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“L’Italia è un’eccellenza mondiale”, parola di Silvia Vianello. E agli Italiani dice: ricominciate a sognare!

Già nella Forbes Top 100 Italian Women 2018, la vincitrice del Premio “Top Middle East Women Leader” è italiana e vive a Dubai, ma attenzione: Silvia Vianello non è affatto un cervello in fuga, come sottolinea lei stessa più volte. Le narrazioni sono fatte di filtri e un filtro è anche un luogo comune, ma dietro a ogni luogo comune c’è una storia. Silvia, riconosciuta tra le 100 donne più esperte del mondo digitale ed ex conduttrice di un programma del network di Sky, mi racconta la sua, nel corso di una lunga telefonata intercontinentale.

Sono nomade da tanto tempo. Prima di Dubai, ho vissuto a Parigi, a Houston e a New York. In Italia torno comunque più o meno due volte al mese per dare un contributo  raccontando cosa facciamo qui a Dubai. L’Italia rimane sempre il mio paese del cuore.

 

Docente e consulente strategico in marketing digitale, Silvia Vianello oggi dirige l’Innovation Center SPJain School of Global Management di Dubai. Il settore dell’innovazione, qui, va per la maggiore. La cosa che mi colpisce, di primo acchito, è il fatto che si tratti di un ambito principalmente maschile. Quando le chiedo se la cosa le abbia creato qualche difficoltà, Silvia mi dice di no. Tutt’altro, anzi. “Per i tanti uomini che lavorano in quest’ambito è così inusuale avere a che fare con una donna che in genere quando ne trovano una che magari ne sa addirittura più di loro, finiscono per appassionarsi. Anche sui palchi, durante i convegni, il fatto di essere donna in fondo ha sempre giocato a mio favore: spezza la monotonia. Certo, in altri settori le cose funzionano in modo diverso. Ho lavorato in Maserati come direttore marketing per 24 paesi e sì, posso dirti che il mondo dell’automotive – per una donna – è tutt’altro che semplice!

La verità è che la vita non è sempre una corsa a ostacoli. O meglio, gli ostacoli ci sono ma spesso e volentieri sono diversi da quelli conosciuti e tramandati dalla vulgata comune. Quando mi parla della sua esperienza all’estero, Silvia sottolinea più volte di non essere affatto scappata dal suo paese per mancanza di opportunità. “In Italia avevo non uno, ma tre lavori più che gratificanti: insegnavo in Bocconi, avevo una società di consulenza e tenevo un programma televisivo. Idem per quanto riguarda tanti italiani che oggi vivono a Dubai: non ce n’è uno che in Italia non avesse un lavoro ben pagato. La verità è che spesso ci si trasferisce all’estero per motivi diversi. Non esistono solo cervelli in fuga. Si va via anche per allargare i propri orizzonti, per avere nuovi stimoli e potenzialità di investimento. O per vivere una vita più semplice, in termini di tassazione per esempio. Per quanto riguarda il mio settore posso dirti che in Europa si parla molto di innovazione ma la si fa poco. A Dubai funziona esattamente al contrario.

Sul tema, si potrebbe aprire un capitolo infinito. La percezione comune – quando si parla di migrazioni – tende a essere limitata e a non considerare (o a sminuire) quel corposo fenomeno che è difficile classificare ma che di fatto è sempre esistito. Si emigra anche per libera scelta, non solo per necessità.

Ciò che è certo è che da lontano si acquisisce uno sguardo nuovo, un colpo d’occhio diverso sul proprio punto di partenza. Quando le chiedo come veda l’Italia a distanza Silvia mi risponde facendo riferimento soprattutto a barriere mentali e ad alcuni, consolidati luoghi comuni. “In Italia ho riscontrato spesso una forte resistenza al cambiamento. Basti pensare alla paura nei confronti della tecnologia, al timore che le innovazioni in questo campo possano rubarci posti di lavoro. La verità è molto diversa: le innovazioni tecnologiche non fanno che renderci più liberi, per esempio sollevandoci da attività che possono essere svolte dalle macchine, o garantendoci maggiore sicurezza. In linea di massima, per ogni lavoro sostituito da una macchina ci sono almeno tre nuovi lavori che nascono. Le rivoluzioni industriali sono una costante, non una novità e negli anni non hanno certo ucciso il mondo del lavoro. Lo hanno piuttosto cambiato.” Cosa, peraltro, ampiamente suffragata dai dati di uno studio di Deloitte pubblicato sul Guardian qualche anno fa.

Silvia oggi si impegna a dare alle persone strumenti utili, che le aiutino a cavalcare l’onda sullo sfondo di un mondo del lavoro in costante cambiamento. Il 31 ottobre sarà a Milano – al Talent Garden di via Calabiana – sui suoi social tiene consulenze gratuite. Tra una domanda e l’altra, l’idea che mi trasmette, è che trasferire esperienze e conoscenze, per lei sia una mission.

Ne approfitto per chiederle cosa serva oggi, al di là della pura e semplice disponibilità a cambiare. “Quello che ci impegniamo a fare, qui all’Innovation Center, è creare global citizen: cittadini globali. Quella è la chiave di tutto. Quello che serve è un radicale cambiamento di mentalità. Da noi, per esempio, non ti limiti a fare un master in un’unica città. Puoi fare  4 mesi a rotazione in ognuno dei nostri campus, tra Dubai, Singapore e Sidney con la possibilità di assimilare quello che è un vero e proprio mix di culture. C’è poi una seconda alternativa, per chi preferisce rimanere in loco: si tratta un’opzione online, percorribile grazie ad aule virtuali ad altissima tecnologia. Ti ho fatto questo esempio per darti un’idea del tipo di mentalità a cui alludo. Il cambiamento che serve va in buona parte in questa direzione.

E agli Italiani, cosa consiglia in questo momento? “Di tornare a sognare. Sì, davvero: sognate, ricominciate a farlo perché l’Italia è un’eccellenza mondiale. Non dobbiamo mai dimenticarlo.”

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Viaggi spirituali: non solo mare in Sardegna

La Sardegna è una terra famosa per la bellezza delle sue spiagge e per l’importanza del proprio territorio a livello turistico. Si tratta di una delle due isole italiane, al pari della Sicilia, capace di convogliare ogni anno moltissime persone all’interno delle proprie località balneari e non solo. Ma forse non tutti sanno che la Sardegna si caratterizza anche per essere uno dei luoghi che conservano più percorsi legati alla religiosità cristiana. Un motivo in più per scoprire meglio l’isola in tutti i suoi aspetti, e magari aderire ad uno degli itinerari sacri.

Quale territorio meglio di quello sardo può racchiudere in un colpo solo la magnificenza dei paesaggi e l’introspezione, unita alla fatica fisica, di un cammino religioso? Il connubio è perfetto da queste parti, e si snoda attraverso una serie di località (paesini, siti archeologici, ma anche vaste radure) che vale la pena percorrere almeno una volta nella vita. D’altra parte, come diceva Italo Calvino: “il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi”, per cui evoluzione spirtuale e fisica devono necessariamente andare a braccetto in ogni singolo passo.

Sono molti i cammini religiosi presenti in Sardegna, alcuni con una grande storia alle spalle e altri più recenti. Inoltre ce ne sono alcuni che sono stati inseriti nel Registro Regionale dei Cammini religiosi, istituito nel 2012 dall’assessorato regionale al turismo, allo scopo di promuovere definitivamente il cammino religioso in Sardegna. Ecco quali sono.

Il cammino di San Giorgio Vescovo

Ispirato a un personaggio sardo storico, vissuto a Cagliari attorno all’anno mille, il  cammino di San Giorgio Vescovo ripercorre gli itinerari di evangelizzazione che hanno caratterizzato proprio San Giorgio Vescovo durante la sua esistenza.Le chiese a lui dedicate hanno fornito l’ispirazione per costituire il percorso che è stato tracciato in alcune tappe giornaliere facenti capo ciascuna ad uno dei piccoli paesi che attraversa. Il percorso si snoda lungo oltre 300 km che, partendo dalla città di Cagliari, tocca moltissime località care a San Giorgio Vescovo. Un itinerario davvero mozzafiato che permette di vivere un’esperienza fantastica sul piano umano e ambientale.

Il Cammino di Santu Jacu

Il Cammino di Santu Jacu (San Giacomo apostolo) è un percorso che comprende circa 30 comuni per oltre 1250km di estensione, con lo scopo di collegare le chiese parrocchiali dedicate all’apostolo Giacomo che sono collocate in diverse località della Sardegna. È stato pensato con 5 punti di partenza e/o di arrivo (Cagliari, Porto Torres, Olbia, Oristano, le isole del Sulcis) in considerazione del fatto che la Sardegna è un’Isola baricentrica per le vie marittime del Mediterraneo che portano alle mete più conosciute di pellegrinaggio (Francia, Spagna, Portogallo oppure Roma, Vicino Oriente e Gerusalemme).

Il Cammino Minerario di Santa Barbara

Qui siamo nella Sardegna sud occidentale, e più nello specifico in quel tratto di Sardegna che partendo dall’antica vita mineraria ci lascia in dote un patrimonio culturale di rilevanza internazionale.

Un percorso di sicuro fascino, che comprende territori meritevoli del  riconoscimento dell’UNESCO. Santa Barbara di Nicomedia, patrona dei minatori, rappresenta l’elemento unificante di questo Cammino. Un percorso lungo circa 400 km che attraversa le interessanti aree geografiche dell’Iglesiente, del Guspinese e del Sulcis. Si tratta di un itinerario che si caratterizza per alcune peculiarità che lo rendono diverso dagli altri: i tanti siti archeologici e i diversi musei dedicati alle miniere permettono a fruitori di toccare con mano le difficoltà della vita in miniera. A fare da contraltare a questo stato d’animo c’è un percorso in cui si possono ammirare stupendi scorci naturalistici, in cui manca del tutto il segno della presenza umana. Questo contrasto è alla base della scelta di inserire il cammino di Santa Barbara come l’unico cammino religioso sardo ad essere incluso nell’Atlante dei Cammini del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Il Cammino di Sant’Efisio

A differenza del Cammino di Santa Barbara, in cui la spiritualità è fortemente legata alla vita terrena, il Cammino di Sant’Efisio spicca senza dubbio per  laspetto legato alla devozione. Il percorso che in realtà è una processione che accompagna il simulacro del Santo, si snoda da Cagliari fino a Nora e ritorno. Lungo tutto l’itinerario ci sono alcune tappe molto interessanti e diverse tra loro come Giorgino, La maddalena spiaggia, Su Loi, Villa d’Orrì, Sarroch, Villa San Pietro, Pula e Nora.  Un percorso che si caratterizza per la presenza costante del mare, ma all’interno del quale spiccano anche tante altre bellezze paesaggistiche e archeologiche. La tradizione legata a questo cammino vuole che i pellegrini lo compiano più per chiedere una grazia (o sciogliere un voto) che per il classico viaggio introspettivo alla ricerca della fede.

Il riposo dopo il cammino: Santa Giusta e Santa Clara

Dopo un lungo cammino, che rigenera sul piano spirituale ma fiacca le energie, è necessario un lungo riposo. In Sardegna di certo non mancano le strutture adatte al relax, per chi desidera un struttura di alto livello suggeriamo di soggiornare in uno degli iGV Club presenti in Sardegna. Per la parte settentrionale dell’isola il consiglio è quello di recarsi all’iGV Club Santa Clara, mentre nella zona meridionale consigliamo una sosta all’iGV Club Santa Giusta. Entrambi incastonati in uno splendido scenario, i due villaggi offrono il giusto mix di relax e comfort.

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Viralità tossica: ecco perché il contenuto negativo è pericoloso, esagerato e pessimo sia per i lettori che per gli editori

I contenuti negativi su internet sono spesso provocatori, potenti e pervasivi. Potremmo definirli addirittura tossici. La cosa più allarmante è che certe notizie raggiungono questa viralità tossica facendo leva sulle nostre emozioni più primitive.

Gli esseri umani sono psicologicamente programmati per condividere le cattive notizie: una sorta di meccanismo di difesa ancestrale che serviva per difenderci da situazioni di pericolo quando ancora i nostri antenati vivevano nelle caverne. Oggi, la cronaca nera, le campagne diffamatorie, gli scandali politici, fino al gossip delle celebrità, fanno scattare lo stesso comportamento virale.

E qui sta il fascino pericoloso del contenuto negativo: l’impulso di reagire alla negatività è nella nostra natura e, purtroppo, può essere facilmente sfruttata.

Con l’attuale rincorsa all’audience, alcuni media sfornano in continuazione contenuti negativi, strillando titoli a volte in modo forzato, perché è un modo facile per attirare lettori, pagine viste e di conseguenza introiti pubblicitari.

La negatività non è solo deprimente per i lettori: è anche un male per gli editori.

Il vecchio principio secondo cui le cattive notizie fanno vendere, sta rapidamente scemando. Apparentemente si tratta di un modello di business semplice ed efficace: titoli acchiappa-click e sensazionalismo attirano opinioni e azioni, e la prospettiva di rendere virali le notizie attrae certamente gli inserzionisti. Ma di fatto le persone sono sempre più stufe del diluvio di indignazione che piove dai mass-media.

Inoltre, la negatività non è più così redditizia come una volta. Per quanto ci piaccia avere qualcosa contro cui prendercela, l’esposizione costante a messaggi negativi ci contagia con la cosiddetta “impotenza acquisita”, ovvero la convinzione che il mondo sia un posto pericoloso e che non abbiamo alcun potere per fare qualcosa.

Dopo aver visto solo tre minuti di notizie negative, le persone hanno il 27% in più di probabilità di passare una brutta giornata. I contenuti negativi tendono a diventare virali, ma a che serve se poi siete di cattivo umore? I lettori sono la linfa vitale di un editore. Non ha senso prenderli in giro con titoli sensazionali o notizie inutilmente gonfiate.

Gli inserzionisti oggi sono molto più attenti ai propri investimenti pubblicitari, perché non vogliono più associare il loro marchio a contenuti negativi. Non possono rischiare la propria reputazione accanto a contenuti dubbi o discutibili, perché c’è il rischio che i consumatori facciano confusione tra i loro marchi e il contenuto cui sono associati.

Le persone che preferiscono contenuti positivi dichiarano di trascorrere una buona giornata l’88% delle volte. Per la stessa ragione, i lettori che leggono contenuti positivi tendono a trasferire il valore positivo della notizia sui marchi circostanti.

Un altro fattore chiave che diminuisce il valore del contenuto negativo è la natura mutevole della pubblicità digitale. Siamo entrati un’epoca in cui la pubblicità viene offerta sotto forma di contenuti, e la negatività non si adatta a questo nuovo modello, come sottolinea David Auerback in questo articolo. Se si utilizzano contenuti provocatori, che incitano una guerra a Babbo Natale, alla Barbie o al personaggio di turno, l’indignazione può essere virale, ma rimane fine a se stessa… ci sono notizie molto più utili o interessanti che si integrano meglio con un messaggio promozionale.

Per quanto possa sembrare che la negatività e le polemiche dominino il ciclo delle notizie, le storie che offrono una soluzione o che evocano sentimenti positivi come speranza, gioia, stupore, coraggio o ispirazione, raggiungono una viralità più alta di quelle negative, come riporta questa ricerca pubblicata su Micro e Marco Marketing.

La maggior parte delle persone preferisce diffondere la felicità. Le offese, l’indignazione e la negatività saranno sempre più relegate al passato. Internet e la rivoluzione digitale stanno andando oltre.

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Chiedere scusa è sempre più in disuso, ma c’è una buona notizia…

Ben ritrovati e buon lunedì! Oggi voglio parlarvi di un’arte “in disuso”, cioè l’arte di chiedere scusa. Sono sicuro che sai cosa voglia dire chiedere scusa di qualcosa, e sono anche certo che avrai notato come poche persone siano propense a farlo! Te ne parlo dal punto di vista dell’ottimismo, di cui sono esperto, perché la propensione a chiedere scusa è inversamente proporzionale al pessimismo, cioè più sei pessimista meno sei disposto a chiedere scusa.

Naturalmente è vero anche il contrario: più sei ottimista più sei disposto a chiedere scusa. Come ripetiamo spesso negli articoli di BuoneNotizie.it, la comunicazione mediatica in cui siamo costantemente immersi è fatta di continue brutte notizie, di delitti, fallimenti, scontri… ed è evidente che questo contribuisca a creare un clima pessimistico, dove tutto sembra andare male!

Non che sia vero il contrario, ma diciamo che la visione dei media tradizionali è più orientata ad esaltare il peggio e minimizzare il “meglio”. E questo è un dato di fatto. Tuttavia questo non riguarda solo le notizie che vengono date, ma anche il modo di parlare e il tono dei discorsi. Sicuramente negli ultimi anni la tv e i giornali hanno diffuso uno stile linguistico a dir poco “aggressivo”, spesso volgare e tendenzialmente “muscolare”. Per “comunicazione muscolare” intendo dire un modo di parlare in cui si cerca di apparire più “forti” dell’interlocutore, non tanto per la saggezza o l’intelligenza delle argomentazioni, ma piuttosto per l’irruenza con cui le si esprime o addirittura per il volume con cui le si urla. Tutto questo fa sì che siamo immersi in un clima pessimo in cui gli argomenti sono pochi e negativi e le argomentazioni urlate e aggressive.

Cosa c’entra questo con il chiedere scusa? E’ evidente che chiedere scusa ci mette in una posizione di debolezza (almeno temporaneamente), nel senso che ammettiamo di aver commesso un errore. In realtà, chi è consapevole dei propri errori e ha l’educazione di chiedere scusa (nel momento in cui questi errori possono aver arrecato danno ad altri), non è affatto debole, anzi. E’ proprio questo il punto: in un clima di “comunicazione muscolare” si rischia di non essere per nulla apprezzati quando chiediamo scusa. In questo clima pessimo e di sfida costante, chiedere scusa appare qualcosa da “deboli” e quindi da non fare.

In ogni caso, la buona notizia è che chiedere scusa è da forti, mentre tentare di aver sempre ragione è da pessimisti perché significa che non si ha il coraggio di essere sinceri, pensando di apparire deboli.

Cosa ne pensi? Lascia il tuo commento… Alla prossima settimana!

Sebastiano Todero

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Viveva in mezzo alla strada. Riconosce il padre che l’aveva abbandonata e gli salva la vita

Questa è la storia di Diana Kim, la ragazza che riconobbe il padre dopo decine di anni salvandogli la vita. Era l’aprile del 2013: l’uomo viveva in strada, e non aveva la minima idea di chi fosse quella ragazza che gli stava tendendo la mano e, probabilmente, non sapeva nemmeno chi fosse lui stesso.

Diana non sapeva che cosa pensare e come sentirsi. Suo padre l’aveva abbandonata quando aveva circa 5 anni e quindi non aveva alcuna relazione con l’uomo di fronte a lei. “Non è mai  stato parte della mia vita, lui non c’era“, spiega la ragazza. L’atmosfera, al momento dell’incontro, era certamente piena di emozioni contrastanti. Cosa avrebbe dovuto fare? Far finta di niente perché questa persona non aveva realmente nulla a che fare con la sua vita? Lasciarlo lì in strada come lui aveva lasciato lei?

La loro storia è emozionante e ci insegna davvero tanto, facendoci conoscere un’istinto dettato dal legame interno che lega un padre e una figlia, ancora esistente, anche se non si vedevano da quando lei era una bambina. Molti avrebbero scommesso che l’avrebbe lasciato là: in fondo l’aveva abbandonata da piccola, e queste sono cose che decisamente segnano una persona. Ma per Diana fu diverso.

Non volle parlare con me, non mi riconobbe, questo fu il risultato del primo approccio. Man mano che lei tentava di dialogare, si accorgeva sempre di più che suo padre aveva qualcosa che non andava. Il padre di Diana soffriva infatti di schizofrenia fin da quando l’aveva abbandonata, e ultimamente aveva smesso di curarsi.

Era una situazione unica e in cui certamente nessuno di noi immagina di poter vivere. La ragazza era stata un avvocato per i senzatetto per anni, e ora suo padre era tra quelli che lei difendeva con passione. Diana, che ha scelto di non parlare del suo rapporto con la madre, aveva dormito in parchi, vissuto in una macchina e invocato la gentilezza di alcuni amici per poter avere un tetto sopra la testa per alcune notti. Sono state queste le esperienze che l’hanno portata a lottare per i senzatetto. Diana racconta che quando si vivono situazioni simili durante l’infanzia “si verifica una lotta interna che modella il tuo modo di vedere il mondo“. Era dunque diventata un’alleata di coloro che vivono in strada e trovandosi di fronte il padre dopo decine di anni, non poteva fare a meno che pensare a come aiutarlo, ma allo stesso tempo sentiva di nuovo tutto il dolore creato dall’assenza di un padre.

Lo osservò per un po’ di tempo e scoprì che non aveva più un posto dove andare. Anche la sensazione che suo padre fosse malato era giusta. Fu così che Diana decise di lottare anche per suo papà: iniziò a cercare di convincerlo a chiedere aiuto e ad aiutarlo a ricordarsi di lei. Sapeva che sarebbe stato faticoso e non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Ma iniziò a fare tutto il possibile. A un certo punto “è necessario affrontare le proprie paure, le proprie insicurezze e il proprio dolore“.

A seguito di un attacco di cuore, durante l’estate successiva, il padre venne ricoverato in ospedale e questo evento si rivelò una vera benedizione: Diana riuscì infatti in quella circostanza a fargli ricordare tutto. Adesso sono di nuovo padre e figlia.

La storia di Diana e il suo papà è riportata nel suo blog fotografico, “The Homeless Paradise“, nel quale documenta giorno per giorno la situazione dei senzatetto. Le sue pagine sono piene di tragedia, ma la speranza e la determinazione di Diana sono le caratteristiche che la spingono ad aiutare e a vedere i senzatetto proprio come delle persone uguali a lei.

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Ansia e felicità: come influenzano la nostra salute?

Pillole zuccherine, iniezioni saline, chirurgia simulata. Tutti conosciamo il significato del termine placebo e tutti abbiamo sentito dire almeno una volta che il semplice pensiero di ricevere un farmaco o un intervento chirurgico possa provocare un sollievo ampiamente riscontrabile nei test clinici. L’uomo conosce talmente poco del proprio cervello che anche i meccanismi dell’effetto placebo sono tuttora poco noti. Si pensa che i pensieri positivi sulla propria guarigione stimolino le nostre endocrine naturali, le quali agiscono alleviando i sintomi e causando la scomparsa del dolorePer quanto riguarda i pensieri negativi sembra invece che il nostro cervello sia dotato di meccanismi ancestrali noti come reazione di “lotta o scappa”Emozioni come la paura causano reazioni di forte stress che vanno ad attivare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, innalzando dunque i livelli di cortisolo e adrenalina.

Correndo con la fantasia immaginiamo un uomo preistorico che, molto serenamente, raccoglie bacche o si abbevera ad un torrente. Nel trovarsi improvvisamente di fronte ad una minaccia, supponiamo un leone, il suo asse ipotalamo-ipofisi-surrene si attiva perché in quel momento il cortisolo e l’adrenalina servono. Bisogna lottare, oppure scappare. Ma questa condizione di stress fortissimo non può durare per troppo tempo in maniera continuata perché, con un leone, vivere o morire è una faccenda abbastanza sbrigativa.

Immaginiamo invece un paziente che quotidianamente combatte per sopravvivere sottoponendosi a cure lunghe e pesanti. La sua paura è continuativa, non si tratta di una situazione da “lotta o scappa” perché non c’è modo di scappare e perché la lotta, che va per forza affrontata, è lunga e vissuta in maniera passiva. Può darsi che, anche solo per quanto riguarda il piano psicologico, questa situazione estenuante possa essere dannosa per la sua salute.

Lissa Rankin, dottoressa americana di fama internazionale, ci dice che “La mente supera la medicina”: neanche noi sappiamo ancora quanto potenti siano le capacità della nostra mente, principale alleata o nemica del nostro stesso corpo. Forse assumere un atteggiamento positivo di fronte alla malattia, ma in generale alla propria esistenza, può aumentare drasticamente le proprie aspettative di vita. I suoi studi, ancora sperimentali, sono supportati da svariati test clinici, e si stanno facendo lentamente strada all’interno della medicina tradizionale.

Se questi argomenti sono di vostro interesse, se siete ipocondriaci, o pensate di avere bisogno di una spinta motivazionale per approcciare la vita e la salute con spirito più positivo, il libro della dottoressa Rankin è un ottimo strumento di divulgazione. Divulgativo e concreto, perché allo stesso tempo ben lontano da quello che si potrebbe immaginare, ovvero un indottrinamento pseudoscientifico new age. L’attenzione della dottoressa è alla concretezza dei dati.

L’autrice divide infatti i pazienti in procinto di affrontare difficili operazioni chirurgiche tra chi è convinto che l’operazione andrà bene e chi invece nutre vere e proprie convinzioni negative sul buon esito dell’operazione. I dati parlano: tassi di mortalità superiore tra i pessimisti o, in ogni caso, tempi di recupero più lunghi rispetto a quelli dei pazienti ottimisti.

Il libro è costellato di casi clinici denominati dalla medicina tradizionale come “miracoli”. Ma per Rankin, i miracoli non esistono. Bisogna andare sotto a quella definizione, andare a vedere cosa c’è veramente. Quello che c’è sotto è una rivalutazione delle enormi potenzialità curative del nostro cervello, delle emozioni e sensazioni vissute nella quotidianità.

Ansia e felicità influenzerebbero in maniera visibile la nostra salute, il nostro aspetto, la durata della nostra vita. 

Quando chiudo il libro, proseguo la routine tenendo implicitamente a mente quanto appena letto. Ogni mio gesto a questo punto è stato condizionato. Accendo la televisione, come faccio ogni giorno, ma immediatamente realizzo che sto immagazzinando informazioni che mi predispongono ad un’attesa negativa. C’è sempre una crisi economica, il pericolo di attentati, una malattia che incombe… Spengo la televisione e accendo il computer sperando che, considerata la più ampia libertà di scelta per quanto riguarda le informazioni da acquisire, io sia in grado di essere al riparo dal bombardamento negativo. Ma niente da fare: anche i social network premiano chi urla più forte e quindi anche chi lancia l’allarme più spaventoso.

La medicina occidentale è molto avanzata per quanto riguarda le cure ma siamo sicuri di poter dire lo stesso circa la prevenzione? È come se, andando a curare i singoli organi colpiti, alleviando perfettamente i sintomi che ci disturbano, ci dimenticassimo che tutto quanto nel nostro corpo e nella nostra vita parte da lì: dal nostro cervello.

Francesco Verro

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Tra mostri e gioielli: 5 cose da fare ad Halloween

Ammettiamolo: la festa più tenebrosa dell’anno è entrata a tutti gli effetti nelle nostre vite anche se non si tratta di una festa autoctona. Dove nasce Halloween? C’è chi punta il dito oltreoceano e chi si rifà alle origini celtiche dell’antica Samhain… sta di fatto, però, che feste molto simili sono state celebrate anche in Italia in tempi non sospetti. Qualche esempio? La Notte delle Lumere (alias zucche) in Sicilia e Lombardia e la festa sarda conosciuta come Su Mortu Mortu, o i banchetti imbanditi nei cimiteri di certi paesini della Calabria, senza dimenticare la Calza dei Morti che viene appesa nel Foggiano, a Manfredonia. Insomma, Halloween è una festa che ci appartiene… quindi lanciamoci e rendiamole onore. Con originalità, però. Ecco 5 idee per un Halloween davvero fuori dalle righe.

1- Festa in maschera e scambio di regali

Halloween non è Natale… ma forse ci si avvicina. Non dimentichiamo che anni fa, a Palermo, i bambini ricevevano regali il giorno dei morti quindi perché non organizzare una festa “tenebrosa” a metà tra il Carnevale e lo scambio di regali natalizi? Una festa in maschera – a tema streghe, spettri e mostri – è ciò che ci vuole, purché ogni cosa sia curata nei minimi dettagli. Il costume è importante, ma non dimenticatevi la “chicca”: i gioielli halloween, per esempio. Bijoux in tema, che alludano alla festa e altri piccoli particolari che possano aiutare a creare un’atmosfera da brivido faranno sicuramente la differenza.

2- Viaggio “noir”

Quest’anno Halloween cade di mercoledì, cioè nel bel mezzo della settimana. Niente ponte, tuttavia – per chi voglia prendersi un paio di giorni – la possibilità di un viaggetto a tema “noir” è senz’altro da considerare. Un esempio? Londra! La Shady Old Lady è in grado di snocciolare diversi scenari in linea con le atmosfere brumose di Halloween, a partire dai suoi favolosi Magnificent Seven Cemeteries.

3- Maratona di film horror

Un evergreen che non stanca mai. I titoli non mancano a partire dai grandi classici (Shining di Kubrick) per arrivare alle perle nere del cinema orientale. Mai sentito parlare di J-Horror? L’horror giapponese va per la maggiore, basti pensare a Ju-On, a The Call, a Infection o a un classico sudcoreano come Two Sisters.

4- Seduta spiritica (sul serio o per finta) o tavola Oija

Un classico anche in questo caso, declinabile secondo due opzioni. Potete ripercorrere il registro grottesco-carnevalesco (che ad Halloween non stona) e organizzare una seduta spiritica con colpi di scena orchestrati ad hoc, oppure lanciarvi davvero nell’ignoto e orchestrare una seduta spiritica reale. Ne avete il coraggio? In alternativa, vi suggeriamo la tavola Ouija, popolarissima nei film horror di tutti i tempi.

5- Cena con delitto, in versione home made

Certo, ad Halloween si può anche uscire ma a volte stare in casa è la scelta più originale. L’opzione Cena con Delitto, per esempio, può essere ricreata e messa tranquillamente in piedi fra le mura domestiche. Non tutti siamo artisti, ma una certa dose di creatività è alla portata di ognuno di noi. Se la cosa vi spaventa, poi, non mancano le guide e i consigli pratici.

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19mila nuovi posti di lavoro in Italia con le auto elettriche

L’Italia ha l’opportunità di rafforzare l’economia e creare 19.000 posti di lavoro entro il 2030 grazie al passaggio da un sistema di trasporto basato sulle importazioni di benzina e diesel ad una mobilità alimentata da energie rinnovabili di produzione nazionale.

E’ quanto emerge da un nuovo studio, coordinato dalla European Climate Foundation, da Transport & Environment e dalla Fondazione Centro Studi Enel, che raccoglie le idee di diverse parti interessate nel settore della mobilità e dell’energia in Italia.

Secondo quanto descritto nello studio, dal titolo “Fuelling Italy’s Future: Come la transizione verso la mobilità a basso contenuto di carbonio rafforza l’economia”, la transizione verso l’uso di veicoli a basse e zero emissioni di carbonio in Italia contribuirà nel 2030 ad aumentare il PIL di 2,396 miliardi di euro (rispetto allo scenario di riferimento). Ciò consentirà all’Italia non solo di minimizzare la propria esposizione alla volatilità del prezzo del petrolio ma anche di massimizzare il mercato dell’energia solare ed eolica di produzione nazionale, aumentando di conseguenza la sicurezza energetica del paese.

Grazie alla transizione verso una mobilità a basse emissioni di carbonio, verrà affrontato anche il problema della cattiva qualità dell’aria legata al trasporto passeggeri, così da evitare 1.100 decessi prematuri entro il 2030 e prevenire un numero significativo di tumori polmonari, bronchite cronica e asma.

I risultati chiave:

●       Crescita economica: L’Italia ha l’opportunità di ridurre le perdite per l’economia dovute all’importazione di combustibili fossili per i trasporti e di ridurre l’esposizione dei consumatori alla volatilità dei prezzi del petrolio, sostituendo il petrolio importato con la propria energia solare ed eolica. Nel 2017 l’Italia ha importato ben 15,9 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi raffinati. Secondo lo studio, se si tagliassero le importazioni di petrolio, si potrebbe ottenere un risparmio cumulato di circa 21 miliardi di euro entro il 2030 e di 377 miliardi di euro entro il 2050, determinando una ripresa della bilancia commerciale italiana.

– L’industria petrolifera impiega relativamente poche persone in Italia, in quanto nel 2017 per ogni milione di euro di valore aggiunto, il settore petrolifero in Italia ha creato solo 3,5 posti di lavoro, mentre i settori dell’elettricità e dell’idrogeno hanno un’intensità di lavoro quasi 5 volte superiore. Secondo quanto emerge dallo studio, la transizione verso una mobilità a basse emissioni di carbonio produce un impatto positivo netto sull’occupazione. Infatti, saranno creati ben 19.225 nuovi posti di lavoro nel 2030 e più di 50.000 nel 2050. Tuttavia, è evidente la necessità di interventi politici mirati per assistere i lavoratori che perderanno il proprio posto di lavoro durante la fase di cambiamento e consentire loro di occupare i posti di lavoro creati altrove nell’economia.

– L’industria automobilistica italiana ha subito una sostanziale perdita di competitività nell’ultimo decennio. La transizione verso nuove tecnologie e sistemi di propulsione più avanzati rappresenta un’opportunità per migliorare la competitività dell’industria automobilistica italiana, concentrandosi sulle nuove filiere e sulle mutevoli esigenze dell’industria automobilistica europea. In particolare, se i costruttori italiani di automobili torneranno ad essere all’avanguardia in Europa nello sviluppo di auto per uso urbano efficienti e di piccole dimensioni, allora vi sarà la possibilità di riguadagnare le quote di mercato interno erose nell’ultimo decennio.

●       Impatto sui consumatori: La transizione verso una mobilità a basse emissioni di carbonio comporta il passaggio verso veicoli con un costo di acquisto maggiore ma con costi di manutenzione inferiori, che compensano il maggior costo di acquisto iniziale. Secondo quanto previsto dallo scenario TECH dello studio, nel 2030 il costo totale di proprietà di un’auto, considerando la vita utile media di un’auto a batteria di piccole dimensioni, diventerà inferiore a quello di un’auto a benzina convenzionale. Il motivo è riconducibile a costi di carburante e di manutenzione inferiori, che consentiranno ai consumatori di risparmiare circa 917 euro all’anno nel 2030, nonché ad una riduzione del costo di acquisto dei veicoli elettrici a batteria, grazie ai minori prezzi delle batterie.

●       Salute: Le principali città italiane risentono dell’inquinamento atmosferico, causato principalmente dalle emissioni di un parco veicolare dominato dal motore endotermico. Una mobilità a basse emissioni di carbonio può contribuire a ridurre l’inquinamento atmosferico diminuendo sostanzialmente le emissioni di NOx e PM delle automobili. Lo studio mostra che tali emissioni possono essere ridotte rispettivamente del 50% e del 63% rispetto ai livelli del 2017, avvicinandosi allo zero nel 2050. Grazie alla riduzione dell’inquinamento atmosferico causato dalle emissioni di gas di scarico delle auto, lo scenario TECH mostra che nel 2050 si risparmieranno circa 114.644 anni di vita, per un equivalente di quasi 1.400 vite. Nello stesso tempo si potranno prevenire anche circa 2.000 casi di cancro ai polmoni e 12.600 casi di bronchite cronica.

●       Investimenti in reti e infrastrutture di ricarica: Un’infrastruttura di ricarica sufficiente e accessibile al pubblico è un fattore chiave per accelerare l’adozione di una mobilità a basse emissioni di carbonio, come menzionato anche nel piano nazionale per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica (3) ed elettrici ad idrogeno (4).  Si stima che fino al 2030 saranno necessari 3 miliardi di euro per investire nelle infrastrutture di ricarica dei veicoli elettrici. Di questi, 1,8 miliardi di euro serviranno a fornire infrastrutture di ricarica accessibili al pubblico.

Tuttavia, lo studio avverte che per accompagnare e gestire la transizione verso una mobilità a basse emissioni di carbonio sono essenziali degli interventi politici mirati e lungimiranti, al fine di generare occupazione di qualità, soprattutto in termini di adattamento e riconversione dei lavoratori e delle regioni particolarmente colpite da un declino di lungo periodo nella produzione di auto a benzina convenzionali, e garantire la sostenibilità sociale, ambientale ed economica della transizione.

Il team che ha realizzato l’analisi tecnica, costituito dalle società di consulenza Cambridge Econometrics, Element Energy e dal centro di ricerca CERTeT dell’Università Bocconi, ha lavorato coordinandosi con la European Climate Foundation, Transport & Environment e la Fondazione Centro Studi Enel. Inoltre, un gruppo di lavoro composto da diverse parti interessate qualificate e che operano al livello locale, ha garantito uno scambio di opinioni costruttivo e trasparente e ha fornito dei consigli sull’analisi per valutare i limiti entro i quali le tecnologie dei veicoli possono contribuire a ridurre le emissioni di carbonio delle automobili in Italia.

Questo studio è stato integrato con un’analisi sull’impatto che la transizione verso una mobilità a basse emissioni di carbonio può avere sulla rete elettrica (sinergia tra trasporto e sistema elettrico), ad opera della società di consulenza Element Energy, e con un’analisi sulla valutazione degli impatti sulla salute in Italia, realizzata dal centro di ricerca CERTeT dell’Università Bocconi.

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Il Nobel per chi non ha pace

Sono stati da poco annunciati i vincitori del Nobel per la Pace del 2018Nadia MuradDenis Mukwege, due personaggi che simboleggiano e ci fanno ricordare cose di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Il premio ha avuto il merito di riportare le loro storie sotto i riflettori.

Chi sono i Nobel. Nadia Murad è una giovanissima ragazza che vive nel Sinjar Iracheno, al confine con la Siria e fa parte della minoranza degli yazidi, che segue una religione particolare con radici antichissime. Nel 2014 gli uomini dell’Isis, che ritengono gli yazidi adoratori del diavolo, irrompono nei loro villaggi, uccidono gli uomini e le donne più vecchie e rapiscono le ragazze, che diventano schiave sessuali. Anche Nadia è tra queste, ma dopo qualche tempo riesce a fuggire e arrivare in Germania. Ha deciso di raccontare la sua storia alle Nazioni Unite, ha scritto un libro, perché il suo popolo possa avere pace e perché vengano puniti coloro che si macchiano di crimini, di stupri come armi di guerra, di traffico di esseri umani, in tutte le parti del mondo. Nel 2017, con l’assistenza legale dell’avvocatessa Amal Clooney, è riuscita ad ottenere una risoluzione Onu per cui una commissione indagherà sui crimini perpetrati dall’Isis…

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Ricordo bene: si stava peggio quando si stava peggio

Signore e signori, di norma sono piuttosto riservata sui fatti miei personali, ma ho deciso che oggi, e in via del tutto straordinaria, condividerò con voi alcune cose che ricordo della mia infanzia.

Stiamo parlando di poco più di cinquant’anni fa, in quel di Milano. È l’altro ieri, non un passato remoto. Non è un luogo lontano. E non è una situazione di deprivazione, o sottosviluppo. La guerra era finita da un bel pezzo, erano i primi anni del boom. Eppure.

Eppure ricordo nettamente la volta che, cosa mai successa prima e fatto così straordinario da imprimersi nella mia memoria, i miei hanno portato a casa un (enorme, mi era parso) bottiglione di Coca-Cola e ho pensato “urca, siamo diventati ricchi”. Il fenomeno non si è più ripetuto e io mi sono rapidamente tolta il dubbio.

Ricordo i rettangoli di giornale meticolosamente ritagliati dal nonno e appesi al chiodo accanto al water. Vi posso assicurare che la carta igienica, introdotta in casa più o meno ai tempi della Coca Cola e per fortuna diventata, quella sì, consumo familiare permanente, è assai più confortevole: confrontare per credere.

Ricordo nettamente un pranzo della vigilia di Natale con l’intera famiglia, nonni, zii e cugini…

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La fortuna di… non avere fortuna

Eccoci qui per il Lunedì con l’Amico Ottimista e oggi, forse, mi farò qualche nemico. Sì, perché sto per parlare di qualcosa di “scomodo”, che tira sempre in ballo polemiche infinite e che divide le persone in due grandi categorie. Le categorie dei “fortunati” e degli “sf…ortunati”. Voglio parlare di fortuna e di “psicologia della fortuna”, argomento veramente interessante del quale mi sono occupato proprio come dottore in psicologia, prima che come esperto di ottimismo.

Come vedi, per la foto ho scelto dei dadi, che rappresentano proprio la sorte, la casualità e, come si suol dire, le cose che avvengono per pura combinazione. Eppure un conto sono i dadi veri e propri, e l’utilizzo che possiamo farne in un contesto ludico (che sia di gioco o di scommessa non importa) e un conto è la metafora dei dadi, che applichiamo ad altri contesti della vita.

Mentre se tiriamo i dadi in un gioco stiamo veramente usando la fortuna, perché non c’è modo di usare l’abilità per ottenere un certo risultato, troppo spesso pensiamo – erroneamente – che anche in tanti altri contesti si tratti di fortuna e non di bravura.

Paradossalmente, proprio quando giochiamo con i dati, con le estrazioni o comunque con tutti i meccanismi di selezione casuale di un certo risultato tipici delle lotterie e quant’altro, facciamo un errore fondamentale: dimentichiamo che ogni tiro di dadi è virtualmente il primo e l’ultimo!

Ciò significa che se è uscito per 20 volte un certo numero, al 21° tiro le probabilità che esca lo stesso numero sono le stesse identiche del 1° tiro. Si dice, infatti, che “i dadi non hanno memoria” e che, ogni volta, si comportano come fosse il loro primo ed unico lancio.

Al contrario, se dobbiamo impegnarci a prevedere l’esito di una sequenza di lanci, siamo quasi inevitabilmente propensi a pensare che, dopo tante ripetizioni dello stesso risultato sia impossibile che esca ancora, oppure il contrario, cioè che se dopo tante volte che non esce un numero sia più probabile che esca.

Questo, in un contesto di gioco o scommessa, altera le nostre decisioni e può spingerci a fare delle vere e proprie follie psicologiche (e non solo) come, ad esempio, pensare che se abbiamo adocchiato un numero ritardatario (cioè che non esce da tante estrazioni) sia intelligente puntare su quel numero, perché ci sono buone probabilità che esca! Nonostante la semplicità di questa regola elementare della statistica, questa cosa la capiscono in pochi o, meglio, sono in molti a non capirla e a giocarsi una fortuna in lotterie, scommesse e macchinette che ci attirano con il miraggio di una vincita.

Quindi, qual è la buona notizia? Che la fortuna non esiste! O, almeno, che è statisticamente molto improbabile e che non vale la pena puntarci neppure un euro. Qual’è la brutta notizia? Che purtroppo a volte qualcuno vince e questo non fa altro che alimentare la nostra falsa e dannosa speranza che, magari insistendo e giocando molto, possa toccare anche a noi.

Non c’è nulla di più pessimistico che puntare sulla fortuna al gioco. Le persone ottimiste e realiste sono consapevoli che la fortuna al gioco non esiste… e non la vogliono nemmeno! Al contrario le persone più “sfortunate” (qui uso la parola come sinonimo educato di “ignoranti”, ovvero le persone che ignorano) sono convinte di essere fortunati o, quantomeno, di poterlo diventare. Alla fine quelli che giocano a macchinette, lotterie, scommesse o quant’altro sono i più sfortunati… in tutti i sensi.

Quindi, un vero ottimista ha la fortuna di non avere fortuna e, di conseguenza, non la cerca giocando.

La prossima settimana continueremo questo discorso per capire meglio qual è la vera “fortuna” degli ottimisti e come si possa imparare ad averne di più. Nel frattempo, se vuoi approfondire l’argomento, puoi scaricare e leggere questo mio eBook sul tema!

Ti è piaciuto questo articolo? Ti ha incuriosito e fatto riflettere? Lascia un commento… Alla prossima settimana!

Sebastiano Todero

P.S.: Ricordati che un tizio abbastanza intelligente diceva che “Dio non gioca a dadi
P.P.S.: Il tizio era Albert Einstein.

Articolo pubblicato originariamente il 4 maggio 2012 per BuoneNotizie.it

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Il carpooling aiuta Genova: 5000 auto in meno sulle strade

Lungo il tragitto Savona-Genova dall’inizio dello scorso settembre molti genovesi si sono mossi con il servizio di carpooling messo a disposizione da Jojob. Lo stesso è accaduto sulle rotte Sestri Levante-Genova, Ovada-Genova e Novi Ligure-Genova per effetto del progetto «ColleghiAmoGenova», lanciato a settembre 2018 per facilitare la viabilità della città ligure, ridurre il traffico cittadino e ricollegare le aree industriali più difficili da raggiungere in seguito alle conseguenze del crollo del Ponte Morandi. Dal lancio del progetto sono oltre cinquemila le auto lasciate a casa dai genovesi che hanno scelto di recarsi al lavoro condividendo le auto messe a disposizione da altri cittadini attraverso l’apposita app denominata Jojob Carpooling su smartphone o la registrazione al sito www.jojob.it/colleghiamogenova. «In meno di un mese le iscrizioni al carpooling sono cresciute del 20%, sono stati condivisi 2.500 viaggi e più di 5.000 auto sono state tolte dalla strada», ha spiegato Gerard Albertengo, fondatore di Jojob.

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Ecco da dove viene la nostra propensione al benessere

Uno studio della British Columbia University pubblicato su Nature scoprì “l’ormone del benessere”

Iniziamo con un esperimento facile e veloce. Provate a richiamare alla memoria almeno tre notizie, tra quelle che avete letto o sentito nel corso dell’ultima settimana, che vi hanno trasmesso un senso di benesserefelicità o gioia, riuscendo (anche solo per un attimo) a rendervi felici. Avete trenta secondi di tempo. Fatto?

Bene. Pensate ora a tre notizie che avete appreso nello stesso arco di tempo ma che, invece, hanno suscitato in voi sentimenti opposti come ansia, preoccupazione e tristezza.  Ancora una volta, trenta secondi. Finito?

Comparate ora le risposte (mentire non serve, nessuno vi giudicherà). Se avete avuto maggiori difficoltà a rammentare le buone notizie rispetto alle cattive, non preoccupatevi: è assolutamente normale.

Molti studi, infatti, dimostrano che le persone sono più naturalmente portate a ricordare del male ricevuto o appreso (ad esempio tramite la notizia di un efferato crimine, l’immoralità di alcuni atteggiamenti, il catastrofismo e così via). Questo capita perché il male tende a imprimere sulla nostra coscienza un marchio più netto di quanto faccia il bene, spesso identificato, soprattutto quando riferito all’agire umano, come normale adesione alle convenzioni sociali.

Raramente riconosciamo il bene come necessità di bontà e virtù innata nell’uomo. In altre parole, siamo – per convenzione – abituati a notare e a soffermarci maggiormente sugli atteggiamenti negativi che scorgiamo negli altri e a perdere di vista le infinite buone notizie che ci circondano. Ed è proprio per questo che, come sostiene Marco Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare, siamo convinti che “il male che gli uomini fanno, sopravvive loro; il bene, invece, viene quasi sempre seppellito con le loro ossa”.

È vero. Siamo culturalmente propensi al negativo. Siamo abituati fin dai tempi della scuola a essere giudicati in base agli errori che commettiamo (chi non ricorda con terrore la famigerata matita rossa che l’insegnante usava nelle verifiche?) anziché premiati e incoraggiati nella direzione delle nostre naturali e individuali attitudini.

Ma se Shakespeare avesse torto? E se fosse il bene a sopravvivere all’uomo? Se l’atteggiamento culturale cui siamo abituati fosse sbagliato? E se esporsi a ciò che è buono (da non confondere con buonista), etico, esemplare, giusto, straordinario provocasse in noi reazioni in grado di influenzare i nostri comportamenti e – perché no – renderci delle persone migliori?

È quanto sostiene uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università della British Columbia di Vancouver. Secondo i ricercatori canadesi, apprendere notizie di straordinario valore può stimolare pensieri, emozioni e addirittura provocare reazioni fisiche tali da lasciare, nelle persone che le apprendono, un’impronta duratura capace di influenzarne le azioni future.

Questo fenomeno, che in psicologia prende il nome di elevazione morale viene collegato all’esperienza estetica, che viviamo quando entriamo in contatto con un oggetto di raffinate fattezze. A differenza di quest’ultima però, l’elevazione morale può appunto provocare cambiamenti comportamentali e predisporci all’empatia e all’interazione sociale.

Sottoposti ad uno stimolo mediatico di straordinario valore, sviluppiamo pensieri ed emozioni positivi come commozione, ammirazione, affetto, e in alcuni casi anche amore nei confronti del soggetto protagonista dell’azione.

Sebbene queste reazioni siano state registrate nella quasi totalità di soggetti, non siamo tutti uguali e a fare un’ulteriore differenza è ciò che – sempre in psicologia – viene definita identità morale.

L’identità morale può essere considerata come l’indicatore del carattere morale di un individuo nel processo di auto determinazione del sé.  È insomma ciò che orienta le nostre scelte in senso morale o meno… ma questa è un’altra cosa.

Per quanto soggetti dotati di maggior identità morale siano più propensi a sperimentare l’elevazione morale, come dimostra lo studio condotto nel 2011 da Karl Aquino della British Columbia University di Vancouver e Brent McFerran dell’Università del Michigan, quasi tutti gli individui quando apprendono notizie di straordinario valore, sperimentano una – seppur breve e passeggera – propensione al miglioramento personale e una più positiva predisposizione nei confronti del genere umano.

Ancora più interessante è pensare che accanto a pensieri ed emozioni, l’elevazione morale produce nell’individuo particolari reazioni fisiche, quali – ad esempio – un diffuso senso di calore (principalmente riscontrato nella zona addominale) e una sensazione di “nodo alla gola”. Secondo Jennifer Silvers e Jonathan Haidt, due ricercatori dell’Università della Virginia, rivelarono nel 2008 in un loro studio (Moral Elevation can induce nursingche queste reazioni potrebbero essere causate dal rilascio di ossitocina (l’ormone responsabile dell’innamoramento), il cui aumento di quantità contenuta nel sangue è stato già in passato associato a stimoli esterni di fiducia, benessere, empatia, felicità e amore.

Più conosciuta come la droga delle coccole, l’ossitocina è una sostanza naturale che provoca sensazioni di appagamento, contentezza e combatte l’ansia. Questo ormone si trova grosso modo in egual misura negli uomini e nelle donne, anche se sono quest’ultime – grazie ad estrogeni e prolattina – ad avvertirne maggiormente gli effetti.

Il neuro-economista americano Paul Zak, è convinto che anche l’interazione umana che avviene attraverso i social media possa rilasciare consistenti quantità di ossitocina nel sangue, producendo effetti positivi che sarebbero alla base dei diffusi comportamenti benevoli e generosi degli argonauti della rete.

È quindi l’ormone a renderci positivi e ottimisti? È compito della scienza provare e confermare quelle che, ad oggi, risultano solo ipotesi.

 

Articolo pubblicato originariamente sul numero zero di BuoneNotizie MAG

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Più fiducia, più prosperità, più felicità. Parola di Paul Zak

C’è una risposta chimica ai comportamenti? Paul Zak, direttore del Centro studi neuroeconomici della Claremont Graduate University, è impegnato da anni a scoprirlo. E’ stato lui lo scopritore dell’ossitocina, quella molecola prodotta naturalmente nella regione del cervello detta ipotalamo che sovrintende alla regolazione di una serie di processi fisiologici tra cui le emozioni. Per questo la ritroviamo presente e attiva quando mostriamo empatia verso gli altri, quando ci fidiamo del nostro prossimo, quando amiamo qualcuno. Nel suo libro La Molecola della Fiducia, oltre a presentare i dati delle sue ricerche, Zak sostiene che persone più empatiche tendono ad essere più felici, vivere più a lungo con conseguenti ricadute positive anche nel contesto professionale.  Non male vero?

 

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La rivoluzione irreversibile della mobilità elettrica: dai trasporti pubblici ai veicoli privati, ecco cosa cambierà

Conclusa con successo la 2a edizione di eMob, la Conferenza Nazionale della Mobilità Elettrica tenutasi a Milano dal 27 al 29 settembre, ecco le principali novità che rendono di fatto la mobilità a emissioni zero una rivoluzione inarrestabile. Durante la tre giorni che ha visto molti convegni in overbooking e il raduno di 130 auto elettriche (limitato per ragioni di spazio), oltre 2.500 persone hanno seguito i dibattiti tenuti da più di 100 relatori. 10mila i visitatori che hanno potuto scoprire le proposte già disponibili sul mercato per spostamenti con veicoli elettrici. Ma non si è trattato di un semplice evento fieristico, ma di un momento di confronto anche sulla legislazione per proseguire concretamente nell’attuazione di un cambiamento che di fatto è già iniziato.

I principali risultati. Una rassegna resa concreta dalla condivisione del Libro bianco della mobilità elettrica contenente i documenti unitari di azioni e indirizzi per la mobilità elettrica come la Carta Metropolitana della Mobilità Elettrica con i cinque punti programmatici (puoi scaricarla qui in versione integrale). Azioni che vanno dalla motivazione al cambiamento culturale dei cittadini allo sviluppo dello sharing con i mezzi a batterie, dallo sviluppo della rete di ricarica pubblica e privata fino all’elettrizzazione dei comparti della mobilità a maggiore percorrenza: taxi, veicoli del trasporto pubblico, della logistica o delle flotte aziendali. Un indirizzo di intenti reso concreto dalla definizione di proposte programmatiche di attuazione dei provvedimenti necessari per la diffusione dei mezzi elettrici. Proposte utili per tutte le amministrazioni e indispensabili per i Comuni minori privi di uffici tecnici attrezzati per seguire una normativa complessa. Linee guida che diventano pure un orientamento per il Governo per emanare la legislazione necessaria a raggiungere gli obiettivi internazionali per la riduzione del 35% delle emissioni di gas serra generati dai trasporti.

“Centinaia di relatori di istituzioni, aziende, associazioni e della società civile uniti per ideare soluzioni per una mobilità più sostenibile. Migliaia di appassionati e di semplici cittadini a convegni e aree espositive” – afferma Camillo Piazza, presidente di Class Onlus“E_mob ha confermato di essere una comunità in crescita accomunata dal desiderio di un cambiamento necessario per la salute e l’ambiente. Dalla volontà di vivere in città libere dallo smog per evitare gli 80.000 decessi prematuri causati ogni anno dall’inquinamento. E per dare il proprio contributo nell’attenuare i cambiamenti climatici al fine di rendere meno intensi e frequenti gli eventi estremi” – come il blocco del traffico scattato proprio in questi giorni nelle regioni del Nord Italia.

Una rivoluzione silenziosa, quella dei Comuni firmatari della Carta Metropolitana della Mobilità Elettrica. Un documento con le buone pratiche per favorire la mobilità elettrica, promosso da cinque grandi città (Milano, Bologna, Firenze, Torino e Varese) e sottoscritto da più di 100 Comuni con oltre 20.000 abitanti in rappresentanza di 15 milioni di cittadini. Una comunità che trasmette i propri saperi per creare infrastrutture di ricarica innovative, promuovere il trasporto pubblico pulito e il recupero e riutilizzo delle batterie a fine vita. La stessa comunità che facilita l’installazione di sistemi di accumulo di energia e di pannelli fotovoltaici domestici o condominiali per rifornimenti a zero emissioni. Perché la diffusione della mobilità elettrica è un bene per l’ambiente e per l’economia, personale e nazionale. Chi si muove in elettrico, con e-bike, moto o auto, ha un risparmio considerevole e il sistema Paese ne guadagna creando una filiera virtuosa e abbattendo i costi sanitari. Una serie di benefici che ci ha convinto a trasformare e_mob in un contenitore permanente e itinerante, con incontri in diverse città durante tutto l’anno per promuovere una modalità di spostamento rispettosa dell’ambiente e vantaggiosa per tutti.

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L’85% degli Italiani considera i prodotti sostenibili più innovativi e qualitativamente superiori

L’analisi di IPSOS presentata al Salone della CSR e dell’innovazione sociale che apre il 2 ottobre all’Università Bocconi di Milano

Sostenibilità è uno dei termini oggi più usati e forse talvolta abusati. Ma cosa pensano veramente le persone di sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa? IPSOS lo ha verificato per Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale, il più importante evento in Italia sulla corporate social responsibility al via domani, 2 ottobre, all’Università Bocconi di Milano.

In generale, sono il 72% gli italiani interessati alla sostenibilità, un numero in netta crescita rispetto al passato. Il 20% sono veri e propri sostenitori, persone che credono nella sostenibilità e nei suoi valori e agiscono di conseguenza, e il 50% sono aperti, mediamente informati e attitudinalmente predisposti ad attivare comportamenti sostenibili. C’è poi un 13% di scettici, persone discretamente informate ma con scarsa attitudine a comportamenti sostenibili anche perché temono che l’enfasi su questi temi nasconda solo finalità commerciali; e infine un 17% di indifferenti, decisamente poco interessati all’argomento.

“Prevale largamente nel campione un atteggiamento di grande adesione ai temi della sostenibilità – commenta Nando Pagnoncelli, Presidente di IPSOS –  anche se esiste una parte di scettici, preoccupati che la sostenibilità possa diventare un espediente di marketing, qualcosa di poco aderente alla realtà delle  imprese. Come si fa a recuperarli? Senz’altro attraverso terze parti come gli enti certificatori esterni, considerati efficaci dal 42% del campione, o le associazioni di consumatori, ambientaliste o umanitarie, considerate efficaci dal 35% delle persone. Ma è fondamentale – continua Pagnoncelli – una grandissima trasparenza da parte delle imprese: i diversi strumenti di comunicazione come i siti internet o  i bilanci di responsabilità sociale, per citare solo i più semplici, devono concorrere a rendere credibile l’impegno strategico verso la sostenibilità, che è  importante oggi e soprattutto per il futuro delle aziende italiane”.

“Consumare bene”: il contributo dei cittadini alla sostenibilità. Ma se le imprese hanno un ruolo importante nella realizzazione di uno sviluppo sostenibile, altrettanto cruciale è il comportamento dei cittadini. La ricerca realizzata per Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale ha indagato cosa spinge le persone ad acquistare prodotti sostenibili ed evidenzia che il vero punto di svolta sta nella qualità. L’85% degli italiani considera infatti i prodotti sostenibili più innovativi e qualitativamente superiori e il 77% delle persone basa le sue scelte di acquisto sulla qualità, che significa origine delle materie, sostenibilità del packaging, attenzione alla filiera e alla produzione.

Il desiderio di “consumare bene” è associato ad una crescente attenzione alla qualità e rappresenta il driver più pervasivo e duraturo nelle scelte verso prodotti sostenibili. Prodotti per i quali le persone sono disposte a spendere anche il 10% in più.

2 cittadini su 3 chiedono alle imprese responsabilità sociale. Il termine CSR, Corporate Social Responsibility, è meno conosciuto dalle persone rispetto a sostenibilità. Solo l’11% sa bene di cosa si tratta, mentre il 40% la conosce a grandi linee e il 29% ne ha sentito parlare. Tuttavia 2 cittadini su 3 ritengono che la CSR dovrebbe guidare tutte le scelte aziendali nel futuro. Un impegno che è anche sinonimo di successo per le imprese: per il 68% della popolazione mondiale le aziende che avranno successo saranno quelle che daranno un contributo positivo alla società e il 64% degli italiani considerano la CSR come un driver di successo aziendale.

Una correlazione, quella fra sostenibilità e risultati economici complessivi, che è già evidente anche nel nostro Paese: fra le medie imprese industriali italiane che hanno investito nel green nel 2016, il 58% ha aumentato il fatturato, il 41% ha incrementato l’occupazione e il 49% ha visto aumentare l’export (dati Unioncamere e Symbola, Greenitaly 2017).

Imprese sostenibili: fare bene e farlo sapere. La comunicazione è quindi fondamentale ma resta un fattore ancora critico dal momento che il 76% della popolazione ritiene difficile capire quali imprese siano veramente sostenibili.

“Sono sempre di più le imprese che inseriscono la sostenibilità nei loro piani strategici. In questi casi la CSR diventa motore di cambiamento anche nella relazione con i portatori d’interesse. Le organizzazioni che lo hanno capito adottano strategie di comunicazione dove trasparenza, innovazione, coerenza sono valori sempre più importanti. Purtroppo però ancora molte organizzazioni responsabili nei fatti non valorizzano in modo adeguato il loro impegno sociale e ambientale – spiega Rossella Sobrero del Gruppo Promotore del Salone della CSR e dell’innovazione sociale Il Salone serve anche a far conoscere i progetti e le esperienze di chi ha scelto la strada del cambiamento per rispondere a un mercato in rapida evoluzione. Grazie a 188 organizzazioni “protagoniste”, 87 eventi e 392 relatori il Salone offrirà anche quest’anno un programma ricco e articolato. L’obiettivo è individuare quali sono le principali “rotte” che le imprese hanno scelto nel loro percorso di innovazione. Il Salone è aperto a tutti – conclude Sobrero – e la partecipazione è libera e gratuita”.

In viaggio alla ricerca della sostenibilità. Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale si apre martedì 2 ottobre alla presenza di Gianmario Verona, Rettore dell’Università Bocconi, con un evento dedicato a “Le rotte della sostenibilità”. Il tema del viaggio alla ricerca della sostenibilità vedrà un confronto con alcuni ospiti inconsueti, personaggi che hanno fatto dell’innovazione una scelta di vita e che proporranno una riflessione sulla necessità di creare un circolo virtuoso tra esperti, imprese, organizzazioni non profit, giovani, cittadini.  Bruno Mastroianni, giornalista e social media manager, dialogherà con Alex Bellini, esploratore alla ricerca di rotte inconsuete e Annibale D’Elia, esploratore di talenti innovativi. Alex Bellini negli ultimi 17 anni ha esplorato gli ambienti più ostili del nostro pianeta e sta per realizzare il progetto 10 rivers 1 ocean con il quale nei prossimi 3 anni navigherà sui dieci fiumi più inquinati al mondo.

Saturnino al Salone 2018. Sempre il 2 ottobre al Salone interverrà Saturnino, musicista d’eccezione e collaboratore storico di Lorenzo Jovanotti, per presentare il progetto Bullyctionary: il primo dizionario online scritto con i ragazzi che raccoglie e monitora le parole più utilizzate dai bulli in rete, al quale si affiancano incontri in tutta Italia rivolti agli adulti, grazie alle Agenzie di Generali Italia. Un impegno capillare per informare, sensibilizzare ed educare i giovani e le loro famiglie sul cyberbullismo. Insieme ai presentatori sopra le righe, Federico e Davide dei Boiler di Zelig, Saturnino racconterà con musica e parole, durante l’evento al Salone della CSR e dell’innovazione sociale, come l’intelligenza delle parole può vincere sulla violenza del bullismo.

Un evento sostenibile al 100%. Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale ha adottato a partire dal 2014 un sistema di gestione conforme alla norma ISO 20121 che qualifica gli eventi sostenibili. Nel 2018 l’impegno è migliorare ulteriormente i risultati ottenuti negli anni precedenti. La verifica di conformità rispetto ai requisiti della ISO 20121 verrà effettuata da Bureau Veritas Italia. Proseguono le collaborazioni con altri importanti partner finalizzate a ridurre l’impatto ambientale del Salone: Rete Clima compensa le emissioni del sito www.csreinnovazionesociale.it,  CarbonSink quelle relative ai viaggi dei relatori, Dolomiti Energia offre le certificazioni 100% energia pulita e 100% CO2 free relative alla sede della manifestazione.

Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale è promosso da Università Bocconi, CSR Manager Network, Unioncamere, Fondazione Global Compact Network Italia, Fondazione Sodalitas, Koinètica.

Partner istituzionali della manifestazione sono Enel, Ferrovie dello Stato, Generali e Terna.

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Ti sveliamo il segreto del lunedì. Per iniziare bene la settimana

Se per caso ti appassiona la letteratura sullo Sviluppo Personale e la psicologia applicata, sicuramente avrai sentito parlare o addirittura letto il libro di qualche anno fa The Secret. Dato l’enorme successo mondiale di questo libro, per altro molto discutibile e discusso, nel giro di pochi mesi dalla sua uscita, ormai nel lontano 2006, sono nati una miriade di titoli che parlano di segreti d’ogni genere: dal “Segreto della dieta perfetta” al “Segreto della marmitta catalitica”. Oggi dunque, con un po’ di ironia, ti voglio parlare del “Segreto del Lunedì” facendo un po’ il verso a tutti gli altri “segreti” svelati e rivelati che ci sono in giro!

Scherzi a parte, mi piace l’idea del “Segreto del lunedì”, anche perché appena lo scoprirai potrai applicarlo ogni lunedì a partire da oggi. Ma vediamo subito di che si tratta…

In natura, ogni cosa pare avere dei cicli: sequenze di eventi che si ripetono con regolarità e con una certa frequenza prevedibile. Gli esempi sono infiniti: il ciclo delle 4 stagioni, il ciclo stesso della vita, l’alternarsi di inspirazione ed espirazione, alimentazione e consumo… Anche la “natura umana” sembra seguire dei cicli: i cicli di guerra e pace, crescita e crisi economica, evoluzione e discesa dei governi, anonimato e fama delle persone… Insomma, tutto ha dei cicli, che entro certi limiti sono anche prevedibili, proprio perchè alternano momenti ricorrenti.

Perché ti parlo di tutto questo, in qualità di Amico Ottimista? Ancora un attimo di pazienza e ci arriviamo… Fino a pochi decenni fa, i ritmi di vita di ognuno di noi erano molto più lenti e prevedibili, la vita era più regolare e meno frenetica. Per certi versi si stava peggio, c’erano meno opportunità e più malattie e difficoltà… ma sicuramente c’era anche meno imprevedibilità e stress! Come esperto di Ottimismo Realistico devo dire che i “tempi moderni” sono sicuramente più carichi di opportunità, di ricchezza e abbondanza… questo è innegabile, ma bisogna anche dire che lo stress dei ritmi di vita odierni rischia di non farci godere appieno tutto quello che abbiamo e farci rimpiangere i tempi passati, scivolando in quella classica mentalità dei pessimisti che recita: “Si stava meglio quando si stava peggio!”

Insomma, la vita di oggi potenzialmente è migliore di quella di una volta, ma tanti non riescono a godersi questi “miglioramenti”, perché vivono stressati o ansiosi… per mille ragionevoli motivi!

Il lunedì è l’evento che  segna l’inizio di una nuova settimana per la maggior parte delle persone e che si ripete ogni 7 giorni, uno dei tanti cicli di cui parlavamo prima. Anche il primo del mese ha un significato simile e persino ogni inizio di giornata potrebbe averlo… ma di fatto siamo abituati a festeggiare solo il 1° dell’anno! Per qualche motivo, di tutti i cicli temporali che esistono, festeggiamo “seriamente” solo il capodanno e spesso anche in maniere mondana e per nulla simbolica!

Al contrario il lunedì mattina viene spesso visto come “simbolo negativo”, almeno da tutte le persone che non amano il loro lavoro e che lo vedono come l’inizio di un nuovo ciclo di sofferenza: la settimana di lavoro! Qual è dunque il “Segreto del lunedì” (dell’Ottimista)? Semplice ma “geniale”: creati un’abitudine positiva che svolgerai ogni lunedì!

Potrei dirti che non ha quasi importanza di che abitudine si tratta, ma basta che sia qualcosa che ti sintonizza su uno stato d’animo positivo, qualcosa che ti riconnette con le tue migliori intenzioni, qualcosa che ti rilassa e ti fa iniziare la settimana al meglio… qualcosa che puoi attendere con gioia e “allegra impazienza”. Qualcosa di semplice e facile da fare, qualcosa che dipenda da te fare e che tu non possa trovare “scuse” per non fare!

Potrebbe essere una “colazione speciale”, 10 minuti di ginnastica o di massaggio, la telefonata ad un amico che ti mette di buon umore o qualsiasi altra cosa che tu sai essere piacevole per te. L’ideale sarebbe qualcosa che non fai mai durante il resto della settimana e che diventa una esclusiva del lunedì: che sia la mattina, a pranzo o prima di dormire non importa, basta che sia di lunedì.

Nel giro di poche settimane la tua mente assocerà piacere al lunedì e questo porterà una “dose di ottimismo” alla tua vita, perché il lunedì si ripete con una frequenza tale da non inflazionarsi, ma anche da non disperdersi nell’arco di un mese o di un anno intero. La settimana è il ciclo di vita ideale ed è un delitto iniziarla in modo pessimista!

Il ciclo della settimana è perfetto e non a caso io ho scelto il lunedì come giorno per uscire con questa rubrica su Buone Notizie, e a questo punto posso anche “confessare” che scrivere questo articolo settimanale è diventato uno dei miei “Segreti del lunedì”.

Ebbene sì… come professionista dell’Ottimismo ne ho più di uno di questi riti, ma tu puoi iniziare con uno solo e va benissimo! Naturalmente puoi anche partecipare al mio “segreto” condividendo questi articoli su Facebook o lasciando un commento, un pensiero positivo ogni lunedì mattina, anche semplicemente per testimoniare che ci sei e che sei dalla parte delle Buone Notizie…

Sono certo che questa piccola abitudine potrà darti molti benefici: è allegra, è gratis ed è Ottimista!

A lunedì prossimo!

Sebastiano Todero

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Ecco perché lo stop al diesel non va letto come divieto ma come rivoluzione

In Italia l’inquinamento miete vittime, più che altrove e se in Francia – puta caso – i decessi provocati dallo smog gravitano intorno ai 54.000 l’anno, il nostro paese – di contro – sfodera una cifra preoccupante: 91.000 morti circa. Un interessante rapporto presentato al Senato un anno fa dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile indicava le cause principali nelle famigerate polveri sottili, of course. Dato un po’ meno scontato, è invece la provenienza delle polveri in questione. La Pianura Padana (in testa quanto a mortalità da inquinamento) è funestata da polveri sottili prodotte per il 35% dall’agricoltura: o meglio, dall’interazione tra l’ammoniaca prodotta da fertilizzanti e deiezioni del bestiame con i nitrati e i solfati prodotti dalle automobili. Se si sposta la lente di ingrandimento sulle città, però, il dato che balza all’occhio è senz’altro il ruolo giocato dal diesel all’interno di questo quadro. Non solo a livello italiano, ma anche sul piano europeo come è emerso qualche anno fa con il Dieselgate: lo scandalo delle emissioni.

Non è un caso, quindi, che negli ultimi anni molte città europee abbiano dato il via a una vera e propria messa al bando del diesel. L’annuncio del sindaco di Milano – stop alle auto diesel fino a Euro 3 da lunedì a venerdì – va quindi considerato all’interno di un contesto allargato. Rispetto al diesel e alla mobilità in genere, le cose stanno cambiando e l’Italia è in ottima compagnia. La Norvegia – che in questo è avanti anni luce – ha spostato il discorso su un altro piano: la nuova frontiera, a Oslo, è addirittura lo stop alle auto di qualsiasi tipo in città mentre il bando alle auto con motori a gasolio è previsto a livello nazionale nel giro di soli sei anni. L’Olanda segue a ruota. Nel paese dei mulini a vento l’innovazione in chiave ecologica fa passi da gigante ed è già stato dato il via all’iter legislativo che vieta la vendita di auto a benzina e a gasolio. Per il 2035 è invece previsto il divieto di circolazione delle auto nelle principali città. Parigi mira a bandire i diesel nel giro di due anni mentre la messa al bando di tutte le auto a gasolio dovrebbe essere effettiva entro il 2040, anno in cui non potranno essere più acquistate auto a gasolio nemmeno a Londra.

Quella in atto, insomma, è una vera e propria rivoluzione che – come tutte le rivoluzioni – è fatta di una pars destruens ma anche di una spiccata pars construens. Ciò che emerge dal panorama italiano ed europeo, infatti, non è solo un universo fatto di divieti e (in questo caso possiamo dirlo fuor di metafora!) di bastoni tra le ruote. Il tramonto del diesel, infatti, si sviluppa contemporaneamente allo sviluppo della mobilità sostenibile e all’approfondimento in chiave costruttiva di questa tematica. Tornando a Milano, per esempio, non è un caso che la città che sta dando il via allo stop al diesel sia anche il punto di incontro e di discussione di E-mob 2018, la Conferenza Nazionale della mobilità Elettrica. Se è vero che il diesel marcia in direzione del viale del tramonto, è anche vero quindi che l’automobile non sembra affatto essere in procinto di estinguersi. Anzi. La mobilità sta cambiando: la diffusione capillare del car sharing, l’uso massiccio di mezzi pubblici di nuova generazione (basti pensare al programma Full Electric di ATM Milano), l’incremento delle vendite per quanto riguarda le auto elettriche, delineano un panorama in fase di rapido e vitale cambiamento. La rivoluzione procede non solo sulle due ma anche e soprattutto sulle quattro ruote. E viaggia veloce.

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Scopri le spiagge più belle d’Italia. Anche in autunno [PHOTO-GALLERY]

L’Italia vanta un patrimonio costiero di ben 7.456 chilometri e alcune delle spiagge più belle al mondo. Molte delle nostre spiagge sono visitate dai turisti anche in autunno, complice il clima mite mediterraneo. Questa stagione infatti permette di godere appieno dell’unicità dei posti, certamente meno affollati che in estate.

A selezionare per noi le 200 spiagge più belle d’Italia ci ha pensato NoleggioAuto.it in collaborazione con Legambiente e il Touring Club Italiano grazie alla nuova serie di guide “Spiagge Meravigliose”. Le guide comprendono una serie di itinerari, divisi per regione, che guideranno i viaggiatori tra le spiagge più belle d’Italia, con l’obiettivo di far conoscere, amare e rispettare le nostre spiagge.

Il progetto non è un censimento dei comprensori balneari italiani, ma ne rappresenta una selezione in base a criteri specifici. La selezione si basa infatti su analisi accurate effettuate da Goletta Verde di Legambiente.

Sul primo numero della guida si parte con le spiagge siciliane. La Sicilia si conferma ormai da parecchi anni come una delle mete più gettonate e favorite delle vacanze estive, sia dagli italiani sia dai turisti stranieri. Il 2018 l’ha addirittura vista al primo posto nella classifica delle top 10. A giocare sicuramente a favore è il clima tipicamente mediterraneo, unito alle favolose spiagge e ai mari cristallini, alcuni dei quali hanno ottenuto riconoscimenti (le famose 5 vele) per la qualità delle acque unite alla capacità di evoluzione e di rispondere in modo positivo al crescente turismo presente nella regione.

Nella regione sono diverse le spiagge che NoleggioAuto.itLegambiente e Touring Club Italiano hanno selezionato tra le spiagge più belle contando non solo la qualità eccellente delle acque ma anche l’attenzione che viene data all’ambiente.

Cinque le spiagge nel nord della Sicilia selezionate per i loro panorami mozzafiato e la loro originalità…

Si parte con Cala Rossa a Favignana. Rilevanti sono stati i lavori ambientali fatti allo scopo di tutelare la fauna marina e per poter garantire il flusso ai numerosi turisti. Spiaggia di pietre e ciottoli, è incastonata tra le cave di tufo che rendono il panorama unico al mondo. Numerosi parlando di Cala Rossa la descrivono come un anfiteatro naturale con vista sul mare.

Proseguendo si trova la Spiaggia di Isulidda, che prende il suo nome dallo scoglio (piccola isola) che si riesce a scorgere da questa piccola baia. Risulta facilmente raggiungibile con l’auto ed è perfetta per poter ammirare uno splendido tramonto sul mare.

Una delle spiagge più famose del nord della Sicilia, gettonata dai turisti che accorrono numerosi per godere dei sette km di natura incontaminata è la Riserva Naturale dello Zingaro. E’ possibile raggiungerla in quindici minuti di macchina ma viene anche consigliato di intraprendere un percorso a piedi al fine di immergersi completamente nell’ambiente locale. Comoda è la possibilità che viene data ai turisti di potersi risposare e passare la notte in antiche case restaurate lungo i sentieri.

Proseguendo si trovano le Spiagge di Lingua con l’importante e salvaguardata fauna e per finire il tour della Sicilia del nord, le Spiagge dell’Acquacalda alle Lipari. Questa zona è circondata da natura incontaminata e selvaggia con un mare limpido e cristallino.

Nella parte sud della Sicilia considerevole è la Spiaggia di Gallina che è all’interno di una riserva naturale. Facilmente raggiungibile in auto, è circondata dalla pineta ed è caratteristica la sua morbida sabbia color oro.

La Spiaggia di Calamosche è conosciuta dal 2005 come una delle spiagge più belle d’Italia (Guida Blu di Legambiente). Notevole la quantità di fauna marina appena il fondale si fa più profondo. Sia sabbiosa che rocciosa, la spiaggia è raggiungibile parcheggiando l’auto nell’apposito spazio e proseguendo a piedi per circa 1 km.

Degna di nota anche l‘Isola delle Correnti, il punto più a sud d’Italia dove mar Mediterraneo e Ionio si incontrano. Spettacolare e unica, un vero patrimonio da preservare.

Sull’isola di Linosa, Pozzolana di Ponente, di origine lavica, la sabbia presenta la tipica colorazione nera e alte rocce da parete. L’isola è attrezzata per permettere ai turisti di campeggiare nelle vicinanze. Infine la Spiaggia dei Conigli, considerata da TripAdvisor, la terza tra le spiagge più belle al mondo. Unica e di rara bellezza, è popolata dalle tartarughe marine che ogni anno vengono a deporre le uova.

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Klimt e Schiele approdano al cinema con una introspezione tra eros e psiche

Ami l’arte, ma i primi timidi freddi autunnali ti invitano a restare a casa, al caldo, magari a guardare un film rannicchiato sotto le coperte? Noi ti proponiamo delle interessanti e valide alternative:

  1. afferrare il vostro plaid imbottito di fiducia e filare al museo in ciabatte e pigiama;
  2. sperare che qualche artista famoso rimanga folgorato dal vostro fascino “domestico” e vi trasformi in una delle proprie opere;
  3. gustarvi un bel film che parli di arte.

Purtroppo per te, non posso garantirvi l’efficacia delle soluzioni 1 e 2 – dovendole ancora testare io stesso – ma sul punto 3 sei fortunato.

A fine ottobre, infatti, arriverà in anteprima nelle sale cinematografiche italiane il film “Klimt & Schiele. Eros e Psiche”, in particolare nei giorni 22, 23, e 24 ottobre 2018.

La pellicola, scritta da Arianna Marelli e diretta da Michele Mally, ripercorrà la vita attraverso le opere di Gustav Kimt e Egon Schiele in un percorso che si snoda nella Vienna di fine Ottocento. Artisti dal temperamento intenso, controverso, entrambi hanno saputo indagare e rappresentare in maniera affascinante e al contempo misteriosa due tematiche, quella dell’eros e dell’introspezione psicologica, che proprio in quel periodo storico sarebbero sfociati negli studi fondamentali di Sigmund Freud.

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