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Il sonno del week end può aiutare a ridurre il rischio di morte prematura

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Published in: Salute & Benessere

La ricerca è stata effettuata da un team di scienziati, svedesi, statunitensi e italiani e ha preso in esame 30mila persone di età inferiore ai 65 anni seguite nell'arco di 13 anni. I soggetti avevano diverse abitudini ma quelli che dormivano meno di 5 ore anche durante il fine settimana, presentavano un aumentato rischio di morte.

Secondo gli scienziati infatti, vi è un rischio di mortalità più elevato se una persona dorme poco (meno di cinque ore) o troppo (più di nove ore), rispetto a chi invece ha dei ritmi di sonno più regolari, di circa 6-7 ore, durante la settimana. Ma si può sempre rimediare recuperando nel week end.

I ricercatori sono giunti a questi risultati dopo aver preso in considerazione fattori che influenzano la mortalità, il sesso, educazione, indice di massa corporea, gravi malattie, uso di ipnotici (come sonniferi), oltre a fumo, assunzione di alcol e caffè , attività fisica e stato occupazionale. Hanno così scoperto che coloro che riuscivano a dormire meno di cinque ore durante tutta la settimana, ma poi dormivano più a lungo nei week end, non presentavano un aumento del rischio di mortalità.

Torbjörn Åkerstedt, professore di neuroscienza clinica del Karolinska Institute in Svezia e uno degli autori dello studio, ha detto che i risultati sono coerenti con le precedenti ricerche sul legame della durata del sonno e la mortalità.

Secondo gli autori, tale legame sembra essere più facile da capire quando si considera l'analisi degli effetti congiunti del sonno nei giorni feriali e nel fine settimana:

“I risultati implicano che il sonno breve (nei giorni feriali) non è un fattore di rischio per la mortalità se è combinato con un sonno medio o lungo nel fine settimana. Ciò suggerisce che il sonno scarso nei giorni feriali può essere compensato durante il fine settimana, e che questo ha implicazioni per la mortalità”.

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Sleep Research.

Dormiamo gente, dormiamo!

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Francesca Mancuso

Le nuove 10 specie scoperte nel 2018 (e già a rischio estinzione)

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Published in: Natura & Biodiversità

A rendere nota la nuova lista annuale è l'International Institute of Species Exploration, che fa parte del College of Environmental Science and Forestry dell'Università statale di New York. L'elenco ha lo scopo di evidenziare la diversità delle specie sul nostro pianeta e di trovarle prima che si estinguano.

La bizzarra e suggestiva selezione proviene dal comitato internazionale di tassonomi dell'istituto, basato sulle scelte effettuate tra le 18.000 nuove specie individuate l'anno precedente: 18.000 nuove forme di vita sembrano un numero considerevole ma aspettiamo a gioire. Ogni anno se ne estinguono 20.000.

“Molte di queste specie - se non le troviamo, le chiamano e le descriviamoo ora - saranno perse per sempre. Eppure possono insegnaci tanto sulla complessità degli ecosistemi e sui dettagli della storia evolutiva, ognuna di esse ha trovato un modo per sopravvive” ha detto il presidente FSE Quentin Wheeler, direttore e fondatore dell'IISE.

L'elenco è reso pubblico intorno al 23 maggio per celebrare il compleanno del botanico svedese Linneo, considerato il padre della moderna tassonomia.

Scopriamo quali sono le 10 nuove specie più importanti del 2018

Protista (Ancoracysta twista)

Località: sconosciuta

Scoperto in un acquario di San Diego, in California, negli USA, questo nuovo protista unicellulare ha sfidato gli scienziati a trovare i parenti più stretti. Non si adatta perfettamente a nessun gruppo conosciuto e sembra appartenere un lignaggio precoce dell'Eukaryota con un genoma mitocondriale unicamente ricco. Gli eucarioti sono organismi con cellule in cui il materiale genetico è organizzato in un nucleo legato alla membrana. Ancoracysta twista è un flagellato predatore che usa un prolungamento a forma di frusta per muoversi e degli organelli arpionati per immobilizzare altri protisti di cui si nutre.

Albero della foresta Atlantica (Dinizia jueirana-facao)

Località: Brasile

Di dimensioni possenti ma di numero ridotto, quest'albero può essere alto fino a 40 m ed emerge sopra la chioma della foresta atlantica e incontaminata in cui si trova. Con un peso di circa 56.000 kg è conosciuto solo dall'interno e appena oltre i confini della Reserva Natural Vale nel nord dell'Espirito Santo, in Brasile. Sebbene sia di grandi dimensioni, dell'albero esistono solo 25 esemplari, di cui circa la metà si trova nell'area protetta.

Anfipode (Epimeria quasimodo)

Ubicazione: Oceano Antartico

Questo anfipode, di circa 50mm di lunghezza, prende il nome dal personaggio di Victor Hugo, Quasimodo, in riferimento al suo dorso un po' curvo. È una delle 26 nuove specie di anfipodi del genere Epimeria dall'Oceano Antartico con spine incredibili e colori vividi. Vive nelle acque glaciali che circolano a sud del Fronte Polare e i suoi ornamenti crestati ricordano i draghi mitologici.

Scarafaggio (Nymphister kronaueri)

Località: Costa Rica

Nymphister kronaueri è un piccolo scarafaggio che vive tra le formiche. Lungo circa 1,5 mm, vive esclusivamente insieme alle formiche Eciton mexicanum che non costruiscono nidi permanenti ma sono nomadi. Le E. mexicanum trascorrono due o tre settimane in movimento, facendo incursioni ogni giorno per catturare le prede. Lo scarafaggio si muove e si nutre mentre la colonia ospite è stazionaria, ma parte con lei quando si rimette in viaggio. Il suo corpo è esattamente delle dimensioni, della forma e e del colore dell'addome di una formica operaia

Orangutan del Tapanuli (Pongo tapanuliensis)

Località: Sumatra, Indonesia

Si tratta di una grande scimmia in via di estinzione. Un team internazionale di ricercatori, esaminando le prove morfometriche, comportamentali e genomiche, ha concluso che la popolazione isolata nell'area di Sumatra, a Batang Toru, fosse diversa dalle specie settentrionali di Sumatra e del Borneo. Solo 800 esemplari si trovano in un habitat frammentato di circa 1.000 km quadrati su colline e foreste submontane.

Pesce della fossa delle Marianne (Pseudoliparis swirei)

Località: Oceano Pacifico occidentale

Nell'abisso oscuro della Fossa delle Marianne nel Pacifico occidentale si trova il punto più profondo negli oceani del mondo e la creatura che vive più in profondità è lo pseudoliparis swirei, un pesce di appena 112 mm ma che sembra essere il più grande predatore nella sua comunità. È stato avvistato a una profondità tra 6.898 e 7.966 m. Appartiene alla famiglia dei pesci chiocciola, Liparidae.

Fiore eterotrofo (Sciaphila sugimotoi)

Località: Isola Ishigaki, Giappone

La maggior parte delle piante è autotrofa, sfruttando l'energia solare per nutrirsi attraverso la fotosintesi. Ma alcune, come le S. aguimotoi, sono eterotrofe e traggono il loro sostentamento dagli altri organismi. In questo caso, la pianta è simbiotica con un fungo da cui deriva nutrimento. La scoperta di nuove specie di piante in Giappone è degna di nota in quanto la flora è ben documentata, quindi un nuovo fiore così bello è un'aggiunta speciale. Il delicato S. sugimotoi, alto circa 10 cm, appare durante i brevi periodi di fioritura a settembre e ottobre, producendo piccoli fiori. La specie è considerata in pericolo visto che è stata ossservata in due sole località dell'isola in una foresta umida di latifoglie sempreverdi.

Batterio vulcanico (Thiolava veneris)

Località: Isole Canarie

Quando il vulcano sottomarino Tagoro è esploso al largo delle coste di El Hierro, nelle Isole Canarie, nel 2011, ha bruscamente aumentato la temperatura dell'acqua, ridotto l'ossigeno e rilasciato enormi quantità di anidride carbonica e idrogeno solforato, spazzando via gran parte dell'ecosistema marino esistente. Tre anni dopo, gli scienziati hanno scoperto i primi colonizzatori di questa nuova area - una nuova specie di proteobatteri che producono lunghe strutture simili a peli. I batteri formavano una massiccia distesa bianca, che si estendeva per circa 2.000 metri quadrati attorno alla sommità del cono vulcanico Tagoro. Secondo gli scienziati, la nuova specie vanta caratteristiche metaboliche uniche che le hanno consentito di colonizzare questo fondale marino, aprendo la strada allo sviluppo di nuovi ecosistemi. Hanno conquistato il sopranome di “capelli di Venere”,

Leone marsupiale (Wakaleo schouteni)

Località: Australia

Nel tardo Oligocene, che terminò circa 23 milioni di anni fa con l'arrivo del Miocene, un leone marsupiale, Wakaleo schouteni, vagava nel Queensland nordoccidentale, inseguendo le prede. Gli scienziati dell'Università del Nuovo Galles del Sud ne hanno recuperato i fossili scoprendo che questa creatura, delle dimensioni simili a un cane husky siberiano, era onnivora.

Coleottero amante del buio (Xuedytes bellus)

Località: Cina

I coleotteri che si adattano alla vita nell'oscurità permanente delle caverne spesso sono accomunati da una serie di caratteristiche tra cui un corpo compatto, appendici molto allungate simili a ragni, e perdita di pigmentazione. Questi coleotteri troglobitici provenienti dalla Cina sono lunghi circa 9 mm e sono stati scoperti in una grotta a Du'an, nella provincia di Guangxi, in un paesaggio carsico crivellato di caverne.

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Francesca Mancuso

Polpette di zucchine allo zenzero

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Published in: Ricette

Ricche di acqua e povere di grassi, le zucchine possono essere mangiate sia crude che cotte e in virtù di questo abbiamo pensato di preparare le nostre polpette utilizzando un crema di zucchine a crudo; in questo modo abbiamo velocizzato l'esecuzione della ricetta ed abbiamo anche ridotto la dispersione delle proprietà nutrive dei verdi ortaggi primaverili.

Zenzero fresco ed aglio aromatizzano le nostre polpettine vegetariane molto delicatamente regalando al palato una nota di freschezza; se non gradite questi sapori o semplicemente volete sperimentare nuovi gusti potrete sostiture questi aromi con altri condimenti come erba cipollina e menta.

Ingredienti
  • 600 gr di zucchine
  • 1 spicchio d'aglio
  • 10 gr di zenzero fresco
  • 20 gr di grana vegetale
  • 170 gr circa di pan grattato
  • 1 uovo medio
  • sale q.b.
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  • Tempo Preparazione:
    20 minuti
  • Tempo Cottura:
    30 minuti
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare le polpette di zucchine: procedimento
  • Lavare e spuntare le zucchine, tagliarle a pezzi, metterle in un robot da cucina e tritarle fin quando non si otterrà una crema vellutata ed omogenea,
  • pulire l'aglio e lo zenzero, aggiungerli alla crema e continuare a tritare,
  • trasferire il composto in una ciotola capiente ed aggiungere il sale, il formaggio e l'uovo, e il pan grattato un po' alla volta quel tanto che basta per ottenere un composto sodo, modellabile e che tenga la forma,
  • con le mani umide formare ora delle polpette e metterle in una teglia rivestita con carta forno,
  • cuocerle in forno caldo a 200° per dieci minuti, quindi abbassare a 180° e cuocere per altri venticinque minuti o comunque fino a doratura.
  • A cottura ultimata sfornare e far raffreddare prima di servire.

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Ilaria Zizza

Inquinamento domestico: come migliorare l'aria che respiriamo

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Published in: Corsi

Molto spesso i materiali, gli oggetti d’arredamento e gli elettrodomestici che si trovano nelle nostre case possono diventare agenti inquinanti nocivi per la nostra salute.

Si dovrebbe prestare maggiore attenzione all'inquinamento domestico (indoor) perchè risulta più pericoloso dell'inquinamento esterno (outdoor).

L'abitazione è il luogo dove ci sentiamo più sicuri e dovrebbe preservare più di tutto il nostro benessere psico-fisico, ma spesso siamo ignari del fatto che tutto quello che si trova all’interno di una casa può generare le cosiddette malattie da interno o indoor, di fronte alle quali non sappiamo come comportarci perché non ne conosciamo la causa.

Si può avere una maggiore consapevolezza di questo e migliorare l’aria che viviamo attraverso dei semplici gesti quotidiani come ad esempio imparare a scegliere al meglio qualsiasi prodotto per la casa: vernici, cosmetici e saponi; areare bene i luoghi chiusi e imparare a leggere le etichette.

Essere al corrente di ciò che succede non è difficile come sembra, come non lo è scegliere i prodotti migliori.

Interessarsi all'argomento è il primo passo vero per un'abitare più sano!

Corso gratuito

Durata: 1 ora circa

Francesca Moscato è laureata in chimica con indirizzo analitico ambientale presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.

Ha conseguito la tesi presso l’istituto di ricerca ICRAM (ora ISPRA) con il quale ha continuato a collaborare per un breve periodo.

Ha lavorato presso alcuni laboratori di analisi e presso un industria farmaceutica.

Da sempre attenta alle problematiche ambientali cerca di sensibilizzare ad un uso corretto della chimica perché tutto quello che ci circonda è chimica, ma è importante far tornare ciò che è artificiale e potenzialmente nocivo a una chimica naturale che genera equilibrio e salute.

Attualmente sta conseguendo il diploma di naturopata presso una scuola di naturopatia dove insegna chimica e biochimica fondendo i concetti scientifici di questa materia con i concetti naturopatici.

Clicca qui per iscriverti al corso

Come leggere correttamente le etichette

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Published in: Corsi

L'industria alimentare oggi ci offre una vasta gamma di prodotti, molti dei quali rispondono ad esigenze di praticità e facile consumo, mettendo da parte la qualità.

Imparare a leggere le etichette consente al consumatore di informarsi circa tutto quello che è riportato su una confezione, interpretarne il contenuto, selezionando gli alimenti sulla base di una serie di indicatori.

Ciò permette di evitare scelte nutrizionalmente scorrette, consapevoli che la salute comincia proprio dalle nostre tavole.

Corso gratuito

Durata: 1 ora circa

Irene Tornisello è laureata in Scienze Biologiche con specializzazione in Biologia della Nutrizione.

S’impegna per garantire il corretto stile di vita dei pazienti attraverso una dieta equilibrata, e un’adeguata attività fisica.

La sua attività comprende l’analisi delle abitudini personali del paziente, la misurazione della composizione corporea e l’elaborazione di diete personalizzate in relazione alle specifiche esigenze di ciascuno.

Organizza inoltre percorsi di educazione alimentare finalizzati al raggiungimento di una consapevolezza nutrizionale del paziente. Opera come consulente in materia di igiene degli alimenti. Lavora come libera professionista a Roma.

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Mobilità, aria e trasporti: Roma ultima, Copenaghen prima. La classifica delle città europee

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Published in: Trasporti

Il rapporto “Living. Moving. Breathing. Ranking of European Cities in Sustainable Transport” ha utilizzato gli ultimi dati disponibili, relativi al 2016 e provenienti da fonti pubbliche ufficiali o direttamente dalle amministrazioni cittadine, confrontando le performance delle 13 città europee in fatto di mobilità sostenibile, assegnando a ciascuno dei parametri utilizzati un massimo di 20 punti, per un totale potenzialmente raggiungibile di 100 punti.

La classifica completa

Secondo il report, realizzato dal Wuppertal Institute e commissionato da Greenpeace, al primo posto si è piazzata Copenaghen, con 57 su 100, seguita da Amsterdam (55) e Oslo (50). Ultima classificata Roma (27). Anche Londra, Mosca e Berlino non vantano situazioni migliori e ciò è rispecchiato dalla loro bassa posizione nella classifica. 

Copenaghen, classificatasi al primo posto, sta cercando di migliorare la qualità dell’aria e di vita dei propri cittadini con investimenti nelle infrastrutture di servizio alla mobilità ciclistica, con l’introduzione di drastiche restrizioni alla circolazione dei mezzi pesanti, pedaggi e altre forme di pagamento – per gli automobilisti – dei costi reali dell’uso del mezzo privato.

Mai una gioia, abbiamo pensato. Ma in fondo sappiamo bene – lo sanno soprattutto i romani – che la capitale non sia al passo con le altre città europee sul fronte della mobilità. A decretare lo scarso risultato di Roma sono state le performance molto negative su alcuni degli indicatori della ricerca, in particolare la sicurezza stradale e la gestione della mobilità. Senza contare che la capitale non è a misura di ciclisti e pedoni. Non a caso, il livello di utilizzo della bicicletta è basso.

Roma fanalino di cosa

Roma, in termini di sicurezza stradale, è la città più insicura tra quelle analizzate dalla ricerca. Durante il 2016 nella capitale sono stati registrati 25 incidenti mortali che hanno coinvolto ciclisti e 47 che hanno coinvolto pedoni. Nello stesso periodo, sono stati 110 gli incidenti ogni 10mila spostamenti in bici e 133 quelli ogni 10mila spostamenti a piedi.

La capitale è penultima anche in termini di mobilità attiva. Ciò significa che la popolazione cittadina cammina poco e si sposta poco in bicicletta. Pedoni e ciclisti coprono insieme il 7% degli spostamenti in città. Roma dispone di molte aree verdi, che possono potenzialmente incentivare la pedonalità ma esse non risultano “integrate" e spesso non sono attrezzate o posizionate in maniera tale da poter divenire “corridoi” pedonali.  La città dove si cammina e pedala di più è Amsterdam. Complessivamente, il 60% degli spostamenti in città sono mobilità attiva.

La Capitale mostra anche indirizzi molto deboli di mobility management, che non disincentivano l'uso dell'auto privata. Ciò si rispecchia nel traffico e nei tempi di spostamento sempre più elevati a causa dell’alto numero di auto presenti sulle strade. Anche bike e car sharing stentano a decollare. Non brilla nemmeno il trasporto pubblico che mostra profondi segni di crisi. Tutto ciò si riflette su un’aria insalubre, soprattutto per quanto riguarda le concentrazioni di biossido di azoto, tipico delle emissioni dei veicoli diesel.

Riguardo alla qualità dell’aria, sono state valutate le medie di concentrazione atmosferica annue ufficiali per il biossido di azoto (NO2) e per le polveri sottili (PM10 e PM2.5). La città con l’aria migliore è stata essere Oslo, le peggiori sono state Londra (8 punti) e Mosca (solo 3.5 punti).

In generale, sul fronte dell'inquinamento atmosferico fra le città esaminate, Oslo e Vienna si sono posizionare ai primi posti della classica sia per i livelli di pulizia dell’aria che per i trasporti pubblici. Non è un caso visto che c'è una correlazione forte tra qualità dell’aria e mobilità sostenibile.

“Se Roma vuole incrementare la mobilità sostenibile, deve cominciare a proteggere pedoni e ciclisti dal traffico motorizzato, che nella Capitale risulta aggressivo e troppo spesso mortale. Roma, inoltre, ha l’obiettivo generale di ridurre l’uso privato della macchina implementando sistemi di pedaggio per la mobilità privata. L’esempio dell’Area C di Milano, per restare al contesto italiano, può essere di immediata ispirazione; stessa funzione possono svolgere le esperienze, in tal senso, di Londra e Stoccolma” ha detto Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace.

Per leggere il report completo clicca qui

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Francesca Mancuso

Philip Roth: storia, libri e frasi dello scrittore senza Nobel

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Published in: Arte e Cultura

Ormai tranquillo pensionato dell’Upper West Side (la casa nel Connecticut, dove era solito appartarsi in solitudine per i suoi lunghi periodi di scrittura), come l’ha definito il New York, Philip Roth ha avuto una vita prolifica e intensa, assumendo di volta in volta numerose sembianze – principalmente versioni di se stesso – nell’esplorazione di cosa significhi essere un americano, un ebreo, uno scrittore, un uomo.

Appassionato studioso di storia americana e seguace del vernacolo americano era, più di ogni altro scrittore del suo tempo, assolutamente instancabile nella ricerca della sessualità maschile, tanto che le sue creazioni includono un Alexander Portnoy, un adolescente libidinoso erotomane complessato, e un David Kepesh, un professore che si trasforma in un seno femminile di 80 chili.

E non solo. A differenza di Pessoa e dei suoi eteronimi, Philip Roth era praticamente un campione di una serie di alter ego: nel suo estremo autobiografismo e in oltre venti romanzi, si è incarnato di volta in volta in Philip Roth stesso, in Alexander Portnoy, in Nathan Zuckerman, in Nathan Tarnopol.

“Oggi ci lascia l’ultimo dei grandi maschi bianchi”, scrive ancora il NYT: il “triumvirato degli scrittori” - gli altri erano Saul Bellow e John Updike – che dominava la letteratura americana nella seconda metà del 20° secolo oggi si conclude con la morte di Roth, divenuto nel 2005 il terzo scrittore vivente (dopo Bellow e Eudora Welty) i cui libri sono custoditi nella Library of America e il cui nome in Francia è stato inserito nella prestigiosa collezione La Pléiade.

Philip Roth, biografia Fonte

Nipote di immigrati ebrei dall’Europa orientale, nato il 19 marzo 1933 a Newark, nel New Jersey, Philip Roth è conosciuto soprattutto per le sue provocatorie esplorazioni nelle viscere dell’identità ebraica e americana, spesso incentrate sull’amore familiare e sul sesso.

La sua era una famiglia della piccola borghesia ebraica e di essa ha sviscerato abitudini e false credenze in un viaggio profondo a volte reso più “leggero” da un registro comico, che nella produzione di Roth diventerà poi anche la chiave letteraria. Fino ai temi più difficili come il desiderio e le ipocrisie.

Philip Roth comincia la sua carriera letteraria al college. Dopo aver frequentato per breve tempo la Rutgers University, va alla Bucknell University, dove inizia a collaborare con la rivista Et Cetera, sulla quale pubblica alcuni dei suoi primi racconti.

Dopo essersi laureato nel 1954, Roth si arruola nell’esercito degli Stati Uniti e anche sotto le armi continua a scrivere. In seguito, frequenta l’Università di Chicago, dove consegue un master in letteratura inglese. È in quegli anni che, già dimostrando di essere uno scrittore controverso, fa arrabbiare un certo numero di lettori ebrei con la storia “Defender of the Faith”, pubblicata su The New Yorker nel 1957.

“All’improvviso fui assalito come un antisemita. Una cosa che avevo detestato per tutta la vita era un ebreo che odiava la sua stessa razza”, spiegherà in seguito al New York Times.

I principali lavori letterari

Philip esordì nel 1959 con “Addio Columbus” divenendo una delle stelle nascenti della narrativa americana e vincendo il National Book Award, ma il primo vero grande successo arriva dieci anni dopo con “Il lamento di Portnoy”.

“Bizzarro, esagerato, viscerale, profano e selvaggiamente divertente” (New York Times), fu proprio con Portnoy's Complaint che Philip sfondò i muri delle ipocrisie facendo “scandalo” con quel tale Alex Portnoy che “vive nel mezzo di uno scherzo ebraico”. Pagine con cui Roth riuscì a competere con quel falso pudore del tempo affrontando il tema del piacere, tra l’altro facendo uso di un registro tragicomico che consegnerà la figura di Portnoy all’Olimpo della creazione letteraria novecentesca.

“Portnoy era sincero riguardo al sesso”, dirà più tardi Roth alla rivista People. E sappiate solo che la “denuncia” di Portnoy divenne un enorme successo commerciale.

Alla fine degli anni '70, Roth inizia a scrivere opere che mettevano al centro il suo alter ego letterario, lo scrittore Nathan Zuckerman. Questo personaggio apparve per la prima volta in The Ghost Writer (1979) e ricorre in molte opere come Zuckerman Unbound (1981) e The Anatomy Lesson. Mentre in molti vedono una certa affinità tra Roth e il suo Zuckerman, lo scrittore ha sempre insistito sul fatto che i suoi romanzi non erano autobiografici, affermando duramente che i lettori che vedono la sua vita solo nelle sue opere “sono semplicemente intorpiditi dalla finzione, intorpiditi dall’impersonificazione, dal ventriloquio, dall’ironia, intorpiditi dalle mille osservazioni della vita umana su cui è costruito un libro”.

Con Sabbath's Theatre nel 1995 Philip vince di nuovo il National Book Award, e tre anni dopo, conquista il premio Pulitzer per la narrativa per American Pastoral (1997). Questo romanzo, parte di una trilogia che include anche I Married a Communist (1998) e The Human Stain (2000), riporta Nathan Zuckerman a raccontare la storia dell’uomo d’affari ebraico Seymour "Swede" Levov (“lo Svedese”)

È con questo romanzo che Roth introduce uno dei personaggi più tragici e dolorosi della letteratura statunitense del ‘900, in una storia di ascesa e caduta di un esempio borghese della rinascita a stelle e strisce del periodo del dopoguerra.

Nel 2009 annuncia la fine della sua carriera da romanziere: fino ad allora aveva pubblicato oltre 30 libri, tradotti in molte lingue. Nel 2012, annuncia di aver rinunciato alla scrittura e spiega che “Nemesis”, pubblicato nel 2010, è stato il suo ultimo romanzo.

“Non ho più l’energia per sopportare la frustrazione. Scrivere è una frustrazione quotidiana, e non parlo dell'umiliazione”, spiegherà al New York Times.

Philip è stato costantemente nella lista dei candidati al Nobel per la letteratura, ma l’Accademia gli ha sempre voltato le spalle. Dissacrante, scorretto e irriverente, corrosivo e esuberante. Eppure, Philip Roth è stato uno degli autori più letti del ventesimo secolo.

Philip Roth, frasi celebri Fonte

Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto, è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

Il grosso scherzo che ti fa la biologia è che raggiungi l'intimità con una persona prima di sapere qualcosa di lei

La vita è solo un breve periodo di tempo nel quale siamo vivi

Tu sai che lo desideri e sai che lo vuoi fare e che nulla te lo impedirà. In questa fase nessuno dirà nulla che possa cambiare qualcosa

Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota d’infelicità; se non, certe volte, una quota maggiore.

Un uomo non avrebbe i due terzi dei problemi che ha se non continuasse a cercare una donna da scopare. È il sesso a sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate

La cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati

Quando sei stato sedotto da qualcosa, è bello non pensarci troppo e cullarsi nel piacere della seduzione

Capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando

E' la mancanza di rabbia che finisce per uccidere. Mentre l’aggressività depura o guarisce

La vecchiaia non è una battaglia, la vecchiaia è un massacro

 Germana Carillo

Mi chiamavo Mawda, avevo 2 anni e la polizia belga mi ha sparato in faccia

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Published in: Speciale bambini

Hanno aperto il fuoco su un furgone che trasportava me, mia mamma, mio papà e il mio fratellino, insieme ad altri migranti. 

Le autorità inizialmente hanno negato la vera causa della mia morte, suggerendo invece che ero malata o che la colpa era della guida pericolosa.

Eravamo su un'autostrada vicino alla città di Mons. Alla guida c'erano i trafficanti di esseri umani, che stavano cercando di portarci di contrabbando nel Regno Unito.

Eravamo fuggiti dal Kurdistan iracheno e da poco eravamo stati deportati dalle autorità di Bruxelles in Germania. 

Così, stavamo scappando. Ancora. 

Ma la polizia ci ha visto, il trafficante non si è fermato e i poliziotti hanno aperto il fuoco. 

Così un proiettile mi ha ucciso, colpendomi la guancia (lo dice anche l'autopsia). 

Foto

La mamma mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Che avremmo ricominciato una nuova vita, senza fame, senza bombe, senza guerra. 

Ma si sbagliava. 

Foto

Questa è la mia storia. Mi chiamavo Mawda, avevo 2 anni e la polizia belga mi ha sparato in faccia.

Chiedevo solo di vivere. Ma è stato impossibile. Perché la guerra non è solo lì fuori. E' anche in molti cuori.

Roberta Ragni

Foto cover

Mangiare mindfulness: 9 tipi di fame che dobbiamo imparare a soddisfare, prendendoci il giusto tempo

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Published in: Mente & Emozioni

E' un atto di potere e al tempo stesso di predazione per una soddisfazione, un gusto trionfante e tronfio di realizzazione e performance. Più o meno allo stesso modo, spesso, ci avviciniamo al cibo: lo mordiamo, più che masticarlo lentamente e gradualmente. Lo ingurgitiamo, più che assaporarlo in bocconi da deglutire.

Se ben impiattato, ne possiamo apprezzare per un secondo l'estetica; il profumo sollecita il desiderio, per poi tuffarci nella solita modalità di assunzione. Mangiamo forse per appetito (quasi mai per vera fame), per abitudine, per compensazione (di mancanze, di affetti, di tensioni, di insoddisfazioni; per soddisfare un piacere o annegare un dispiacere): un'attività funzionale, più o meno meccanica, di apporto di nutrienti. La visione Slow Food è relegata spesso al tempo libero, una coccola insomma per intenditori.

Quello che mettiamo nel piatto: è solo un oggetto, non un “soggetto” con cui entrare in relazione di per sè. Una volta invece lo si faceva: magari era solo un piccolo soffermarsi su quel contenuto, prima di cominciare a mangiare. Oppure diventava una preghiera, un ringraziamento.

Perchè quel cibo – di cui si conosceva l'origine (arrivava dall'orto proprio o del vicino, dal mulino che raccoglieva i grandi del territorio, dal fiume poco distante) – non era dato per scontato; la sua storia era nota e portava il senso e il legame, intrinseco, con la Terra, il ciclo di trasformazione e la vita. Quello che c'era nel piatto aveva un valore profondo oltre che una qualità nutritiva, energetica, differente.

Nulla però ci vieta di tornare alle buone, vecchie ma - più che altro - soprattutto sane (per il corpo, per il cuore e per l'anima) abitudini. Oppure, per dirla in modo moderno, possiamo scegliere di “mangiare mindfulness”. Senza fretta, prendendosi il giusto tempo, nella presenza consapevole del qui ed ora: si tratta di “stare”, interamente, con quello che c'è nel piatto. Qualsiasi cosa.

E vedere, osservare, sentire, pensare, semplicemente ascoltando, notando quello che emerge dentro di sè, in questa prima fase. E ringraziare, onorare quello che si è fatto dono per noi. E poi, di nuovo, sentire, pensare, annusare, ascoltare, notare, gustare, sostare nella sensazione mentre l'alimento arriva in bocca, e poi viene masticato e poi, ancora, nell'ascolto della sensazione che produce mentre scivola giù, verso la seconda e più profonda digestione. Quello che sta diventando nutrimento per noi.

Chi non sapesse bene come cominciare, può approfittare di “Mindful Eating”: appena uscito per i tipi di Enrico Damiani Editore, è un libro che invita a riscoprire una “sana e gioiosa relazione con il cibo” (da segnalare: un capitolo intero al mindful eating con i bambini e, in allegato, 75 minuti di meditazioni guidate). I benefici più evidenti dell'applicazione pratica: sintonizzazione con la propria saggezza interna per sapere cosa e quanto mangiare (non di più, non di meno); capacità di sentire quali alimenti il corpo chiede, di volta in volta; la possibilità di alzarsi da tavola appagati, avendo assaporato il cibo con tutti i sensi e senza conflittualità più o meno latenti.

L'invito formulato da Jan Chozen Bays, autrice del libro, è a soddisfare ogni nostra fame. Lei ne ha individuate 9.

Ecco un esercizio per conoscerle meglio (per farlo si può utilizzare, ad esempio, un frutto):

  1. Fame degli occhi — Osserva il colore, la forma, il tipo di superficie. Ora valuta la fame degli occhi: su una scala da 0 a 10 quanta fame hai per questo oggetto, basandoti su quello che vedono i tuoi occhi?
  2. Fame del tatto — Prendi il cibo che hai scelto tra le dita. Cosa senti? È liscio, viscido, appiccicoso? Duro o morbido? Basandoti sul tatto, su una scala da 0 a 10 quanta fame ti sollecita?
  3. Fame delle orecchie — Porta l'alimento vicino al tuo orecchio. Ha un suono? Se lo stringi fa un qualche rumore? Basandoti sul suono che fa o non fa, quanta fame hai ora su una scala da 0 a 10?
  4. Fame del naso — Annusa il cibo, poi allontanalo un momento dal naso e poi annusalo di nuovo. Sentendone l’odore, pensi sempre che sia commestibile oppure no? Valuta la fame del naso. Su una scala da 0 a 10 quanta fame hai per questo oggetto, basandoti sull’odore che hai percepito con il tuo naso?
  5. Fame della bocca — Metti in bocca l’oggetto, ma non masticarlo. Fallo girare in bocca ed esploralo con la lingua. Cosa noti? Ora dai un unico morso, uno solo! E poi fallo girare di nuovo in bocca ed esploralo nuovamente con la lingua. Su una scala da 0 a 10, quanta fame hai ora basandoti su quello che hai sentito e assaporato con la bocca? In altre parole, quanto la tua bocca vuole ripetere quest’esperienza? Adesso puoi mangiare per intero questo alimento: masticalo lentamente e nota come cambia il suo sapore e la sua consistenza. Ora puoi mandarlo giù. Osserva se ne è rimasto qualche piccolo pezzetto in bocca. Che fa la tua lingua ora che hai finito di mangiarlo? Per quanto tempo resta il sapore in bocca?
  6. Fame dello stomaco — Ora porta l’attenzione allo stomaco: è pieno oppure no, è soddisfatto oppure no? Su una scala da 0 a 10, valuta la fame dello stomaco. In altre parole, il tuo stomaco quanto ne vuole ancora di questo alimento?
  7. Fame cellulare — Prendi consapevolezza del cibo che è entrato nel tuo corpo. L’assorbimento comincia nel momento in cui iniziamo a masticare. Ci sono delle sensazioni che ti dicono che il tuo corpo sta assorbendo questo cibo? Come lo stanno ricevendo le cellule del corpo? Su una scala da 0 a 10 le tue cellule ne vogliono ancora di questo cibo e quanto?
  8. Fame della mente — Riesci a notare cosa ti dice la mente su questo cibo? Valuta la fame della mente. Su una scala che va da 0 a 10 la tua mente ne vuole ancora di questo cibo?
  9. Fame del cuore — Il cuore ti sta dicendo qualcosa riguardo a questo cibo? Su una scala che va da 0 a 10, quanto rassicurante o confortante è questo cibo? Il tuo cuore ne vuole ancora?

L'esercizio lo si può fare con una mela, un pezzo di pane o un quadrotto di cioccolato o anche con qualcosa di liquido, come un succo di frutta (i passaggi saranno sempre gli stessi, attraverso le nove tipologie di fame)...

Consigli mindfulness a parte, e obiettivi salutistici e di benessere raggiunti (con la pratica), resterà in ogni caso un modo nuovo di entrare in relazione: che piano piano potrebbe far tornare il desiderio di ringraziare, per quel cibo. Che potrebbe far ricordare che i nutrienti diventano poi il nostro corpo; e allora scegliere attentamente un alimento diventerà non solo un vezzo salutista ma qualcosa di importante, su un piano più ampio.

La sua storia e il suo simbolismo, il modo in cui è stato coltivato, quanto rispetto è stato messo nei suoi tempi di crescita, nella cura della terra, nell'etica delle scelte che la sua produzione ha richiesto, la sua origine cruelty free ci riguarderanno più da vicino: perché sono una parte dell'informazione implicita, del nutrimento non visibile a cui attingeremo e di cui saremo consapevoli.

Mangiare, allora, sarà proprio diverso. Nutriente, di più nutrimenti; appagante di ogni fame. Un "buon" appetito che si sintonizza sulle melodie della Terra, e ne fa parte. Un modo per onorare tutto quello che si è fatto dono, per noi. 

Anna Maria Cebrelli

Fred, il dolcissimo cane che ha adottato 9 anatroccoli

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Published in: Animali

La loro mamma è misteriosamente scomparsa, così Fred, un labrador di 10 anni, è diventato il loro papà accudendoli e nutrendoli come se fossero cuccioli suoi. Il cane e i piccoli vivono nel castello di Mountfitchet, un'attrazione turistica vicino all'aeroporto di Stansted nell'Essex.

Mentre la madre non si trova da nessuna parte, il personale che cura il giardino del castello, ha notato la nascita di questo amore paterno e adesso Fred è diventato l'ombra dei piccoli, seguendoli perfino nella nuotata quotidiana nel laghetto del castello normanno.

Proprio nel suo giardino ci sono tantissimi cani salvati dalla strada che vivono in libertà e vengono accuditi dal personale che ha in gestione lo stabile. Fred è, invece, di proprietà di Jeremy Goldsmith, gestore della fortezza.
Così il personale in un primo momento molto preoccupato per la fine dei nove anatroccoli senza mamma, gioisce adesso nel vedere queste immagini:

   

"Lo adorano e lui adesso fa il papà. Ma il tutto è solo temporaneo: fra un paio di settimane gli anatroccoli saranno indipendenti e sceglieranno da soli se rimanere al castello o se andarsene", ha detto Goldsmith.

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Dominella Trunfio

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Le nuove divise del Manchester United in plastica riciclata raccolta dagli Oceani

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Published in: Mode e Abbigliamento

I portoghesi del Benfica vennero sconfitti per 4-1 ai tempi supplementari, grazie alle reti di Sir Bobby Charlton (2), George Best e Brian Kidd, e il dettaglio dorato sul logo Adidas e lo stemma del club rendono omaggio a quel successo. Ma il vero successo è il materiale con cui è stata realizzata la terza maglia della squadra inglese.

Creata in Parley Ocean Plastic® dall'associazione Parley for the Oceans, la maglia è blu non solo per ricordare quella della vittoria europea di 50 anni fa ma anche per richiamare il colore degli oceani, sempre più minacciati dalla plastica.

Le magliette dello United avranno anche una scritta all'interno del colletto: "For the Oceans". Ogni maglia è stata realizzata con lo speciale tessuto prodotto riciclando 28 bottiglie di plastica. Il terzo kit verrà indossato sul campo per la prima volta dalla prima squadra durante il tour estivo dei Reds negli Stati Uniti.

Oliver Nicklisch, Product Director di Adidas, ha spiegato: “Abbiamo tutti bisogno di cambiare il modo in cui pensiamo e agiamo nei confronti dei nostri oceani. È questa convinzione fondamentale che Adidas condivide, motivo per cui la nostra partnership innovativa con Parley for the Oceans è così importante per noi. Lavorando con il Manchester United per creare le nuove e straordinarie maglie realizzate con Parley Ocean Plastic, speriamo di poter mettere in evidenza il problema della plastica che danneggia i nostri oceani, e in definitiva incoraggiare e ispirare i tifosi a unirsi a noi nella creazione di un ambiente migliore per tutti”.

Oltre a creare consapevolezza sul problema della plastica nei nostri oceani, Adidas e Parley stanno lavorando insieme per realizzare scarpe e abbigliamento con scarti di plastica riciclati intercettati da litorali, spiagge e comunità costiere.

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Francesca Mancuso

Occhio all'eccessiva igiene nei bimbi piccoli. Potrebbe favorire la LLA

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Published in: Speciale bambini

Troppa igiene uguale a maggiori probabilità di insorgenza di leucemia infantile. Dopo aver revisionato 30 anni di studi sulla LLA, un ricercatore del The Institute of Cancer Research londinese ha così determinato che la troppa igiene potrebbe avere un impatto significativo nella comparsa di quel tipo di tumore.

Così, se l’eccessiva igiene è sempre finita sul banco degli imputati perché a lungo andare colpevole di indebolire il sistema immunitario, ora la tesi avanzata dagli studiosi inglesi tuona come un fulmine a ciel sereno.

“La maggior parte dei casi di leucemia infantile è probabilmente prevenibile evitando che i bambini, nel primo anno di vita, siano eccessivamente protetti dal punto di vista igienico”, afferma Mel Greaves dell’Institute of Cancer Research, secondo cui bisognerebbe al contrario favorire il contatto del bambino con gli altri in modo da stimolare correttamente lo sviluppo del sistema immunitario.

Ricordiamo, in ogni caso, che l’igiene eccessiva è solo uno dei fattori del cancro, alla base del quale c’è in primis una specifica mutazione genetica che avviene durante lo sviluppo uterino, mentre ciò che lo scatena è un tipo di infezione che colpisce dopo il primo di anno di vita trascorso in un ambiente troppo pulito.

Lo studio

La ricerca ha analizzato la leucemia linfoblastica acuta, che colpisce un bimbo ogni 2000, evidenziando un legame diretto tra l'eccessiva igiene e il rischio di malattia. Greaves ha però sottolineato che i genitori di un bimbo ammalato di leucemia "non devono in alcun modo sentirsi colpevoli della sua malattia".

La leucemia linfoblastica acuta infantile è una rara forma di tumore, ma la più comune di tumore pediatrico, che colpisce nel midollo osseo le cellule immunitarie che proteggono in condizioni normali dalle infezioni. 

Nel suo lavoro, Greaves ha spiegato che il tumore ha origine in tre fasi. Alla base c'è un errore nel Dna del bambino, che molto probabilmente si genera durante lo sviluppo uterino, poi c'è in gioco il ruolo dell'eccessiva protezione dai microbi appena nato. Infine interviene un'infezione che scatena la malattia.

Una tesi, quella di Greaves, che trova supporto nel fatto che la malattia sia  più frequente tra i bambini delle società più abbienti e che si trovi con meno frequenza tra i piccoli che vanno al nido e hanno fratelli grandi che li espongono ai germi.

Ricordatevi, però, che non è la troppa igiene in sé a scatenare la patologia. Lo studio vuole solo "incoraggiare" i genitori a essere "meno scrupolosi e favorire il contatto sociale del bebè, in particolare con i bambini più grandi".

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Germana Carillo

Le femmine di bonobo aiutano le altre a partorire, come delle vere ostetriche 

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Published in: Animali

A scoprilo è stato un nuovo studio condotto dagli scienziati dell'Università di Pisa e da quelli dell'Université Claude Bernard Lyon. Secondo i ricercatori, i bonobo sono i nostri parenti animali viventi più vicini e sono più simili a noi di quanto immaginiamo.

I bonobo femminili, infatti, praticano anche l'ostetricia. Per la prima volta è stato notato che animali diversi dagli umani vengano assistiti fisicamente dai propri simili durante il parto. Questo sostegno è reciproco. Il comportamento è stato notato in almeno tre diverse occasioni tra bonobo in diversi parchi in Francia e nei Paesi Bassi.

Le nascite assistite comportano una serie di comportamenti elaborati che di solito iniziano quando le femmine all'interno di un gruppo riconoscono quando uno di loro inizia a entrare nella fase del travaglio. Si riuniscono poi intorno a lei e le offrono la protezione dai maschi che potrebbero interrompere il momento.

A loro modo, danno il giusto valore al momento della nascita di una nuova vita, cercando di creare attorno alla futura mamma un ambiente sereno, scacciando via anche le mosche e altri parassiti. Ma non solo. Aiutano le femmina a mantenere puliti i genitali e monitorano anche i progressi del travaglio annusando frequentemente i liquidi che fuoriescono nelle varie fasi. Solitamente cercano di stare vicine al cucciolo quando nasce.

I ricercatori hanno notato anche che alcune delle “ostetriche” avevano partorito in passato, quindi avevano le idee ben chiare su come aiutare e su cosa andava fatto.

I legami femminili sono sempre forti tra i bonobo. A differenza degli scimpanzé, che cercano di stare da soli quando partoriscono, i bonobo rimangono con altre femmine, forse perché in qualche modo si aspettano di ricevere aiuto.

I ricercatori suggeriscono che l'ostetricia potrebbe essersi evoluta in un antenato umano-scimpanzé-bonobo, ma nel tempo gli scimpanzé hanno perso il tratto mentre diventavano meno sociali. I bonobo invece hanno mantenuto questo comportamento.

“Come negli umani, la nascita nei bonobo è un evento sociale, in cui le assistenti femminili fornivano protezione e sostegno alla partoriente fino alla nascita del bambino. Inoltre, le femmine aiutano la partoriente durante la fase espulsiva eseguendo gesti manuali volti a far nascere il piccolo. I nostri risultati sui bonobo mettono in discussione la visione tradizionale secondo cui il bisogno 'obbligatorio' di assistenza era la principale forza trainante che portava alla socialità intorno alla nascita nella nostra specie. In effetti, la nascita nei bonobo non è ostacolata da vincoli fisici e la madre è autosufficiente” spiegano gli scienziati.

Anche se saranno necessari altri studi, a loro avviso, le somiglianze osservate tra bonobo ed esseri umani potrebbero essere correlate all'alto livello di socievolezza femminile di queste specie.

“Dal nostro punto di vista, la capacità delle femmine non imparentate di formare legami sociali forti e cooperare potrebbe aver rappresentato il pre-requisito evolutivo per l'emergere delle ostetriche umane”.

Madre Natura non finirà mai di stupirci!

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Francesca Mancuso

I giocattoli dei bambini di tutto il mondo che ti faranno riflettere sulla nostra società

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Published in: Speciale bambini

Dollar Street è un progetto della Gapminder Foundation che ci fa vedere le cose sotto un altro punto di vista, ovvero con gli occhi di una parte di popolazione che vive con un reddito differente.

La co-fondatrice di Gapminder è Anna Rosling Rönnlund, una donna che ha trascorso gli ultimi 15 anni della propria vita a sensibilizzare l’opinione pubblica sul divario che esiste nel pianeta.

Il suo progetto ha visto la collaborazione di una squadra di fotografi che hanno visitato 264 case in 50 paesi e in ognuna sono stati fotografati gli oggetti della famiglia, compresi i giocattoli dei bambini.

Attraverso gli scatti viene mostrato uno scorcio di vita a diversi livelli di reddito, ma ciò che appare non è sempre quello che ci aspettiamo. Ecco alcune delle immagini più singolari che faranno riflettere anche sul consumismo della nostra società.

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Zimbabwe

In una casa in Zimbabwe, dove si vive con 34 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è una palla fatta a mano

Haiti

In una casa di Haiti, dove si vive con 39 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è una palla da tennis

Burkina Faso

In una casa in Burkina Faso, dove si vive con 45 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è una bambola di plastica rotta

 India

In una casa in India, dove si vive con 65 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è una mazza da cricket fatta a mano

Filippine

Nelle Filippine, in una casa dove si vive con 98 dollari al mese a persona, i giocattoli preferiti sono statuine

Palestina

In Palestina, in una casa dove si vive con 112 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è una bottiglia di plastica

Giordania

In Giordania, in una casa dove si vive con 249 al mese a persona, il giocattolo preferito è un pupazzo di stoffa

Ruanda

In Ruanda, in una famiglia dove si vive con 251 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è un bastone

  Stati Uniti

In una casa negli Stati Uniti, dove si vive con 855 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è un Lego

 Cina

In una casa in Cina, dove si vive con 2235 dollari al mese a persona, il giocattolo preferito è un modello di carro armato militare

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A 10 anni costruisce giocattoli in legno per i bambini più poveri

Dominella Trunfio

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VENTO Bici Tour: due week end all'insegna della pedalata collettiva nella pista ciclabile più lunga d'Italia

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Published in: Bici

Tutti in sella, quindi, da Torino a Pavia dal 25 al 27 maggio e da Mantova a Venezia dall’1 al 3 giugno, la prima giornata mondiale dedicata dall’ONU alla bicicletta. Lo scopo? Godere di meravigliosi paesaggi, diffondere la cultura della mobilità dolce e fare il punto sul progetto della futura dorsale cicloturistica più lunga della Penisola, oltre a comprendere il grande valore delle ciclabili turistiche e i vantaggi per i territori attraversati.

VenTOVenTO (VeneziaTorino) sarà di fatto un corridoio ciclabile interamente percorribile da Venezia a Torino lungo un percorso di circa 679 chilometri che darà soluzione di continuità alla percorribilità degli argini del Po attraversando Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

Si tratta di un progetto del Politecnico di Milano che vedrà coinvolte 4 regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto) e 12 province del Nord Italia, tra cui Milano, Piacenza, Parma e Ferrara.

Vento-bici-tour ©alessandro-giacomel

Il Tour si pone anche l’obiettivo di incontrare cittadini, imprese, associazioni, amministratori e tecnici ai quali far conoscere il progetto e proporre un modello di sviluppo concreto con il quale generare lavoro duraturo in quelle aree del Paese.

È l’occasione buona, dicono gli organizzatori, anche per mostrare che esiste un altro modo di governare la spesa pubblica investendo in infrastrutture leggere che mettano in moto il turismo e tante attività legate a quel che di meglio il nostro paese sa offrire, come cibo, accoglienza, paesaggio, innovazione, impresa, diversità, agricoltura, tradizioni.

L’occasione buona, dunque, perché alla famigerata crisi si risponda con un innovativo spirito cooperativo e imprenditoriale che si basi su progetti di rigenerazione territoriale e sulla volontà di far leva su un futuro green. Prendere ad esempio il progetto VENTO? Magari! Un modello possibile non solo lungo il Po, ma anche nel resto d’Italia dove si può generare lavoro e, perché no, benessere e felicità a partire semplicemente dalle risorse che il territorio offre.

Qui trovate tutto il programma di VENTO Bici Tour 2018.

Per partecipare alle giornate di pedalata collettiva è necessaria l’iscrizione. È possibile iscriversi a una giornata, a 2 giornate, a un weekend o a entrambi i weekend. Sono previsti sconti per gli studenti del Politecnico di Milano e per le famiglie. Qui trovate tutte le informazioni, i costi e la mappa.

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Germana Carillo

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