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Forum Madrid: l’indifferenza e i pregiudizi soci della violenza

É entrato nel vivo, oggi, il Forum sulle violenze urbane in corso a Madrid; tanto che è risultato impossibile seguire i lavori dei vari seminari cui hanno partecipato centinaia di donne e uomini provenienti soprattutto dalla Spagna ma anche dal Sudamerica e da altri paesi del mondo.

Innovativa ci é apparsa la presentazione di Luís Bodoque Gómez per “Un mondo senza guerre” che, col supporto di esempi ed esperimenti, ha chiaramente esposto come sia la «competizione» alla base dei conflitti, assieme alla non conoscenza dell’altro, agli stereotipi («la gente dice … »), alle diverse prospettive di osservazione dei fatti. Ha, infine, sostenuto come «non necessariamente una opinione differente debba creare un conflitto».

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Anche la discriminazione anti islamica é violenza

Interessante, poi, la scoperta del lavoro del “Osservatorio Islamofobia”. Un consistente studio svolto nel 2017 analizzando oltre 1.600 articoli pubblicati su sei periodici nazionali spagnoli, ha dimostrato che il 90% delle notizie pubblicate sull’Islam o sui musulmani mostravano «aspetti negativi», che il 72% degli articoli di opinione presentavano chiaramente aspetti islamofobi. In testa per islamofobia il quotidiano “La Razon” mentre “El Diario” é risultato il periodico più corretto.

Notizie di «inaugurazioni di musei, della realizzazione di cattedrali» vengono nascoste a favore di notizie di violenza, hanno specificato i relatori. Alle notizie di manifestazioni di donne e uomini musulmani contro il terrorismo non viene dato spazio, hanno aggiunto.

I titoli sono spesso sensazionalistici, scritti in presenza di pregiudizi, su notizie non verificate, decontestualizzando le vicende narrate, non dando voce a persone musulmane, usando una terminologia scorretta confondendo termini quali Islam, arabi o musulmani che in realtá non sono per nulla dei sinonimi.

Si tratta spesso – hanno spiegato i relatori – di una chiara «ignoranza, di un’assenza di formazione sul mondo arabo» ma, anche – denunciano – di una vera e propria «industria dell’islamofobia» messa in piedi dai partiti politici dell’estrema destra per avvelenare l’informazione e raccogliere voti.

A questa, si aggiunge «l’industria degli opinionisti», dei polemisti senza contenuti, di quelli che affermano che “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” (recentemente Vittorio Feltri su Libero).

L’Ossservatorio Islamofobia, che è una emanazione dell’Istituto Europeo del Mediterraneo entità pubblica catalana, nel denunciare questa forma di «discriminazione islamofoba» raccomanda l’uso di una maggiore «deontologia» da parte dei giornalisti ma anche una loro effettiva formazione preventiva rispetto ai temi su cui desiderano scrivere.

Lo studio é scaricabile sul sito dell’Istituto IEMEd.

L’indifferenza verso la tratta delle donne per l’industria del sesso

Partecipato e partecipativo, quindi, il seminario delle “Enfermeras para el mundo” che hanno voluto affrontare il delicato tema della “prevenzione della tratta con fini di violenza sessuale”. Un tema cui cui pesa una profonda indifferenza se il 39% degli spagnoli confessa di aver consumato sesso con una prostituta. Ma un tema che nasconde, neanche poi tanto, l’inganno prima e la violenza poi, psicologica quando non fisica, con la quale ragazze vengono sdradicate dal proprio territorio rurale o dalla propria nazione (spesso si tratta di sudamericane,3.000 i casi di tratta solo dalla Bolivia tra il 2012 e il 2017) per essere messe sulla strada a prostituirsi.

Bambine, bambini, adolescenti vengono – ha spiegato la relatrice – ingannate/i con annunci di false agenzia di reclutamento di moda o di impiego, ma anche con false relazioni sentimentali, se non con veri e propri rapimenti. La trappola si chiude isolando il soggetto, impedendo ogni contatto coi propri familiari e il proprio luogo di origine.

Il seminario, ha chiarito il concetto di “tratta” – secondo la definizione del “Protocollo di Palermo” adottata dalle Nazioni Unite nel 2000 – e svolto un momento laboratoriale al fine di verificare e confrontare la conoscenza dei partecipanti al seminario dei vari aspetti del fenomeno spesso apparentato con la “industria del sesso” e che incide sulla vita, dignità, integrità, libertà della persona.

La radicalizzazione non la si combatte, la si previene

La mia giornata si é conclusa assistendo alla plenaria sulla “violenza per radicalizzazione, estremismo e terrorismo internazionale”. Difficile sintetizzare circa due ore di dibattito.

La belga Marta Lomana dello “European Institute of Pace” ha presentato un lavoro del giugno 2017 sul comune di Molenbeek, luogo al centro di numerosi fenomeni di radicalizzazione, frutto di numerose interviste ai suoi abitanti. Il documento integrale [ING] é scaricabile dal sito dell’Ente.

L’italiana Patrizia Fiocchetti ha presentato la propria esperienza, tra l’altro in Afghanistan, e denunciato come i risultati promessi dall’intervento americano – sicurezza, lotta alla radicalizzazione e per i diritti delle donne -, dopo 17 anni di occupazione e guerra, sono falliti, come dimostrano le donne in burga nel centro di Kabul, gli ostacoli alle iniziative delle donne dell’associazione RAWA, o gli attentati di poche settimane fa nella capitale afghana.

Fiochetti, operatrice nel settore dell’accoglienza dei migranti, ha spiegato che per comprendere i fenomeni migratori occorre recarsi sul posto. Nel proprio intervento ha denunciato la pesante situazione di Bihac cittadina al confine con la Croazia e che soffre della pressione dei migranti respinti, anche violentemente, dal vicino. Come, poi, si é soffermata sul muro e sulle azioni militari della Turchia che stanno isolando e distruggendo la cittadina curdo-siriana di Kobane.

Tra gli altre, interessanti le dichiarazioni dei rappresentanti delle forze dell’ordine di Madrid e Barcellona che hanno sostenuto come, contro la radicalizzazione, «non é una questione prioritaria la polizia, serve una prevenzione che é cura dell’apparato municipale».

Il sindaco della libanese Jdeideh-Bauchrieh-Sed Antoine Gebara, infine, é voluto essere presente con un messaggio dove ha dichiarato il «Mediterraneo spazio di tensione ma anche di speranza» e ricordato alcune iniziative in corso contro il fenomeno della radicalizzazione: dalla “Dichiarazione di Nizza” del 2017, al Forum sulla prevenzione in Libano e al prossimo evento in corso di organizzazione a Tunisi per l’inizio del 2019.

Fonte: Pressenza.com su licenza CC BY 4.0

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Tu non sei razzista, sei stronzo

Così la signora Maria Rosaria si ribella agli insulti di una intolleranza dilagante.

Siamo sulla Circumvesuviana di Napoli, la ferrovia locale che collega il centro della città con i comuni circostanti dell’area vesuviana, per l’appunto. Un mezzo di trasporto largamente utilizzato sul quale senza difficoltà si incontrano volti di ogni colore, persone di tutti i sessi e età. Dai ragazzini che, zaino in spalla, vanno o tornano da scuola, ai lavoratori stanchi che portano a casa un’altra giornata, più o meno proficua.

Sulla rete Circumvesuviana non è raro trovarsi seduti di fianco a persone di un’altra nazionalità. Napoli, come sappiamo bene, è una città multietnica per eccellenza nella quale interi quartieri sono ormai popolati da prime, seconde e anche terze generazioni di chi è emigrato alla ricerca di una vita migliore e un futuro meno incerto.

Al centro della nostra storia troviamo un uomo pakistano, una donna coraggiosa napoletana e un suo compaesano, un ragazzo decisamente meno virtuoso. Quest’ultimo, appena salito sul mezzo di trasporto pubblico, inveisce aggressivamente verso l’uomo originario del Pakistan perché, sostiene, è stato spinto. Il mittente della polemica rimane impassibile, non replica verbalmente e a stento sostiene lo sguardo del primo. Nonostante la decisione di non dare corda allo sfogo polemico, il ragazzo continua, apostrofando l’uomo con degli insulti…

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In Etiopia il nuovo corso è donna

 

Il nuovo corso di pace che l’Etiopia sembra aver imboccato con decisione dallo scorso aprile, con l’arrivo di Abiy Ahmed alla guida del governo, si arricchisce di un altro elemento di discontinuità: l’elezione per la prima volta di una donna alla carica di presidente della Repubblica.

Sahle-Work Zewde è stata votata all’unanimità dalle due camere del parlamento di Addis Abeba, riunite in seduta straordinaria per accettare le dimissioni del presidente Mulatu Teshome e subito voltare pagina.La carica è altamente di rappresentanza e poco esecutiva, così come la definisce la Costituzione varata nel 1995. Ma senza bisogno di ripensare alla forza di figure femminili che hanno attraversato la storia ultramillenaria dell’Etiopia, il Paese si è appena dotato di un governo composto per metà da donne…

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Conflitti: quando nascono, perché bisogna gestirli e come si può fare

Sappiamo distinguere i conflitti da altre forme di disaccordo?
La diversità di pensiero è fertile, e una divergenza di opinioni o di valutazioni è qualcosa di diverso da un conflitto. Non è un conflitto neppure una discussione serrata, che (se è  condotta con rispetto e onestà intellettuale) può anche trasformarsi in un’occasione di creatività e di crescita per tutte le parti coinvolte.

I CONFLITTI, COME NASCONO? I conflitti nascono quando interagiscono due soggetti interdipendenti. Quando questi hanno valori, sistemi di credenze, interessi e obiettivi divergenti. E quando almeno una delle due parti pensa che l’altra contrasti attivamente i suoi valori, le sue credenze, i suoi interessi e i suoi obiettivi.

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Movember: il cancro alla prostata ci fa un baffo!

Una recente indagine condotta dall’Associazione europea di urologia che ha coinvolto 2.500 uomini di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito ha evidenziato un dato allarmante: il 54% degli intervistati pensa che la prostata sia un organo femminile, il 22% non sa dov’è e il 27% pensa che non esista una forma di cancro che colpisce la ghiandola.

Inoltre, per finire con gli orrori dell’inchiesta: il 4% dei maschi non sa chi sia l’urologo mentre, per contro, il 13% ritiene di occupi di ossa.

Per migliorare – e pare ce ne sia proprio bisogno – la conoscenza sulla propria salute intima è ripartita per il terzo anno consecutivo la campagna #controllati. Si può andare al sito www.controllati.it  per ricevere le prime informazioni sulle varie patologie e chiamare un numero verde per prenotare una visita urologica.

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“Se puoi sognarlo puoi realizzarlo” diceva Walt Disney. Sì, ma come?

Si alza il sipario sulla quarta edizione del Dreamers Day, il primo evento al mondo dedicato ai Sognatori pragmatici.

Anche quest’anno School for Dreamers, scuola del capovolgimento fondata da Francesca Del Nero, volta a forgiare una nuova generazione di leader guidata da etica e integrità, riunisce illustri esponenti nell’ambito della cultura, dello sport, della musica, dell’imprenditoria e dell’arte.

Alternandosi sul palco, domenica 18 novembre 2018 al Teatro Dal Verme di Milano dalle 10 alle 17.30 circa, raccontano come sono riusciti a realizzare il proprio obiettivo, credendo nelle proprie capacità, nella forza del loro Sogno oltre ogni ragionevole dubbio. Questo genera nel pubblico presente un profondo impatto in termini di ispirazione e motivazione. Germoglia nelle coscienze il seme della certezza che chiunque può farcela a individuare e manifestare il proprio Sogno a beneficio proprio e di tutti.

L’energia travolgente del Dreamers Day, a cui gli speaker aderiscono in forma gratuita, spinti e uniti da uno spirito di condivisione, è già sfociata in progetti innovativi e collaborazioni importanti tra spettatori, gli speaker e School For Dreamers. Prova tangibile che i Sognatori, quando si uniscono, possono oltrepassare ogni barriera e creare un network potente e universale.

Francesca Del Nero, padrona di casa dell’evento, sarà affiancata dal giornalista Andrea Bertuzzi, accompagnato dal suo cane Artù, noto su Instagram come The Golden of Milan, con oltre 20mila follower. Dopo il gradimento riscosso nella scorsa edizione, Artù torna nella veste di cane-giornalista, supportando il suo padrone sul palco. L’insolita coppia ha inaugurato una inedita forma di pet journalism, le interviste “ArTUperTU”, nella convinzione che la presenza di un cane possa stimolare la sensibilità e le emozioni degli interlocutori, consentendo loro di aprirsi maggiormente.

Tra gli speaker che saliranno sul palco quest’anno:

  • Paolo Gallo, executive coach, ex HRCO di World Economic Forum, speaker e autore del libro “La bussola del successo”, tradotto in sette lingue.
  • Sara Turetta, fondatrice di Save the Dogs and Other Animals, passata da una carriera in PR&Advertising all’incontro con i massacri dei cani in Romania, esperienza che ha dato vita alla sua missione: fondare un’associazione internazionale di protezione degli animali. «C’è un filo che lega il nostro destino a quelli degli altri esseri viventi. La nostra fatica di vivere è la loro fatica. Il nostro desiderio di felicità è il loro»
  • Joshua Coombes, il barbiere inglese che dal 2015 dedica la sua vita a tagliare i capelli ai senzatetto per donare loro un po’ di autostima e dignità, di cui si è interessato anche Morgan Freeman con un documentario trasmesso da National Geographic (#dosomethingfornothing). «Non sai mai quanto una tua azione può cambiare la giornata di una persona in meglio e cambiare completamente la sua prospettiva».
  • Ivan Tallarico, fondatore e CEO di Hi-Interiors, startup dedicata ad accompagnare il settore del mobile attraverso la trasformazione digitale.
  • Don Mazzi, nel 1980 fonda la Comunità Exodus per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. «Nessun ragazzo è un bullo per sempre ma dobbiamo trovare il coraggio di ripensare radicalmente il sistema scolastico».
  • Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Stornaiuolo. Con la loro associazione Vo.di.Sca (acronimo di «Voci di Scampia»), nel 2017 hanno aperto La Scugnizzeria, una piazza di «spaccio» libri: la prima libreria tra Melito e Scampia con l’obiettivo di creare «una vera rivoluzione culturale».
  • Francesca Corrado, economista e ricercatrice, fondatrice della prima Scuola del fallimento. Racconterà come l’insuccesso e l’errore siano una tappa quasi obbligatoria nella strada verso il successo. «Bisogna volere l’impossibile affinché l’impossibile accada».
  • Andrea Roberto Bifulco, Chapter Director di Startup Grind Milano, che con oltre 5000 membri è la più grande community di startup in Italia.
  • Chiara Gallana, dopo la sua partecipazione X-Factor con il nome d’arte Aba, ha ideato Oxygen, una piattaforma che mette in contatto aziende, enti e fondazioni da un lato, onlus ed enti del terzo settore (no profit) dall’altro. Il suo progetto è stato premiato da «Land For Dreamers», contest promosso da Land Rover e presentato nell’edizione dello scorso anno del Dreamers Day.
  • Luca Taverna e Lucia Dell’Aquila. Lui è fondatore di International Experimental School, la prima scuola mondiale esperienziale, e di campi estivi per lo sviluppo dei talenti sfidando consuetudini e vecchie credenze. Lei è una delle maggiori esperte europee sull’età evolutiva.
  • Emanuele Anchisi, imprenditore, fondatore di Scuderia 1918. Racconterà di come il suo viaggio alla ricerca dell’oro l’abbia portato a trovare tesori molto più preziosi e alla realizzazione del suo sogno più grande.
  • Nicolò Govoni, fondatore di una scuola per bambini rifugiati in Grecia, che accoglie un team internazionale d’insegnanti e fino a 100 studenti ogni giorno. Perché lo fa? «Per celebrare la vita e farne il miglior uso possibile».

Nelle tre edizioni precedenti il Dreamers Day ha visto la partecipazione di oltre 1500 spettatori e la presenza di più di 60 speaker italiani e internazionali. Tra questi: Ervin Lazlo, Marcia Wieder, Fabrizio Macchi, Stefano Simontacchi, Carla Perrotti, Adolfo Panfili, Andrea Illy, Pasquale Forte, Giovanni Gastel, Elisabetta Dami, Sua Altezza Reale Alreem Al Tenaiji e Pier Mario Biava.

Per acquistare il biglietto per l’edizione 2018 cliccate qui.

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Onela Joni, la fashion designer che rende “alla moda” la tradizione del Sudafrica

È giovane, ha grinta da vendere, ha coltivato uno sguardo decisamente internazionale e al tempo stesso ci tiene alle sue radici: Onela Joni – 27 anni, fashion designer – rappresenta un identikit fedele di quello che è attualmente il mondo della moda in Sudafrica. Ne abbiamo parlato con lei nel corso di una sfilata che si è recentemente tenuta a Milano.

Nel capoluogo meneghino, peraltro, Onela è di casa: è qui che ha studiato e l’ambiente milanese rimane per lei un importante punto di riferimento professionale. Un terreno fertile da cui Onela ha ricavato linfa e suggestioni, declinando poi il tutto in modo assolutamente personale, alchemico.

“Qual è la situazione della moda in Sudafrica? Bè, siamo appena agli inizi” racconta “A Johannesburg e a Città del Capo, per esempio, le grandi sfilate non mancano così come non manca la settimana della moda, ma si tratta di un mondo che sta iniziando a crescere e a fiorire solo ora. Si tratta di un universo ricco, in piena esplosione, ma in modo molto diverso da qui.” Un mondo giovane, quindi, proprio come lei.

A Milano Onela ha partecipato allo sviluppo di “Touch of African Designers”, una start up creata in sinergia con un sarto egiziano e caratterizzata da una capacità di declinare il concetto di tradizione in termini moderni e internazionali. È proprio questo, in fondo, il felice ossimoro che Onela ha deciso di continuare a sviluppare con la coscienza di ciò che questo significa oggi per il Sudafrica, tanto in termini sociali quanto dal punto di vista identitario.

Mi sono resa conto di quanto le grandi compagnie guardino ai nostri colori, ai nostri materiali traslando alcuni elementi caratteristici delle nostre radici in chiave moderna e sì, credo che sia importantissimo  per i giovani, in Sudafrica guardare alla propria cultura, alla propria tradizione in questa prospettiva: cioè come a qualcosa di moderno, alla moda. Molti giovani attualmente stanno perdendo le proprie radici, ma se inizi a vedere come moderna la tua tradizione, allora finisci per ritrovare connessioni importanti, tornando alle tue radici.” È anche in questo senso che va letta la sua scelta di aderire alla realtà in cui è nata e cresciuta impostando il proprio percorso e la propria produzione secondo una precisa visione. Partendo cioè alla strada, il che – soprattutto in Sudafrica – significa moltissimo.

Il mio punto di partenza sono stati i giovani, ciò che indossano tutti i giorni: magliette, giacche… Spesso quando parliamo di moda pensiamo automaticamente all’alta moda. La mia idea è ribaltare questo concetto e declinare il significato del termine in ciò che indossiamo tutti i giorni.” spiega Onela. In questa chiave di lettura la moda si trasforma in trampolino di lancio per iniziare non solo a sognare ma anche a costruire il futuro di un paese e di un’intera generazione. E quando chiedo a Onela come lo vede, il suo futuro, lei mi risponde sorridendo, senza fare distinzioni tra il suo futuro personale e quello del suo paese: “Per quanto mi riguarda vorrei vedere in Sudafrica compagnie grandi come quelle che ci sono qui a Milano, in modo che contribuiscano allo sviluppo della nostra economia, creando anche lavoro.

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Avere buone notizie o essere una buona notizia? Questo è il dilemma…

Il titolo di oggi è un po’ filosofico: essere o avere? questo è il dilemma! In realtà non ti sto invitando a scegliere tra le due, anzi, mi piacerebbe proprio invitarti a praticare entrambe le cose, e per farlo lascia che ti spieghi come. 
Partiamo da cosa significa avere delle buone notizie. E’ facile: se ti trovi su questo sito, hai scelto di cercare qualche buona notizia perché sai che ti fanno stare meglio. Ma cosa significa invece essere una buona notizia? Questo è meno ovvio, ma in fondo è semplice: vuol dire cercare di far accadere ogni giorno qualcosa che gli altri racconterebbero come una buona notizia! Se ognuno di noi, ogni giorno, si impegnasse a far capitare qualcosa di lieto, utile, allegro, piacevole, le persone attorno a noi avrebbero sempre una buona notizia!

Essere una buona notizia significa essere portatori di positività, ma non basta: bisogna che qualcuno racconti di noi, e vada in giro a dire ciò che noi abbiamo detto! Come possiamo fare? Non c’è un meccanismo automatico, ma posso dirti che la regola del buon esempio funziona sempre: da oggi in poi sii tu la buona notizia! Racconta buone notizie partendo dalle cose che fanno i tuoi colleghi o i tuoi familiari in casa.

Immagina di essere un “portatore di ottimismo” e racconta ciò che accade nel tuo ambiente familiare o lavorativo. Sorprendi tutti con frasi tipo: “Sai cosa ha fatto Riccardo? Ha preso un bel voto a scuola!”, “Sai cosa ho scoperto di Maria? Fa una pasta al forno straordinaria!”, “Sai cosa chi mi ha stupito veramente? Luca! Per come ha fatto bene quel lavoro difficile!”

Impara a cogliere l’ottimo negli altri e a comunicarlo. Dai l’esempio, crea questa abitudine! Se fai tu per primo quello che vorresti facessero gli altri, allora sei un ottimista realista! Sono certo che questo esercizio ti potrà divertire e migliorare.

 

Leggi anche: Ti sveliamo il “segreto” del lunedì, per iniziare bene la settimana!

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Dyson si unirà alla rivoluzione delle auto elettriche con la prima vettura nel 2021

Dyson, la nota azienda tecnologica britannica che ha rivoluzionato gli aspirapolvere, ha appena annunciato che inizierà presto a produrre auto elettriche.

La società è pronta per iniziare la costruzione di uno stabilimento automobilistico con sede a Singapore a dicembre. Con il completamento della struttura, prevista nel 2020, i rappresentanti di Dyson dicono di aspettarsi di lanciare la loro prima auto nel 2021.

Sarà il primo impianto di produzione automobilistica al mondo. Fa anche parte dell’investimento globale da 3,2 miliardi di dollari di Dyson in “nuova tecnologia”, secondo Forbes.

“Singapore ha una base di costi relativamente elevata, ma anche grande competenza tecnologica e attenzione”, afferma il CEO di Dyson Jim Rowan in una nota. “È quindi il posto giusto per realizzare macchine con tecnologia di alta qualità e il posto giusto per realizzare la nostra auto elettrica”.

E ha aggiunto: “È un progetto in rapida evoluzione, entusiasmante e cruciale per Dyson. Grazie per tutto ciò che state facendo per aiutarci a realizzare le nostre ambizioni”.

La struttura impiegherà migliaia di lavoratori in aggiunta ai 1.100 dipendenti Dyson attualmente di stanza a Singapore. Secondo la BBC, la società impiega già migliaia di lavoratori in Cina, Malesia, Regno Unito e Filippine.

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Moda, un settore in crescita. La chiave di volta? L’innovazione

Sarà anche un cliché, ma quando si parla dell’Italia viene spontaneo fare riferimento ad alcuni settori: all’arte, alla cucina ma anche al mercato del lusso, quello – giusto per capirci – che è riuscito miracolosamente a “tenere botta” anche in tempi di crisi. Il perché richiederebbe una risposta ampia, in cui giocano elementi diversi che riguardano la tenuta economica degli acquirenti ma anche altri fattori: la scelta, cioè, di quella “via della qualità” che rimane un tratto distintivo dell’industria italiana di valore. Un modus operandi che peraltro è la scelta (vincente) che in tempo di crisi hanno fatto molte aziende di settori diversi: un fattore identificativo “italianissimo” che ha evitato a molte piccole medie imprese di cadere nella trappola del “prezzo più basso”.

All’interno di questo contesto, la moda gioca un ruolo di primo piano tanto che viene spontaneo porsi qualche domanda. Qual è il ruolo giocato dal settore nell’ambito dell’economia italiana? Come è cambiato e come sta cambiando il mondo della moda? Una  ricerca di R&S Mediobanca ha recentemente sottolineato la vitalità del settore moda, i cui introiti equivalgono al 4% del Pil italiano. Quella che emerge dai dati non è pura e semplice resistenza ma resilienza nel vero senso del termine: in anni in cui l’ambito manifatturiero ha registrato bilanci in rosso, l’industria della moda ha continuato a crescere,(+17,3% nel quinquennio considerato dalla ricerca), complice anche un livello di marginalità maggiore rispetto ad altre nicchie di mercato. C’è di più, a quanto si evince dallo studio, le aziende del settore hanno anche continuato ad assumere, con un incremento del personale di circa il 21%.

Ciò che è certo è che il mondo della moda ha dimostrato di sapersi innovare. Prendiamo Luisa Via Roma, per esempio: una casa di moda storica. Negli anni Venti, Luisa Jaquin apriva a Parigi una boutique in cui vendeva cappelli. Ci pensò suo marito – Lido Panconesi – ad allargare il tiro trasferendo la nuova casa di moda a Firenze. Attualmente, Luisa Via Roma sta battendo diverse strade al passo con i tempi: sperimentando la formula del pop up store a New York, trasformando la boutique fiorentina in una casa con tanto di stanza da letto, cucina e salotto e cavalcando la formula dell’ ecommerce.

L’online, oggi, tanto per la moda quanto per altri settori rappresenta una modalità di vendita in crescita. Recentemente una ricerca Istat ha evidenziato una riduzione della vendita al dettaglio e un parallelo incremento dell’ecommerce. Questo per quanta riguarda il commercio in generale. Più nello specifico, in merito al settore moda, l’ultimo osservatorio ecommerce b2c del Politecnico di Milano ha registrato un incremento delle vendite online che gravita intorno al 28%. Insomma, l’ecommerce va forte come dimostra l’ampia vetrina offerta da Balenciaga donna. Anche in questo senso si tratta (guarda caso!) di un brand nato negli anni Venti e caratterizzato da un’evidente vitalità. Insomma, la strategia del direct-to-consumer – con la sua conseguenza diretta, la semplificazione della filiera distributiva – funziona. Ecommerce multimarca, v-commerce (dove la distribuzione al cliente finale parte dal brand stesso), nuove soluzioni… la vitalità del settore moda procede a passo serrato attraverso soluzioni di tipo diverso dove tradizione e innovazione vanno a braccetto.

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L’energia solare ci renderà liberi. E più green

L’energia solare ci renderà liberi. Grazie all’economia generata con l’auto-produzione e consumo, che permetterà la transizione energetica dal modello basato sulle fonti fossili a quelle rinnovabili. È quanto già sta accadendo, però non è sufficientemente conosciuto da molti. A chiarire il quadro e illustrare, con esempi concreti, cosa stia già avvenendo e avverrà è Mario Pagliaro attraverso le pagine del suo libro “Helionomics” (Egea editore) presentato in occasione del Salone della CSR e dell’Innovazione sociale. l’Helionomics, l’economia solare, “una forma di bio economia in cui i prodotti materiali saranno ottenuti dall’energia del sole, nelle sue varie forme, e dalla biomassa”, la definisce il ricercatore del Cnr e docente di nuove tecnologie dell’energia al Polo Solare della Sicilia. È lui, a margine della presentazione, a raccontare quanto possa essere sostenibile un’economia basata sul solare, prendendo come esempio l’Italia: «riteniamo che entro il 2050 il nostro Paese sarà alimentato interamente da fonti rinnovabili. L’elettricità sostituirà tutti gli usi attuali svolti dai combustibili fossili, mobilità e riscaldamento inclusi».

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Arredamento, ovvero: come è cambiata la casa e come siamo cambiati noi

Ricordate la casa della nonna? Quella in stile anni ’50, con un lungo corridoio e le diverse stanze che si aprivano ai lati: il salotto, la cucina, il bagno, le camere. Pensare a questo schema costruttivo vuol dire automaticamente misurare le distanze tra ieri e oggi, perché oggi la casa è cambiata – molto! – così come siamo cambiati noi.

Tanto per cominciare, la tendenza all’open space ha spesso spazzato via con un colpo di spugna i vecchi, angusti corridoi. In secondo luogo se nel dopoguerra la cucina costituiva una stanza separata (il regno della donna per eccellenza), oggi le cose funzionano in modo molto diverso. La cucina tende spesso a fondersi con il living che si è conquistato a tutti gli effetti il ruolo di fulcro dell’ambiente domestico, togliendo spazio anche alla camera da letto, che si è rimpicciolita. Il bagno singolo, invece, è diventato bagno doppio e spesso e volentieri uno dei due bagni è “en suite”, accessibile – cioè – dalla camera da letto.

Al di là delle differenze strutturali, ci sono poi anche altri  aspetti che sono cambiati. In primis il fatto che sono sempre di più le persone che fanno i loro acquisti per la casa online, complice l’emergere di ottimi siti che offrono soluzioni variegate e adatte a diverse esigenze. E’ anche studiando siti come questi che si nota come è cambiato il modo di pensare la casa. Ecco 5 cose tipiche della casa di oggi:

1 – Elettrodomestici come se non ci fosse un domani

Siamo sempre più tecnologici e abbiamo sempre meno tempo, ergo… spazio agli elettrodomestici: sempre più complessi, sempre più funzionali. Buona parte dello spazio della cucina è dedicato a loro, complici i cambiamenti avvenuti nel ruolo della donna, che ha meno tempo di ieri da dedicare alla casa ma non ha affatto rinunciato a cucinare cenette sopraffine. O a farsele cucinare dal suo compagno: la cucina, infatti, oggi non è più appannaggio del gentil sesso e si apre anche alle sperimentazioni culinarie maschili

2 – Mobili componibili

Ebbene sì, le strutture fisse hanno decisamente fatto il loro tempo anche perché la casa di oggi è pensata in modo molto più fluido e meno definitivo rispetto alla casa di ieri. Basta infatti spulciare un catalogo cucine componibili per rendersi conto di quanto spazio – oggi – sia lasciato alla creatività e alle esigenze del cliente.

3 – Lampadari addio!

O meglio: addio luci esclusivamente centrali. Nella casa di oggi, il light design riveste un’importanza di primo piano. Le luci, spesso e volentieri, “disegnano” la casa nel vero senso del termine come se fossero un elemento di design aggiuntivo. Al vecchio lampadario, si affiancano quindi lampade di diverso tipo: appliques, faretti led a pavimento, illuminazione su cavi ecc…

4 – Televisori o schermi cinematografici?

Cambiamenti notevoli si registrano anche per quanto riguarda il televisore. Status symbol del secondo Dopoguerra, lo schermo televisivo ha magnetizzato e raccolto la famiglia come un vero e proprio sostituto dell’antico focolare. Oggi è in atto un’altra rivoluzione: lo schermo televisivo si è notevolmente ampliato, tanto da sconfinare quasi – a livello di percezione – nello schermo cinematografico. Così, mentre il Grande Schermo entra in crisi, il piccolo schermo continua a raccogliere intorno a sé la famiglia e gli amici… in modo diverso e più proattivo, però, grazie all’emergere delle streaming tv. I confini del mondo televisivo e della rete internet, sono ormai molto labili.

5 – Camere da letto più… leggere

Cambiamenti in corso anche per quanto riguarda la camera da letto. Lo spazio si restringe per favorire la zona living e il secondo bagno e l’arredamento si adatta: alleggerendosi, appunto. Per quanto concerne il guardaroba, il mobilio è meno “incombente” e più variegato rispetto al passato. Idem per quanto riguarda i letti, dove si diffonde a macchia d’olio la moda del futon e di linee più snelle.

 

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I più grandi scrittori italiani del Novecento nelle loro rare apparizioni video

Pirandello, Calvino, Buzzati, D’Annunzio, Ungaretti, Saba, Montale, Pasolini, Saba e tutti gli altri grandi scrittori del Novecento, nelle loro apparizioni video.

Ci sono alcuni nomi che nella cultura generale sono legati indissolubilmente ai tempi della scuola. I poeti e gli scrittori del Novecento ad esempio, quelli che siamo soliti figurarceli coi baffi a manubrio nelle foto ingiallite dagli anni, di cui abbiamo letto più libri senza conoscerne il volto o avendo visto solo qualche immagine iconica. Quelli che poi, tolti i retaggi ottocenteschi, sono diventati vecchi saggi durante gli anni in cui nasceva la televisione in Italia.

Oggi è facile associare il lavoro di uno scrittore al suo volto: firmacopie, presentazioni, ospitate in tv, conferenze e convegni ce lo propongono in ogni salsa, ma questa prassi è un frutto della modernità; prima questa opportunità di vicinanza allo scrittore, al poeta, non c’era proprio.

In uno dei nostri giri immensi su YouTube, ci siamo imbattuti in un’intervista di Pier Paolo Pasolini a Giuseppe Ungaretti e ne siamo rimasti totalmente rapiti. Due intellettuali così incredibilmente potenti a confronto, nello stesso spazio che di solito viene occupato da tutorial di make up o video di animali buffi, ci ha convinto a fare una ricerca per trovare le interviste dei più grandi scrittori e poeti del ‘900, solo per sentirli parlare e rimanere affascinati dal suono della loro voce e dalle loro parole mai banali.

Non ringraziateci, ma prometteteci che ogni tanto, tra un gattino e un ragazzo che cade dallo skate, vi soffermerete a sentirli parlare ancora…

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HIV: cura sempre più vicina grazie alle cellule staminali

Il trattamento dell’Hiv con le cellule staminali potrebbe essere arrivato ad un punto di svolta. Infatti, uno studio pubblicato su Annal of Internal Medicine e condotto da un team di ricercatori spagnoli dell’ospedale Gregorio Marañón di Madrid e dell’Istituto IrsiCaixa per la ricerca sull’Aids di Barcellona, ha evidenziato che su 6 pazienti positivi ad Hiv e trattati con cellule staminali prelevate da midollo osseo e cordone ombelicale, 5 hanno perso ogni traccia del virus latente. Inoltre, a 7 anni dal trapianto, in uno dei pazienti non sono più presenti gli anticorpi specifici per il virus.

Il serbatoio latente dell’Hiv è formato da un gruppo di cellule infettate da Hiv che non producono il virus ma mantengono al loro interno il suo corredo genetico, garantendo così al virus la sopravvivenza nell’organismo ospitante a tempo indeterminato. Tuttavia, è ancora presto però per affermare che le cinque persone siano effettivamente guarite: prima dovrà essere interrotto il trattamento antiretrovirale e verificare che non ci sia un “ritorno”.

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Anche i motori si convertono… si chiama retrofit elettrico

Basta dare un’occhiata ai modelli disegnati dalle case automobilistiche per il prossimo futuro per rendersi conto che le auto elettriche sono effettivamente destinate a sostituire quelle tradizionali. Ma sulle nostre strade non circolano soltanto auto. Che ne sarà di camion, tir, furgoni e di tutti quei mezzi che solitamente utilizziamo per il trasporto delle merci? Sarebbe assurdo pensare di buttarli via da un momento all’altro in una mega discarica senza valutare alternative alla rottamazione.

Proprio a questo proposito, per portare a fine vita i veicoli attuali, negli anni si sono fatte largo soluzioni interessanti come quella del “retrofit elettrico”, valido sia per le auto che per furgoni e camion. Serve a convertire il motore in elettrico e a portare quindi a termine il ciclo vitale di un veicolo senza sbarazzarsene prima del tempo, mantenendolo in strada finché risulta utilizzabile. Può essere la soluzione ideale nel caso di veicoli piuttosto vecchi, il cui motore sarebbe comunque da cambiare a breve, che così vengono “riciclati” e riutilizzati ancora una volta grazie ad un cambio di look sostanzioso.

Tutte le auto (e non solo) si possono trasformare per legge…

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“L’Italia è un’eccellenza mondiale”, parola di Silvia Vianello. E agli Italiani dice: ricominciate a sognare!

Già nella Forbes Top 100 Italian Women 2018, la vincitrice del Premio “Top Middle East Women Leader” è italiana e vive a Dubai, ma attenzione: Silvia Vianello non è affatto un cervello in fuga, come sottolinea lei stessa più volte. Le narrazioni sono fatte di filtri e un filtro è anche un luogo comune, ma dietro a ogni luogo comune c’è una storia. Silvia, riconosciuta tra le 100 donne più esperte del mondo digitale ed ex conduttrice di un programma del network di Sky, mi racconta la sua, nel corso di una lunga telefonata intercontinentale.

Sono nomade da tanto tempo. Prima di Dubai, ho vissuto a Parigi, a Houston e a New York. In Italia torno comunque più o meno due volte al mese per dare un contributo  raccontando cosa facciamo qui a Dubai. L’Italia rimane sempre il mio paese del cuore.

 

Docente e consulente strategico in marketing digitale, Silvia Vianello oggi dirige l’Innovation Center SPJain School of Global Management di Dubai. Il settore dell’innovazione, qui, va per la maggiore. La cosa che mi colpisce, di primo acchito, è il fatto che si tratti di un ambito principalmente maschile. Quando le chiedo se la cosa le abbia creato qualche difficoltà, Silvia mi dice di no. Tutt’altro, anzi. “Per i tanti uomini che lavorano in quest’ambito è così inusuale avere a che fare con una donna che in genere quando ne trovano una che magari ne sa addirittura più di loro, finiscono per appassionarsi. Anche sui palchi, durante i convegni, il fatto di essere donna in fondo ha sempre giocato a mio favore: spezza la monotonia. Certo, in altri settori le cose funzionano in modo diverso. Ho lavorato in Maserati come direttore marketing per 24 paesi e sì, posso dirti che il mondo dell’automotive – per una donna – è tutt’altro che semplice!

La verità è che la vita non è sempre una corsa a ostacoli. O meglio, gli ostacoli ci sono ma spesso e volentieri sono diversi da quelli conosciuti e tramandati dalla vulgata comune. Quando mi parla della sua esperienza all’estero, Silvia sottolinea più volte di non essere affatto scappata dal suo paese per mancanza di opportunità. “In Italia avevo non uno, ma tre lavori più che gratificanti: insegnavo in Bocconi, avevo una società di consulenza e tenevo un programma televisivo. Idem per quanto riguarda tanti italiani che oggi vivono a Dubai: non ce n’è uno che in Italia non avesse un lavoro ben pagato. La verità è che spesso ci si trasferisce all’estero per motivi diversi. Non esistono solo cervelli in fuga. Si va via anche per allargare i propri orizzonti, per avere nuovi stimoli e potenzialità di investimento. O per vivere una vita più semplice, in termini di tassazione per esempio. Per quanto riguarda il mio settore posso dirti che in Europa si parla molto di innovazione ma la si fa poco. A Dubai funziona esattamente al contrario.

Sul tema, si potrebbe aprire un capitolo infinito. La percezione comune – quando si parla di migrazioni – tende a essere limitata e a non considerare (o a sminuire) quel corposo fenomeno che è difficile classificare ma che di fatto è sempre esistito. Si emigra anche per libera scelta, non solo per necessità.

Ciò che è certo è che da lontano si acquisisce uno sguardo nuovo, un colpo d’occhio diverso sul proprio punto di partenza. Quando le chiedo come veda l’Italia a distanza Silvia mi risponde facendo riferimento soprattutto a barriere mentali e ad alcuni, consolidati luoghi comuni. “In Italia ho riscontrato spesso una forte resistenza al cambiamento. Basti pensare alla paura nei confronti della tecnologia, al timore che le innovazioni in questo campo possano rubarci posti di lavoro. La verità è molto diversa: le innovazioni tecnologiche non fanno che renderci più liberi, per esempio sollevandoci da attività che possono essere svolte dalle macchine, o garantendoci maggiore sicurezza. In linea di massima, per ogni lavoro sostituito da una macchina ci sono almeno tre nuovi lavori che nascono. Le rivoluzioni industriali sono una costante, non una novità e negli anni non hanno certo ucciso il mondo del lavoro. Lo hanno piuttosto cambiato.” Cosa, peraltro, ampiamente suffragata dai dati di uno studio di Deloitte pubblicato sul Guardian qualche anno fa.

Silvia oggi si impegna a dare alle persone strumenti utili, che le aiutino a cavalcare l’onda sullo sfondo di un mondo del lavoro in costante cambiamento. Il 31 ottobre sarà a Milano – al Talent Garden di via Calabiana – sui suoi social tiene consulenze gratuite. Tra una domanda e l’altra, l’idea che mi trasmette, è che trasferire esperienze e conoscenze, per lei sia una mission.

Ne approfitto per chiederle cosa serva oggi, al di là della pura e semplice disponibilità a cambiare. “Quello che ci impegniamo a fare, qui all’Innovation Center, è creare global citizen: cittadini globali. Quella è la chiave di tutto. Quello che serve è un radicale cambiamento di mentalità. Da noi, per esempio, non ti limiti a fare un master in un’unica città. Puoi fare  4 mesi a rotazione in ognuno dei nostri campus, tra Dubai, Singapore e Sidney con la possibilità di assimilare quello che è un vero e proprio mix di culture. C’è poi una seconda alternativa, per chi preferisce rimanere in loco: si tratta un’opzione online, percorribile grazie ad aule virtuali ad altissima tecnologia. Ti ho fatto questo esempio per darti un’idea del tipo di mentalità a cui alludo. Il cambiamento che serve va in buona parte in questa direzione.

E agli Italiani, cosa consiglia in questo momento? “Di tornare a sognare. Sì, davvero: sognate, ricominciate a farlo perché l’Italia è un’eccellenza mondiale. Non dobbiamo mai dimenticarlo.”

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Viaggi spirituali: non solo mare in Sardegna

La Sardegna è una terra famosa per la bellezza delle sue spiagge e per l’importanza del proprio territorio a livello turistico. Si tratta di una delle due isole italiane, al pari della Sicilia, capace di convogliare ogni anno moltissime persone all’interno delle proprie località balneari e non solo. Ma forse non tutti sanno che la Sardegna si caratterizza anche per essere uno dei luoghi che conservano più percorsi legati alla religiosità cristiana. Un motivo in più per scoprire meglio l’isola in tutti i suoi aspetti, e magari aderire ad uno degli itinerari sacri.

Quale territorio meglio di quello sardo può racchiudere in un colpo solo la magnificenza dei paesaggi e l’introspezione, unita alla fatica fisica, di un cammino religioso? Il connubio è perfetto da queste parti, e si snoda attraverso una serie di località (paesini, siti archeologici, ma anche vaste radure) che vale la pena percorrere almeno una volta nella vita. D’altra parte, come diceva Italo Calvino: “il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi”, per cui evoluzione spirtuale e fisica devono necessariamente andare a braccetto in ogni singolo passo.

Sono molti i cammini religiosi presenti in Sardegna, alcuni con una grande storia alle spalle e altri più recenti. Inoltre ce ne sono alcuni che sono stati inseriti nel Registro Regionale dei Cammini religiosi, istituito nel 2012 dall’assessorato regionale al turismo, allo scopo di promuovere definitivamente il cammino religioso in Sardegna. Ecco quali sono.

Il cammino di San Giorgio Vescovo

Ispirato a un personaggio sardo storico, vissuto a Cagliari attorno all’anno mille, il  cammino di San Giorgio Vescovo ripercorre gli itinerari di evangelizzazione che hanno caratterizzato proprio San Giorgio Vescovo durante la sua esistenza.Le chiese a lui dedicate hanno fornito l’ispirazione per costituire il percorso che è stato tracciato in alcune tappe giornaliere facenti capo ciascuna ad uno dei piccoli paesi che attraversa. Il percorso si snoda lungo oltre 300 km che, partendo dalla città di Cagliari, tocca moltissime località care a San Giorgio Vescovo. Un itinerario davvero mozzafiato che permette di vivere un’esperienza fantastica sul piano umano e ambientale.

Il Cammino di Santu Jacu

Il Cammino di Santu Jacu (San Giacomo apostolo) è un percorso che comprende circa 30 comuni per oltre 1250km di estensione, con lo scopo di collegare le chiese parrocchiali dedicate all’apostolo Giacomo che sono collocate in diverse località della Sardegna. È stato pensato con 5 punti di partenza e/o di arrivo (Cagliari, Porto Torres, Olbia, Oristano, le isole del Sulcis) in considerazione del fatto che la Sardegna è un’Isola baricentrica per le vie marittime del Mediterraneo che portano alle mete più conosciute di pellegrinaggio (Francia, Spagna, Portogallo oppure Roma, Vicino Oriente e Gerusalemme).

Il Cammino Minerario di Santa Barbara

Qui siamo nella Sardegna sud occidentale, e più nello specifico in quel tratto di Sardegna che partendo dall’antica vita mineraria ci lascia in dote un patrimonio culturale di rilevanza internazionale.

Un percorso di sicuro fascino, che comprende territori meritevoli del  riconoscimento dell’UNESCO. Santa Barbara di Nicomedia, patrona dei minatori, rappresenta l’elemento unificante di questo Cammino. Un percorso lungo circa 400 km che attraversa le interessanti aree geografiche dell’Iglesiente, del Guspinese e del Sulcis. Si tratta di un itinerario che si caratterizza per alcune peculiarità che lo rendono diverso dagli altri: i tanti siti archeologici e i diversi musei dedicati alle miniere permettono a fruitori di toccare con mano le difficoltà della vita in miniera. A fare da contraltare a questo stato d’animo c’è un percorso in cui si possono ammirare stupendi scorci naturalistici, in cui manca del tutto il segno della presenza umana. Questo contrasto è alla base della scelta di inserire il cammino di Santa Barbara come l’unico cammino religioso sardo ad essere incluso nell’Atlante dei Cammini del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Il Cammino di Sant’Efisio

A differenza del Cammino di Santa Barbara, in cui la spiritualità è fortemente legata alla vita terrena, il Cammino di Sant’Efisio spicca senza dubbio per  laspetto legato alla devozione. Il percorso che in realtà è una processione che accompagna il simulacro del Santo, si snoda da Cagliari fino a Nora e ritorno. Lungo tutto l’itinerario ci sono alcune tappe molto interessanti e diverse tra loro come Giorgino, La maddalena spiaggia, Su Loi, Villa d’Orrì, Sarroch, Villa San Pietro, Pula e Nora.  Un percorso che si caratterizza per la presenza costante del mare, ma all’interno del quale spiccano anche tante altre bellezze paesaggistiche e archeologiche. La tradizione legata a questo cammino vuole che i pellegrini lo compiano più per chiedere una grazia (o sciogliere un voto) che per il classico viaggio introspettivo alla ricerca della fede.

Il riposo dopo il cammino: Santa Giusta e Santa Clara

Dopo un lungo cammino, che rigenera sul piano spirituale ma fiacca le energie, è necessario un lungo riposo. In Sardegna di certo non mancano le strutture adatte al relax, per chi desidera un struttura di alto livello suggeriamo di soggiornare in uno degli iGV Club presenti in Sardegna. Per la parte settentrionale dell’isola il consiglio è quello di recarsi all’iGV Club Santa Clara, mentre nella zona meridionale consigliamo una sosta all’iGV Club Santa Giusta. Entrambi incastonati in uno splendido scenario, i due villaggi offrono il giusto mix di relax e comfort.

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Viralità tossica: ecco perché il contenuto negativo è pericoloso, esagerato e pessimo sia per i lettori che per gli editori

I contenuti negativi su internet sono spesso provocatori, potenti e pervasivi. Potremmo definirli addirittura tossici. La cosa più allarmante è che certe notizie raggiungono questa viralità tossica facendo leva sulle nostre emozioni più primitive.

Gli esseri umani sono psicologicamente programmati per condividere le cattive notizie: una sorta di meccanismo di difesa ancestrale che serviva per difenderci da situazioni di pericolo quando ancora i nostri antenati vivevano nelle caverne. Oggi, la cronaca nera, le campagne diffamatorie, gli scandali politici, fino al gossip delle celebrità, fanno scattare lo stesso comportamento virale.

E qui sta il fascino pericoloso del contenuto negativo: l’impulso di reagire alla negatività è nella nostra natura e, purtroppo, può essere facilmente sfruttata.

Con l’attuale rincorsa all’audience, alcuni media sfornano in continuazione contenuti negativi, strillando titoli a volte in modo forzato, perché è un modo facile per attirare lettori, pagine viste e di conseguenza introiti pubblicitari.

La negatività non è solo deprimente per i lettori: è anche un male per gli editori.

Il vecchio principio secondo cui le cattive notizie fanno vendere, sta rapidamente scemando. Apparentemente si tratta di un modello di business semplice ed efficace: titoli acchiappa-click e sensazionalismo attirano opinioni e azioni, e la prospettiva di rendere virali le notizie attrae certamente gli inserzionisti. Ma di fatto le persone sono sempre più stufe del diluvio di indignazione che piove dai mass-media.

Inoltre, la negatività non è più così redditizia come una volta. Per quanto ci piaccia avere qualcosa contro cui prendercela, l’esposizione costante a messaggi negativi ci contagia con la cosiddetta “impotenza acquisita”, ovvero la convinzione che il mondo sia un posto pericoloso e che non abbiamo alcun potere per fare qualcosa.

Dopo aver visto solo tre minuti di notizie negative, le persone hanno il 27% in più di probabilità di passare una brutta giornata. I contenuti negativi tendono a diventare virali, ma a che serve se poi siete di cattivo umore? I lettori sono la linfa vitale di un editore. Non ha senso prenderli in giro con titoli sensazionali o notizie inutilmente gonfiate.

Gli inserzionisti oggi sono molto più attenti ai propri investimenti pubblicitari, perché non vogliono più associare il loro marchio a contenuti negativi. Non possono rischiare la propria reputazione accanto a contenuti dubbi o discutibili, perché c’è il rischio che i consumatori facciano confusione tra i loro marchi e il contenuto cui sono associati.

Le persone che preferiscono contenuti positivi dichiarano di trascorrere una buona giornata l’88% delle volte. Per la stessa ragione, i lettori che leggono contenuti positivi tendono a trasferire il valore positivo della notizia sui marchi circostanti.

Un altro fattore chiave che diminuisce il valore del contenuto negativo è la natura mutevole della pubblicità digitale. Siamo entrati un’epoca in cui la pubblicità viene offerta sotto forma di contenuti, e la negatività non si adatta a questo nuovo modello, come sottolinea David Auerback in questo articolo. Se si utilizzano contenuti provocatori, che incitano una guerra a Babbo Natale, alla Barbie o al personaggio di turno, l’indignazione può essere virale, ma rimane fine a se stessa… ci sono notizie molto più utili o interessanti che si integrano meglio con un messaggio promozionale.

Per quanto possa sembrare che la negatività e le polemiche dominino il ciclo delle notizie, le storie che offrono una soluzione o che evocano sentimenti positivi come speranza, gioia, stupore, coraggio o ispirazione, raggiungono una viralità più alta di quelle negative, come riporta questa ricerca pubblicata su Micro e Marco Marketing.

La maggior parte delle persone preferisce diffondere la felicità. Le offese, l’indignazione e la negatività saranno sempre più relegate al passato. Internet e la rivoluzione digitale stanno andando oltre.

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Chiedere scusa è sempre più in disuso, ma c’è una buona notizia…

Ben ritrovati e buon lunedì! Oggi voglio parlarvi di un’arte “in disuso”, cioè l’arte di chiedere scusa. Sono sicuro che sai cosa voglia dire chiedere scusa di qualcosa, e sono anche certo che avrai notato come poche persone siano propense a farlo! Te ne parlo dal punto di vista dell’ottimismo, di cui sono esperto, perché la propensione a chiedere scusa è inversamente proporzionale al pessimismo, cioè più sei pessimista meno sei disposto a chiedere scusa.

Naturalmente è vero anche il contrario: più sei ottimista più sei disposto a chiedere scusa. Come ripetiamo spesso negli articoli di BuoneNotizie.it, la comunicazione mediatica in cui siamo costantemente immersi è fatta di continue brutte notizie, di delitti, fallimenti, scontri… ed è evidente che questo contribuisca a creare un clima pessimistico, dove tutto sembra andare male!

Non che sia vero il contrario, ma diciamo che la visione dei media tradizionali è più orientata ad esaltare il peggio e minimizzare il “meglio”. E questo è un dato di fatto. Tuttavia questo non riguarda solo le notizie che vengono date, ma anche il modo di parlare e il tono dei discorsi. Sicuramente negli ultimi anni la tv e i giornali hanno diffuso uno stile linguistico a dir poco “aggressivo”, spesso volgare e tendenzialmente “muscolare”. Per “comunicazione muscolare” intendo dire un modo di parlare in cui si cerca di apparire più “forti” dell’interlocutore, non tanto per la saggezza o l’intelligenza delle argomentazioni, ma piuttosto per l’irruenza con cui le si esprime o addirittura per il volume con cui le si urla. Tutto questo fa sì che siamo immersi in un clima pessimo in cui gli argomenti sono pochi e negativi e le argomentazioni urlate e aggressive.

Cosa c’entra questo con il chiedere scusa? E’ evidente che chiedere scusa ci mette in una posizione di debolezza (almeno temporaneamente), nel senso che ammettiamo di aver commesso un errore. In realtà, chi è consapevole dei propri errori e ha l’educazione di chiedere scusa (nel momento in cui questi errori possono aver arrecato danno ad altri), non è affatto debole, anzi. E’ proprio questo il punto: in un clima di “comunicazione muscolare” si rischia di non essere per nulla apprezzati quando chiediamo scusa. In questo clima pessimo e di sfida costante, chiedere scusa appare qualcosa da “deboli” e quindi da non fare.

In ogni caso, la buona notizia è che chiedere scusa è da forti, mentre tentare di aver sempre ragione è da pessimisti perché significa che non si ha il coraggio di essere sinceri, pensando di apparire deboli.

Cosa ne pensi? Lascia il tuo commento… Alla prossima settimana!

Sebastiano Todero

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Viveva in mezzo alla strada. Riconosce il padre che l’aveva abbandonata e gli salva la vita

Questa è la storia di Diana Kim, la ragazza che riconobbe il padre dopo decine di anni salvandogli la vita. Era l’aprile del 2013: l’uomo viveva in strada, e non aveva la minima idea di chi fosse quella ragazza che gli stava tendendo la mano e, probabilmente, non sapeva nemmeno chi fosse lui stesso.

Diana non sapeva che cosa pensare e come sentirsi. Suo padre l’aveva abbandonata quando aveva circa 5 anni e quindi non aveva alcuna relazione con l’uomo di fronte a lei. “Non è mai  stato parte della mia vita, lui non c’era“, spiega la ragazza. L’atmosfera, al momento dell’incontro, era certamente piena di emozioni contrastanti. Cosa avrebbe dovuto fare? Far finta di niente perché questa persona non aveva realmente nulla a che fare con la sua vita? Lasciarlo lì in strada come lui aveva lasciato lei?

La loro storia è emozionante e ci insegna davvero tanto, facendoci conoscere un’istinto dettato dal legame interno che lega un padre e una figlia, ancora esistente, anche se non si vedevano da quando lei era una bambina. Molti avrebbero scommesso che l’avrebbe lasciato là: in fondo l’aveva abbandonata da piccola, e queste sono cose che decisamente segnano una persona. Ma per Diana fu diverso.

Non volle parlare con me, non mi riconobbe, questo fu il risultato del primo approccio. Man mano che lei tentava di dialogare, si accorgeva sempre di più che suo padre aveva qualcosa che non andava. Il padre di Diana soffriva infatti di schizofrenia fin da quando l’aveva abbandonata, e ultimamente aveva smesso di curarsi.

Era una situazione unica e in cui certamente nessuno di noi immagina di poter vivere. La ragazza era stata un avvocato per i senzatetto per anni, e ora suo padre era tra quelli che lei difendeva con passione. Diana, che ha scelto di non parlare del suo rapporto con la madre, aveva dormito in parchi, vissuto in una macchina e invocato la gentilezza di alcuni amici per poter avere un tetto sopra la testa per alcune notti. Sono state queste le esperienze che l’hanno portata a lottare per i senzatetto. Diana racconta che quando si vivono situazioni simili durante l’infanzia “si verifica una lotta interna che modella il tuo modo di vedere il mondo“. Era dunque diventata un’alleata di coloro che vivono in strada e trovandosi di fronte il padre dopo decine di anni, non poteva fare a meno che pensare a come aiutarlo, ma allo stesso tempo sentiva di nuovo tutto il dolore creato dall’assenza di un padre.

Lo osservò per un po’ di tempo e scoprì che non aveva più un posto dove andare. Anche la sensazione che suo padre fosse malato era giusta. Fu così che Diana decise di lottare anche per suo papà: iniziò a cercare di convincerlo a chiedere aiuto e ad aiutarlo a ricordarsi di lei. Sapeva che sarebbe stato faticoso e non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Ma iniziò a fare tutto il possibile. A un certo punto “è necessario affrontare le proprie paure, le proprie insicurezze e il proprio dolore“.

A seguito di un attacco di cuore, durante l’estate successiva, il padre venne ricoverato in ospedale e questo evento si rivelò una vera benedizione: Diana riuscì infatti in quella circostanza a fargli ricordare tutto. Adesso sono di nuovo padre e figlia.

La storia di Diana e il suo papà è riportata nel suo blog fotografico, “The Homeless Paradise“, nel quale documenta giorno per giorno la situazione dei senzatetto. Le sue pagine sono piene di tragedia, ma la speranza e la determinazione di Diana sono le caratteristiche che la spingono ad aiutare e a vedere i senzatetto proprio come delle persone uguali a lei.

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