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Porpita porpita: cosa sono gli strani bottoni blu che stanno colorando i nostri mari

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Published in: Interviste

Detta anche bottone blu, la Porpita porpita in questi giorni è stata avvistata in Calabria, nella zona della tirrenica creando lo stupore dei bagnanti. 

Abbiamo chiesto a Giuseppe Romeo, naturalista e ricercatore, qualcosa in più su questo curioso abitante del mare.

Com’è fatta la Porpita porpita?

"La Porpita porpita è un idrozoo coloniale, un esemplare molto piccolo che varia tra i 0,5 ai 2 cm, di un colore blu brillante.  Ha un dischetto pieno di gas che gli permette il galleggiamento e nel corpo somiglia molto all’iride di un occhio, ha tentacoli sottili e ben ramificati. E' un animale che cattura subito l'attenzione e di certo non passa inosservato", spiega Romeo.

Se avvistiamo la Porpita porpita dobbiamo preoccuparci?

"Assolutamente no, perché ha una puntura impercettibile per gli esseri umani. La Porpita porpita fa parte del pleuston, ovvero il complesso di organismi che galleggiano sulla superficie dell'acqua per quello è facilmente visibile. Ma ripeto si può nuotare tranquillamente accanto a loro", continua.

In rete leggiamo che è una specie tropicale, perché allora si trova nei nostri mari?

"In realtà la Porpita è abbastanza cosmopolita, la troviamo nell’Atlantico, nell’Indopacifico e anche nel Mediterraneo. In questi giorni è stata avvistata vicino Palmi in Calabria, ma togliendo lo stupore comprensibile, nessun tipo di preoccupazione. Recentemente infine è stato scoperto che questa specie possiede composti bioattivi con effetto antimicrobico", chiosa Romeo.

Insomma, se avvistate questo curioso bottone blu nessun pericolo, soffermatevi semplicemente ad ammirarlo in tutto il suo splendore, ricordando di non toccare o disturbare gli abitanti del mare.

Invece c'è da preoccuparsi per:

Dominella Trunfio

Bonus luce e gas 2018, li conosci? Scopri se ne hai diritto e come richiederli

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Published in: Risparmio energetico

Bonus luce

Si tratta di uno sconto sulla bolletta, introdotto dal Governo e reso operativo dall'Autorità con la collaborazione dei Comuni, per assicurare un risparmio sulla spesa per l'energia alle famiglie in condizione di disagio economico o numerose e alle famiglie in cui è presente un componente con grave malattia.

Requisiti per il bonus luce

Nel primo caso, il bonus è previsto per disagio economico per famiglie con ISEE non superiore a 8.107,5 euro o per famiglie numerose (con più di 3 figli a carico) con ISEE non superiore a 20.000 euro.

Nel secondo caso riguarda chi, a causa di grave malattia, è costretto a usare apparecchiature mediche alimentate con l'energia elettrica (elettromedicali) indispensabili per il mantenimento in vita.

A quanto ammonta

In caso di disagio economico, il valore del bonus dipende dal numero di componenti della famiglia anagrafica. Per l'anno 2018 valgono i seguenti valori:

  • Famiglia formata da 1-2 componenti € 125
  • Famiglia formata da 3-4 componenti € 153
  • Famiglia formata da oltre 4 componenti € 184
Come richiederlo in caso di disagio economico

E' possibile utilizzare un unico modulo (modulo A) per richiedere sia il bonus elettrico che gas per disagio economico. La domanda va presentata presso il Comune di residenza o presso CAF utilizzando gli appositi moduli disponibili qui

Il bonus elettrico viene scontato direttamente sulla bolletta elettrica, non in un'unica soluzione, ma suddiviso per i 12 mesi successivi alla presentazione della domanda. Ogni bolletta riporta una parte del bonus relativa al periodo cui essa fa riferimento.

Come richiederlo in caso di grave malattia

In caso di grave malattia, è possibile richiedere il bonus per far fronte alle spese legate all'alimentazione di dispositivi elettromedicali, indispensabili per il mantenimento in vita di una persona. Ecco qui quelli che danno diritto al bonus.

In questo caso, non serve avere un Isee basso ma si ha diritto al bonus con qualsiasi reddito. Per richiederlo occorre presentare una serie di documenti presso il Comune di residenza del titolare della fornitura elettrica (anche se diverso dal malato) o presso un CAF. Qui i moduli e i documenti necessari.

A quanto ammonta? Il valore del bonus per disagio fisico è articolato in 3 livelli che dipendono da: potenza contrattuale, apparecchiature elettromedicali salvavita utilizzate e tempo giornaliero di utilizzo. L'assegnazione ad uno dei tre livelli è calcolata dal sistema informatico che gestisce le agevolazioni sulla base di quanto certificato dalla ASL. Anche in questo caso il bonus viene scontato sulle bollette, per 12 mesi.

Bonus Gas

Il bonus gas, come per quello elettrico, è uno sconto sulla bolletta dedicato alle famiglie in condizione di disagio economico e alle quelle numerose.

"Ogni nucleo famigliare, che abbia i requisiti può richiedere per disagio economico sia il bonus per la fornitura elettrica che per la fornitura gas. Se in casa vive un soggetto in gravi condizioni di salute che possiede i requisiti per il bonus per disagio fisico, la famiglia può richiedere anche questa agevolazione" si legge sul sito dell'Arera.

Ne hanno diritto le famiglie con ISEE non superiore a 8.107,5 euro o quelle numerose (con più di 3 figli a carico) con ISEE non superiore a 20.000 euro.

La domanda va presentata presso il Comune di residenza o presso un CAF presentando gli appositi moduli.

A quanto ammonta? Gli importi variano in base alla categoria d'uso associata alla fornitura di gas, alla zona climatica di appartenenza del punto di fornitura e al numero di componenti della famiglia anagrafica (persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi la medesima residenza). Clicca qui per calcolarlo

Bonus acqua

Dal 1° luglio 2018 inoltre è possibile richiedere anche il bonus acqua sempre compilando il modulo A nell'apposita sezione. In questo modo si compila una sola volta la domanda di ammissione allegando i documenti necessari da consegnare in Comune o al CAF.

Per approfondire: Bonus acqua 2018: cos'è, requisiti e come richiederlo

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Francesca Mancuso

Qalhat, l'antica e affascinante città dell'Oman diventa Patrimonio Unesco

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Published in: Arte e Cultura

Tra l’XI e il XV secolo fu un porto importante, da cui passò persino Marco Polo, un crocevia di scambi tra mondo arabo, Africa occidentale, India, Cina e Sud Est asiatico. L’antica città di Qalhat a circa 20 km a Nord di Sur, nella provincia orientale di Al-Sharqiyya risale al periodo preislamico e grazie alla sua posizione strategica racchiude storia e cultura.

Nel Sultanato, Qalhat è infatti solo l’ultimo di ben 8 siti dichiarati Patrimonio mondiale dell’Unesco che comprendono: i quattro siti dell’Antica Via dell’Incenso, il sito archeologico di Bat, Al Khutm e Al Ayn, il forte di Bahla e l’antico sistema di irrigazione degli aflaj, i canali d’acqua che hanno permesso lo sviluppo delle tipiche coltivazioni a terrazza omanite.

Qalhat, patrimonio dell’Umanità

Questa antica città, nota anche con il nome di Galhat era in passato il centro chiave per il commercio, da cavalli arabi a prodotti di porcellana cinese, e ben rappresenta il potere che all’epoca le donne detenevano nella società araba.

Nel XIII secolo infatti Baha al-Din Ayaz era impegnato a governare la città di Hormuz e in sua assenza era la moglie Bibi Maryam ad occuparsi del governatorato di Qalhat. Diverse fonti storiche narrano che la costruzione della Grande Moschea del Venerdì – di cui oggi si possono ammirare le antiche rovine – fu merito proprio della donna. Dopo la morte di Ayaz, Bibi Maryam fece inoltre costruire in suo onore un imponente mausoleo e continuò a governare la città per diversi anni.

La città di Qalhat, circondata da mura interne ed esterne e dall’area della necropoli al di là dei bastioni, oggi rappresenta una testimonianza archeologica unica per i legami commerciali tra la costa orientale di Arabia, Africa Orientale, India, Cina e sud-est asiatico.

Nel 2016, il Sultanato aveva presentato la candidatura ufficiale del sito al Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco che lo ha inserito a pieno titolo nella lista riconoscendolo come un’eccezionale opera artistica di insediamento umano e simbolo della civiltà, della storia e della tradizione omanita dal valore universale.

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Dominella Trunfio

Dominion, il documentario che raccolta ciò che succede davvero negli allevamenti intensivi

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Published in: Arte e Cultura

Centoventi minuti che mettono in discussione il concetto di dominio dell’essere umano sulla natura. Il documentario è scritto e diretto da Chris Delforce ed è stato finanziato grazie al crowdfunding.

Per vederlo sul grande schermo bisognerà aspettare dicembre 2018, ma nel frattempo Dominion fa già parlare di sé, soprattutto perché, è stato coprodotto da Shaun Monson, produttore e regista del documentario “Earthlings” narrato dall’attore Joaquin Phoenix e descrive gli usi che gli esseri umani fanno degli animali, cibandosene, ricavandone materiali per produrre vestiario e altro, usandoli come intrattenimento o compagnia, sfruttandoli per la sperimentazione scientifica e lo fa da un punto di vista antispecista.

Dominion mantiene lo stesso filone, include immagini delle investigazioni che Animal Equality ha realizzato nei macelli messicani, la mattanza dei tonni in Italia e il commercio della carne e delle pelli in Cina, mentre altre immagini sono tratte dal lavoro del progetto investigativo Filming For Liberation.

    Il film nasce grazie all’impegno dell’associazione animalista Aussie Farms Repository e si colloca sulla scia del prequel del 2014 dedicato, nello specifico, agli allevamenti dei maiali e intitolato Lucent. Le riprese sono durate ben sette anni e raccontano sei diverse tipologie di sfruttamento degli animali, ovvero per cibo, divertimento, abbigliamento, ricerca scientifica, compagnia domestica e caccia.

Concentrandosi sulle pratiche legali e industriali messe in atto in tutto il mondo all’interno di allevamenti e macelli, il documentario racconta il senso di sfruttamento e anche questa volta, l’attore Joaquin Phoenix ha accettato di partecipare a un progetto importante, mentre la voce narrante sarà quella di Rooney Mara.

  Dominion: dove e come vederlo

Aspettando la proiezione nelle sale italiane, è possibile vedere Dominion in lingua inglese ma con sottotitoli anche in italiano, sia in streaming, noleggiandolo per 72 ore al costo di 0.84 centesimi di euro, oppure acquistandolo per il download a 3,95 euro.

Guarda il trailer:

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Dominella Trunfio

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MSF OCA NCD Guidelines version 4

Medici Senza Frontiere - feed -

Title: MSF OCA NCD Guidelines version 4 Authors: MSF Description: Non-communicable diseases (NCDs) make the largest contribution to mortality both globally and in the majority of low- and middle- income countries (LMICs). Worldwide, NCDs account for 60% (35 million) of global deaths. The major NCDs used to be diseases of affluence; however, the changing epidemiology of NCDs (increasingly affecting low- and middle-income countries) and the changing patterns of refugee crises (away from settings where infectious disease represents the main burden of disease) mean that they now represent an increasing proportion of the cases we see in many MSF projects.

Nestlé ritira latte in polvere Guigoz contaminato da Enterobacter, venduto online 

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Published in: Allerte alimentari

Il latte è acquistabile anche online per questo è bene fare attenzione se di recente è stato acquistato via web. Si tratta del latte in polvere “Guigoz 1a formula 800g addensato” contraddistinto dal numero di lotto 8075080624.

A scopo precauzionale, Nestlé ha ritirato 38 confezioni, sottolineando che all'interno potrebbe essere presente il batterio Enterobacter.

Chi lo avesse acquistato può notare anche delle differenze nel confezionamento. Il logo Guigoz appare infatti bianco-grigio invece del classico rosso, il manuale utente non è leggibile e all'apertura della scatola manca il misurino.

Dal canto suo Nestlè rassicura sostenendo che non sono stati segnalati casi di infezione da Enterobacter, ma in caso di febbre persistente nei bambini entro 15 giorni dal consumo di questo prodotto, è bene farlo presente al proprio medico.

"Nonostante l'implementazione di procedure molto specifiche, queste scatole di prodotti di test industriali non destinati alla commercializzazione sono stati erroneamente integrati nella rete di distribuzione delle farmacie. Queste confezioni sono ritirate dalla vendita a causa del sospetto di contaminazione da Enterobacter. Invitiamo i consumatori in possesso di scatole di questo lotto a non usarle, e riportarle in farmacia, sia che siano nuove o usate".

Nestlè ha attivato anche un numero verde da contattare per avere ulteriori informazioni: (+33) 0800 223 242

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Francesca Mancuso

Ponte nel Cielo: nel cuore della Valtellina il ponte tibetano più alto d'Europa

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Published in: Lombardia

Sarà un ponte da record, con una lunghezza di 234 metri, tutti percorribili a piedi senza imbracatura. Una volta pronto, permetterà di raggiungere Campo, in Val Tartano a quota 1.035 metri circa, da Frasnino, a 1039 metri, e viceversa. L'inaugurazione è prevista per settembre.

"Dalla passerella si potrà ammirare lo spettacolare scenario delle nostre care montagne, la sella di campo, le imponenti vette ed i ghiacciai delle alpi retiche, la verde vallata del Tartano, la diga di colombera, il fiabesco maggengo Frasnino e l’apertura del fondovalle valtellinese che culmina nel lago di Como per tramonti indimenticabili" si legge sul sito del Consorzio Pustaresc.

Quest'ultimo, riunisce senza scopo di lucro i soci, impegnati da 15 anni ad arrestare l’abbandono delle baite e dei pascoli.

Per realizzare il ponte tibetano è stato usato legno di larice locale, sorretto da quattro grandi funi che sostengono l’impalcatura di griglia metallica. A collaborare alla realizzazione dell'opera sono stati anche i cittadini della zona, che hanno contribuito economicamente alla realizzazione dell’opera donando alcune assi del ponte.

Aperta a tutti, grandi e piccoli, la passerella cercherà anche di rilanciare il turismo del Parco delle Orobie Valtellinesi. L'accesso al ponte sarà dal centro di Campo Tartano.

Non solo ponte...

A conclusione del percorso, sarà possibile fermarsi presso una baita, donata da un consorziato:

"Abbiamo già appaltato l’intervento per la realizzazione del Bivacco Frasnino che sarà un vero e proprio rifugio dove gli escursionisti e gli amanti del bird watching potranno ascoltare nelle ore notturne il verso tipico dell’allocco e di giorno osservare il picchio che nidifica lungo il sentiero del Pek", ha detto Renato Bertolini della fondazione Pro Valtellina.

Nello spiazzo all’altezza di Frasnino, sarà possibile cimentarsi in un'altra esperienza, forse meno estrema ma altrettanto interessante: sarà creato un luogo dedicato al birdwatching, con nuovi sentieri attraverso prati e boschi.

Una passerella sospesa tra cielo e terra, che promette di regalare scorci inediti.

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Francesca Mancuso

Nidi gratis e bonus famiglia 2018-2019: in Lombardia confermate le misure di sostegno. Ecco come accedere

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Published in: Speciale bambini

Possono farne richiesta le famiglie con entrambi i genitori occupati e un ISEE fino a 20mila euro. In caso di disoccupazione, va dimostrato di aver sottoscritto il programma di reintegro nel mondo del lavoro. Il Bonus famiglia è invece un contributo di € 1.800 per figlio, assegnato a seguito a una verifica dei requisiti, sia in caso di gravidanza sia in caso di adozione ed è riconosciuto a donne “in condizioni di fragilità”.

L’obiettivo, dunque, è quello di sostenere le famiglie in condizione di vulnerabilità economica e sociale, facilitare l’accesso ai servizi per la prima infanzia e azzerare, ad integrazione delle agevolazioni tariffarie già previste dai Comuni, la retta altrimenti dovuta dai genitori per la frequenza del proprio figlio in nidi e micro nidi ammessi alla misura.

La Regione Lombardia rimborsa i Comuni in nome e per conto delle famiglie, che non dovranno quindi effettuare alcun pagamento, ma l’azzeramento della retta dovrà essere subordinato ad alcuni punti come:

  • all’adesione alla misura da parte del Comune
  • all’iscrizione e frequenza del bambino a un nido o micro-nido ammesso alla misura
  • nel caso di nido convenzionato, alla circostanza che il posto occupato dal bambino sia tra quelli acquisiti dal Comune in convenzione
  • all’applicazione di tariffe commisurate all’ISEE al nucleo familiare
Come accedere alla misura

A partire dal mese di settembre, la domanda dovrà essere presentata online sulla piattaforma “Sistema Agevolazioni - SIAGE”, autenticandosi con la tessera sanitaria CRS/TS-CNS con PIN e lettore di smartcard (le famiglie possono rivolgersi agli Uffici Territoriali di Regione Lombardia, all' Ats - Asst per il rilascio del Pin) oppure con le credenziali SPID rilasciate dai soggetti accreditati dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

Le famiglie interessate possono iniziare a fare richiesta
• del Pin della CRS (clic su Come Accedere e poi Richiedere il Pin)
• oppure dello SPID .

L' autenticazione con tessera CRS/TS-CNS o credenziali SPID vale anche per chi si è già registrato al portale SIAGE con username e password. 

Qui trovate tutte le informazioni e i contatti utili.

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Germana Carillo

Cubomedusa: come riconoscerla e cosa fare se ti punge la vespa di mare

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Published in: Animali

 Cubomedusa: chi è e dove vive

E’ piccola e trasparente, velocissima con quattro lunghi tentacoli. Di notte si sposta verso la riva perché è attratta dalla luce. Il nome scientifico è Carybdea marsupialis e la sua puntura è molto urticante. Appartiene al gruppo dei cubozoi, lo stesso delle vespe di mare, ossia le meduse killer delle coste dell’Australia, che come dicevamo hanno un veleno mortale, ma per fortuna non è altrettanto pericolosa.

La cubomedusa dell’Adriatico

In questi giorni sono state avvistate delle cubo meduse. Da Marina di Lesina a Peschici, da Vieste a Manfredonia, le spiagge del Gargano sono invase. La scoperta è stata fatta dalla ricercatrice del Cnr di Lesina, Lucrezia Cilenti, che attribuisce le cause della presenza delle meduse all'innalzamento delle temperature.

Le cubomeduse, chiamate anche vespe di mare, si trovano in tutti gli oceani, generalmente in regioni tropicali e subtropicali e in zone costiere poco profonde. La Carybdea marsupialis è una specie distribuita ampiamente in acque tropicali dell’Atlantico e si trova in grandi quantità nel Mar dei Caraibi. Non è una specie comune nel Mediterraneo. Come tutte le cubomeduse è una specie molto urticante.

Cubomedusa: la puntura

Ricapitolando nessun allarmismo perché stiamo parlando di una razza di cubomedusa molto meno pericolosa e non della terribile vespa di mare che con i suoi tentacoli può uccidere un uomo in appena un minuto e ogni anno fa anche settanta vittime.

Le punture della cubomedusa dell’Adriatico sono dolorose ma, per quanto intensi, gli effetti sono di breve durata. Purtroppo essendo quasi trasparenti è molto facile imbattersi nei loro piccoli tentacoli.

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Cubomedusa: cosa fare se si viene punti

Sembra un rimedio della nonna e funziona. Se si viene punti dalla vespa di mare la prima cosa da fare è risciacquare le ferite con abbondante aceto per almeno 30 secondi. È stato dimostrato che questa procedura è in grado di disattivare le tossine presenti nei nematocisti non ancora attivati. In caso di puntura non bisogna assolutamente usare alcool o soluzioni alcoliche sulla ferita. Anche lo sfregamento della ferita va evitato in quanto, come l’alcool, aumenterebbe la diffusione del veleno nell’organismo.

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Dominella Trunfio

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Vitamina D: tutto quello che c’è da sapere sulla sua efficacia. Le linee guida degli endocrinologi

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Published in: Salute & Benessere

A chiederselo sono stati alcuni esperti Ame, Associazione Medici Endocrinologi, che hanno appena pubblicato su Nutrients un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, compresi l’utilizzo degli integratori.

Quel che è certo è che la vitamina D viene introdotta solo in parte con la dieta, mentre la parte maggiore la si produce in seguito all’esposizione al sole e, spesso, anche da veri e propri preparati. Il medico, cioè, può scegliere un preparato di vitamina D e somministrarlo per evitare in un paziente carenza di vitamina D.

Ma sono tutti uguali ed efficaci? L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha insomma tentato di far chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc.

Oltre al suo ruolo fondamentale nel metabolismo osseo (aiuta infatti l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro, e a prevenire l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo), la vitamina D è coinvolta anche in altri processi, come la modulazione della crescita cellulare, le funzioni neuromuscolari e immunitarie e la riduzione delle infiammazioni. Di conseguenza, la carenza di vitamina D, oltre ai disturbi alle ossa, si può anche collegare una serie di altre patologie, come condizioni metaboliche, cardiovascolari, autoimmuni e tumori.

Quel che serve chiarire, dicono gli endocrinologi, sono alcuni punti riguardo i dati sulla efficacia della vitamina D:

Quali sono i valori da considerare?

L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

Si tratta di valori che prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di vitamina D. Un limite che, dicono gli esperti, andrebbe rivalutato perché troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche.

È per questo che nel documento si sono definiti ridotti i valori di vitamina D quando sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl.

“Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati”, spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro.

Come prevenire la carenza di vitamina D?

La prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, un’adeguata esposizione alla luce del sole e una dieta bilanciata. Ricordatevi, però, che con la vecchiaia l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per gli anziani produrre adeguate quantità di vitamina D soltanto con la luce solare. Quindi, dicono gli endocrinologi, sarebbe utile integrare la vitamina D nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, ma anche negli anziani e nei soggetti che non possono esporsi in maniera adeguata al sole.

C’è vitamina D e vitamina D

Ciò soprattutto riguardo agli integratori. Le molecole di vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella più comune, è il colecalciferolo, prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea.

Leggi ancheGli integratori di vitamina D

“Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcifediolo che non necessita di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari meno 'liposolubile', cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”, continua Cesareo.

“Infine – conclude l’esperto – i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con  carenza di vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine”.

E allora, la vitamina D, è o non è un elisir di lunga vita?

Gli endocrinologi ci vanno cauti. Nonostante molti dati associno la carenza di vitamina D ad altre malattie diverse dalla osteomalacia o dalla osteoporosi (come diabete mellito, alcuni tipi di sindromi neurologiche e di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di vitamina D utili a ridurre l’incidenza di queste patologie correlate.

“Far passare il messaggio che la vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici”.

Sulla amata e controversa vitamina D, insomma, c’è ancora tanto da imparare e valutare. Quel che resta incontrovertibile è che si tratta comunque un toccasana e che, tra giusta alimentazione e regolare e corretta esposizione al sole, dobbiamo cercare di non farcela mai mancare. Leggete qui i nostri consigli su come fare incetta di vitamina D.

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Germana Carillo

Gli eroi che hanno salvato i cavalli selvaggi della Montagna Grigia nella Riserva Navajo

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Published in: Animali

 A inizio giugno, Paul Lincoln fuori dalla sua casa ha trovato alcuni ospiti.

"C'erano 20 o 25 cavalli con la testa bassa e tutti sembravano davvero in cattive condizioni. Ho chiamato subito la mia amica Glenda Seweingyawma, perché ho capito che erano in pericolo. Abbiamo subito riempito dei secchi d’’acqua, ma per molti non ce stato nulla da fare, parte del branco però è salvo”, dice Lincoln.

I cavalli selvaggi della Montagna Grigia nella Riserva Navajo, a nord di Flagstaff si sono spostati in branco a causa della siccità e della mancanza di vegetazione. Hanno percorso chilometri per cercare una forma di sostentamento.

Paul e Glenda si sono messi all’opera facendo il possibile per questi cavalli. In poco tempo, hanno creato un abbeveratoio e fornito delle balle di fieno. Ma piano piano, la voce si è sparsa e anche i vicini hanno sposato la causa.

Foto: Lori Murphy / Wildhorse Ranch Rescue

“Una donna ha portato del fieno, un altro vicino dell’acqua. Pochi chilometri da casa nostra, c’erano altre persone che stavano nutrendo i cavalli”, continua.

 "È stato allora che ci siamo resi conto che tutti volevano fare qualcosa e abbiano notato che il numero dei cavalli cresceva ogni giorno di più”, afferma Seweingyawma.

E’ stata poi creata una pagina Facebook ‘eroi dei cavalli’ della Montagna grigia in modo tale che i volontari potessero comunicare tra loro. Il gruppo ha attirato l’attenzione del Wildhorse Ranch Rescue, con sede a Gilbert, in Arizona.

" Siamo venuti a conoscenza del fatto che a causa della siccità quasi 200 cavalli sono morti. Una morte lenta e dolorosa alla ricerca di acqua e cibo”, spiega Lori Murphy, condirettore dell’organizzazione no profit.

"Questi cavalli erano vivi per miracolo: scheletri ambulanti, disidratati, affamati a causa della mancanza di foraggio, e alcuni addirittura cadevano morti per terra. Non si può rimanere indifferenti davanti a tutto ciò”, continua.

Ci sono volute circa due settimane prima che i cavalli smettessero di camminare come zombi e fossero più vigili. Nel frattempo, la comunità ha creato una base per i cavalli dove pur continuando a vivere in libertà, essi possono fermarsi a trovare cibo e acqua.

Foto: Lori Murphy / Wildhorse Ranch Rescue

"Purtroppo per colpa dei cambiamenti climatici, con la grave siccità che stiamo vivendo quest'anno, che ha prosciugato le fonti naturali di acqua in tutto lo stato dell'Arizona, prevediamo che anche con le piogge monsoniche appena iniziate, i cavalli potrebbero ancora trovarsi in difficoltà" dice Murphy.

The Animal Guardian Network ha poi lanciato una campagna donazioni per salvare i cavalli e fornire loro sostentamento.

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Dominella Trunfio

Foto cover: Sarah J Woodie

Ecco il pane più antico del mondo, preparato 14mila anni fa: riscrive la storia dell'agricoltura

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Published in: Altri alimenti

A scoprirlo sono stati gli scienziati dell'University College of London, dell'Università di Copenaghen e dell'Università di Cambridge. Si tratta della più antica testimonianza diretta del pane trovata fino a oggi e precede anche l'avvento dell'agricoltura di almeno 4000 anni.

Nonostante la sua importanza nella cucina moderna, le origini del pane sono finora poco conosciute. In passato si pensava che i primi a produrlo fossero stati gli uomini dell'età della pietra (neolitico), circa 9000 anni fa, nel sito di Çatalhöyük in Turchia.

I risultati, pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences, suggeriscono che la produzione di pane a base di cereali selvatici potrebbe aver incoraggiato i cacciatori-raccoglitori a coltivare i cereali, contribuendo così alla rivoluzione agricola nel periodo neolitico. I risultati forniscono le prime prove empiriche della produzione di pane, una scoperta che potrebbe far riscrivere la storia dell'agricoltura.

Gli scienziati hanno individuato il pane carbonizzato in un sito di cacciatori-raccoglitori natufiani che vissero in quella zona nota come Shubayqa 1, 14.400 anni. Si tratta di un'area situata nel deserto nella Giordania nord-orientale. La cultura natufiana o natufita era una cultura mesolitica.

"I cacciatori-raccoglitori natufiani sono di particolare interesse per noi perché vivevani in un periodo di transizione in cui le persone sono diventate più sedentarie e la loro dieta ha cominciato a cambiare. Le lame di falce di selce e gli strumenti di pietra macinata trovati nei siti di Natufian nel Levante hanno a lungo portato gli archeologi a sospettare che le persone avessero iniziato a sfruttare le piante in un modo diverso e forse più efficace. Ma quella trovata a Shubayqa 1 è la prima prova di pane recuperato finora, e mostra che la cottura è stata inventata prima della coltivazione delle piante", ha detto il professor Tobias Richter dell'Università di Copenaghen), che ha guidato gli scavi a Shubayqa 1.

Il sito, inizialmente scoperto e scavato per breve tempo dall'archeologa britannica Alison Betts negli anni '90, è formato da due edifici ben conservati, ciascuno contenente un camino in pietra con una grande struttura circolare.

Gli archeologi dell'Università di Copenaghen hanno condotto quattro stagioni di scavo nel sito, tra il 2012 e il 2015, dove hanno identificato resti di cibo carbonizzato insieme a pietre scheggiate, strumenti di pietra, ossa di animali e resti di piante.

I resti di pane sono molto simili a focacce non lievitate identificate in diversi siti neolitici e romani in Europa e in Turchia. Così ora sappiamo che i prodotti simili al pane sono stati prodotti molto prima dello sviluppo dell'agricoltura. Il passo successivo sarà valutare se la produzione e il consumo di pane abbiano influenzato l'emergere della coltivazione delle piante necessarie a preparare questo alimento.

Foto: Joe Roe

I resti di cibo carbonizzato sono stati analizzati con microscopi elettronici a scansione che hanno identificato le microstrutture e le particelle di ogni alimento trovato.

"Il pane richiede una lavorazione intensiva che include la decorticazione, la macinazione dei cereali, l'impastatura e la cottura. Il fatto che sia stato prodotto prima dei metodi di coltivazione suggerisce che fosse considerato speciale, e il desiderio di produrre questo cibo speciale ha probabilmente contribuito alla decisione di iniziare a coltivare cereali. Tutto ciò si basa su nuovi sviluppi metodologici che ci permettono di identificare i resti di pane da frammenti carbonizzati molto piccoli utilizzando un elevato ingrandimento", ha detto il professor Dorian Fuller dell'Istituto di Archeologia dell'University College of London.

Una scoperta eccezionale, che potrebbe gettare nuova luce sulle origini di questo prezioso e antichissimo alimento.

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Francesca Mancuso

Foto cover: Alexis Pantos/PNAS

Seetroën: gli strani occhiali che promettono di eliminare il mal d'auto in adulti e bambini

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Quando si tratta di voltastomaco, la maggior parte di noi proverà il tutto per tutto per riacquistare il senso dell’equilibrio. Per alcuni ciò significa anche sporgere la testa fuori dal finestrino, ingollarsi cibi secchi o caramelle a base di zenzero.

A risolvere questo autentico disagio ci hanno pensato in tanti, in ultimo Citroën, che ha lanciato i “Seetroën”, i primi occhiali che promettono di eliminare i problemi di chinetosi. Questi occhiali ricreano in pratica la linea dell’orizzonte con un liquido colorato e risolverebbero così il problema sensoriale.

Quello che comunemente si definisce mal d’auto è un vero disturbo neurologico che può essere causato da spostamenti ritmici o irregolari del corpo durante un movimento. In pratica, se normalmente la posizione che il corpo umano occupa in un determinato spazio è regolata dal labirinto che si trova nell’orecchio, in un’auto quest’organo è messo a dura prova proprio dal moto della macchina , attraverso stimolazioni non coordinate con le informazioni fornite contemporaneamente dalla vista, che non segue la strada. Da qui deriva uno squilibrio di messaggi che giungono al cervello, che risponde liberando adrenalina e vasopressina, responsabili della nausea e del vomito.

I Seetroën, gli occhiali senza lenti (quindi utilizzabili da tutti e posizionabili anche sopra un altro paio di occhiali) messi a punto dalla casa automobilistica francese e adatti ad adulti e bambini dai dieci anni in su, utilizzano la tecnologia sviluppata dalla start-up d’oltralpe Boarding RingTM. Si tratta di un vero e proprio dispositivo paramedico, brevettato e testato, che promette di essere efficace al 95%. Grazie al liquido in movimento negli anelli posti intorno alla zona degli occhi, sia in senso frontale, sia a destra che a sinistra e in avanti e indietro, gli occhiali sono in grado di riformulare la linea dell’orizzonte e risolvere così il difetto sensoriale alla base del malessere.

Come funziona? Ai primi sintomi inforcate gli occhiali, dopo una dozzina di minuti Seetroen si sincronizzerà con il movimento percepito dall’orecchio interno, mentre gli occhi restano fissi su un oggetto immobile, che può essere anche un libro. Successivamente, gli occhiali possono essere anche rimossi.

Gli occhiali Seetroën sono in vendita al prezzo di 99 € sul sito lifestyle.citroen.com, ma se vi basta il fai-da-te super garantito ecco qui 10 fantastici rimedi naturali per alleviare la nausea.

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Germana Carillo

Ci sono più diamanti di quanto pensassimo (ma non è una scusa per andare a cercarli)

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Il diamante è una particolare struttura del carbonio, che si sistema in forma di cristallo solo a pressioni elevatissime (generate, per esempio, da molti chilometri di terra. Anche il carbone, nonché la comunissima (e molto economica) grafite ha la stessa composizione chimica, ma la loro struttura del tutto “casuale” (tecnicamente “amorfa) rende questi materiali molto meno appetibili.

“È per sempre” recita una nota marca di gioielli ed in effetti una delle caratteristiche che rendono così apprezzato il diamante è la sua “eternità”, nonché la sua brillantezza dovuta proprio alla sua struttura. Ma non sono eterne le sue riserve e questo sta causando disastri ecologici ed umani in molte regioni del mondo, le più povere.

Ora ci dicono le che le riserve sono molte di più anche se, fortunatamente, poco accessibili. E la singolare scoperta è avvenuta notando un’anomalia nei dati sismici. L’attività sismica, infatti, si può misurare rilevando onde sonore che viaggiano attraverso la Terra provocate da terremoti, tsunami, esplosioni e altre fonti di scuotimento del terreno e ormai tali dati sono raccolti dai sismografi di tutto il mondo.

Tanti dati ma non tutte le spiegazioni sono ancora arrivate. Tra queste il perché le onde sonore tendono ad accelerare significativamente quando attraversano le radici dei cratoni, geologicamente definite come le parti più rigide, antiche e stabili della crosta continentale. Queste sono probabilmente formate da rocce molte dense che ‘zavorrano’ i continenti.

Uno studio dell’Università di Padova aveva anche mostrato che il deterioramento di queste zone della crosta genera una “risalita” dei giacimenti di diamanti, il che spiegherebbe perché alcune miniere sono invece molto più accessibili.

Ma come è stato possibile identificare nel diamante la causa di queste anomalie sonore? Il team ha cercato di identificare la composizione delle radici cratoniche e successivamente, hanno usato i dati già disponibili della velocità del suono attraverso molti diversi tipi di minerali in laboratorio, per “testare” rocce virtuali e identificare quella che spiegava il fenomeno. Tana per il diamante.

Una nuova corsa al diamante in arrivo dunque? Considerata la difficoltà di reperimento alla profondità di 200 chilometri si pensa di no, e noi lo speriamo. Anche perché, tra l’altro, trovare così tanti diamanti li renderebbe molto meno preziosi, in quanto molto meno rari. Quindi sforzi inutili e molto dannosi per il nostro Pianeta.

“Questo dimostra che il diamante non è forse questo minerale esotico, ma sulla scala [geologica] delle cose, è relativamente comune – ha infatti spiegato Ulrich Faul – coautore del lavoro - Non possiamo raggiungerli, ma c’è molto più diamante di quanto non avessimo mai pensato prima”.

Nella speranza che non venga in mente a qualcuno di scavare realmente così a fondo e distruggere (ancora un po’) il nostro povero e preziosissimo Pianeta.

Per altre informazioni sulle miniere di diamanti leggi anche:

Roberta De Carolis

Il rock and roll? É inquinamento acustico e indebolisce le piante, parola della scienza

GreenMe -

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I ricercatori hanno scelto proprio ‘Rock and Roll Is Not Noise Pollution’ (‘Il Rock and Roll non è inquinamento acustico’) della storica band AC/DC per vedere se gli artisti avevano ragione. Ma l’ambiente ha detto no.

Dopo due settimane di musica rock dell’album contenente il celebre brano, infatti, ma anche country e un confronto con normali suoni urbani, diversi ecosistemi di coleotteri, afidi (piccoli parassiti agricoli) e piante di soia hanno mostrato un comportamento anomalo dopo gli “scossoni” del rock.

I coleotteri sono infatti diventati predatori meno efficaci, con conseguente aumento della popolazione di afidi e minore biomassa per le piante di soia. Un problema anche per gli stessi autori del lavoro, appassionati e fan della band. Ma la ragione della ricerca non ha passioni che tenga.

“É stato difficile per noi - ha detto Brandon T. Barton, primo autore del lavoro - Odiamo essere in disaccordo con AC/DC. Noi non pensiamo che sia inquinamento acustico, però lo pensano i coleotteri. Questa è una distinzione importante”.

Insomma, noi possiamo continuare a sentire il rock and roll a tutto volume solo se non ci sono coleotteri e piante di soia nei paraggi? Purtroppo forse non è così, battute a parte. Lo stesso Barton ha infatti spiegato che lo studio offre una dimostrazione di come il suono possa alterare un organismo, e che quindi queste alterazioni potrebbero verificarsi anche su altro.

L’esperimento è stato anche ripetuto con suoni di volume simile ma di natura diversa con risultati simili. E purtroppo anche il suono di un trattore in una fattoria non è molto distante. Quindi se è poco probabile che un sistema di coleotteri e piante di soia ascolti rock and roll per due settimane di seguito, questo potrebbe accadere con un trattore.

I rumori umani di una fattoria potrebbero quindi ridurre l’efficienza dei predatori naturali dei parassiti. E se questo accade, sarà più difficile limitare (o meglio ancora, eliminare) l’uso dei pesticidi.

In tutto ciò non è chiaro perché invece la musica country sia meno impattante di una playlist di musica rock. “Ovviamente ci stiamo divertendo con questo esperimento con AC/DC, ma in realtà quello che volevamo mostrare era che l'inquinamento acustico e in generale i suoni prodotti dall’uomo colpiscono una specie, e quindi questo può ripercuotersi sulla catena alimentare” ha precisato Barton.

La ricerca, dedicata al chitarrista AC/DC Malcom Young, morto mentre il manoscritto era in lavorazione, è stata pubblicata su Ecology and Evolution.

Sull’inquinamento acustico leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto: Brandon Barton, CC BY-ND 

Record di aerei nel cielo, oltre 200mila in un solo giorno. Ecco perché non è una buona notizia

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Più voli significa infatti più inquinamento atmosferico. A darne notizie è stato Flightradar24, sito svedese che si occupa del tracciamento di aerei, che ha registrato ben 205.468 voli in 24 ore. Circa 20mila velivoli si trovavano in cielo addirittura contemporaneamente.

Prima del 13 luglio, solo due volte, sempre nel 2018, erano stati superati i 200mila voli in un giorno: il 12 luglio e il 29 giugno quando per la prima volta in assoluto sono stati superati i 200.000 voli giornalieri.

E non è ancora finita visto che l'estate e le vacanze sono ancora all'inizio. Secondo Flightradar24, nel corso dei prossimi mesi questo record potrà essere ulteriormente superato un paio di volte. Il picco del traffico negli ultimi due anni si è verificato alla fine di agosto. Lo scorso agosto, il 24 agosto, è stato registrato il maggior numero di voli, pari a 190.003.

Il minimo di ogni anno si verifica il 25 dicembre, visto che quasi tutti coloro che viaggiano per Natale sono partiti i giorni precedenti, senza contare che le compagnie aeree riducono o eliminano una serie di voli. Il 25 dicembre 2017 ne sono stati monitorati solo 101.511.

In che modo tutto ciò influisce sull'ambiente e sull'inquinamento?

A rivelarlo è stato l'Aviation Environmental Report della Commissione europea, il Rapporto ambientale sull'aviazione europea, pubblicato il 29 gennaio 2016 dall'EEA, l'EASA (European Aviation Safety Agency) e Eurocontrol.

Secondo lo studio, le emissioni di ossidi di azoto (NOx) del settore sono in continua crescita. Dal 1990 ad oggi sono addirittura raddoppiate, mentre entro il 2035 ci si attende una crescita del 43%.

Si tratta delle stesse emissioni prodotte dal settore automobilistico. L’impennata, tuttavia, riguarda anche le emissioni di anidride carbonica (CO2). Questa crescita è legata all'aumento esponenziale del numero di voli negli ultimi 25 anni. Tra il 1990 e il 2014 il numero di voli è aumentato dell’80% e si prevede che crescerà di un ulteriore 45% tra il 2014 e il 2035 incrementando sempre di più le emissioni inquinanti a livello globale, il rumore ambientale e altri fattori di pressione a livello locale.

In termini di emissioni, il dossier ha fatto un bilancio calcolando che quelle di anicride carbonica sono aumentate di circa l'80% tra il 1990 e il 2014, e si prevede che cresceranno di un ulteriore 45% tra il 2014 e il 2035, mentre le emissioni di ossido di azoto sono raddoppiate tra il 1990 e il 2014 e si prevede che cresceranno di un ulteriore 43% tra il 2014 e il 2035. Di fatto, l’inquinamento atmosferico prodotto dal traffico aereo in Europa aumenterà di quasi il 50% entro i prossimi 20 anni.

A dir poco inquietante...

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Francesca Mancuso

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