passaggio del ciclone Debbie, che ha colpito l'area alla fine di marzo.

La posizione di questo profondo "buco blu" all'interno della laguna ha certamente protetto i coralli. I biologi sono stati i primi ad immergersi al suo interno visto che era così lontano e nascosto in una delle lagune più grandi della barriera corallina da non essere visibile facilmente.

I blue hole sono delle fosse sottomarine nate dall'erosione delle rocce. Sono così chiamati per la loro colorazione scura dovuta alla profondità rispetto ai fondali circostanti. Più è scuro il blu, maggiore è la profondità del buco. Di solito si trovano presenti nelle zone costiere basse che migliaia di anni fa erano al di sopra del livello del mare.

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Non è il caso del nuovo blue hole scoperto in Australia, situato al largo. Tra i più famosi e suggestivi troviamo quello del Belize e il Dragon Hole di recente scoperto nel Mar Cinese Meridionale, che ha una profondità record di 300 metri.

Francesca Mancuso

Menhir: storia, significato e leggende

Published in: Europa

Isolati, raggruppati in file o in circoli, i Menhir avevano varie dimensioni e potevano raggiungere anche più di venti metri di altezza, come il Grand Menhir rotto di Locmariaquer (nel Morbihan, in Bretagna).

Sono distribuiti in Europa, Africa e in Asia, ma sono più numerosi – come in genere tutti i tipi di megaliti – nell’Europa Occidentale, in particolare in Bretagna e nelle isole britanniche.

Cosa sono i Menhir, significato e funzioni Mitchell's Fold, Inghilterra

Dal basso bretone men “pietra” e hir “lungo”, il Menhir era un tipo di monumento megalitico composto da una pietra allungata, in alcuni casi di forma conica, in altri a forma cilindrica, per lo più lasciata grezza, infissa nel terreno come un obelisco.

I Menhir furono detto anche "peulmen" (peul "palo", men "pietra"), anche se la sua denominazione più semplice e più propria è "pietra-fitta" (in franc. pierre levée).

Le dimensioni di questi megaliti – che si possono trovare sia in gruppo che singolarmente – non sono sempre uguali, anzi possono essere di pochissimi metri di elevazione oppure di altezze notevoli di 7/8 metri. Uno solo è, secondo le attuali conoscenze, il più grande di tutti ed il monolito granitico di Locmariaquer (Morbihan), alto 20,50 metri circa, chiamato “Men-er-Hroech” (= pietra della fata), forse colpito da un fulmine e atterrato.

Quanto alla loro funzione, ancora non esiste una spiegazione certa e del tutto plausibile. Quel che è certo è che i Mehnir avranno acquisito diverse funzioni nel corso dei secoli.

Si pensa che per i Menhir isolati, che nella maggior parte dei casi sono direttamente associati ai dolmen, fungessero da “segnalazioni” di tombe di straordinaria importanza.

In molti tuttavia non escludono che poi anche gli stessi Menhir abbiano assunto, al pari dei Dolmen, il significato di veri e propri simulacri dedicati ai morti o alle divinità, tanto più che molti riportano ancora tracce di sculture antropomorfe: gli “alignements”, per esempio, ovvero i cosiddetti “allineamenti” (celebri quelli di Carnac), potrebbero essere stati luoghi di raduno o delle vie sacre.
Altre correnti vorrebbero che le facce larghe dei parallelepipedi, orientate da Est a Ovest, possano essere state utilizzate per scandire il tempo e segnare solstizi ed equinozi. Così come si suppone anche che i Menhir abbiano svolto il ruolo di osservatori astronomici.

L’area della loro diffusione, dunque, coincide in generale con quella degli altri megaliti: ce ne sono tantissimi in Francia, nelle Isole Britanniche, nell’Africa Settentrionale, ma anche in Italia.

Dove si trovano i Menhir

Menhir a Carnac, Bretagna

La regione più ricca di Menhir è senza dubbio la Francia: si ritiene che la costruzione dei Menhir sia avvenuta in Bretagna tra il 4500 e 2000 a.C. e che vennero utilizzati dalle popolazioni successive specialmente per riti religiosi.
Gli allineamenti di Carnac, per esempio, nel Morbihan in Bretagna, coprono un’area di 4 chilometri, tra il sito di Kerlescan a est e Le Ménec a ovest.
Altri Menhir qui famosi sono il Grande menhir spezzato di Locmariaquer (Morbihan), il menhir di Champ-Dolent nei pressi di Dol-de-Bretagne (Ille-et-Vilaine) e il menhir di Saint-Uzec (Côtes-d'Armor).

Oltre alla Gran Bretagna e alla Germania, anche l’Italia possiede parecchi Menhir. Le regioni più ricche sono la Puglia e la Sardegna.

In Sardegna si chiamano anche “perdas fittas” o “pedras fittas”, cioè “pietre conficcate”. In tutta l’isola se ne contano almeno 740 e possono essere completamente lisci, a simbologia fallica, oppure avere scolpito delle mammelle, segni della Dea Madre. Su alcuni di essi si ritrovano invece delle “coppelle”, come il menhir di Genna Prunas di Guspini, mentre l’originale stele di Boeli, meglio conosciuta come Sa Perda Pinta di Mamoiada, ha delle spirali concentriche su quasi tutte le facce.

In Puglia, i Menhir sono soprattutto nel Salento: in provincia di Lecce, ogni centro possiede almeno un Menhir. A Giurdignano, se ne contano più di 15 esemplari, mentre a Martano, è presente uno dei più alti Menhir d'Italia, il “Menhir de Santu Totaru”, che raggiunge i 4,70 metri d'altezza.

Menhir Montevergine, Palmariggi, Puglia

Menhir se ne trovano infine anche in Liguria, Piemonte, Lombardia e Toscana.

Menhir le leggende Eckelsheim Rhine-Hesse, Germania   Mistero e dubbi invadono da sempre il mondo dei Menhir: se non è chiaro quale popolo li avesse eretti e, soprattutto, per quali scopi, è comunque possibile che i luoghi in cui i Menhir erano stati costruiti fossero considerati punti adatti a stabilire un contatto con il mondo ultraterreno e con gli Dei. 

Simbolicamente i Menhir formano una linea retta che unisce i tre mondi, il mondo celeste e divino, il mondo umano e il mondo infero al di sotto, quello dei morti.

Infine, molte correnti tendono a pensare che la forma a obelisco dei Menhir li renda simili ad ntenne che venivano piantate dove vi era una concentrazione di nodi di Hartmann (di cui abbiamo parlato anche a proposito dei Dolmen), in corrispondenza di corsi d'acqua sotterranei. Una loro funzione era allora forse quella di ricevere le informazioni che il cosmo inviava per distribuirle sulla terra e di raccogliere tutte le energie della terra per inviarle al cielo.

Germana Carillo

Allattamento al seno: il latte di mamma è potente come un farmaco

Published in: Speciale bambini

Ad affermare ciò sono gli esperti della Società italiana di neonatologia che si sono pronunciati sull’argomento in occasione della Settimana mondiale dell’allattamento al seno (SAM) in programma fino al 7 ottobre.

Il tema della SAM 2017 è "Sustaining Breastfeeding Together". Quest'anno ci si concentra dunque sull’importanza di lavorare insieme per il bene comune. Ognuno deve riconoscere il proprio ruolo che può essere piccolo o grande ma che comunque può fare differenza nella promozione e nel sostegno dell'allattamento al seno a livello mondiale.

Nonostante sia ormai risaputo che il latte materno è il miglior nutrimento per ogni bambino, l'allattamento al seno viene ancora troppo poco favorito e incentivato. Molte mamme infatti, per diversi motivi, allattano troppo poco o per nulla i loro figli e non sono affatto sostenute in un percorso che in alcuni casi può essere anche ad ostacoli.

Questo è vero soprattutto per i bambini nati prematuri che vengono separati dalla madre troppo presto e tenuti in Terapia Intensiva Neonatale (TIN). In questi casi i piccoli spesso non sono in grado di succhiare il seno per una fisiologica immaturità ma in realtà sarebbero proprio loro ad avere ancora più necessità di godere dei benefici del latte di mamma. Diversi studi hanno evidenziato infatti i vantaggi di questo alimento per i neonati prematuri che se alimentati con latte materno vedono migliorare il proprio sviluppo cognitivo e abbassarsi il rischio di soffrire di gravi patologie come sepsi, meningite ed enterocolite necrotizzante.

Cosa fare dunque in questi casi? La risposta l’ha data Mauro Stronati, presidente della Società italiana di neonatologia:

"Per una maggior diffusione dell'allattamento materno anche nel nato pretermine il primo passo è consentire ai genitori un libero accesso ai reparti di terapia intensiva neonatale, permettendo loro di conoscere da subito il proprio bambino, di avere contatti prolungati con lui e di familiarizzare col personale. La montata lattea, condizionata negativamente dallo stress della nascita, può presentarsi a qualunque età gestazionale. Le quantità di colostro prodotte, seppur minime, sono il più delle volte sufficienti per iniziare una precocissima alimentazione, fondamentale nei neonati critici".

Altro punto fondamentale è poi il poter attingere alle banche del latte materno. In alcuni casi, infatti, il latte materno non è subito disponibile, ecco allora che si può usufruire di scorte gentilmente donate da altre mamme proprio per i casi di emergenza.

Tutti gli ospedali e le cliniche dove nascono i bambini dovrebbero far presente alle neomamme che il latte materno è il migliore alimento per i più piccoli e accompagnarle e sostenerle per far sì che questo percorso di nutrimento, amore e coccole duri almeno 6 mesi (ma meglio di più!), come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Eventi della SAM 2017

Tanti gli enti locali e le organizzazioni che in tutta Italia propongono eventi in occasione della SAM 2017. Si spazia da conferenze a punti informativi da petizioni a flash mob e tanto altro, ovviamente il tutto è finalizzato alla promozione e diffusione dell’allattamento al seno.

Potete cercare l’evento più vicino a voi qui

Francesca Biagioli

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Ami gli animali? E' una questione di genetica, parola della scienza

Published in: Cani, Gatti & co.

Ammettiamolo, quante volte abbiamo guardato come un alieno, un nostro amico che ci ha detto di non adorare il nostro cane o gatto? Dire che gli animali non piacciono è spesso visto come un tabù, ma è necessario ammettere che non tutti li amano.

Anzi c’è chi proprio ha paura, non li terrebbe mai in casa e quando se ne trova uno davanti ha delle reazioni che agli occhi degli amanti degli animali, possono apparire esagerate. “Puoi prendere il gatto”, “Per favore lo sposti nell’altra stanza”, “Ah, ma c’è un cane in casa?”.

Situazioni simili sono descritte in ‘The Animals Among Us’, il libro di John Bradshaw secondo cui oltre a un fattore genetico, è anche una questione di tradizioni familiari. Chi è cresciuto accanto agli animali, che siano cani, gatti o altri, da grande tenderà a voler mantenere quel rapporto speciale, al contrario chi sin dall’infanzia è stato educato all’indifferenza, difficilmente ne terrà con sé uno.

Ovviamente si parla in generale e non per valori assoluti. I benefici portati dai nostri amici a quattro zampe sono tantissimi: spesso una piacevole compagnia per le persone sole, aiutano a combattere la solitudine e alleviare depressione e demenza senile.

Ma anche per i bambini sono un toccasana dal punto di vista della socializzazione, ma anche della salute, perché da tempo la scienza conferma che i bimbi che crescono in compagnia degli animali domestici hanno un rischio inferiore di sviluppare infezioni, asma e allergie. Gli amici a quattro zampe dal loro canto, donano ai bambini amore incondizionato, affetto, coccole, giochi e compagnia.

Eppure ci sono ancora tante persone diffidenti che sostengono che avere un animale in casa porti malattie e infezioni. L’impulso di farli vivere con noi, non è universale ma ha quindi una base genetica.

Secondo lo studio che è stato condotto su un campione di mille volontari di età compresa tra 51 e i 60 anni, il riversare affetto sugli animali va di pari passo con le preoccupazioni che si accumulano tutti i giorni. Quante volte abbiamo coccolato il nostro gatto provando sollievo e tranquillità?

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E allora la giusta misura sta nel mezzo. Secondo gli esperti non va bene neanche sviluppare un attaccamento morboso, cani e gatti non devono essere antropoformizzati per non far sì che le proprie frustrazioni siano apparentemente compensate dalla fedeltà dei nostri amici a quattro zampe.

Dominella Trunfio

Sorasart, il giovane thailandese che abbraccia i cani randagi donandogli affetto

Published in: Animali

La storia di Sorasart Wisetsin ha fatto il giro del mondo sul web grazie un video postato sulla pagina Facebook creata per raccontare la storia di Gluta, uno dei due cani adottati da Sorasart. Ma l’uomo non si è fermato all’adozione di Gluta e Gollum perché il suo amore per i cani è andato oltre.

Privati spesso dei bisogni primari come l’acqua e il cibo, i randagi non hanno nemmeno la possibilità di provare, anche solo per un momento, l’affetto nella loro vita.

Difficilmente ci si avvicina a loro, soprattutto per paura e perché la maggior parte delle volte, vivono in branco. Sorasart Wisetsin, invece, ha abbattuto, ogni confine e durante il giorno va in strada ad abbracciarli.

“Tutti i cuccioli normalmente ricevono abbracci e amore, ma quelli che vivono in strada sono da soli”, racconta Wisetsin nel video.

Inizialmente i cani che avvicina sono diffidenti, ma piano piano il ragazzo riesce a superare le barriere e ad abbracciarli e coccolarli. Una missione, la sua, che ha anche incoraggiato le azioni di I Am Green Heart, un’organizzazione del posto che si occupa, appunto, dei cani randagi.

Ma attenzione, non è qualcosa che possono fare tutti, perché per quanto ognuno di noi voglia il benessere degli animali, non è sempre una buona idea avvicinarli.

“Sconsiglio caldamente a chiunque di improvvisare un’azione simile con un cane randagio. Perché ci vuole esperienza per farlo senza correre pericoli”.

Altre buone pratiche per i nostri amici randagi:

Prima di andare in strada ad abbracciare i cani, Wisetsin ha trascorso mesi a studiare il linguaggio del corpo dei cani randagi per capire come ottenere la loro fiducia senza correre alcun pericolo.

In questo modo, gli animali vanno da lui e ricevono il primo abbraccio della loro vita.

Dominella Trunfio

Fonte: Youtube

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