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Val di Funes: la valle in Alto Adige autogestita dai cittadini e 100% rinnovabile

Published in: Trentino Alto Adige

Villnösstal, val di Funes in tedesco, lontana dal turismo di massa delle vicine val Gardena o Alta Badia, ma poco distante da un’altra perla – Valgiovo – ha preservato il gusto antico delle sue tradizioni, riscoprendone altre che erano andate nel dimenticatoio e piazzandosi allo stesso tempo all’avanguardia nell’uso delle fonti rinnovabili e di una mobilità sostenibile.

Acqua e legno, sole, pecore e un cuore grosso così che fa degli Altoatesini della val di Funes e delle valli vicine, come quelle in cui sorge il comune di Racines, un popolo davvero unico. La vita in e per la comunità è la loro formula segreta, quella coscienza di appartenenza netta, di condivisione e di aiuto reciproco che fa dei valori ecosostenibili i capisaldi principali.

Qui tutto basta a se stesso, in una strategia di autogestione che continua a fare dell’Alto Adige la regione più green d’Italia.

Funes e le centrali idroelettriche

Funes e tutta la sua splendida valle con poche centinaia di abitanti per ognuna delle frazioni in cui è suddivisa si è messa in testa sin dagli anni ’60 di reinventarsi e non rimanere più una località isolata.

Ad oggi, tutta l’energia elettrica qui necessaria viene prodotta in loco da tre centrali idroelettriche e un impianto fotovoltaico. Nel contempo, due impianti di teleriscaldamento a biomassa riscaldano gli edifici, mentre si è proceduto anche all’elettrificazione delle malghe e al cablaggio in fibra ottica.

Una vera e propria rivoluzione, che ha fatto di questa valle un fiore all’occhiello nella ricerca di territori completamente sostenibili, dove il ruolo dei cittadini e le loro esigenze rimangono di vitale importanza.

È così, infatti, che con gli anni è cresciuta e ha preso forma una cooperativa energetica, i cui soci – attualmente circa 600 – sono gli stessi cittadini, che in questo modo vedono sulle loro bollette uno sconto sulle tariffe elettriche pari al 50-60% (in media il prezzo dell’energia per i soci oscilla tra gli 8 e gli 11 centesimi di euro per kWh).

La prima centrale idroelettrica moderna fu quella della frazione di Santa Maddalena nel 1966, rinnovata nel 2010 con una potenza di 225 kWp. Ad essa si sono pian piano aggiunte quella di San Pietro, con potenza di 482 kWp, e poi quella di Meles, inaugurata nel 2004 con un potenza di 2,7 MW, che ha firmato il ritorno in attivo del bilancio della cooperativa e reso la valle capace di produrre più energia elettrica 100% rinnovabile di quanta non ne consumi.

Il resto è praticamente messo in vendita alla rete nazionale e i ricavi sono reinvestiti sullo stesso territorio, traducendoli in sconti in bolletta o realizzando nuovi impianti. Ne sono un esempio le due centrali di teleriscaldamento a biomasse legnose, San Pietro e Santa Maddalena, che producono calore.

La comunità locale, dunque, ha scelto di puntare tutto sull’approvvigionamento energetico autonomo nel rispetto dell’ambiente, così come sulla mobilità dolce. E siamo certi che l’ambiente della valle rimarrà intatto anche per le generazioni future.

Mobilità dolce, le vacanze ecosostenibili tra le Alpine Pearls

Sia Val di Funes che Valgiovo, la valle che collega Vipiteno alla Val Passiria appartenente al comune di Racines, rientrano tra le Alpine Pearls, la cooperazione che propone vacanze eco in tutti i posti più belli delle Alpi.

Trasporti, seggiovie e impianti di risalita, sentieri, noleggio bici e e-bike, musei ed escursioni: è la Mobilcard Alto Adige che consente, con un unico biglietto, di spostarsi in maniera comoda ed ecocompatibile in tutto l’Alto Adige, dimenticandosi completamente dell’auto.

Insomma, muoversi qui, tra le valli e sulle cime, mette in pace col mondo, nel silenzio di questo verde meraviglioso, lontano anni luce dal caos cittadino e dove si conoscono persone come Oskar e Hannes e il loro impegno per il bene di tutti e per offrire un turismo sostenibile.

Oskar Messner e Hannes Rainer, quando la tradizione incontra il futuro

Utilizzo di prodotti locali, biologici e stagionali. Fanno brillare gli occhi il vigore, l’energia, la passione che ci mettono due giovani di queste parti, che hanno deciso di prendere in mano le redini di una tradizione mista alla visione di un futuro sostenibile.

Le pecore con gli occhiali

Passeggi e li vedi, quei pascoli ad alta quota che sgambettano beati. In val di Funes sono ormai nate a nuova vita le Villnösser Brillenschaf, ossia quelle simpatiche pecorelle con le macchie nere attorno agli occhi che sembrano occhiali. Adesso, nella stagione estiva, si trovano in alpeggio, poi scendono a valle e brucano l’erba dei prati fino all’arrivo della stagione invernale.

Nei primi anni 2000, Oskar Messner, chef in val di Funes dalla forte passione per i prodotti locali e tradizionali, ha deciso di recuperare le Brillenschaf a un passo dall’estinzione e, fondando un’associazione, ha contribuito fortemente al recupero di questa razza autoctona (oggi presidio Slow Food) lavorando a stretto contatto con i contadini della zona, quintuplicati in pochi anni. 

La lana della pecora con gli occhiali è una delle più rinomate delle razze ovine alpine, lavorata dalle donne della valle, specializzate nella produzione di pantofole e berretti. Si è stati così in grado di recuperare anche le tradizionali tecniche di lavorazione dell’uncinetto e dell’infeltrimento della lana cardata e, perché no, unendole anche alle proprietà di altri prodotti. È il caso, per esempio, dei trucioli di cirmolo che, combinati con la lana, hanno la proprietà di abbassare il battito cardiaco e regalare sonni sereni.

Qui tutta la storia di Oskar Messner. 

Hannes Rainer a Racines

Più avanti poco più in là, in Valgiovo, sorge Racines, anch’essa rientrante nella cooperativa alpina Alpine Pearls. Il Passo del Giovo divide le Alpi Breonie con Cima dell’Accia, Monte Altacroce e Cima Libera dalle Alpi Sarentine a sud.

Una vallata dai colori incredibili, campanili, saliscendi tra allevamenti, coltivazioni e fattorie didattiche, il sogno per chi vuole trascorrere una vacanza in famiglia. Qui si lavora nel rispetto assoluto dell’ambiente, tanto che Hannes Rainer è stato in grado di realizzare da sé nel suo albergo dei moderni impianti di produzione di energia termo-elettrica e di recupero dell’energia di raffreddamento.

Un impianto a biomassa, una centrale termoelettrica a blocco e un sistema di recupero energia di raffreddamento:  Hannes, figlio delle Alpi, è l’esempio classico di come i giovani possano far crescere e far brillare di luce propria il territorio nel quale sono nati e proteggerlo nell’ottica del recupero dei legami comunitari.

Nel garage del suo albergo è a disposizione una stazione di ricarica per auto elettriche o ibride plug-in, le stanze odorano dell’inconfondibile profumo di pino cembro e la piscina non ha cloro ma si pulisce tramite “elettrolisi salina”, che garantisce la disinfezione dell’acqua tramite il sale e impedisce la formazione di alghe.

L’Alto Adige non si smentisce, la sua gente sa come mantenerla viva e verde, rispettosa di ogni essere che calpesti la sua terra!

A presto #Southtyrol #AltoAdige #Suedtirol! @visitsouthtyrol

Un post condiviso da •Germana• (@germana_carillo77) in data: Lug 23, 2018 at 1:18 PDT

Foto e testi Germana Carillo

La Grecia colpita da 50 incendi: quasi 100 vittime e numerosi dispersi

Published in: Ambiente

A fuoco anche 1500 abitazioni anche se si tratta di numeri provvisori visto che le fiamme ancora non sono state del tutto domate. A Mati, rinomata località turistica a circa 40 chilometri da Atene, molte delle vittime sono rimaste intrappolate nelle loro case e in auto.

Vigili del fuoco, squadre di emergenza della Guardia Costiera, barche di pescatori e di turisti stanno aiutando nelle operazioni di salvataggio di oltre 700 persone che avevano trovato riparo sulle spiagge rimanendo poi intrappolate a causa dalle fiamme.

Il governo greco ha chiesto l'aiuto degli altri Paesi dell'Unione Europea, dichiarando lo stato d'emergenza nell'area metropolitana di Atene e tre giorni di lutto nazionale. Non è escluso che gli incendi possano essere di origine dolosa.

Riferendo che almeno 15 incendi boschivi stanno simultaneamente infuriando su tre fronti della penisola attica, Dimitris Tzanakopoulos, portavoce del governo, ha raccontato che il paese ha affrontato una "notte molto difficile", anche per colpa dei forti venti occidentali intensi.

"Più di 300 vigili del fuoco, 7 aerei e 10 elicotteri sono in azione per affrontare la situazione estremamente difficile".

I soccorritori stanno assistendo a scene davvero terribili, con persone morte carbonizzate e abbracciate, impossibilitate a fuggire per colpa del fuoco. Per l'Ansa, le immagini di Mati "ricordano lo scenario macabro di Pompei". L'Italia ha messo a disposizione due canadair.

Profondamente scossi per la morte di tante persone a causa degli incendi in #Grecia. L’Italia si stringe attorno alla popolazione greca e si è già attivata mettendo a disposizione due canadair.

— GiuseppeConte (@GiuseppeConteIT) 24 luglio 2018

"Diversi incendi sono divampati nella Regione dell’Attica orientale ed occidentale (in particolare nei pressi di Corinto e di Nea Makri/Rafina) estendendosi rapidamente a causa dei forti venti. Alcune aree sono state evacuate. La circolazione sulla strada nazionale Atene-Corinto-Patrasso è stata ripristinata. Si consiglia particolare cautela nelle zone interessate, di mantenersi informati sui media sugli sviluppi della situazione e di seguire le indicazioni delle Autorità locali (consultando anche il sito www.civilprotection.gr/en/forest-fires). È attivo il numero delle emergenze della Cancelleria Consolare dell’Ambasciata d’Italia (+30 693/2204060)" fa sapere la Farnesina.

Sono a Parigi all'@UNESCO dove ho saputo dei terribili incendi in #Grecia che hanno provocato numerose vittime. Abbiamo espresso tutta la nostra solidarietà e saremo anche concretamente vicini al popolo e al governo greco. #Greecefires #atene

— Sergio Costa (@SergioCosta_min) 24 luglio 2018 I video

Le foto via Twitter

Aerial footage of wildfires near Athens, as death toll reaches 50 pic.twitter.com/fBcbNArpNw

— Ruptly (@Ruptly) 24 luglio 2018

At least twenty dead as wildfires rage near Athens pic.twitter.com/eeG4WgLc2u

— Ruptly (@Ruptly) 24 luglio 2018

#Atene ‼️ salgono a 54 le vittime e salgano le urla di aiuto. #Europa per ora: non pervenuta pic.twitter.com/oLKm1i1Fvh

— silvia gilardi (@gilardisil) 24 luglio 2018

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Francesca Mancuso

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In un passato molto lontano la Luna potrebbe aver ospitato la vita

Published in: Universo

La ricerca, basata sui risultati delle recenti missioni spaziali, mostra che poco dopo la nascita della Luna (circa 4 miliardi di anni fa) e nel corso di un picco di attività vulcanica verificatosi circa 3,5 miliardi di anni fa, il corpo celeste emetteva dal suo interno grandi quantità di gas volatili surriscaldati, compreso il vapore acqueo.

E acqua può significare vita. Soprattutto perché questi vapori potrebbero aver formato pozze d’acqua liquida sulla superficie lunare, dotata di un’atmosfera abbastanza densa da mantenerla lì anche milioni di anni.

“Se l’acqua liquida e un’atmosfera sufficientemente densa erano presenti sulla Luna del passato per lunghi periodi di tempo, riteniamo che la superficie lunare possa essere stata abitabile, almeno per un periodo” ha dichiarato Dirk Schulze-Makuch, coautore del lavoro.

Un campo magnetico protettivo

I ricercatori hanno rianalizzato i campioni di roccia e di suolo lunari prelevati nel corso di precedenti missioni spaziali e hanno dimostrato che la Luna non è secca come si è sempre ritenuto. E in realtà già nel 2009-2010, un team internazionale di scienziati aveva scoperto centinaia di milioni di tonnellate di ghiaccio d’acqua sulla luna e uno studio più recente l’aveva confermato.

Il dato in più ora è la possibilità che quest’acqua sia rimasta per un tempo sufficiente a far crescere delle vere e proprie forme di vita: i ricercatori sostengono infatti che la luna primitiva poteva essere “avvolta” da un campo magnetico in grado di proteggere dai mortali venti solari le eventuali forme di vita presenti sulla superficie.

Vita sulla Luna grazie a un meteorite

Secondo gli scienziati, la vita sulla Luna potrebbe essersi formata grazie a un meteorite. Infatti le prime prove della vita sulla Terra provengono da cianobatteri fossilizzati che hanno 3,5-3,8 miliardi di anni e in questo periodo, il sistema solare era dominato da frequenti e giganteschi impatti dei meteoriti, che magari hanno svolto il ruolo di “tramite”.

Quest’ultima ipotesi è quella meno sicura. Lo stesso Schulze-Makuch riconosce che determinare se la vita sia nata veramente sulla Luna o se sia arrivata “da fuori” è un risultato che si può cercare solo con un dedicato programma di esplorazione lunare.

Per il futuro

Gli studiosi suggeriscono per eventuali future missioni spaziali di ottenere campioni dai depositi del periodo di intensa attività vulcanica per vedere se contengono acqua o altri possibili indicatori di vita.

Inoltre, gli esperimenti potrebbero essere condotti in ambienti lunari simulati sulla Terra e sulla Stazione Spaziale Internazionale per vedere se i microrganismi possono sopravvivere nelle condizioni ambientali previste per la prima Luna.

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista online Astrobiology.

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Roberta De Carolis

Foto: NASA/JPL/USGS via Washinton State University

Crolla diga in costruzione in Laos: morti, centinaia di dispersi e sfollati

Published in: Ambiente

La diga di Xenamnoy nella provincia di Attapeu, a 550 chilometri a sud della capitale Vientiane, è stata costruita per contenere 1 miliardo di tonnellate di acqua con la sua larghezza di 1,6 chilometri. Ma un cedimento nelle pareti, probabilmente a causa delle forti piogge monsoniche, ha provocato il disastro.

Nella valle sottostante sono finiti miliardi di metri cubi di acqua, inondando sei villaggi, distruggendo case e lasciando dietro solo morte, fango e macerie. Secondo l'agenzia di stampa ufficiale Lao KPL, oltre 6.600 persone sono rimaste senza casa.

Per sfuggire alle acque, alcuni residenti hanno cercato riparo sui tetti delle abitazioni. Nonostante l'intervento anche di numerosi volontari, numerosi abitanti dei villaggi sono rimasti bloccati su terreni più alti e sui tetti.

Solo il giorno prima la società Xepian Xenamnoy aveva avvertito di un eventuale pericolo per la diga, a causa degli straripamenti delle recenti piogge e aveva annunciato il rilascio di una parte dell'acqua.

Purtroppo le vittime sono tante e il loro numero è ancora molto incerto visto che ci sono tanti dispersi, tutti residenti nei villaggi a valle.

   

Costruita da una joint venture guidata da due società della Corea del Sud (SK Engineering and Construction e Korea Western Power), con partner tailandesi e laotiani, la diga era ancora in costruzione e l'inizio del suo funzionamento era previsto per i primi mesi del 2019, un anno dopo rispetto a quanto inizialmente previsto.

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La diga era stata costruita per deviare i fiumi Houay Makchanh, Xe-Namnoy e Xe-Pian in serbatoi che alimentavano una centrale da 410 megawatt progettata per generare 1879 gigawatt di energia all'anno, di cui il 90% esportata in Tailandia e il restante 10% usato in Laos. 

Circa 30 villaggi sono stati interessati dal progetto e 10.000 persone vivono nell'area colpita, la maggior parte appartenenti a minoranze etniche.

Le autorità provinciali hanno lanciato una richiesta di aiuti di emergenza, abbigliamento, cibo, acqua potabile, medicine.

Un altro disastro, ancora morti.

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Francesca Mancuso

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Camminare: perché faccia davvero bene bisogna fare 100 passi al minuto

Published in: Salute & Benessere

Circa 100 passi al minuto, una camminata vigorosa richiede circa 130 passi al minuto, mentre il jogging parte da circa 140: è questo il preciso schema che hanno messo a punto alcuni studiosi su un recente numero del British Journal of Sports Medicine interamente dedicato un numero intero alla camminata.

Se è vero, quindi, che camminare a passo spedito fa bene e fa anche dimagrire, ecco finalmente svelato lo sforzo esatto da compiere che ci serve per trarre tutti i benefici.

Nello studio intitolato letteralmente “Quale velocità è veloce abbastanza?”, i ricercatori hanno preso in considerazione le ricerche più rilevanti condotte su centinaia di uomini e donne di età superiore ai 18 anni e con indici di massa corporea differenti. Secondo gli esperti, se si vogliono avere risultati evidenti attraverso una passeggiata vigorosa si deve avere una cadenza pari almeno a 130 passi al minuto: poco più di 2 passi al secondo.

“Questo è un numero che è molto facile per ognuno di noi misurare da solo - dicono gli esperti. Non hai bisogno di attrezzature o competenze speciali”.

In pratica, questo significa contare i passi fatti in 10 secondi e moltiplicare il numero per sei: il risultato deve essere superiore a 100. Per l’attività vigorosa, gli studi suggeriscono una cadenza di 130 passi al minuto. 

Ancora troppo complicato? E allora quello che vi serve è solo tanta buona volontà e sapere che l'Organizzazione Mondiale della Salute raccomanda comunque di dedicare almeno 150 minuti a settimana a un'attività fisica di moderata intensità. La vita sedentaria è uno dei maggiori pericoli per la salute, a partire da quella degli italiani, al secondo posto tra i più sedentari in Europa.

Non rimanete troppo fermi, dunque! Malattie e il rischio di patologie anche come il diabete li terrete lontani solo con una vita sana in cui abbinare a un'alimentazione corretta anche una buona attività fisica.

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Germana Carillo

Verde urbano: aumentare gli spazi green in città combatte la depressione

Published in: Arredo Urbano

Secondo uno studio pubblicato su JAMA Network Open e condotto a Philadelphia su lotti riconvertiti, creare ambienti green in aree abbandonate di città riduce di molto la depressione e migliora la salute mentale di chi vive in quella zona.

Potere green, quindi, che non si smentisce mai: coloro che vivono in prossimità di aree con spazi verdi risentono di maggiori benefici in termini di benessere mentale, come un precedente studio aveva già confermato.

Ora i ricercatori della Perelman School of Medicine e della School of Arts & Sciences all’Università della Pennsylvania hanno misurato la salute mentale dei residenti di Philadelphia, prima e dopo che alcuni lotti abbandonati nelle vicinanze fossero convertiti in aree verdi. Hanno selezionato casualmente 541 lotti vacanti e li hanno divisi in tre gruppi.

Lasciando un gruppo come “lotto di controllo”, la Pennsylvania Horticultural Society ha ripulito i lotti del secondo gruppo, rimuovendo la spazzatura. E per il terzo gruppo hanno eliminato la spazzatura e la vegetazione selvaggio e hanno piantato nuovi alberi e piante, in un intervento che i ricercatori hanno definito “vacant lot greening”.

Il team ha esaminato i residenti che vivevano nei pressi dei lotti prima e dopo il processo per valutare la loro salute mentale e il loro benessere.

“Abbiamo usato una scala di sofferenza psicologica che chiedeva alle persone quanto spesso si sentissero nervose, senza speranza, depresse, irrequiete, senza valore e che tutto fosse uno sforzo”, spiegano.

Gli studiosi hanno così scoperto che le persone che vivono in un raggio di 400 metri dai nuovi lotti verdi hanno avuto in generale un calo del 41,5% di stati di depressione rispetto a quanti abitavano vicino a lotti che non erano stati ripuliti. L’impatto è stato più forte per i residenti dei quartieri più poveri, mostrando una riduzione del 27,5% degli stati depressivi. E il beneficio degli spazi verdi è risultato maggiore rispetto alla semplice pulizia.

Se c'era ancora bisogno di dimostrarlo, quindi, è ben chiaro che gli spazi riconvertiti in verde nelle aree urbane degradate contribuiscono a migliorare la sicurezza e la salute delle persone, dalla riduzione della criminalità e della violenza fino ai livelli di stress e di depressione.

"Spazi fatiscenti e vuoti espongono i residenti a un aumentato rischio di depressione e stress, e possono spiegare anche le persistenti disparità socioeconomiche nella malattia mentale", dice Eugenia C. South, tra gli autori dello studio.

Oltre a un umore decisamente migliore, che meraviglia sarebbe se si introducesse nuovi spazi verdi nelle nostre città?

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Germana Carillo

Ottana: è disastro ambientale. Amianto e fusti nella zona industriale sarda

Published in: Ambiente

Dopo il primo sopralluogo, adesso gli amministratori del territorio si confrontano con la Commissione per capire quale sarà il futuro della zona industriale.

Già nel 2016, un’ordinanza emessa dal sindaco di Ottana, Franco Saba stabiliva che: “L'intera area versa in condizioni di elevata precarietà ambientale sicuramente non più procrastinabile nel tempo e rappresenta un elevato rischio di inquinamento per il suolo, sottosuolo, aria e acqua”.

“Si impone ai proprietari delle aree industriali inquinate «di provvedere con la massima urgenza, entro e non oltre il termine di trenta giorni, alla rimozione dei rifiuti abbandonati nelle aree individuate, allo smaltimento degli stessi nei modi di legge tramite soggetti opportunamente autorizzati e al ripristino dello stato dei luoghi, previo accordo con il nucleo di polizia giudiziaria del Corpo forestale e di vigilanza ambientale”.

Dopo due anni, la bonifica è in forte ritardo: si sono persi 2.500 posti di lavoro, oggi ne sono rimasti solo 500.
Già sotto sequestro un mega capannone ex Montefibre: c'è più di un sospetto per la presenza di rifiuti inquinanti.

"Nei depositi di molti capannoni abbiamo trovato liquido maleodorante. Ecco sarebbe interessante capire se resta lì, o se va a finire nel sottosuolo inquinando le falde acquifere", spiega il presidente della Commissione Luigi Crisponi.

Adesso, bisognerà verificare proprio il livello di inquinamento delle acque del Tirso e lo stato delle procedure di bonifica, oltreché di valutare le ragioni del tracollo e della desertificazione economica e individuare un percorso per l'eventuale riconversione del sito considerando strumenti di welfare per tutti i lavoratori espulsi dal ciclo produttivo.

"Ciò che possiamo dire sin d'ora è che qui non c'è traccia dello Stato, è vero che certe aree sono finite sotto la lente della Procura, ma è come se questo fosse avvenuto più per le inchieste giornalistiche che per altro", sottolinea Crisponi.

La commissione, promette, "di far luce sugli atti, sull'operato di Ispra e Arpas, sul mancato richiamo al principio per cui chi inquina paga". Un focus che non potrà prescindere dall'audizione di soggetti di volta in volta "interessati alla crescita industriale", ma anche di quelli che "avrebbero dovuto controllare", precisa il presidente.

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Dominella Trunfio

Foto: Ansa

La natura... in primo piano. Le 12 foto macro più belle del Garden Photographer of the Year

Published in: Natura & Biodiversità

Quest'ultima è una delle competizioni più importanti del mondo specializzata in fotografia botanica. Sono 11 le categorie principali e numerosi premi speciali tra cui lo Young Garden Photographer of the Year e la categoria che riguarda solo le foto scattate con gli smartphone, Gardens on the Go.

Il concorso è gestito in collaborazione con il Royal Botanic Gardens di Kew, dove vengono esposte le immagini vincitrici, seguite da un programma di mostre itineranti nel Regno Unito e all'estero.

Ecco le foto vincitrici della categoria macro. Immagini mozzafiato, coloratissime, che ci mostrano il mondo vegetale come non lo abbiamo mai visto.

1° posto: Mayflies di Petar Sabol, Goričan, Croazia

La luce di un nuovo giorno illumina la coppia di moscerini su un papavero, mostrata nella foto di copertina.

2° posto: Salad Burnet Flower di Ian Gilmour, West Yorkshire, Regno Unito

Solo con un obiettivo macro è possibile apprezzare la vera bellezza di questi piccoli fiori di Sanguisorba minor.

3° posto: Unfurling di Ashley Moore, Parco nazionale del Kings Canyon, California, Stati Uniti

A prima vista, potrebbero sembrare bruchi ma non lo sono. Al crepuscolo, la luce del sole evidenziava l'infiorescenza densamente arrotolata di questa Phacelia. 

4° posto: Bodhi Leaf di Lotte Gronkjaer-Funch, Copenhagen, Danimarca

L'autore ha acquistato questa foglia di bodhi (Ficus religiosa) dal negozio di fiori locale e ho usato una calla posta dietro per formare i ricchi colori.

 posto: 'Common Spotted Orchid' di Nigel Burkitt, Berkshire, Regno Unito

Le orchidee native sono una gioia per gli occhi. Questo Dactylorhiza fuchsii retroilluminata brilla come un gioiello.

 posto: Anemone de Caen di Jacky Parker, Buckinghamshire, Regno Unito

Questa immagine è una modifica creativa della bella fioritura primaverile dell'Anemone coronaria.

 

7° posto: Jumping Spider di Richard Kubica, Myjava, Slovacchia

Un obiettivo macro più una lente d'ingrandimento hanno permesso al fotografo di rivelare tutti i dettagli di questo piccolo predatore.

8° posto: Mother di Rob Blanken, Veenwouden, Paesi Bassi

Le uova appena deposte e la luce scintillante regalano uno splendido contrasto con la testa scura dell'anfibio.

9° posto: Photonic Bliss V, di Petar Sabol, Palovec, Croazia

Un effetto insolito e drammatico, con un raggio di luce diretto verso la pianta e tre farfalle bianche marmorizzate.

10. Green Apple di Zhang Lihua, East Lake, città di Wuhan, Cina

Un'insolita somiglianza tra le due foglie e due mele, una rossa, una verde. Osservata attentamente, la natura può sempre dare una nuova prospettiva.

11. On Fire di Claudia de Jong, Lapponia, Finlandia

L'inizio della primavera sembra accendere i piccoli filamenti di muschio Polytrichum strictum che emergono dal suolo.

12. Astrantia major di Jacky Parker, Hampshire, Regno Unito

La bellezza del fiore e del bocciolo di Astrantia viene enfatizzata attraverso il contrasto dello sfondo bianco.

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Francesca Mancuso

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Torta di rose salata con pesto di zucchine e datterini, aromatizzata alla curcuma

Published in: Ricette

Le base è realizzata con una pasta brisée alla curcuma, ma se non amate questa spezia potrete utilizzare la pasta brisée vegan all'olio. La farcitura invece è composta da pomodori datterini e da un saporito pesto fatto in casa a base di zucchine e basilico.

Se non seguite una dieta cruelty free è possibile aggiungere al pesto un po' di grana vegetale ma vi esortiamo a provare la nostra ricetta seguendola alla lettera perché è davvero una garanzia anche per chi non è vegano, oltre che più leggera.

Ingredienti
  • 250 gr di farina 1
  • 120 gr di acqua
  • 80 gr di olio evo
  • 2 gr di curcuma in polvere
  • 20 gr di basilico 
  • 120 gr di zucchine
  • 1 spicchio d'aglio
  • 160 gr di pomodori datterini
  • olio evo aggiuntivo q.b.
  • sale q.b.
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  • Tempo Preparazione:
    40 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    40 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare la torta di rose di pasta brisée con pesto e datterini: procedimento

 

  • Mettere in una ciotola capiente la farina, l'olio, l'acqua e la curcuma e impastare fino ad ottenere un composto non appiccicoso,
  • metterlo su un foglio di carta forno e spianarlo con un mattarello fino ad ottenere una sfoglia avente circa due millimetri di spessore.
  • Lavare ora le zucchine e il basilico, spuntare le zucchine e tagliarle a pezzi, mettere tutto in un mixer, aggiungere il sale e l'olio, triturare tutto ottenendo così un pesto cremoso, e lavare e affettare i datterini.
  • Con una rotella dentellata, o in alternativa un coltello, tagliare la sfoglia di brisée in strisce larghe circa tre centimetri e spalmare su ogni striscia il pesto,
  • quindi iniziare ad arrotolare una striscia alla volta inserendo anche le fettine di pomodorini.
  • Adagiare la rosa appena formata in una teglia foderata con carta forno e continuare così fino a terminare le strisce,
  • sistemare tutte le rose all'interno della teglia avendo cura di farle aderire fra loro e di fermare in questo modo l'estremità esterna,
  • infornare in forno caldo e cuocere a 200° per circa trentacinque minuti,
  • a cottura ultimata sfornare e far raffreddare su una gratella.
  • La torta di rose di pasta brisée con pesto e datterini potrà essere comunque servita anche tiepida.
Un consiglio in più:

Se vorrai preparare le rose in monoporzione basterà seguire lo stesso iter ma ridurre lo spessore delle fasce fino a un centimetro e mezzo, una volta formate le rose dovrai cuocerle ben distanziate fra loro per circa venti/venticinque minuti.

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Ilaria Zizza

Eclissi totale: la terra al buio per quasi 2 ore. La luna rossa del secolo, minuto per minuto

Published in: Universo

Per molti infatti sarà l'eclissi di luna del secolo. Nota anche come luna rossa, si verifica quando il nostro satellite naturale, la Terra e il Sole si trovano perfettamente allineati in quest'ordine. Ma non solo. La luna deve essere piena.

La luna rossa, di nome e di fatto

A volte la luna piena assume nomi legati alla tradizione e diversi mese per mese. Si tratta di aggettivi o attributi inventati dalle tribù indigene americane o dagli europei nel corso dei secoli. Per questo, ad esempio, la luna piena di aprile (ma anche quella di giugno) è soprannominata luna rosa. In quel caso, il colore non c'entra nulla, ma l'aggettivo indica la fioritura di una particolare pianta o di un frutto.

Nel caso dell'eclissi totale, invece, la luna diventerà davvero rossa. Il cono d'ombra della Terra proiettato sul nostro satellite, ne oscurerà il faccione candido, fino a nasconderla del tutto. In quel momento, essa si tingerà di rosso regalando uno spettacolo eccezionale.

Come seguire l'eclissi totale di luna minuto per minuto

Non prendete impegni, rischierete di perdere la più lunga eclissi totale di Luna del secolo. Il nostro satellite sorgerà alle 20.10 circa, quando sarà già nella fase di penombra, quindi al suo arrivo lo vedremo già parzialmente adombrato. In realtà, l'eclissi comincia prima per finire alle 2.31 del 28. Nel complesso, tutta l'eclissi, dall'entrata all'uscita nel cono di penombra durerà quasi 4 ore, anche se la fase della totalità durerà un'ora e 43 minuti, dalle 21.30 alle 23.13.

Ecco gli orari dell'eclissi totale di luna del 27 luglio

  • 27 luglio, ore 19:14: Primo contatto penombra
  • 27 luglio, ore 20:24: Primo contatto in ombra
  • 27 luglio, ore 21.30: inizio della fase di totalità
  • 27 luglio, ore 22:22: l'eclissi raggiunge la totalità. Ecco la luna rossa!
  • 27 luglio, ore 23.13: fine della fase di totalità
  • 28 luglio, ore 00.19: uscita dal cono d'ombra
  • 28 luglio, ore 1.28: uscita dalla penombra
Marte all'opposizione

Luna rossa e Marte rosso, accoppiata perfetta. La sera del 27 infatti ammireremo un altro spettacolo. Il pianeta rosso infatti si trova all’opposizione e in congiunzione con la Luna eclissata. In altre parole Marte sarà esattemente nella parte di cielo opposta al sole, raggiungendo la massima luminosità dell'anno 2018. Qualche giorno dopo, il 31 luglio, si troverà anche alla minima distanza effettiva dalla Terra, pari a 57.590.630 km.

Non prendete impegni!

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Francesca Mancuso

La tartaruga tenta di nidificare in spiaggia, ma è costretta a fare lo slalom tra sdraio, ombrelloni e turisti

Published in: Animali

Tenace come non mai perché sebbene disturbata dai bagnanti che tra cellulari e confusione l’hanno fatta scappare per ben tre volte, alla fine la Caretta Caretta è riuscita a nidificare sulla spiaggia di Ogliastro nel Cilento.

Un’impresa durata diverse ore, la tartaruga è risalita tre volte per deporre le uova, ma nel suo percorso ha incontrato ombrelloni, sdraio e lettini, senza considerare curiosi che l’hanno immortalata con i cellulari. Senza contare che addirittura qualcuno l’ha ributtata in mare.

Guarda il percorso ad ostacoli che ha dovuto affrontare:

 

Per fortuna però il tempestivo intervento del Centro Ricerche Tartarughe Marine della Stazione Zoologica Anton Dohrn ha riportato la situazione alla normalità e proprio dalla lo pagina Facebook arrivano chiarimenti e raccomandazioni:

“Un po' di chiarimenti sulla tartaruga che sta tentando di nidificare sulla spiaggia tra Ogliastro e Montecorice: Trattasi della stessa tartaruga che è risalita 3 volte su tre punti diversi della spiaggia questo pomeriggio, la prima volta si è scontrata contro lettini e materassini ed è tornata in mare. La seconda ha scavato ma è stata avvicinata ed accarezzata x cui è andata via di nuovo. La terza volta era risalita ed è stata ributtata in mare. In caso qualcuno la vedesse: osservate lo spettacolo della natura da lontano, vi preghiamo di non avvicinarvi, chiamateci e verremo subito, siamo già in zona".

Alla fine la tartaruga è tornata a notte fonda quando finalmente la spiaggia era deserta. Il nido è sulla spiaggia di Montecorice e le uova sono monitorate dal team del centro Dohrn e dai volontari Enpa e Legambiente di Salerno.
La Caretta caretta è stata ribattezzata Acqua marina, mentre l’area messa in sicurezza per la schiusa delle uova che dovrebbe avvenire a fine settembre.

Solo pochi giorni fa, una tartaruga è stata schiacciata da un trattore. Episodi accidentali ma sempre orribili nei confronti dei nostri amici animali. Quello che raccomandiamo ormai da anni è di non disturbare le tartarughe, ma di osservare da lontano il meraviglioso spettacolo della vita.

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Dominella Trunfio

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Emergenza idrica a Roma: berremo l’acqua del Tevere, l'impianto approvato 'in gran segreto'. Ne avevamo bisogno?

Published in: Ambiente

Il lago di Bracciano non può essere più usato (per ora) come fonte principale o quasi dell’acqua potabile di Roma e provincia. Lo stop alle captazioni di Acea, che comunque è ancora in discussione legale a causa di un ricorso presentato ad aprile dalla municipalizzata, ha indotto il Comune di Roma a cercare un’alternativa, che sembra proprio il Tevere.

L’impianto di potabilizzazione previsto a Grottarossa sostituirà il precedente denominato ‘Tevere Grottarossa 2’ che dagli anni ’90 preleva acqua dal fiume, la depura e ne ricava acqua non potabile per annaffiare parchi e ville della Città eterna e del Vaticano. 

Ma si continua a procedere per decreti e provvedimenti di “emergenza”, probabilmente perché le emergenze effettivamente esistono, ma con scarsi risultati, almeno per ora, sulla rimozione delle cause di tali emergenze. Per non parlare della prevenzione… 

Un provvedimento preso “in gran segreto” di cui forse non avevamo bisogno L'area prevista per l'impianto: Nel quadrato giallo il sito previsto per il potabilizzatore

Foto: il Caffè.tv 

“[...] si indica un intervento eseguibile in tempi brevi (entro la prossima stagione estiva) e sempre destinato a contrastare il ripetersi (o il protrarsi) dell’emergenza idrica [...] la realizzazione di un impianto di potabilizzazione in loco dell’attuale impianto di trattamento delle acque del fiume Tevere a Grottarossa per una potenzialità di 500 l/s” si legge sul Piano per la gestione dell’emergenza crisi idrica di Acea, licenziato proprio per far fronte alle misure prese a difesa del lago di Bracciano.

A seguito della presentazione del piano, datato 28 luglio 2017, si è svolta un’audizione parlamentare per la sua presentazione, senza alcuna modifica rispetto al documento di Acea originale. L’approvazione sembra essere arrivata “in gran segreto” a dicembre in via preliminare e definitivamente ad aprile, oltretutto molto velocemente come misura di pubblica utilità. Ma solo ora è trapelata la notizia, pubblicata per prima dal giornale locale il Caffè.tv lo scorso 19 luglio sull'ok al nuovo depuratore che costerà circa 12.700.000 di euro.

Ricordiamo che il sistema di approvvigionamento dell’acqua di Roma è tutt’altro che “impeccabile”. Secondo quanto riportato da il Caffè.tv si perderebbe quasi la metà dell'acqua immessa in conduttura (circa il 49%). Acea in realtà sostiene di aver fatto diversi interventi di risanamento che avrebbero portato le dispersioni al di sotto del 38%, comunque moltissimo.

Anche fosse "solo" il 38%, basterebbero degli interventi di manutenzione (molto più economici del mega impianto) per evitare di disperdere meno del 9% di quanto viene attualmente immesso in rete ottenendo i 43 mila metri cubi al giorno di acqua potabile che si vogliono recuperare dal Tevere con un sistema di depurazione necessariamente costoso in quanto necessario a ottenere acqua potabile da un fiume pieno di scarichi inquinanti.

L’acqua del Tevere per sostituire quella del lago di Bracciano

L’impianto, stando al documento, dovrebbe essere realizzato a breve, insieme ad altri interventi come l’adeguamento di altri impianti e la realizzazione di infrastrutture correlate. L’obbiettivo è usare il potabilizzatore soprattutto nei mesi estivi, per soddisfare il consumo idrico nel periodo di maggiore siccità. Ma anche come supporto nel resto dell’anno, in sostituzione dei prelievi dal lago di Bracciano che (almeno per ora) non possono essere effettuati.

Acea aveva una schiacciante preferenza per Bracciano e questo non era un mistero. Infatti le acque del lago sono particolarmente “pure” grazie alla vegetazione che cresce nei fondali in grado di depurarle in modo naturale. Ma i prelievi corposi stavano letteralmente prosciugando il bacino, mettendo a rischio le stesse piante (e un intero ecosistema).

Un provvedimento con potenziali rischi sanitari?

Non così pure appaiono invece le acque del Tevere. E tra l’altro la legge regionale n. 42 del 2007 sancisce che “sono vietati gli scarichi di acque reflue industriali in acque superficiali (come i fiumi, N.d.R.) utilizzate o destinate ad essere utilizzate per la produzione di acqua potabile […] gli scarichi in essere dovranno essere condottati a valle dell’opera di presa”. Quasi impossibile, questo, per il Tevere, vista la sua lunghezza.

In altre parole il fiume dei romani non potrebbe essere usato come fonte di acqua potabile perché raccoglie le acque reflue industriali di 4 regioni (Emilia Romagna, Umbria, Toscana e Lazio). E per questo è oggi uno dei più inquinati d’Italia. A meno di grossi (e auspicabili) interventi di risanamento ambientale. Che però non appaiono nemmeno citati nei documenti.

Addio alla “buona acqua di Roma”?

Non sappiamo se il provvedimento è esecutivo. Il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, che abbiamo raggiunto al telefono, ha negato l’approvazione di questa misura, che comunque risulta quanto meno in programma.

“C’è ancora molto da fare, ma siamo sulla strada giusta – scrive Virginia Raggi sul suo profilo Facebook - Roma non resterà a secco e nessuno sarà privato del bene più prezioso”. Il prezzo sarà però l’addio alla “buona acqua di Roma”?

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Roberta De Carolis

Shampoo solido: cos'è, come si usa e dove trovarlo

Published in: Cosmesi

Scopriamo com’è fatto e quali sono i benefici sui nostri capelli.

Shampoo solido vs saponetta

Addio flaconi di plastica perché lo shampoo solido mette al bando gli imballaggi e dura si più rispetto a quello liquido, quindi in un colpo solo permette di risparmiare e di non nuocere al Pianeta.

Con circa 250 grammi di shampoo solido è possibile lavarsi i capelli per ben 80 volte e anche se il suo aspetto può sembrare quello di una comune saponetta, in realtà i due prodotti non sono per niente simili.

Mentre il comune sapone viene preparato con grassi e soda caustica disciolta in acqua con un ph basico e quindi poco adatto al lavaggio dei capelli, lo shampoo solido invece è preparato con tensioattivi solidi ricavati dall’olio di cocco che gli conferiscono un pH meno basico e quindi idoneo alla detersione dei capelli. Ai tensioattivi solidi si aggiunge acqua, oli e burro vegetale nutriente e oli essenziali.

Shampoo solido: potere lavante

Il primo dubbio che assale è: ma i capelli saranno altrettanto puliti? Intanto diciamo che lo shampoo solido contiene ingredienti molto naturali e a base di oli nutrienti che non danneggiano i nostri capelli né il cuoio capelluto.

Il potere lavante è il medesimo anche se all’inizio il passaggio può non soddisfarvi a pieno, ma ciò è dovuto al fatto che se prima usavate un prodotto tradizionale (quindi con parabeni, coloranti, siliconi), il vostro capello ha bisogno di tempo per riacquistare un equilibrio.

Niente paura, quindi, se al primo lavaggio i capelli potrebbero risultare secchi o stopposi, la situazione migliora con il tempo e la vostra chioma sarò più lucente che mai.

Shampoo solido: come utilizzarlo?

Lo shampoo solido non va strofinato direttamente in testa, proprio per evitare quell’effetto stopposo di cui parlavamo. Potete ad esempio strofinarlo tra le mani con un po’ di acqua oppure ancora riempire una bacinella con acqua tiepida, poi immergere il sapone e i capelli, in modo da farli bagnare e insaponare contemporaneamente. Dopo averli sciacquati c’è chi opta per fare un ultimo passaggio usando aceto o limone (da risciacquare) o un comune balsamo per evitare i nodi.

Shampoo solido: come conservarlo?

Come dicevamo niente imballaggi inutili, l’unica accortezza per evitare che si deteriori è quelli di lasciarlo asciugare su un piano aerato e poi riporlo in un contenitore riciclabile, come un semplice portasapone.

Evitate di esporlo alla luce o a fonti di calore, in modo da preservare il potere dei suoi ingredienti. 

Oggi in commercio sono tantissime le aziende che producono shampoo solido, basta scegliere quella che ci aggrada di più. 

Shampoo solido: dove acquistarlo e come sceglierlo

Potete trovare lo shampoo solido in negozi specializzati in prodotti biologici e naturali, erboristeria, negozi che propongono prodotti cosmetici preparati in modo naturale o comodamente online. Ci sono ormai tantissimi brand che lo producono e non c'è che l'imbarazzo della scelta. Piccolo, comodo, pratico e poco costoso: cosa desiderare di più?

L'unica raccomandazione è quella di leggere l'etichetta che contiene il suo INCI. Lo shampoo solido poi deve essere un prodotto naturale e non testato sugli animali.

Evitate ingredienti dannosi, come il Laurilsolfato di Sodio (SLS). 

Shampoo solido: sapone di Aleppo

Alcuni utilizzano il sapone di Aleppo anche come shampoo per capelli, dato che avrebbe la capacità di prevenire la perdita di capelli e di agire come antiforfora. Importante però avere l’accortezza di risciacquare in seguito la chioma con una soluzione di acqua e aceto, in modo da riportare il ph a livelli ottimali. Questo sapone presenta proprietà antiossidanti. Non contiene tensioattivi aggressivi ed il suo particolare profumo naturale ha un vero e proprio effetto distensivo sui nostri sensi.

Leggi anche: Sapone di Aleppo: tutti i benefici

Shampoo solido: sapone di Marsiglia

Sapone di Marsiglia: un alleato semplice e portentoso per la pulizia della casa e della persona. Il migliore e originale  è fatto da tre, semplici, ingredienti naturali: olio di oliva, acqua e soda caustica. Può essere utilizzato anche come shampoo, dentifricio o schiuma da barba. E' un antisettico naturale (impedisce l'insorgere di infezioni causate da germi), un repellente contro i parassiti, è perfetto per le pelli e le zone sensibili.

Una parte di sapone di Marsiglia può essere lasciata sciogliere in tre parti di acqua bollente, dopo averlo grattugiato accuratamente. Otterrete in questo modo uno shampoo liquido da utilizzare normalmente e al quale far seguire in risciacquo con acqua e aceto per riequilibrare il pH dei capelli.

Leggi anche: Come scegliere e riconoscere il vero sapone di Marsiglia (e dove trovarlo)

Altri metodi naturali per lavare i capelli

Un modo davvero ecosostenibile per lavarsi i capelli è il Ghassoul o Rassoul (che deriva da "Rassala" che in arabo significa "lavare" e si tratta di hectorite per la precisione), un' argilla saponiera che viene estratta prevalentemente in Marocco e Siria.  Le sue proprietà sono molteplici: è lenitiva, seboregolatrice, aiuta ad eliminare le cellule morte ed elimina efficacemente i punti neri.

Leggi anche: Ghassoul: dalla terra il detergente naturale per corpo, viso e capelli

O ancora, la shikakai, una polvere naturale adatta alla cura dei capelli di origine indiana che viene ricavata dall'Acacia concinna, una pianta originaria dell'Asia. Si tratta di un estratto naturale venduto sotto forma di polvere che viene miscelato con acqua per ottenere un composto dalla consistenza adatta all'applicazione sui capelli e sul cuoio capelluto.

Leggi anche: Shikakai: come usare la polvere indiana per lavarsi i capelli

Dominella Trunfio

Dicamba: il pesticida peggiore del glifosato ha già sterminato 1,1 milioni di ettari nel 2018

Published in: Agricoltura

Un rapporto che arriva a meno di un anno dalle restrizioni poste dall 'Agenzia per la protezione dell'ambiente degli Stati Uniti (EPA) volta a prevenire ulteriori danni causati dal dicamba. Nel 2017 il pesticida aveva contaminato 3,6 milioni di acri di colture di soia non geneticamente modificati (circa 1,4 milioni di ettari, il 4% dei terreni coltivati a soia negli Usa).

Che cos’è il dicamba?

Il dicamba è una sostanza chimica risalente agli anni Sessanta, progettata per eliminare le piante infestanti a foglia larga nei campi di soia Gm.L’attuale boom del dicamba ricalca quello attraversato negli anni Novanta dal glifosato. La volatilità della sostanza le consente di diffondersi con particolare rapidità, colpendo anche le coltivazioni non attrezzate per resistere.

“Quando l’azienda ha cercato di correre ai ripari, sviluppando una versione in teoria “sicura” e meno volatile dell’erbicida, il guaio era ormai fatto. Ora il gigante dell’agribusiness si trova ad affrontare migliaia di ricorsi degli agricoltori danneggiati, undici cause intentate da quattro diversi Stati e una serie di restrizioni legislative che ne stanno minando la diffusione”, spiegava qualche tempo fa Slow food.

Il dicamba è quindi da tempo nel mirino, per quanto riguarda la salute, si parla già di danni a livello del sistema nervoso, dello sviluppo del feto, del fegato e dei reni, almeno su modello animale, e di tossicità per pesci e uccelli.
Del dicamba vi avevamo già parlato lo scorso luglio descrivendolo come un diserbante ancora più potente del glifosato per eliminare le erbacce e parlando della sua correlazione con la creazione di nuove sementi Ogm.Ma adesso, i dati sono allarmanti.

"I danni alle colture confermano che questo veleno non può essere usato in modo sicuro e il suo rinnovo non dovrebbe essere approvato dall’EPA”, dice Nathan Donley, uno scienziato senior del Centro per la diversità biologica.


I prodotti dicamba altamente tossici sono progettati per essere utilizzati principalmente su soia di nuova generazione geneticamente modificata, ma finisce per distruggere colture speciali, ortaggi, specie ornamentali e alberi. Ma non solo.

A rischio le farfalle monarca

All'inizio di quest'anno un rapporto del Centro per la diversità biologica ha scoperto che oltre 60 milioni di acri di habitat di farfalle monarca sono stati infestati dal dicamba. Un rischio gravissimo perché da un lato danneggia le piante, dall’altro le farfalle che non riescono più a riprodursi.

"Oltre alle colture, questo pesticida incontrollabile sta danneggiando le piante selvatiche che forniscono un importante habitat agli animali", continua Donley.

Negli Stati Uniti il 90% delle farfalle monarca sono sparite in 20 anni, vittime delle colture industriali e dei loro pesticidi.

Rapporto Dicamba Market

Il rapporto Dicamba Market 2018-2025 presenta uno studio diffuso sull'industria di dicamba, studiando i fattori chiave che influenzano il settore, il volume di consumo, le tendenze del mercato e le strutture dei costi.

Lo studio di ricerca si concentra su Global Dicamba e parla dei principali produttori come Monsanto Company, Dupont, BASF SE, DOW Chemical Company, Bayer Cropscience AG, Syngenta AG, Nufarm Limited, Helena Chemical Company, Andersons, Inc., Albaugh, Inc., Alligare, LLC.

L'obiettivo principale del rapporto di ricerca è quello di aiutare a conoscere l'industria degli erbicidi di dicamba per quanto riguarda la sua definizione, segmentazione, possibilità di mercato, tendenze dominanti e anche gli ostacoli che il mercato sta affrontando.

Il mercato europeo sementi transgeniche

Il mercato europeo delle sementi transgeniche crescerà a un CAGR del 2,4% e raggiungerà 1,91 milioni di dollari nel 2023 rispetto a 1,7 milioni di dollari nel 2018. Il mercato continua a crescere a causa dell'aumento della domanda di colture e semi GM nell'industria dei mangimi.

I semi transgenici, noti anche come semi geneticamente modificati, sono i semi utilizzati in agricoltura che sono stati modificati per migliorare la produttività. Sono utilizzati per introdurre determinati tratti in colture che non si verificano in modo naturale. Vi sono vari fattori che influenzano la crescita del mercato dei semi transgenici in varie regioni: U.K, Germania, Spagna, Italia e Francia. Fortunatamente l'Europea è uno dei mercati più piccoli e secondo gli esperti i dati rimarranno invariati anche nei prossimi anni. 

Leggi qui il parere dell'EPA sul dicamba

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Dominella Trunfio

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L’ultimo della sua tribù incontattata: lo straordinario video dell'indigeno sopravvissuto solo in Amazzonia

Published in: Costume & Società

Proprio a causa della mancanza di interazione, nessuno conosce la sua storia. Ma è probabile che la sua tribù sia stata sterminata da sicari al soldo di colonizzatori e allevatori.

A diffondere le straordinarie immagini dell’ultimo sopravvissuto di questa tribù incontattata dell’Amazzonia brasiliana è stato il FUNAI, Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni.

Dai suoi accampamenti abbandonati si sa di lui che coltiva mais, manioca, papaya e banane. Ma anche che caccia, scava buche profonde di circa due metri in cui conficca bastoni affilati per catturare gli animali. Costruisce capanne di paglia e canne e al loro interno scava una buca, probabilmente per proteggersi in caso di attacco.

© Survival

Il FUNAI è a conoscenza dell’esistenza dell’uomo all’incirca dal 1990, quando vennero trovate prove di capanne distrutte della tipologia da lui costruita.

Nonostante sia stato attaccato dai sicari nel 2009, è sopravvissuto grazie al lavoro del FUNAI che ha implementato l’ordine di protezione del suo territorio. 

The Last of his Tribe from Survival International on Vimeo.

Ora, però, questa legge è in pericolo. La regione è una delle più violente del Brasile – situazione che potrebbe peggiorare ulteriormente con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali in Brasile il prossimo ottobre – e il budget del FUNAI è stato considerevolmente ridotto.

"Da anni Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni, fa pressione sul governo affinché protegga il territorio di quest’uomo di fronte ai ripetuti tentativi degli allevatori della zona di invaderlo. Video come questo sono fondamentali nella lotta per difendere le tribù incontattate, i popoli più vulnerabili del mondo. Il FUNAI deve dimostrare che l’uomo è ancora in vita per mantenere l’ordine restrittivo che protegge la sua terra, altrimenti gli allevatori che circondano il territorio si muoverebbero in modo rapido e violento per appropiarsene", spiega Surviavl International.

Ma quest’uomo, che nessuno di noi conosce e che ha perso praticamente tutto, incluso il resto del suo popolo, dimostra che è possibile sopravvivere e resistere al contatto. Ci auguriamo che i terribili crimini commessi contro questo uomo e il suo popolo non si ripetano mai più,  che le loro terre vengano protette.

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Roberta Ragni

Immagini per gentile concessione del FUNAI

 

La Circolazione atlantica meridionale sta rallentando: caldo record per i prossimi 20 anni

Published in: Ambiente

Lo rivela un nuovo studio, condotto dall'Università di Whashington. Nota anche come Amoc (Atlantic Meridional Overturning Circulation), la Circolazione Atlantica meridionale ha avuto un ruolo da protagonista nel film del 2004 "The Day After Tomorrow". Nel film, la corrente oceanica globale improvvisamente si ferma e la città di New York si congela.

Come funziona nella realtà? Solitamente, nella parte dell'Oceano Atlantico in cui è presente la circolazione oceanica, l'acqua più calda viaggia verso nord in superficie, quindi affonda nella parte settentrionale dell'Atlantico e torna indietro in profondità ma più fredda. Possiamo immaginare l'Atlantic Meridional Overturning Circulation come un nastro trasportatore che porta l'acqua superficiale verso il nord dell'Atlantico; da lì, l'acqua salata più pesante affonda e ritorna in profondità dal Labrador e dai mari nordici vicino al Polo Nord, verso sud fino all'Oceano Antartico.

I cambiamenti nella forza dell'AMOC influiscono sulla quantità di calore presente nella nostra atmosfera. Quando la corrente è più veloce, una maggiore quantità di acqua tropicale calda e salata viaggia verso il Nord Atlantico. Negli anni, questo causa la fusione di più ghiacciai, e alla fine l'acqua dolce rende l'acqua superficiale più leggera e meno incline ad affondare, rallentando la corrente.

Di conseguenza, quando l'AMOC è in una fase lenta, il Nord Atlantico diventa più freddo, la fusione del ghiaccio rallenta e l'acqua salata più pesante può precipitare di nuovo in profondità, accelerando l'intera circolazione.

La velocità della corrente determina quindi la quantità di calore superficiale che viene trasferita nell'oceano più profondo. Se la corrente rallenta, allora immagazzinerà meno calore, e la Terra probabilmente vedrà aumentare la temperatura dell'aria più rapidamente. Ed è quello che sta accandendo e accadrà nei prossimi anni. Il nuovo studio sostiene infatti che questa corrente sta passando dalla sua fase veloce alla sua fase più lenta.

Colpa dei cambiamenti climatici?

Gli oceanografi da tempo tengono sotto controllo l'Amoc, preoccupati per la stabilità a lungo termine della circolazione nell'Oceano Atlantico. Altri studi avevano mostrano che essa aveva subito un drastico rallentamento nell'ultimo decennio ma la nuova ricerca dell'Università di Washington e della Ocean University in Cina ha rilevato che il rallentamento non è causato dal riscaldamento globale, ma fa parte di un ciclo regolare che influenzerà le temperature nei prossimi decenni.

"Abbiamo misurazioni dirette della sua forza solo dall'aprile 2004. E il declino misurato da allora è 10 volte più grande del previsto", ha detto l'autore Ka- Kit Tung, professore di matematica applicata dell'Università di Whashington.

Aspettiamoci temperature roventi.

La ricerca è stata pubbliata su Nature.

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Francesca Mancuso

Scarpe che crescono: ma più bimbi scalzi nei paesi poveri

Published in: Speciale bambini

Talvolta, la più semplice delle invenzioni può cambiare milioni di vite. Ed è questo l'obiettivo della “Shoe That Grows”, letteralmente la scarpa che cresce, il sandalo inventato da Kenton. Regolabili nelle dimensioni, queste calzature consentono ai bambini dei paesi poveri di non dover camminare a piedi nudi.

Le scarpe possono crescere in 5 formati e durare almeno 5 anni. Un'idea non arrivata dal nulla ma maturata quando Kenton viveva a Nairobi, in Kenya nel 2007. Un giorno, mentre camminava in una chiesa, ha notato una bambina in abito bianco accanto a lui che indossava delle scarpe molto più piccole dei suoi piedi.

La sua famiglia, come tante, non poteva permettersene altre. Così Lee ha pensato: “Non sarebbe bello se ci fosse una scarpa in grado di adeguarsi e ampliarsi in modo che i bambini possano averne sempre un paio adatte a loro?”

Ed è così che è nata la Shoe That Grows. Oltre 2 miliardi di persone nel mondo soffrono a causa di parassiti e malattie trasmesse dal suolo. La “scarpa che cresce” potrebbe essere una soluzione migliore per aiutare i piccoli a proteggere i loro piedi.

Love that our friends Dennis and Darryl took some of @ShoeThatGrows to Guatemala, Peru, and Columbia. Thanks, guys! pic.twitter.com/WndmXyl6Iy

— The Shoe That Grows (@ShoeThatGrows) 7 aprile 2015

Sviluppata in parte da una società di sviluppo di scarpe chiamata Proof of Concept, i sandali sono disponibili in due dimensioni: il primo tipo adatto ai bambini nei primi anni di vita, mentre le altre sono per i più grandi, fino a circa 10 anni.

Un altro vantaggio è la facilità di trasporto. La scarpa si comprime ed è molto leggera. In questo modo è possibile portarne anche 50 paia in una valigia normale, pari a circa 20 chili.

Le calzature di Lee sono già in vendita. Un paio costa 30 dollari ma acquistandone quantitativi maggiori il prezzo si riduce fino a 12 dollari.

AGGIORNAMENTO 23/07/2018

Con l'aiuto dell'ente benefico Because International, Kenton a oggi ha distribuito con successo oltre 175.000 paia di scarpe in 100 paesi.

E c'è di più! Una versione commerciale delle scarpe espandibili è ora disponibile per in pre-ordine su Kickstarter.

Per ogni paio di scarpe ordinato, un altro sarà donato a un bambino in un paese in via di sviluppo.

Per ordinare clicca qui

Francesca Mancuso

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Scarpe ecologiche: le nuove calzature con suola in mais di Carta Vetrata

A Roma le scarpe da ginnastica si riciclano nelle scuole

Mycoplasma genitalium: fa paura il nuovo super batterio resistente ai farmaci che provoca infertilità

Published in: Salute & Benessere

Si tratta di un tipo di batterio che può provocare problemi di disfunzione sessuale, infertilità e malattie a trasmissione sessuale, come la clamidia, la gonorrea, la sifilide e la tricomoniasi. Si trasmette dunque tramite rapporti sessuali, ma anche solo tramite sfregamento.

Negli uomini, il Mycoplasma (MG o Mgen) può causare infiammazione dell’uretra, che porta a forte bruciore durante la minzione, mentre nelle donne il batterio è collegato a un’infiammazione della cervice e alla malattia infiammatoria pelvica, un’infezione degli organi riproduttivi femminili che può portare a dolore nel basso addome e dolore o sanguinamento durante un rapporto. Nei casi più gravi, la malattia infiammatoria pelvica può portare alla sterilità.

Spesso la colonizzazione del Mycoplasma è asintomatica, ma può capitare si manifesti con una importante morbilità sia negli uomini che nelle donne.

Gli scienziati conoscono questo batterio dagli anni ‘80, ma ora paventano il rischio che possa trasformarsi entro dieci anni in un super batterio, perché ha dimostrato particolare resistenza alle terapie antibiotiche.

È per questo che i ricercatori della British Association for Sexual Health and HIV (BASHH) hanno pubblicato le nuove linee guida per la prevenzione e il trattamento di questa infezione, che ad oggi colpisce 1 persona su 100 e che per ora si può curare con gli antibiotici della classe dei macrolidi.

In particolare Paddy Hormer, co-autore delle linee guida, raccomanda di fare un test specifico per il mycoplasma genitalium, in modo da individuarlo in maniera corretta, e accertarsi poi che il trattamento abbia prodotto la cura dell'infezione:

"MG è trattato con antibiotici, ma poiché fino a poco tempo fa non esisteva alcun test disponibile in commercio, è stato spesso diagnosticato erroneamente come Clamidia e trattato come tale. Questo non sta curando l'infezione e sta causando resistenza antimicrobica nei pazienti con Mycoplasma Genitalium. Se le pratiche non cambiano e i test non vengono utilizzati, MG ha il potenziale per diventare un superbatterio entro un decennio, resistente agli antibiotici standard. La più grande conseguenza di questo è per le donne che presentano con PID causate da MG, che sarebbe molto difficile da trattare, aumentando il rischio di infertilità ".

"Queste nuove linee guida sono state formulate perché non possiamo permetterci di continuare a trattare i pazienti come in passato. Questo potrebbe portare a un’emergenza sanitaria pubblica. Le nostre linee guida raccomandano che i pazienti con sintomi siano correttamente diagnosticati usando un accurato test di MG, trattati correttamente e poi controllati per assicurarsi che siano guariti. Le risorse sono urgentemente necessarie per garantire che i test di resistenza diagnostica e antimicrobica (AMR) siano disponibili per le donne con la condizione ad alto rischio di infertilità. Chiediamo direttamente al governo di mettere a disposizione questi fondi per prevenire un'emergenza sanitaria pubblica in attesa che si verifichi e che sta già andando fuori controllo ". spiega Paddy Horner. 

Il rischio di contagio avviene attraverso un rapporto sessuale non protetto: va da sé, dunque, che l’uso del preservativo è la migliore prevenzione. I sintomi del MG non sempre si manifestano e per questo l'infezione è difficile da individuare. 

Anche in questo caso, quindi, la prevenzione, e in questo caso l'utilizzo del preservativo, può rivelarsi la strategia vincente per evitare che anche questo tipo di batterio divenga sempre più insensibile agli antibiotici che attualmente si utilizzano.

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Germana Carillo

In regalo 5 kg di Nutella: la truffa che gira su WhatsApp e ti prosciuga il credito

Published in: App e Smartphone

È un'altra bufala, che invece di regalarvi la Nutella vi prosciuga il credito dallo smartphone. Il sistema è molto simile a molti altri già visti. Si riceve un messaggio, in cui è presente un link che una volta aperto rimanda a una pagina che sembra esattamente quella della Nutella, con tanto di logo. Il presunto regalo sarebbe destinato a 500 persone per festeggiare un fantomatico 54° anniversario della Nutella.

A quel punto, ci viene chiesto anche di condividere la catena tramite WhatsApp a 20 persone e di compilare un questionario con dei dati personali. E il gioco è fatto. Dopo aver fornito tutte le nostre informazioni, vedremo azzerare il nostro credito, qualunque esso sia.

Come fare a difenderci?

In questo caso, uno sguardo più attento ci permetterà di riconoscere che il sito della Nutella apparso aprendo il link in realtà è un falso, come mostrano le seguenti immagini.

Il vero sito della Nutella inizia con https, non con http. Inoltre, nel finto sito, sotto la "e" di Nutella è presente un puntino.

In ogni caso, diffidiamo sempre da queste pseudo-catene in cui ci vengono promessi regali di vario genere, e la Nutella non fa di certo eccezione.

E se proprio amate la crema alle nocciole provate a farvela da voi! Qui la nostra ricetta

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Francesca Mancuso

Curcuma, un'alleata preziosa contro il cancro resistente alla chemioterapia. Il nuovo studio

Published in: Salute & Benessere

Gli scienziati della University of California di San Diego School of Medicine, in collaborazione con alcuni ricercatori dell’Università di Pechino e Zhejiang, hanno infatti scoperto in un recente studio, attraverso la cristallografia a raggi X, che la curcumina, la principale componente biologicamente attiva della curcuma, è in grado di interferire con i processi biochimici delle cellule tumorali e di impedirne le proliferazione.

La curcumina, cioè, sarebbe in grado di colpire e ridurre le cellule del cancro: che sia l’occasione per una cura alternativa delle forme tumorali resistenti alla chemioterapia?

Ancora una volta, la curcumina si rivela fonte di mille potenzialità e benefici: sono tantissimi gli studi che mettono in relazione gli effetti della curcumina con quelli di farmaci convenzionali utili nel trattamento di alcune patologie e molti hanno dimostrato come la curcumina sia addirittura migliore dei farmaci da prescrizione e in più offra il vantaggio di non dare effetti collaterali.

Oramai nota è anche l’attività antinfiammatoria della curcumina praticamente sovrapponibile a quella dei farmaci tipici impiegati per contrastare le infiammazioni, come il cortisone, ma senza effetti collaterali. In particolare, non è gastrolesiva ma addirittura ottima per curare il colon irritabile e l’ulcera gastrica.

Con questo nuovo studio, i ricercatori hanno posto l’attenzione sulla capacità della curcumina di interagire con l’enzima DYRK2, inibendolo e bloccando le funzioni delle cellule tumorali, danneggiandone la proliferazione.

Ma, avvertono gli esperti: “In generale, la curcumina viene espulsa dal corpo abbastanza velocemente. Perché sia un farmaco efficace, deve essere modificata per entrare nel flusso sanguigno e rimanere nel corpo abbastanza a lungo da colpire le cellule tumorali e da sola potrebbe non essere sufficiente rallentare il cancro nei pazienti umani”.

Tramite la cosiddetta cristallografia a raggi x, è stata “fotografata” la struttura della curcumina e il sito attivo con cui si lega all’enzima DYRK2, mettendo in essere un'inibizione molto forte nella sua funzione. Da molto tempo gli studiosi cercavano un farmaco che interagisse con il "proteoma" (o con qualche suo attivatore come il DYRK2) delle cellule tumorali più resistenti, un organo senza il quale la cellula non è capace di proliferare.

Un'immagine 3D ottenuta con la cristallografia a raggi X della curcumina (Fonte)

“Il nostro obiettivo principale è quello di sviluppare un composto chimico che possa colpire DYRK2 in pazienti con tumori" dicono i ricercatori e aggiungono "I nostri risultati rivelano un ruolo inaspettato della curcumina nell'inibizione del DYRK2 e forniscono una dimostrazione del fatto che la manipolazione farmacologica dei regolatori del proteasoma può offrire nuove opportunità per il trattamento del carcinoma mammario triplo negativo difficile da trattare e del mieloma multiplo(tumori farmaco resistenti)”.

Una bella scoperta, insomma, che fa intravedere la speranza di sostituire con rimedi naturali i devastanti effetti delle terapie chemioterapiche.

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Germana Carillo

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