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Come il cacao illegale usato dalle multinazionali sta distruggendo le foreste della Costa d'Avorio

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Secondo il giornale britannico, l'industria del cioccolato di tutto il mondo sta guidando la deforestazione dell'Africa occidentale. I commercianti locali riforniscono le multinazionali di cacao coltivato illegalmente all'interno di aree protette della Costa d'Avorio, dove la copertura della foresta pluviale è stata ridotta di oltre l'80% dal 1960.

Il prodotto illegale viene miscelato con fave di cacao "pulite” nella catena di fornitura. Ciò significa che le barrette di Mars, i cioccolatini Ferrero Rocher, le barrette Milka e molte altre, potrebbero essere contaminate da cacao "sporco". Quasi il 40% del cacao del mondo proviene dalla Costa d'Avorio.

Visitando il paese, i giornalisti del Guardian hanno visto le foreste pluviali con annesse piantagioni di cacao, hanno visitato i villaggi degli agricoltori che occupano parchi nazionali presumibilmente protetti, e hanno parlato anche con i funzionari delle forze dell'ordine locali, che spesso chiudono un occhio sulle infrazioni, sottolineando anche come i grandi marchi siano indifferenti alla provenienza del cacao.

Alcuni commercianti non hanno negato che il cacao illegale frutto della deforestazione selvaggia sia entrato nelle loro catene di approvvigionamento.

Fino al 70% del cacao del mondo viene prodotto da 2 milioni di agricoltori in una cintura che si estende dalla Sierra Leone al Camerun, ma la Costa d'Avorio e il Ghana sono veri e propri giganti del settore, il primo e il secondo produttore mondiale. Al tempo stesso sono anche le più grandi vittime della deforestazione. La Costa d'Avorio sta perdendo le sue foreste al tasso più veloce di qualsiasi altro paese africano: meno del 4% del paese è coperto dalla foresta pluviale. Una volta, tale percentuale era pari al 25%.

Mighty Earth ha appena reso nota un'indagine sulla deforestazione causata dal cioccolato in Costa d'Avorio e Ghana, il cui esito è ancora più triste. La popolazione locale infatti è così povera da non riuscire a permettersi neanche uno dei prodotti contenenti il cacao, tanto amati altrove.

La nuova inchiesta di Mighty Earth, dal titolo “Dark Chocolate's Secret” ha scoperto che una grande quantità di cacao utilizzato nel cioccolato prodotto da Mars, Nestle, Hershey, Godiva e altre società viene coltivata illegalmente nei parchi nazionali e in altri aree protette in Costa d'Avorio e Ghana. Il rapporto documenta come in diversi parchi nazionali e in altre aree protette, il 90% o più della terra sia utilizzata per coltivare il cacao.

In Costa d'Avorio la deforestazione ha spinto gli scimpanzè in poche piccole aree e ha ridotto la popolazione degli elefanti da diverse centinaia di migliaia a circa 200-400.

Circa la metà del mercato mondiale del cacao è controllata da tre società: Cargill, Olam e Barry Callebaut. Secondo l'indagine, il cacao passa dai coltivatori nei parchi nazionali, attraverso intermediari, ai commercianti, che poi lo vendono in Europa e negli Stati Uniti dove le più grandi aziende del cioccolato lo trasformano in tartufi, barrette, sciroppi e innumerevoli altri cioccolatini.

“La misura in cui i grandi marchi di cioccolato come Mars sono legati alla distruzione dei parchi nazionali e delle aree protette è scioccante” ha dichiarato Etelle Higonnet, a capo della Campagna di Mighty Earth. “Queste aziende devono intervenire immediatamente per porre fine alla deforestazione una volta per tutte e rimediare ai danni”.

Dopo aver distrutto le foreste dell'Africa occidentale, l'industria del cioccolato ha cominciato a portare il suo modello in altre regioni della foresta pluviale come l'Amazzonia Peruviana, il bacino del Congo e le foreste dell'Asia sudorientale.

Le antiche foreste, un tempo paradiso per la fauna selvatica come scimpanzé, leopardi, ippopotami e elefanti, sono quasi scomparse.

“Il nostro Paese è diventato dipendente da un'industria del cacao che distrugge le foreste e tutta la gamma di servizi ecosistemici che offrono. Dobbiamo raggiungere un'industria sostenibile del cacao che rispetti le foreste e che effettivamente porti dei benefici alle comunità e all'economia del paese. Le grandi imprese del cioccolato devono contribuire finanziariamente e tecnicamente a sostenere gli sforzi di conservazione del governo”, ha dichiarato Kouamé Soulago Fernand, Segretario generale di ROSCIDET, una rete di ONG ivoriane specializzate nella protezione dell'ambiente e nello sviluppo sostenibile.

In media i coltivatori di cacao in Costa d'Avorio e Ghana sono pagati meno di 80 centesimi (USD) al giorno e spesso lavorano in condizioni pericolose per tante ore. Il lavoro minorile è ancora prevalente in tutto il settore, nonostante le rassicurazioni di molte multinazionali.

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Una storia amara, che purtroppo conosciamo tutti ma che viene ignorata in nome degli interessi economici di pochi.

Francesca Mancuso

Scoperta la causa della SIDS? E' tutta questione di chimica?

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Per SIDS si intende l'improvvisa morte di un neonato di età inferiore ai 12 mesi le cui cause non possono essere spiegate neppure dopo un'indagine approfondita.

Una nuova ricerca in merito, condotta presso l'Ospedale dei Bambini di Boston e Harvard Medical School e pubblicata sul Journal of Neuropathology & Neurology Experimental, ha trovato un collegamento tra morte infantile e chimica del cervello. Lo studio, il primo nel suo genere, ha confermato infatti un legame tra la serotonina che si trova nel cervello e i bambini morti di SIDS.

Fiona Bright, dottoranda presso l'Università di Adelaide, ha analizzato 41 casi australiani di morti per SIDS scoprendo anomalie sorprendenti nei livelli di serotonina (sostanza chimica che regola il sonno e controlla il sistema cardiovascolare e respiratorio).

La teoria è stata precedentemente dimostrata in uno studio americano sulla SIDS, ma è la prima volta che vengono analizzati e studiati anche casi di SIDS australiani.

"La nostra ricerca è significativa perché ha confermato che le anomalie nella serotonina nel cervello sono sicuramente legate ai casi di SIDS. Questo aiuta a sostenere i risultati della ricerca americana" ha dichiarato la dottoressa Bright.

Lo studio dona nuova speranza alle famiglie che potrebbero avere a breve una possibilità concreta per evitare di trovarsi in questa drammatica situazione. Si spera infatti che la ricerca possa essere utile a sviluppare un “test di screening” per determinare i livelli di serotonina nel cervello del bambino alla nascita e prevenire così una possibile morte prematura ed improvvisa.

La ricerca potrebbe rappresentare dunque un passo positivo importante per far sì che la tragedia delle morti in culla diventi solo un triste ricordo del passato.

Non è un caso che questo studio, finanziato dalla River’s Gift (associazione che supporta la ricerca in merito alla SIDS) sia stato realizzato proprio in Australia. Questa nazione ha infatti tassi di mortalità infantili tre volte più elevati rispetto a quelli di altri paesi sviluppati. Vi avevamo parlato già dell’idea di donare gratuitamente alle mamme la Pepi-Pod, una specie di vaschetta che crea una barriera protettiva per il bambino nel lettone, un mezzo concreto per limitare i casi di SIDS.

Nell’attesa di avere qualche test che possa prevedere quali bambini siano più a rischio SIDS, vi ricordiamo le buone regole da seguire per evitare il più possibile un'eventuale morte in culla: 

  • Far dormire sempre il bambino in posizione supina (a pancia in su) nella culla o nel lettino, meglio se nella stessa stanza dei genitori
  • Posizionare il piccolo con i piedi sul fondo della culla in modo da evitare che scivoli sotto le lenzuola
  • Evitare che l’ambiente sia troppo caldo, la temperatura ideale è quella intorno a 20 gradi
  • Evitare vestiti e coperte troppo pesanti che facciano sudare il bambino
  • Usare un materasso della misura adatta a culla e lettino non troppo morbido
  • Evitare di far dormire il bambino su divani, cuscini o con vicino peluche, paracolpi molto imbottiti o giocattoli soffici
  • Non usare il cuscino
  • Evitare il bed sharing
  • Non fumare in casa
  • In alcuni paesi viene raccomandato l’uso di ciuccio

E’ stato dimostrato, infine, che i bambini allattati al seno sono meno a rischio SIDS.

Francesca Biagioli

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Le terribili condizioni dei maiali negli allevamenti europei arrivano in Parlamento a Strasburgo #EndPigPain

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Venticinque immagini e un video per mostrare agli occhi del mondo in che modo sono trattati i maiali cresciuti negli allevamenti intensivi di Italia, Spagna, Finlandia, Polonia, Regno Unito, Paesi Bassi e Norvegia in mostra al Parlamento Europeo di Strasburgo

Gli animali cresciuti in batteria sono al centro della campagna europea #ENDPIGPAIN', lanciata dall'associazione Eurogroup for Animals e sviluppata e promossa da Lav, Lega AntiVivisezione, in esclusiva per l'Italia, approdata al Parlamento Ue grazie all'interesse dell'eurodeputato socialdemocratico danese Jeppe Kofod, membro dell'Intergruppo Animali della stessa eurocamera.

FIRMA QUI LA PETIZIONE

“Per gli Europarlamentari sarà come essere realmente all’interno di un allevamento di maiali: potranno vedere le condizioni di vita di questi animali e le terribili mutilazioni a cui sono sottoposti. Si tratta di aspetti che riguardano tutti i cittadini, perché il modo in cui trattiamo gli animali ha conseguenze sulla loro esistenza ma anche implicazioni sulla nostra alimentazione, sulla nostra salute e sulla nostra coscienza”, - afferma Roberto Bennati, vicepresidente Lav in una nota stampa.

Secondo Bennati, in Europa milioni di suinetti vengono castrati senza anestesia né analgesia, le loro code mozzate o cauterizzate, i loro denti troncati.

“Da tempo abbiamo denunciato queste pratiche davvero cruente, invasive e generalizzate, incredibilmente consentite dalla legge e che, se operate entro il settimo giorno di vita dei cuccioli, non richiedono il ricorso all’anestesia né la presenza di un medico veterinario, e quindi vengono effettuate da semplici operatori dell’allevamento in una sorta di catena di montaggio”, continua il vicepresidente Lav

 

Una pratica davvero barbara:

“Si prende il piccolo, si tagliano i testicoli, la coda o si troncano i denti, e si ributta l’animale nel recinto. Si stima che non vengano dedicati più di 30 secondi a maialino: nessuna sutura, nessuna medicazione delle ferite o sterilizzazione del bisturi, lo stesso usato per tutti, o della tenaglia, spesso usata per mutilare coda e denti: questa è la realtà su cui si fonda la discutibile eccellenza della produzione di prosciutto e di maiali destinati al macello”, aggiunge Bennati.

In pochi mesi, la campagna ha raccolto oltre 12mila firme.

"E' un segno – continua Bennati - che gli italiani sono sensibili alle sofferenze di questi animali, e insieme a noi si sono mobilitati per chiedere al ministro Lorenzin di intervenire per mettere fine a mutilazioni e sofferenze".

Ricordiamo che le mutilazioni espongono i maiali a rischio infezioni, soprattutto quando vengono castrati in modo doloroso per prevenire l’odore di verro nella carne e che il taglio sistemico della coda, così come la mozzatura dei denti, sono illegali in Europa da oltre 20 anni, ma la norma è ampiamente disapplicata.

Secondo il Censimento Agricoltura ISTAT, nel 2010 in Italia il 77% dei suini era allevato in stabilimenti con più di 2mila animali: oltre 7 milioni di suini in soli 1.187 stabilimenti, con oltre l'84% dell'intera popolazione concentrato in Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto.

Ecco come vivono gli animali negli allevamenti intensivi:

Tutti noi possiamo fare qualcosa affinché non ci siano più immagini come quelle che vediamo in questo video, animali ammassati, senza luce naturale, in evidente stato di paura, agitazione e stress. Come? Scegliendo un’alimentazione più consapevole e firmando la petizione rivolta al ministero della Salute Lorenzin.

Dominella Trunfio

Foto: Lav 

Vitamina D: una carenza nelle donne raddoppia il rischio sclerosi multipla

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Published in: Salute & Benessere

Secondo lo studio, condotto da un team della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston e pubblicato sulla rivista Neurology, le conseguenze di una carenza di vitamina D per le donne potrebbero rivelarsi davvero molto serie. Bassi livelli di questa sostanza sono stati associati infatti a quasi il 50% in più di probabilità di sviluppare la Sclerosi Multipla, malattia neurodegenerativa.

Per arrivare a questo risultato i ricercatori americani hanno esaminato campioni di sangue di oltre 3200 donne, che hanno già di per sé una probabilità di due o tre volte maggiore di trovarsi alle prese con una diagnosi di Sclerosi Multipla rispetto agli uomini. Analizzando alcuni parametri si è notato che le persone carenti di vitamina D avevano una probabilità superiore del 43% di ammalarsi nell’arco dei successivi 9 anni rispetto a coloro che avevano livelli adeguati. Il rischio è stato invece del 27% più alto per le donne carenti rispetto a quelle con livelli appena insufficienti.

I risultati potrebbero aiutare a spiegare perché esistono tassi più alti di Sclerosi Multipla tra le persone che vivono nei paesi nordici (la ricerca ha preso a campione proprio donne finlandesi) meno esposte alla luce solare (ricordiamo che il sole è fondamentale per aiutare il corpo a produrre la vitamina D necessaria).

Si ritiene che la cosiddetta "vitamina del sole”, che si trova anche in alcuni alimenti come uova, latte, carne e pesce, possa aiutare a sopprimere le cellule immunitarie che attaccano il corpo causando appunto la malattia, tristemente nota per la sua aggressività e che porta in molti casi alla necessità di utilizzare una sedia a rotelle. 

Nonostante siano necessari ulteriori studi, da effettuare su persone provenienti da una gamma più ampia di gruppi e regioni, Kassandra Munger, autrice principale dello studio ha dichiarato:

"Il nostro studio, che coinvolge un gran numero di donne, suggerisce che la correzione della carenza di vitamina D nelle donne giovani e di mezza età può ridurre il rischio futuro di MS".

Secondo gli esperti, dunque, tutte le donne dovrebbero discutere con il proprio medico l’eventualità di assumere un integratore, soprattutto nel caso si lavori in luoghi chiusi, durante la gravidanza o in età avanzata. La vitamina D, tra l’altro, non è importante solo per evitare la comparsa di questa malattia ma nel corso della vita di ogni individuo offre molteplici benefici per la salute.

Francesca Biagioli

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Ritirato inchiostro per tatuaggi per la presenza di sostanze cancerogene

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Published in: Salute & Benessere

Brutte notizie per tatuatori e tatuati. Il Ministero infatti ha richiamato l'inchiostro Strong Black Biotek caratterizzato dal numero di lotto 16M09. L'inchiostro è prodotto da Biotek, via Strambio 26, Milano.

Il ritiro da parte del Ministero è avvenuto dopo il monitoraggio svolto da Arpa Piemonte. I servizi di igiene e sanità pubblica sisp Asl piemontesi hanno effettuato un prelievo presso il Romito glamour & make up di Rivoli, in provincia di Torino.

Dalle analisi condotte, è emerso che il campione di inchiostro nero esaminato dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, conteneva Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA) e Benzo(a)Pirene (BaP) in concentrazione pari a 1,201+/-0,264 mg/Kg, con superamento pertanto dei valori massimi (0,5 mg/Kg), individuati dalla Risoluzione Europea 2008 Res AP (2008)1. Gli Idrocarburi Policiclici Aromatici sono classificati come cancerogeni.

Tali sostanze, ad elevate concentrazioni, sono pericolose per la salute umana.

I tatuatori che ne sono in possesso non devono utilizzarlo ma chiedere ai fornitori di sostituirne il lotto.

Foto

Una recente ricerca ha confermato che le sostanze presenti nell'inchiostro arrivano nel sangue.

Ricordiamo che fare un tatuaggio non è di per se pericoloso ma bisogna rivolgersi sempre a centri specializzati, che garantiscono la sicurezza.

Francesca Mancuso

I cibi sani sono anche quelli meno calorici? Il confronto in alcune immagini

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Published in: Alimentazione & Salute

Lucy Mountain a utilizzato il noto social network per porre l’attenzione dei suoi followers su un concetto molto semplice: i cibi considerati "sani" in alcuni casi potrebbero essere più calorici delle loro varianti spesso sconsigliate a chi segue un’alimentazione equilibrata o sta a dieta.

La ragazza, che gestisce due siti 'The Fashion Fitness Foodie' e 'theFFFeed', ha deciso quindi di riportare le calorie di alcuni alimenti e bevande, sfidando le credenze comuni tra ciò che si dovrebbe o non dovrebbe mangiare.

Ecco alcune delle immagini che ha pubblicato sul suo profilo Istagram:

Patatine fritte con sale e aceto e chips vegetali Mandorle e caramelle
Cioccolato al latte e cioccolato fondente
Fragole fresche e fragole secche
Toast con poco burro di arachidi e pane tostato con molto burro di arachidi   Smoothies con diversi ingredienti
Gelato Solero e Magnum
Acqua e acqua aromatizzata
White Americano e Flat White (il primo è caffè espresso forte e lungo con latte mentre il secondo è un doppio caffè espresso e latte montato con una crema molto liquida)

Lucy dimostra quindi che, anche se il cibo sano ha più micronutrienti, non sempre apporta meno calorie. Conclude quindi che dovremmo mangiare quello che vogliamo e che ci fa sentire bene tenendo bene a mente il fatto che non si tratta di evitare alcuni alimenti ma semplicemente di moderarne il consumo. Scrive a questo proposito:

“La moderazione è la chiave e sarà diversa a seconda della persona e del suo stile di vita”

Si sofferma anche a spiegare l’importanza di leggere le etichette alimentari e di non farsi abbindolare da quelle frasi o termini che le aziende utilizzano per favorire la vendita dei loro prodotti tipo: a “basso contenuto di zuccheri” o “a basso contenuto di grassi”, questo non significa infatti necessariamente che siano alimenti meno calorici.

La blogger ne fa un discorso solo di calorie ma probabilmente la cosa in questi termini è un po’ limitante. Basta fare pochi esempi per capire quello che intendiamo: confrontare una manciata di mandorle con una di caramelle in fatto di calorie allontana da quello su cui dovremmo concentrarci davvero. Le mandorle, come sappiamo, sono ricche di nutrienti utili al nostro organismo mentre le caramelle sono ricche di zuccheri, coloranti, ecc. alzano l'indice glicemico e non aggiungono nulla (anzi semmai tolgono) all'equilibrio nutrizionale del corpo. Anche a parità di calorie non è forse meglio mangiare le mandorle? Certo che qualche caramella ogni tanto non ci ucciderà ma sicuramente il discorso va al di là delle calorie.

Stessa cosa per il cioccolato, quello fondente è più calorico? Che importa questo se consideriamo tutti i vantaggi e le proprietà che offre al nostro organismo rispetto a quello al latte?

Gli sgarri possiamo certamente farli con moderazione ma più che sulle calorie ci dovremmo concentrare su quali valori aggiunti hanno cibi e bevande per la nostra salute.

Francesca Biagioli

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Torta allo yogurt light, la ricetta perfetta per farla soffice e leggera

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Published in: Ricette

La preparazione di questo dolce "da inzuppo" è davvero molto semplice ed è possibile variare la ricetta utilizzando yogurt homemade o yogurt bianco cremoso. Da servire semplicemente con una spolverata di zucchero di canna triturato finemente, la torta allo yogurt potrà anche essere farcita con creme o marmellate e diventare così una golosa merenda.

Ingredienti
  • 2 uova di media grandezza
  • 150 gr di yogurt greco
  • 200 gr di farina di tipo1
  • 150 gr di zucchero di canna
  • 10 gr di lievito per dolci
  • 1 stampo per torte (22 cm di diametro)
  • olio e farina q.b. per lo stampo
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  • Tempo Preparazione:
    15 minuti
  • Tempo Cottura:
    30 minuti
  • Tempo Riposo:
    tempo di raffreddamento
  • Dosi:
    per 6 persone
  • Difficoltà:
    bassa
  Come preparare la torta allo yogurt light: procedimento
  • Oliare ed infarinare lo stampo per la torta.
  • Sgusciare le uova e metterle in una ciotola capiente insieme allo yogurt greco,
  • amalgamare con le fruste elettriche o una planetaria e a seguire aggungere lo zucchero di canna,
  • montare ancora il composto fin quando non risulti spumoso
  • ed aggiungere ora la farina,
  • incoporare sempre con le fruste ed infine aggiungere anche il lievito per dolci,
  • continuare a montare l'impasto fin quando questo non scriverà, ossia non scenderà dalle fruste senza spezzarsi e resterà in superficie.
  • Trasferire l'impasto nello stampo
  • ed infornare in forno caldo a 180°,
  • cuocere per circa trenta minuti e a cottura ultimata sfornare subito,
  • sformare delicatamente e lasciar raffreddare su una gratella.
  • Quando la torta si sarà raffredata cospargerla di zucchero di canna finemente tritato e servire.

 

Come conservare la torta allo yogurt greco:

La torta allo yogurt greco se riposta in appositi contenitori ermetici manterrà la sua fragranza per almeno un paio di giorni.

 

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Ilaria Zizza

Cuore, cervello e intestino: come armonizzarli anche secondo la scienza

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Published in: Mente & emozioni

  • Il primo cervello è quello che tutti conosciamo; uno dei modelli più recenti per descriverlo è quello “tripartito” di Maclean: il cervello rettile, responsabile dei comportamenti di sopravvivenza, incluse le risposte istintive di attacco-fuga; il sistema limbico, implicato nelle emozioni superiori, nella motivazione, nella memoria, nell'apprendimento e la neocorteccia, molto sviluppata negli umani, che permette le funzioni cognitive e razionali e dell'autocoscienza. Secondo MacLean, ognuno di loro è in grado di funzionare “con una certa indipendenza» anche se poi funzionano insieme, come un cervello uno e trino. Come ha specificato Panksepp, psicologo e neuroscienziato, queste parti si influenzano in modo circolare e reciproco; diverse ricerche hanno poi recentemente dimostrato che si può modificare, nella sua struttura neurale, grazie alla meditazione (che prima agisce sul comportamento e sull'umore e poi, a lungo andare, cambia la “forma” fisica).

 

  • Il secondo cervello si sviluppa “attorno” al cuore; ha da 40mila a 120mila e più neuroni (il numero varia da persona a persona e può cambiare nel corso della vita), è capace di produrre neuroni e stabilire nuove connessioni neuronali; secerne e utilizza ormoni come la dopamina e la norepinefrina e pure l'ossitocina, l'ormone dell'amore e dei legami sociali. Sa imparare e modificarsi; come hanno scoperto John e Beatrice Lacey in vent'anni di ricerca, ha una logica che spesso è differente da quella del sistema nervoso autonomo e può mandare segnali, informazioni che influenzano e determinano il comportamento della persona. In altri termini: anche la scienza oggi sa che il cuore ha una sua profonda ed influente intelligenza.

 

  • Il terzo cervello è enterico: di pancia, insomma. Anzi meglio: nella pancia. Dell'intestino. I primi a scoprirne la presenza furono due medici, Bayliss e Straling, a fine 1800: non vennero considerati. Grazie al poderoso e più recente lavoro di ricerca di Michael Gershon, neurobiologo, oggi sappiamo che il cervello enterico ha più di 500 milioni di neuroni variamente presenti nella guaina che fodera esofago, stomaco e tutto l'intestino (crasso, tenue, colon e retto). Invia e riceve segnali da tutto il corpo; produce, tra le altre, grandi quantità di serotonina e persino benzodiazepine (agenti chimici psicoattivi utilizzati anche in farmaci che hanno una funzione sedativa). E' dotato di plasticità, impara, si costruisce nuovi ricordi, assume nuovi comportamenti ed è il più antico: sia sul piano evoluzionistico che durante la gestazione, si forma prima degli altri due cervelli. Svolge un ruolo importante nella determinazione della propria identità: fornisce l'immagine, profonda, subconscia, di se stessi, il senso di identità primordiale.

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Anche senza essere scienziati si può intuire che la nostra vita funzionerebbe meglio se questi tre cervelli agissero in armonia tra loro: se Madre Natura li ha piazzati nel nostro corpo, una ragione evolutiva e profonda c'è. Purtroppo non siamo abituati a considerarli e/o gestirli consapevolmente: il risultato è un'eccessiva razionalizzazione dei comportamenti oppure, al contrario, manifestazioni solo emozionali o solo di pancia. Complessivamente quindi utilizziamo le nostre intelligenze o in modo parziale, oppure reattivo, disarmonico.

Le tradizioni spirituali e legate alla saggezza autentica ci ricordano che tutto parte dall'intelligenza del cuore: una vita letta e vissuta, agita nelle scelte e nelle determinazioni, nelle motivazioni, dall'amore in senso lato (quindi da un'attenzione al bene non solo personale ma di tutti) è la sola che può dare autentiche e profonde soddisfazioni ed essere, pure, costruttiva, produttrice di felicità. Perchè questo accada veramente, però, è necessario che l'intento (autentico) del cuore sia tradotto in pensiero (che consente di formulare ipotesi di intervento, scelte, decisioni verso le azioni da fare) e supportato anche a livello emotivo, con un passaggio quindi nel sentire più profondo della pancia.

Il percorso non è semplice perché, naturalmente, sulla strada intervengono tutti i nostri “sabotatori” interni, o le differenti “ombre” (se vogliamo utilizzare un termine caro a Jung). Come fare? Servono determinazione, coraggio e volontà di crescere nell'amore. Possono aiutare alcune tecniche di meditazione (come la mindfulness) oppure un percorso che aiuti a sviluppare in modo serio i talenti spirituali che ognuno di noi possiede.

Per chi preferisce un approccio più scientifico, le scoperte recenti delle neuroscienze sono riassunte nelle mBIT (tecniche per l'integrazione dei cervelli multipli): una guida dettagliata, ricca di informazioni ed esercizi è “mBraining, Armonizzare i 3 cervelli” di Grant Soosalu e Marvin Oka (Edizioni Amrita). Con un linguaggio semplice, il libro spiega non solo come i cervelli comunicano, a volte anche in modo conflittuale, tra di loro ma insegna pure il modo, pratico, per arrivare ad un allineamento interiore che consentirà di fare scelte - nella vita, negli affetti, sul lavoro - più armoniose ed efficaci.

Gira che ti rigira, il principio fondamentale resta sempre quello: è il cuore che deve guidare. Persino per le neuroscienze. Da lì si comincia e lì è la casa a cui tornare: là dove lo Spirito cerca il suo posto. 

Anna Maria Cebrelli

La tenera amicizia tra il cane Puka e la tartaruga Larry (FOTO)

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Entrambi sono trovatelli e probabilmente il loro passato non è stato rose e fiori, forse è per questo che Puka e Larry vivono in simbiosi. La tartaruga Larry è stata trovata vicino ad una discarica un po’ malconcia, così una famiglia l’ha portata a casa propria, l’ha curata e poi lasciata libera nell’ampio giardino.

Puka è un dolcissimo cane che apparteneva ad un clochard, ma quando l’uomo si era reso conto di non poterlo più tenere, aveva chiesto alle famiglie vicine al luogo in cui chiedeva l’elemosina di prenderlo con loro.

Così, nel 2011 Puka ha avuto la sua prima casa. I timori iniziali erano quelli che cane e tartaruga non andassero d’accordo. Paure svanite immediatamente, perché tra i due è stato amore a prima vista.

Ogni giorno i due animali sono sempre l’uno di fianco all’altro, condividono spesso gli spuntini e si coccolano a vicenda e quando Larry si nasconde, basta chiedere a Puka di ritrovarla.

Guardate che tenerezza:

 

Vi abbiamo raccontato tante altre storie di amicizia, leggete qui:

Dominella Trunfio Foto

Ti mangi sempre le unghie? Una nuova ricerca svela il perché

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Published in: Salute & Benessere

Il 50% della popolazione soffre di questo problema che, attenzione, non riguarda solo bambini e adolescenti, perché spesso a mangiarsi le unghie sono anche gli adulti.
Proprio perché le unghie sono lo specchio della nostra salute, andrebbero trattate un pochino meglio e sicuramente non smangiucchiate.

Eppure l’onicofagia è un’abitudine difficile da sradicare, nonostante esistano tanti rimedi naturali che ci vengono in soccorso. Da anni, la si lega a un nervosismo e ansia, ma adesso un nuovo studio pubblicato nel Journal of Behavior Therapy e Experimental Psychiatry (JBTEP), fornisce qualche elemento in più.

Chi si mangia le unghie sarebbe un perfezionista che in quanto tale difficilmente riesce a rilassarsi se non raggiunge il massimo della sua prestazione e quindi, di conseguenza, si sfogherebbe sulle proprie unghie.

"Crediamo che le persone che hanno questo comportamento ripetitivo siano dei perfezionisti molto soggetti a frustrazione, impazienza e insoddisfazione se non riescono a raggiungere i loro obiettivi”, dice Kieron O'Connor, uno degli autore dello studio.

Durante l’esperimento è stato osservato il comportamento di 48 volontari, ‘mangiatori seriali di unghie’. Tutti dovevano rispondere a delle domande, mirate a capire il loro comportamento e le loro emozioni.

Secondo il team di ricercatori, tutti coloro che avevano questa brutta abitudine, avevano anche i tratti del perfezionista. Piani dettagliati, ordine maniacale e spesso frustrati dal non riuscire a fare tutto al massimo.

Insomma, il mangiarsi le unghie anche se apparentemente potrebbe sembrare innocuo, non fa bene né al lato estetico, né a quello fisico (pensiamo a denti storti e unghie fragili), e neanche al nostro modo di essere.

Vi mangiate le unghie? Leggete qui:

Ok voler fare le cose bene, ma senza farne una malattia. Quindi secondo i ricercatori, per alcuni potrebbe valere la regola che per smettere di mangiarsi le unghie, basterebbe vivere con più leggerezza. Uno sbaglio ogni tanto, aiuta.

Dominella Trunfio

C'è una bambina tra i gufi, riuscite a vederla? Ecco il gioco che sta spopolando sul web

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Published in: Mente & emozioni

Un’immagine quasi barocca, quella che mostra tantissimi gufi, uno accanto all’altro, tutti in bianco e nero e rappresentati nelle forme più strane.

Sembra di essere all’interno di un dipinto surrealista, ma ecco l’enigma da risolvere: dove si trova la bambina? Già ce n’è una sola, ma si è nascosta bene, siete in grado di trovarla?

Il tempo da battere è 30 secondi (non barate). Vediamo se siete tra il 15 per cento della popolazione che ce la fa in questo pochissimo tempo.

Ecco l’immagine:     Altri divertenti test: Soluzione

Se state leggendo qui è per due motivi: o non avete trovato la soluzione o volete accertarvi di averci visto bene. In ogni caso, ecco dove si trova la bambina:

Dominella Trunfio

Fonte e foto

Wildlife Photographer of the year 2017: ecco le 13 foto finaliste

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Published in: Natura & Biodiversità

Il premio, istituito nel 1964 dal Museo di Storia Naturale di Londra, per l'edizione di quest'anno (la 53esima) sarà assegnato il 20 ottobre, giorno in cui presso il Natural History Museum sarà aperta la mostra fotografica. Da lì, le immagini si sposteranno in tutto il mondo, per essere ammirate da appassionati e curiosi.

La mostra ospiterà circa 100 immagini che raccontano la bellezza ma anche i drammi del mondo naturale, fatto di piccoli insetti ma anche di grandi mammiferi e piante.

Il concorso di quest'anno ha attirato quasi 50.000 opere da parte di professionisti e dilettanti provenienti 92 paesi.

Le foto finaliste sono state selezionate da un gruppo di giudici che hanno tenuto conto della loro creatività, dell'originalità e dell'eccellenza tecnica.

Scopriamo le immagini più belle del mondo che ritraggono gli animali selvatici e altre splendide creature.

Palestra di nuoto, Laurent Ballesta (Francia)

La mamma introduce la sua piccola foca nell'acqua ghiacciata nell'est dell'Antartide all'inizio della primavera.

Amore tra gli angeli del mare, Andrey Narchuk (Russia)

Gli angeli del mare sono molluschi. La foto li ha immortalati durante un amplesso.

Tesoro artico, Sergey Gorshkov (Russia)

Una volpe artica porta il suo trofeo, un uovo d'oca, dopo un incursionein un nido.

Pausa invernale, Mats Andersson (Svezia)

In una fredda mattina di febbraio, uno scoiattolo rosso chiude gli occhi, sopraffatto dal freddo dell'inverno, per poi ripartire alla ricerca di cibo.

Pesci pagliaccio nel loro anemone, Qing Lin (Cina)

Nella foto, ogni pesce ha un paio di occhi anche all'interno della bocca. Si tratta degli occhi di un parassita entrato nelle cavità dei pesci.

Salvato ma gabbato, Steve Winter (USA)

La gamba posteriore di questo cucciolo di tigre di Sumatra era stata gravemente ferita a causa di una trappola probabilmente piazzata dai lavoratori delle piantagioni di palme. L'animale rischiava l'amputazione dopo essere rimasto intrappolato per quattro giorni prima di essere scoperto nella foresta pluviale.

Aquila sotto la pioggia, Klaus Nigge (Germania)

Dopo diversi giorni di pioggia costante, l'aquila era completamente fradicia. Il fotografo ne ha colto l'espressione, un ritratto intimo, rafforzato dalla luce velata dalla giornata di pioggia.

A cavalluccio... Justin Hofman (USA)

Questo piccolo cavalluccio saltellava praticamente tra un rifiuto e l'altro mentre nuotava sulla barriera corallina vicino a Sumbawa Island, in Indonesia. Incuriosito forse dall'oggetto, il cavalluccio marino lo ha utilizzato per aggrapparsi.

 

Saguaro, Jack Dykinga (USA)

Il saguaro è un cactus di grandi dimensioni che cresce comunemente nel deserto di Sonora, in Arizona. Quello rappresentato nella foto è stato immortalato proprio presso il Sonoran Desert National Monument ed è alto oltre 12 metri. Le radici creano un labirinto appena sotto la superficie.

Abbraccio tra mamma orsa e cucciolo, Ashleigh Scully (USA) per la categoria 11-14 anni

Dopo aver pescato le vongole, un orso bruno conduce i suoi cuccioli attraverso la spiaggia. Ma uno di loro preferisce rimanere indietro a giocare.

Scorcio di una lince, Laura Albiac Vilas (Spagna) per la categoria 11-14 anni

Laura si trovava nel parco naturale della Sierra de Andújar in Spagna alla ricerca di una lince ed è stata fortunata.

Femmine alla guida della mandria, David Lloyd (Nuova Zelanda/Regno Unito)

Nella riserva nazionale Maasai Mara, in Kenya, una mandria di elefanti viene guidata da una femmina. La luce del sole ne esalta le rughe.

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Consegne...splendenti, Tyohar Kastiel (Israele)

Il fotografo ha osservato un quetzal splendente o trogone splendido per una settimana mentre portava il cibo ai due piccoli. Questi uccelli nidificano nel cuore delle foreste ma in questo caso la coppia aveva scelto un albero in una zona più esterna della Costa Rican cloud forest di San Gerardo de Dota.

Francesca Mancuso

Foto: National History Museum via Guardian

Cab shelter: i graziosi rifugi per i tassisti londinesi

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Published in: Gran Bretagna

La loro storia risale al 1875, ai tempi in cui i taxi cittadini erano le carrozze trainate dai cavalli; la legge anche durante l’ora di pausa vietava di allontanarsi dal carro, per cui i conducenti potevano prendere solo una bevanda calda senza possibilità di fermarsi in un locale a mangiare.

Così alcuni conducenti impiegavano ragazzi, il cui compito ero quello di occuparsi del carro durante la loro assenza. Succede però che nel gennaio del 1875, George Amstrong editore del giornale The Globe mentre cercava un carro, si accorse che tutti i conducenti non erano in grado di guidare chi per la stanchezza, chi per aver bevuto un po’ troppo.

L’editore pensò allora che bisognava intervenire, riunì una serie di persone in vista della città, tra cui il conte di Shaftesbury e insieme decisero di far costruire dei rifugi dedicati ai conducenti.

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Tra il 1875 e il 1914, furono costruiti complessivamente 61 rifugi, a un costo di circa 200 sterline ciascuno in cui c’era una cucina e ovviamente bevande analcoliche. Di contorno una serie di libri e giornali per un piacevole pausa pranzo.

In un colpo solo si erano così risolti due problemi: il primo avere cibo a prezzi accessibili, il secondo stare lontano dal freddo e dall’alcol.

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Oggi a Londra rimangono solo 13 rifugi e sono ancora gestiti dal fondo di Cabernet Shelter e sono utilizzati dai tassisti. Ecco dove si trovano:

1. Chelsea Embankment SW3 – vicino all’incrocio con Albert Bridge, Londra
2. Embankment Place WC2 – vicino al teatro Playhouse
3. Grosvenor Gardens SW1 – al lato ovest dei giardini del nord
4. Piazza di Hannover, Londra W1 – sul lato nord dei giardini centrali
5. Kensington Park Road W11 – numeri esterni 8-10
6. Kensington Road W8 – vicino all’incrocio di Queen’s Gate SW7
7. Pont Street SW1 – vicino allo svincolo di Sloane Street
8. Russell Square WC1 – Corner occidentale (trasferito qui da Leicester Square)
9. Piazza San Giorgio, Pimlico SW1 – sul lato nord
10. Temple Place WC2 – lato opposto della strada dalla Swissötel Howard
11. Thurloe Place, Kensington SW7 – nel mezzo della strada, a est dell’ingresso del Victoria and Albert Museum
12. Warwick Avenue, Londra W9 – centro della strada, dalla stazione della metropolitana di Warwick Avenue
13. Wellington Place NW8 – vicino a Lord’s Cricket Ground

Dominella Trunfio

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I am not plastic: il sacchetto che quando non serve più si può mangiare e bere (VIDEO)

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Published in: Rifiuti & Riciclaggio

Dopo anni negli Stati Uniti, Kevin Kumala è tornato nella sua Bali, ma ciò che ha trovato davanti ai suoi occhi l’ha letteralmente sconvolto. Le spiagge sconfinate e l’acqua cristallina del mare avevano lasciato spazio a rifiuti di ogni sorta, capitanati dalla plastica.

Una situazione a cui non è estranea neanche l’Italia, ma un fenomeno globale tanto che c’è già a chi sta pensando alla pulizia degli oceani grazie a dei dispositivi realizzati ad hoc.
Ma prevenire è sempre meglio che curare, soprattutto in paese come l’Indonesia dove si stima che circa 3,2 milioni di tonnellate di plastica siano riversate nella costa.

Non a caso, dopo la Cina, il paese indonesiano è il più grande inquinatore del mondo. A pagarne le conseguenze sono gli animali in primis che ogni anno muoiono con la plastica nello stomaco.

E pensare che la soluzione è a portata di mano, diminuire e pian piano abolire l’utilizzo quotidiano della plastica e soprattutto riciclare. In questa direzione, va l’idea di Kumala che ha inventato un sacchetto che sostituisce quello tradizionale creato con il petrolio.

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I suoi sacchetti 'I am not plastic' sono realizzati con la manioca, una pianta indonesiana che cresce in maniera sconfinata, sono biodegradabili, compostabili e si consumano in 100 giorni come quelli in materbi.

Ma la novità sta nel fatto che se finiscono in mare, non sono un’arma letale, ma possono diventare acqua e cibo, come mostra Kumala in un video che ha fatto il giro del mondo.

Come vedete lui stesso mette un sacchetto in acqua calda e lo beve:

I sacchetti costano cinque centesimi in più rispetto a quelli in plastica, ma il gioco vale la candela quando in ballo c’è il futuro del nostro Pianeta.

Come stiamo distruggendo il nostro Pianeta:

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La fabbrica Avani eco di Kumala si trova sull’isola di Java e produce anche altri tipi di imballaggi fatti dall’amido di mais, piuttosto che dallo zucchero di canna, soia e girasole. Tutti i prodotti che una volta che non servono più possono essere usati come compost.

Dominella Trunfio

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Pidocchi: come prevenire e come combattere la pediculosi

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Published in: Salute & Benessere

Iniziamo dicendo che i pidocchi sono sì fastidiosi ma non affatto pericolosi: questi parassiti, infatti, non sono possibili vettori di microrganismi patogeni. Ciò non significa ovviamente che possiamo trascurare la situazione, al contrario, in caso di pediculosi, bisogna agire tempestivamente: la presenza di pidocchi crea infatti molto disagio a causa del prurito e si diffonde facilmente.

A differenza di quanto ritiene il luogo comune, la presenza di pidocchi non è indice di una cattiva igiene e non è influenzata dalla lunghezza dei capelli (le uova si possono benissimo trovare anche in una capigliatura corta).

Cosa sono i pidocchi

I pidocchi sono parassiti di colore grigio e di piccole dimensioni (2-5 mm di lunghezza) che per vivere si nutrono di sangue. Per questo sono sempre alla ricerca di un luogo caldo e sicuro dove crescere e proliferare come è appunto il nostro cuoio capelluto. E’ la femmina a deporre le uova, dette lendini, che si schiudono in un periodo di tempo compreso tra 6 e 12 giorni. Le lendini hanno un colore tendente al bianco e si possono confondere con la forfora, anche se a differenza di quest’ultima hanno una forma sempre ovoidale e aderiscono al capello.

  Pidocchi, contagio

I pidocchi si diffondono, nella maggior parte dei casi, dal contatto diretto con testa e capelli di una persona che già li ha. Altri modi in cui si può essere contagiati sono usare spazzole, pettini, cappelli, sciarpe, lenzuola o asciugamani di persone infestate. Per la facilità della trasmissione da persona a persona è evidente che si è più a rischio in luoghi molto frequentati dove il contatto con gli altri è più stretto e frequente. Dunque asili, scuole, palestre, centri sportivi, ecc.

La prevenzione è un’arma molto efficace anche nei confronti dei pidocchi. Vediamo cosa possiamo fare per evitare la loro comparsa.

Come prevenire i pidocchi

Esistono alcuni gesti che possiamo mettere in pratica con una certa regolarità in modo da prevenire la comparsa dei pidocchi o fare in modo di accorgerci prima della loro presenza avendo dunque la possibilità di eliminarli con più facilità:

  • Controllare periodicamente la testa: è molto importante, soprattutto se si hanno bambini piccoli che frequentano nidi, asili, scuole, attività varie, ecc. che in famiglia si controlli periodicamente la testa. I punti da osservare con maggiore attenzione sono la nuca e le tempie e ricordatevi di farlo sempre in un luogo illuminato con luce diffusa. Se diretta, infatti, la luce potrebbe mimetizzare le uova bianche. Meglio anche procedere al controllo quando i capelli sono bagnati.
  • Aggiungere tea tree oil allo shampoo: alcuni oli essenziali sono utili per tenere lontani i parassiti, tra questi il tea tree oil. Ne basta 1 o 2 gocce da diluire nella dose di shampoo che si utilizza per il lavaggio.
  • Aggiungere olio essenziale di lavanda allo shampoo: chi non ama l’odore forte del tea tree oil può provare ad usare in alternativa l’essenza di lavanda. Il procedimento da seguire è lo stesso. Una ulteriore alternativa è quella di usare olio essenziale di eucalipto.
  • Risciacqui con aceto: un rimedio della nonna sempre valido contro i pidocchi è l’aceto che può aiutare in fase preventiva a patto che si utilizzi per effettuare un risciacquo ogni volta che ci si lava i capelli. Va bene sia aceto bianco che aceto di mele.
  • Spray preventivo: potete preparare uno spray preventivo a base di oli essenziali da applicare su capelli e cuoio capelluto ogni mattina prima di portare i bambini a scuola. Qui la ricetta.
  • Olio di neem: adatto anche alla fase preventiva, quest’olio si può spargere in dosi molto limitate (poche gocce) sul cuoio capelluto. Il suo odore forte terrà lontani i parassiti.
Pidocchi, come eliminarli

Nonostante la prevenzione non siete riusciti ad evitare l’attacco da parte dei pidocchi? Niente paura, invece di correre ad acquistare un prodotto specifico in farmacia, provate prima a sconfiggerli con alcuni efficaci rimedi naturali per la pediculosi oltre che mettendo in atto delle buone pratiche:

  • Eliminare le lendini: per togliere tutte le uova vi tornerà utile un pettine a denti molto fitti da passare più volte e con molta attenzione su tutte le ciocche di capelli partendo dalla radice. Ci vuole un po’ di pazienza ma è essenziale per ottenere i risultati sperati.
  • Aceto bianco e di mele: come in fase di prevenzione anche in caso di pidocchi già conclamati possiamo servirci dell’aceto come rimedio naturale utile a disinfettare ma soprattutto a staccare meglio le uova. Si deve utilizzare dunque in combinazione con il pettine a denti stretti. L’odore sgradevole ai parassiti, poi, eviterà che si ripresentino di nuovo.
  • Olio di oliva: in alternativa all’aceto potete passare il pettine insieme a dell’olio di oliva la cui consistenza vischiosa aiuterà a catturare le lendini e i pidocchi facilitandole l’eliminazione.
  • Olio di neem: questo olio è antiparassitario, spargerne qualche goccia all’attaccatura dei capelli consente di tenere lontani i pidocchi.
  • Infuso di rosmarino: altro rimedio naturale efficace, da associare sempre alla rimozione manuale, è l’infuso a base di rosmarino, preparate dunque una tisana con questa erba aromatica, lasciatela raffreddare e utilizzatela per lavare i capelli facendo attenzione a massaggiarla bene sul cuoio capelluto. Lasciate agire per qualche minuto e poi risciacquate.

Se un componente della famiglia è affetto da pediculosi è bene che anche tutti gli altri siano controllati e provvedano a fare i trattamenti preventivi per evitare il contagio.

Altre regole utili sono:

  • Lavare a 60° pettini e spazzole con acqua calda e sapone.
  • Lavare a 60° federe, lenzuola, asciugamani e altri oggetti in tessuto che sono stati a contatto con la persona infestata.
  • Non scambiarsi con gli altri componenti della famiglia oggetti che sono entrati in contatto con testa e capelli.

Francesca Biagioli

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Spin Cycling Festival: tre giorni per festeggiare i 200 anni della bicicletta

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Published in: Bici

“Aiutare il cambiamento, offrire confronto e informazione sulla mobilità sostenibile, diffondere la cultura della ciclabilità”, la missione della manifestazione, che ha le sue radici a Londra, parla chiaro: una città come Roma che sia in grado di equilibrare la fruizione dei diversi mezzi di trasporto non è altro che una città efficiente e produttiva, oltre ad essere sostenibile è più vivibile.

Spin (uno dei modi di dire “pedalare”) è un festival dove i cittadini potranno, tra le altre cose, conoscere il mondo del cicloturismo e delle bici elettriche, ascoltare i protagonisti dell’attivismo nell’area talk e guardare la programmazione di video e film sulla cultura della bicicletta, e venire a conoscenza di start-up e giovani designer.

La tre giorni è pensata anche per rendere omaggio ai 200 anni (1817-2017) di sua maestà la bicicletta. Per questo sarà esposto il prototipo di bicicletta carenata PulsaR record italiano di velocità, progettata dal Policumbent del Politecnico di Torino e si potranno conoscere fin nei minimi particolari i prodotti di noti marchi internazionali come Brompton, Moustache Bikes, Tokyobike, Giant, Askoll, Specialized, Brooks, Closca e tanti altri.

Il programma dell’area “Spin talk” prevede, tra i tanti incontri, anche con i responsabili del progetto GRAB, il Grande Raccordo Anulare per le Bici, un vero e proprio anello ciclabile intorno al centro della capitale, simile al più celebre Grande raccordo anulare. Un progetto, quello del GRAB, che nasce da un lavoro collettivo coordinato da VeloLove e altre associazioni come Legambiente, Rete Mobilità Nuova, Touring Club Italiano e Parco Regionale dell’Appia Antica.

Sul GRAB puoi leggere anche:

Nello spazio arte, spettacoli teatrali e laboratori insegneranno ai bambini l’educazione stradale e sarà esposta una mostra collettiva dei migliori illustratori nazionali e internazionali che si sono dedicati al mondo della bicicletta, tra cui Riccardo Guasco, Emilio Rubione, Toni Demuro e Roberta Mistretta.

Da non perdere, infine, il Ciclo Club con biblioteca, ciclofficina, bar, proiezioni di video, DJ set e interventi musicali per tutti i cicloamatori.

Qui trovate le informazioni su come arrivare al Guido Reni District, gli orari di apertura e i costi dei ticket.

Germana Carillo

Petit Pli: creati gli abiti che crescono insieme ai bambini

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Published in: Speciale bambini

Ad idearla è stato Ryan Yasin, uno studente della Dyson School of Engineering dell'Imperial College di Londra che ha creato la linea Petit Pli con l'obiettivo di ridurre la produzione di rifiuti legati all'abbigliamento e far risparmiare denaro dei genitori.

Gli indumenti Petit Pli crescono, aumentando anche di sette volte le dimensioni iniziali e sono pensati per adattarsi e crescere insieme ai bambini dai 6 mesi fino ai 3 anni di età.

Un risparmio che potrebbe davvero fare la differenza visto che nei primi anni di vita i bambini crescono molto velocemente e gli abiti che vanno bene per una stagione non potranno più essere utilizzati in futuro.

Ryan ha creato i vestiti usando un tessuto appositamente progettato con una struttura auxetica. Ciò significa che quando il tessuto è allungato, si espande in tutte le direzioni, a differenza della maggior parte dei materiali che tendono ad allungarsi ma in un'unica direzione.

La sua collezione di abiti è dotata anche di un rivestimento impermeabile e antivento, lavabile in lavatrice. Ma non solo. I vestiti così piccoli da stare in una tasca quando non vengono indossati.

Grazie alla sua idea, Ryan ha conquistato il premio James Dyson per la sua nazione, un riconoscimento internazionale di design che celebra, incoraggia e ispira la nuova generazione di ingegneri. Ryan ha portato a casa 2.000 sterline e la possibilità di entrare nella fase internazionale del concorso, per conquistare il premio finale di 30.000 sterline.

“Il premio è un bonus aggiunto, ma so come lo userò. Oltre a sostenere la mia R & S, mi aiuterà a formare un team di esperti interdisciplinari per portare Petit Pli al livello successivo: metterlo nelle mani dei genitori di tutto il mondo portando una differenza tangibile al modo in cui consumiamo risorse nell'industria della moda” ha detto Ryan Yasin.

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In attesa di far indossare ai bambini gli abiti che crescono, possiamo sempre scegliere negozi dell'usato, sia fisici che sul web, per acquistare, vendere o ancora condividere i vestiti che non si utilizzano più e che nella maggior parte dei casi rimangono praticamente nuovi. Ne esistono davvero tantissimi!

Francesca Mancuso

Sulle scogliere di Dover scoperta antichissima polvere di stelle

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Published in: Universo

Un ritrovamento che conferma il fatto che la Terra sia ricca di “materiale” che arriva dall'universo. Altri studi hanno dimostrato che il nostro stesso corpo è fatto di polvere di stelle. Un'idea tanto affascinante quanto reale.

Ma il significato di questa nuova scoperta è che la polvere cosmica fossilizzata potrebbe fornire una nuove informazioni sulle origini del nostro sistema solare.

La polvere cosmica era stata precedentemente trovata in rocce risalenti a 2,7 miliardi di anni. Tuttavia, fino ad ora solo i polimeri cosmici, che erano molto ben conservati, erano stati studiati dai ricercatori. Il nuovo studio invece ha rintracciato polvere cosmica fossilizzata meno ben conservata ma che può essere esaminata in dettaglio, fornendo informazioni su periodi antecedenti.

Martin Suttle, autore principale dello studio per il Dipartimento di Scienze della Terra e Ingegneria dell'Imperial College ha spiegato:

“Le iconiche scogliere bianche di Dover sono un'importante fonte di creature fossilizzate che ci aiutano a determinare i cambiamenti e gli sconvolgimenti che il pianeta ha subito molti milioni di anni fa. È così emozionante perché abbiamo scoperto che la polvere spaziale fossilizzata si trova a fianco a queste creature, e può anche fornire informazioni su ciò che accadeva nel nostro sistema solare in quel momento”.

In precedenza, gli scienziati non sapevano che le scogliere bianche di Dover contenessero polvere cosmica fossilizzata, sebbene fosse stata trovata in altre rocce.

Il motivo per cui era stata trascurata è che il processo di fossilizzazione aveva mascherato la vera identità delle particelle di polvere, perché aveva sostituito il contenuto minerale originale con materiali diversi, mascherando l'identità delle particelle spaziali.

Il team ha stabilito che la polvere cosmica fossilizzata era presente nei campioni di gesso osservando la loro struttura sferica distinta e la forma ad albero di natale del loro contenuto di cristallo.

In termini geologici, le particelle di polvere cosmica incontaminate sono solitamente un record relativamente recente di eventi nel sistema solare. La nuova fonte di polvere cosmica individuata a Dover invece è molto più vecchia e secondo gli scienziati inglesi potrebbe aiutare a comprendere eventi accaduti al di fuori della Terra, come le grandi collisioni tra gli asteroidi, che si sono verificati anche 100 milioni di anni fa.

Secondo i ricercatori, circa il 75 per cento della polvere cosmica che cade sulla Terra contiene cristalli frantumati di olivina. Poiché le particelle di polvere cosmica sono i resti polverizzati di collisioni tra asteroidi e comete nel nostro sistema solare, il contenuto di argilla e quindi il contenuto di acqua di queste rocce spaziali è alto.

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Polvere di stelle, che racconta la storia del nostro quartiere galattico permettendoci di andare indietro nel tempo, alla scoperta del passato del sistema solare.

Francesca Mancuso

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