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21 trucchi mentali (più uno) per la ricerca della tua felicità

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Di questi tempi in cui ogni giorno siamo afflitti da notizie reali ma preoccupanti, molte persone cercano (giustamente) uno spazio di felicità all’interno di BuoneNotizie.it. In piena sintonia con lo spirito dell’editore, oggi vorrei dare il mio piccolo contributo alla comune “ricerca della felicità”, condividendo un semplice “trucco mentale” da vero ottimista.

L’idea alla base di quanto sto per dire è semplice ma potente: esistono dei “trucchi mentali“, cioè dei modi di pensare e organizzare il proprio pensiero, che determinano effetti immediati e sorprendenti nel nostro benessere. Un po’ come i “trucchi di magia”, che in modo rapido e apparentemente “magico” fanno cambiare le cose, le trasformano, le fanno volare, o comunque conferiscono al prestigiatore dei poteri sorprendenti, allo stesso modo esistono dei “trucchi mentali” che vanno imparati e applicati alla stregua di quelli magici, dando un beneficio tangibile al nostro stato d’animo, contribuendo cioè a renderci più felici.

Ho scelto qui un “trucco mentale” che mi sembra adatto al periodo economico che stiamo vivendo. Sappiamo che l’economia rallenta, e che non spendiamo perché ci sono pochi soldi da spendere: il gatto che si morde la coda! Tanti o pochi che siano, che sia per divertirci o per gratificarci con acquisti che pensiamo possano renderci più felici, qualche soldo lo spendiamo comunque. Vorrei parlarti dunque di un “trucco per spendere meglio“.

Importanti ricerche psicologiche, di ogni genere e livello, hanno ampiamente dimostrato che l’acquisto emotivo, il cosiddetto shopping compulsivo, è una pratica tanto diffusa quanto “pericolosamente efficace” per modificare il proprio umore alla ricerca della felicità! In sostanza lo shopping è tanto diffuso, purtroppo anche tra chi non potrebbe permetterselo, proprio perché ha una comprovata efficacia nel dare delle “micro-botte” di felicità.

Forse tutti sappiamo che acquistare oggetti e passare ore e ore da una vetrina all’altra non è l’attività più “intelligente” del mondo, ma è proprio perché conferisce effettivamente un certo senso di gratificazione che si è diffusa così tanto. Con questo non la voglio giustificare o promuovere, ma solo constatare che a suo modo “funziona”. Lo shopping come sistema per cercare gratificazione o distrazione dai problemi, alle volte arriva ad essere una vera “droga”, cioè porta le persone a sviluppare una vera e propria forma di vizio o comportamento ossessivo!

Insomma, qual è il trucco psicologico di cui ti voglio parlare? Tanto semplice quanto efficace. Non si tratta di rinunciare allo shopping o di ridurlo in modo drastico: sarebbe facile a dirsi ma più difficile a farsi! In fondo fare degli acquisti non è sbagliato o da condannare in assoluto e come al solito è una questione di misura! Eppure in queste faccende trovare la “misura” è sempre difficile e in questo ci viene in aiuto il nostro “trucco mentale”, che consiste nel cambiare il tipo di acquisti che facciamo! Se proprio vogliamo usare lo shopping come uno dei sistemi per essere più felici dobbiamo preferire l’acquisto di esperienze all’acquisto di oggetti!

Comprare delle esperienze, cioè andare al cinema, fare una gita, fare uno sport, una cena al ristorante, una visita didattica, un corso di teatro, un viaggio o persino un tatuaggio o un massaggio rilassante è una forma di shopping che dà una felicità più intensa e più duratura! Al contrario comprare oggetti, vestiti, mobili, gioielli, tecnologia o altre cose più materiali, ha un effetto meno intenso e meno prolungato nel tempo! Anzi, in certi casi può anche trasformarsi in rimpianto e fastidio, vedendo accumularsi tanti oggetti inutilizzati!

L’acquisto di esperienze ha un effetto “magico” nella nostra mente, perché il ricordo dura più a lungo e in più, spesso, le esperienze le facciamo assieme ad altre persone e quindi al piacere della cosa in sé si unisce il gusto di condividerla.

Insomma se proprio vogliamo usare i soldi per essere più felici, questo “trucco mentale” semplice ed efficace ti permetterà di spendere meglio ed essere più felice e più a lungo! Se ti piace l’idea dei “trucchi mentali”, lascia un commento qui sotto e scopri gli altri 21 motivi per tornare ad essere positivi ed avere successo!

A lunedì prossimo!

Sebastiano Todero

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L’epico viaggio dei lettori algerini: una storia di passione per i libri

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Questa è una storia di lettori, e di lettori algerini. Mi sembra bellissima, e credo che ai lettori italiani piacerà perché la passione per i libri non ha confini. A raccontarla è Paola Caridi, una donna acuta, curiosa e generosa, una storica e una scrittrice esperta di Medio Oriente e Nord Africa. Il suo blog si chiama Arabi invisibili. È appena tornata da Algeri e mi sta dicendo quel che ha visto lì.
Ferma, ferma.– le dico –  Fammi prendere qualche appunto. Così, una chiacchierata tra amiche si trasforma in questa intervista.

Dunque, siamo ad Algeri.
Siamo all’inizio della periferia a est di Algeri, dalla parte opposta alla Casbah, vicino a un’enorme moschea in costruzione. È la grande moschea d’Algeria, realizzata da un’impresa di costruzioni cinese su progetto tedesco. Il minareto è già finito: è alto 240 metri e si vede dall’altra parte della città. Sarà la più grande moschea d’Africa.

Lì vicino c’è la fiera di Algeri, un gruppo di grandi edifici beige dove, in occasione del Salone del Libro, centinaia di migliaia di persone arrivano da tutto il paese: sono i lettori algerini. Studenti delle scuole, famiglie con bambini, moltissime ragazze…

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Con il registro tumori un passo avanti nella prevenzione

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Quando una diagnosi di tumore irrompe nella vita di una persona, tutto il suo mondo che scorreva fino a un attimo prima nella quotidianità viene sconvolto. Si modificano improvvisamente i vissuti del tempo. I progetti si interrompono o si trasformano, le relazioni con le persone, con i famigliari, gli amici, il lavoro, tutto assume una prospettiva diversa.Si acuisce la percezione di precarietà dell’esistenza.

Sentimenti di sgomento o di rabbia dominano i giorni. Interrogativi, speranze, delusioni, disperazione, accompagnano i percorsi delle terapie. Le ansie di un calvario fisico ed emotivo che coinvolge la persona malata e chi le è vicino.

Ieri finalmente il Senato ha approvato un provvedimento che tocca la fragilità della nostra esistenza, che chiama in causa molti aspetti, fino a quello più radicale del confine tra la vita e la morte. Ogni anno purtroppo sono oltre 360mila le persone si ammalano di patologie tumorali e ogni anni 180mila di esse non ce la fanno a vincere la battaglia contro il ‘male inguaribile’.

Abbiamo provato a dare concretezza nuova alle parole speranza, possibilità, futuro. Il numero di coloro che vincono la battaglia contro queste patologie oncologiche deve aumentare e, ancor più, aumentare il numero di coloro che, grazie alla prevenzione, possano evitare questa esperienza drammatica.

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I 100 film non in lingua inglese più importanti della storia

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Tutti i film girati in lingua non inglese che sono entrati a pieno diritto nella storia del cinema.

BBC Culture ha pubblicato spesso sondaggi svolti da critici cinematografici, con l’obiettivo di stilare una classifica dei film più belli dell’ultimo secolo, quelli più belli di Hollywood in generale e così via. Dopo tante pellicole anglofone, è giunto il momento di parlare dei film del resto del mondo, quelli non in cui non si parla inglese. Qui sotto vedete la classifica dei 100 film non in lingua inglese più belli della storia.

Il risultato sono 100 film diretti da 67 registi diversi, provenienti da 24 paesi e girati in 41 lingue differenti. Vince la Francia che piazza 27 film in classifica, seguita dalla Cina con 12 e da Giappone e Italia con 11. Nonostante alcune mancanze di rilievo (non c’è nessun film di Takeshi KitanoJean Cocteau o Elio Petri, per dirne tre), questa classifica è un bel compendio per guardare tutti quei capolavori che non avete mai visto e che fanno parte della storia del cinema.

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Mal di schiena? Cos’è l’ergonomia posturale e perché ne abbiamo bisogno

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Mal di schiena e problemi posturali: perché vengono e come possono essere curati

Si calcola che in Italia l’assenteismo causato da disagi riconducibili a mal di schiena e problemi posturali in genere costino alle aziende circa 3,36 miliardi di euro. Non si parla di briciole. D’altra parte il famoso adagio “drizza quella schiena” è familiare a molti di noi e spesso viene messo in relazione con i problemi classici di una società legata all’espansione del settore terziario. Insomma: vita da scrivania = problemi posturali e mal di schiena.

La verità pare però che sia un po’ più complessa, come spiega Tiziano Pacini, primo ergonomo posturale in Italia e direttore del Corso di Alta Formazione in Ergonomia Posturale patrocinato dal Dipartimento di Salute Pubblica e Assistenza Sanitaria di Ruse, in Bulgaria. Pacini evidenzia come nel regno animale la postura rappresenti di fatto un costante esercizio di equilibrio, un silenzioso braccio di ferro tra il corpo e la legge di gravità. Nell’uomo la situazione si complica ulteriormente con l’acquisizione della “verticalità”: un aspetto che necessita di terreni variabili, non uniformi, che consentano quindi il continuo esercizio dei diversi muscoli del corpo.

Tiziano Pacini, il primo ergonomo posturale in Italia

L’urbanizzazione e l’uso inflazionato dell’asfalto, in questo senso hanno giocato a sfavore innescando un circuito vizioso che si è tradotto in problemi posturali diffusi. Al di là dei problemi riconducibili alla vita sedentaria, sostiene Pacini, “è un dato di fatto che fra i popoli che ancora vivono in condizioni naturali e che camminano scalzi su terreni sconnessi, come alcune popolazioni africane, del Messico o del sud est asiatico, il mal di schiena, come del resto molte malattie cardiovascolari tipicamente occidentali, siano sconosciuti”.

È proprio la diffusione capillare di questa problematica ciò che ha stimolato l’emergere di una figura professionale nuova: l’ergonomo posturale, appunto, cioè un professionista che analizzando scientificamente le alterazioni della postura, si occupa di decostruire un sistema di abitudini errate guidando il soggetto verso nuove e più sane soluzioni.

Semplice? Tutt’altro. Non c’è niente di più difficile che decostruire un’abitudine, cioè quella che di fatto è diventata una piccola forma di dipendenza senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Come spiega Pacini: “Il cambiamento posturale molto spesso è un percorso che richiede un po’ di tempo – ed anche un po’ di pazienza – perché tutto l’apparato locomotore si deve riorganizzare secondo un nuovo modo di vivere, con un conseguente lavoro diverso di tutti i muscoli.” D’altra parte si sa, un cambiamento radicale non è mai indolore, soprattutto quando va a toccare abitudini radicate nel tempo.

Fondamentale, in questo processo, è l’utilizzo di strumenti come baropodometri, sistemi fotografici e scanner ma soprattutto di un protocollo di interpretazione rigoroso, impostato secondo un metodo scientifico e quindi ripetibile. È questo che fa la differenza tra un approccio professionale e uno approssimativo: la possibilità di impostare un lavoro di studio capace di disinnescare vecchi automatismi e di creare le basi per un processo di reset e rieducazione reale.

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Razzismo mediatico, e non solo. Ci coinvolge tutti, a diversi livelli delle specie viventi

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Titoli di informazioni diffusi al giorno d’oggi: “Pitbull azzanna bambino”. “Zingaro deruba turista in centro”. “Rom investe pedone sulle strisce”. “Immigrato molesta ragazza per strada”. “Extracomunitari bivaccano su panchina ai giardinetti”. (Desueti): “Meridionale bivacca in stazione”. “Siciliano non fornisce le sue generalità al vigile”. “Ebreo fermato per accertamenti: non esponeva la stella di Davide nella vetrina del suo negozio”.
Titoli mediatici che coinvolgono i “mostri”, di oggi e dell’epoca.

Vediamoli.

A qualcuno sembra che faccia notizia che un cane morde un umano (in forma lieve, come nel caso specifico)? No. In genere farebbe notizia l’umano che morde il cane. Ma se si tratta di un pitbull, la notizia c’è e “alla grande”. Ma quanti sono i pitbull che mordono gli umani? Non ho dati, ma credo che siano proprio pochi rispetto ai morsi dei cani agli umani, visto che di pitbull in giro, praticamente non ce ne sono e chi ha un qualche cane che potrebbe assomigliarli, se glielo chiedi, ti dice subito “è un Amstaf” (American Staffordshire, simile al pitbull ma, a differenza del cugino vituperato, è una razza riconosciuta e sdoganata dal fatto di essere il tipico cane delle scene tv delle famiglie americane). Non ricordo di aver letto qualcosa tipo “Bimbo morso da un pastore tedesco”… che riguardo a morsi imprevisti, non è da meno a nessun altro cane. Ma il pitbull è il cane cattivo per antonomasia, ed io stesso, proprio stamane, di fronte ad un titolo del genere richiamato in prima pagina di un giornale, mi sono andato a leggere l’articolo, cosa che probabilmente non avrei fatto se il titolo fosse stato “cane morde bambino”, articolo che altrettanto probabilmente non avrei trovato perché, come nel caso di specie, si trattava di una piccola e quasi innocua aggressione da parte del cane. E’ evidente che questo approccio mediatico e non solo, nasce dal fatto che il cane, se non risponde alle aspettative di “pelouche animato”, è un pericolo e va messo all’indice. Se poi questo non-pelouche è anche un pitbull, figuriamoci…

Reati, illeciti, fatti insoliti con le parole “Zingaro”, “Rom” (per i più apparentemente dotti), “immigrato”, “extracomunitario”, sono più frequenti del pitbull di sopra. Con l’aggiunta che – mentre nel caso del nostro mastino, abitualmente si tende a deviare il proprio percorso di pedone se si ha l’impressione che se ne sta per incrociare uno, e la cosa finisce lì – quando c’è una qualche brutta storia che coinvolga uno di questi soggetti, ci ritroviamo anche cortei improvvisati, proteste vibranti… fino a più o meno tentativi di assalto ai quei campi che ospitano alcune persone di queste etnie (zingaro, rom) o di questa condizione umana (immigrato, extracomunitario). E’ evidente che questo approccio mediatico e non solo, nasce dal fatto che se non sei uno stanziale, ma un nomade (zingaro, rom), ciò costituisce di per sé un attentato alla mia condizione stanziale. E se non sei un stanziale, ma uno che viene a chiedere aiuto (migrante, extracomunitario), ciò costituisce di per sé un tentativo di rodere la sicurezza e la certezza che mi sono creato (magari usando prodotti dei Paesi da cui provengono queste persone, pagandoli dieci volte meno di quanto sarebbero costati se prodotti in Italia, ma la memoria e la riconoscenza devono combattere con egoismo e violenza culturale…).

Poi ci sono quelli che ho chiamato “desueti”. “Meridionale”, a cui fino a poco tempo fa in alcune parti del Paese non si affittavano neanche le case. “Siciliano” che, di per sé, veniva (e ancora oggi in parte lo è) assimilato a mafioso, e quindi (come nell’esempio di sopra) è normale che non fornisca le sue generalità ad una qualche autorità di polizia. “Desueti”, ma ancora di attualità, quantomeno storica.

E, infine, c’è l’ebreo. “Desueto” ufficialmente per quanto riguarda le persecuzioni e le stragi razziali della metà del secolo scorso, ma se ti capita di stare in un ambiente di filo-palestinesi, altro che “desueto”… L’ebreo è di per sé colpevole di tutti i problemi che ci sono in Medio Oriente, a partire dalla Palestina della striscia di Gaza, e relative ripercussioni su tutte le guerre in qualche modo collegate a quell’area geografica.

E’ in questa cultura, alimentata in modo sostanzioso dai media a diverso livello, che oggi ci muoviamo e in cui dovremmo affrontare la complessità delle sfide e dei problemi della nostra epoca.

di Vincenzo Donvito, presidente di ADUC

Articolo del 22 giugno 2018 pubblicato originariamente su Aduc.it

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Facebook e Google, contratto con il fondatore del web per una rete migliore

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Google e Facebook appoggiano i nuovi standard messi a punto da Tim Berners-Lee, il fondatore del world wide web che solo la scorsa settimana ha sostenuto l’ipotesi di uno spezzatino dei colossi della Silicon Valley per ridurre il monopolio sulla rete. Il nuovo ‘contratto per il web’ – riporta il Financial Times – richiede alle societa’ internet di rispettare la privacy sui dati e sostenere il meglio dell’umanita’…

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Forum Madrid: l’indifferenza e i pregiudizi soci della violenza

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É entrato nel vivo, oggi, il Forum sulle violenze urbane in corso a Madrid; tanto che è risultato impossibile seguire i lavori dei vari seminari cui hanno partecipato centinaia di donne e uomini provenienti soprattutto dalla Spagna ma anche dal Sudamerica e da altri paesi del mondo.

Innovativa ci é apparsa la presentazione di Luís Bodoque Gómez per “Un mondo senza guerre” che, col supporto di esempi ed esperimenti, ha chiaramente esposto come sia la «competizione» alla base dei conflitti, assieme alla non conoscenza dell’altro, agli stereotipi («la gente dice … »), alle diverse prospettive di osservazione dei fatti. Ha, infine, sostenuto come «non necessariamente una opinione differente debba creare un conflitto».

Leggi anche: Conflitti: quando nascono, perché bisogna gestirli e come si può fare

Anche la discriminazione anti islamica é violenza

Interessante, poi, la scoperta del lavoro del “Osservatorio Islamofobia”. Un consistente studio svolto nel 2017 analizzando oltre 1.600 articoli pubblicati su sei periodici nazionali spagnoli, ha dimostrato che il 90% delle notizie pubblicate sull’Islam o sui musulmani mostravano «aspetti negativi», che il 72% degli articoli di opinione presentavano chiaramente aspetti islamofobi. In testa per islamofobia il quotidiano “La Razon” mentre “El Diario” é risultato il periodico più corretto.

Notizie di «inaugurazioni di musei, della realizzazione di cattedrali» vengono nascoste a favore di notizie di violenza, hanno specificato i relatori. Alle notizie di manifestazioni di donne e uomini musulmani contro il terrorismo non viene dato spazio, hanno aggiunto.

I titoli sono spesso sensazionalistici, scritti in presenza di pregiudizi, su notizie non verificate, decontestualizzando le vicende narrate, non dando voce a persone musulmane, usando una terminologia scorretta confondendo termini quali Islam, arabi o musulmani che in realtá non sono per nulla dei sinonimi.

Si tratta spesso – hanno spiegato i relatori – di una chiara «ignoranza, di un’assenza di formazione sul mondo arabo» ma, anche – denunciano – di una vera e propria «industria dell’islamofobia» messa in piedi dai partiti politici dell’estrema destra per avvelenare l’informazione e raccogliere voti.

A questa, si aggiunge «l’industria degli opinionisti», dei polemisti senza contenuti, di quelli che affermano che “non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani” (recentemente Vittorio Feltri su Libero).

L’Ossservatorio Islamofobia, che è una emanazione dell’Istituto Europeo del Mediterraneo entità pubblica catalana, nel denunciare questa forma di «discriminazione islamofoba» raccomanda l’uso di una maggiore «deontologia» da parte dei giornalisti ma anche una loro effettiva formazione preventiva rispetto ai temi su cui desiderano scrivere.

Lo studio é scaricabile sul sito dell’Istituto IEMEd.

L’indifferenza verso la tratta delle donne per l’industria del sesso

Partecipato e partecipativo, quindi, il seminario delle “Enfermeras para el mundo” che hanno voluto affrontare il delicato tema della “prevenzione della tratta con fini di violenza sessuale”. Un tema cui cui pesa una profonda indifferenza se il 39% degli spagnoli confessa di aver consumato sesso con una prostituta. Ma un tema che nasconde, neanche poi tanto, l’inganno prima e la violenza poi, psicologica quando non fisica, con la quale ragazze vengono sdradicate dal proprio territorio rurale o dalla propria nazione (spesso si tratta di sudamericane,3.000 i casi di tratta solo dalla Bolivia tra il 2012 e il 2017) per essere messe sulla strada a prostituirsi.

Bambine, bambini, adolescenti vengono – ha spiegato la relatrice – ingannate/i con annunci di false agenzia di reclutamento di moda o di impiego, ma anche con false relazioni sentimentali, se non con veri e propri rapimenti. La trappola si chiude isolando il soggetto, impedendo ogni contatto coi propri familiari e il proprio luogo di origine.

Il seminario, ha chiarito il concetto di “tratta” – secondo la definizione del “Protocollo di Palermo” adottata dalle Nazioni Unite nel 2000 – e svolto un momento laboratoriale al fine di verificare e confrontare la conoscenza dei partecipanti al seminario dei vari aspetti del fenomeno spesso apparentato con la “industria del sesso” e che incide sulla vita, dignità, integrità, libertà della persona.

La radicalizzazione non la si combatte, la si previene

La mia giornata si é conclusa assistendo alla plenaria sulla “violenza per radicalizzazione, estremismo e terrorismo internazionale”. Difficile sintetizzare circa due ore di dibattito.

La belga Marta Lomana dello “European Institute of Pace” ha presentato un lavoro del giugno 2017 sul comune di Molenbeek, luogo al centro di numerosi fenomeni di radicalizzazione, frutto di numerose interviste ai suoi abitanti. Il documento integrale [ING] é scaricabile dal sito dell’Ente.

L’italiana Patrizia Fiocchetti ha presentato la propria esperienza, tra l’altro in Afghanistan, e denunciato come i risultati promessi dall’intervento americano – sicurezza, lotta alla radicalizzazione e per i diritti delle donne -, dopo 17 anni di occupazione e guerra, sono falliti, come dimostrano le donne in burga nel centro di Kabul, gli ostacoli alle iniziative delle donne dell’associazione RAWA, o gli attentati di poche settimane fa nella capitale afghana.

Fiochetti, operatrice nel settore dell’accoglienza dei migranti, ha spiegato che per comprendere i fenomeni migratori occorre recarsi sul posto. Nel proprio intervento ha denunciato la pesante situazione di Bihac cittadina al confine con la Croazia e che soffre della pressione dei migranti respinti, anche violentemente, dal vicino. Come, poi, si é soffermata sul muro e sulle azioni militari della Turchia che stanno isolando e distruggendo la cittadina curdo-siriana di Kobane.

Tra gli altre, interessanti le dichiarazioni dei rappresentanti delle forze dell’ordine di Madrid e Barcellona che hanno sostenuto come, contro la radicalizzazione, «non é una questione prioritaria la polizia, serve una prevenzione che é cura dell’apparato municipale».

Il sindaco della libanese Jdeideh-Bauchrieh-Sed Antoine Gebara, infine, é voluto essere presente con un messaggio dove ha dichiarato il «Mediterraneo spazio di tensione ma anche di speranza» e ricordato alcune iniziative in corso contro il fenomeno della radicalizzazione: dalla “Dichiarazione di Nizza” del 2017, al Forum sulla prevenzione in Libano e al prossimo evento in corso di organizzazione a Tunisi per l’inizio del 2019.

Fonte: Pressenza.com su licenza CC BY 4.0

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Tu non sei razzista, sei stronzo

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Così la signora Maria Rosaria si ribella agli insulti di una intolleranza dilagante.

Siamo sulla Circumvesuviana di Napoli, la ferrovia locale che collega il centro della città con i comuni circostanti dell’area vesuviana, per l’appunto. Un mezzo di trasporto largamente utilizzato sul quale senza difficoltà si incontrano volti di ogni colore, persone di tutti i sessi e età. Dai ragazzini che, zaino in spalla, vanno o tornano da scuola, ai lavoratori stanchi che portano a casa un’altra giornata, più o meno proficua.

Sulla rete Circumvesuviana non è raro trovarsi seduti di fianco a persone di un’altra nazionalità. Napoli, come sappiamo bene, è una città multietnica per eccellenza nella quale interi quartieri sono ormai popolati da prime, seconde e anche terze generazioni di chi è emigrato alla ricerca di una vita migliore e un futuro meno incerto.

Al centro della nostra storia troviamo un uomo pakistano, una donna coraggiosa napoletana e un suo compaesano, un ragazzo decisamente meno virtuoso. Quest’ultimo, appena salito sul mezzo di trasporto pubblico, inveisce aggressivamente verso l’uomo originario del Pakistan perché, sostiene, è stato spinto. Il mittente della polemica rimane impassibile, non replica verbalmente e a stento sostiene lo sguardo del primo. Nonostante la decisione di non dare corda allo sfogo polemico, il ragazzo continua, apostrofando l’uomo con degli insulti…

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In Etiopia il nuovo corso è donna

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Il nuovo corso di pace che l’Etiopia sembra aver imboccato con decisione dallo scorso aprile, con l’arrivo di Abiy Ahmed alla guida del governo, si arricchisce di un altro elemento di discontinuità: l’elezione per la prima volta di una donna alla carica di presidente della Repubblica.

Sahle-Work Zewde è stata votata all’unanimità dalle due camere del parlamento di Addis Abeba, riunite in seduta straordinaria per accettare le dimissioni del presidente Mulatu Teshome e subito voltare pagina.La carica è altamente di rappresentanza e poco esecutiva, così come la definisce la Costituzione varata nel 1995. Ma senza bisogno di ripensare alla forza di figure femminili che hanno attraversato la storia ultramillenaria dell’Etiopia, il Paese si è appena dotato di un governo composto per metà da donne…

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