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In arrivo la cometa verde: spettacolo in cielo ad agosto, visibile a occhio nudo

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Published in: Universo

Generalmente queste comete non sono molto luminose (fino a magnitudo 4, ai limiti della visibilità ad occhio nudo), ma possono aumentare la loro brillantezza improvvisamente regalando a noi sulla Terra degli spettacoli emozionanti.

La cometa C / 2017 S3 è stata scoperta il 23 settembre 2017 sulla cima del vulcano Haleakalā sull’isola di Maui dal telescopio PanSTARRS, che ha il compito di rilevare gli asteroidi vicini alla Terra che minacciano il nostro pianeta. Ma mentre è “impegnato nel suo lavoro principale”, può incappare in scoperte impreviste, come supernove e comete come questa.

“La nube di gas attorno al nucleo della cometa è di circa 4 minuti d’arco – spiega Jäger - Ciò significa che l’atmosfera della cometa è di 260.000 km di diametro, quasi il doppio rispetto al pianeta Giove. Queste dimensioni lo rendono un bersaglio relativamente facile per i telescopi “casalinghi”.

Come spiega l’UAI, attualmente la cometa C / 2017 S3 si sta avvicinando al Sole (il perielio, ovvero il punto di massima vicinanza alla nostra stella, è previsto per il prossimo 15 agosto). Per quasi tutto il mese di luglio si muoverà tra le costellazioni della Giraffa e dell’Auriga e il periodo di massima visibilità è la mattina molto presto (nella mappa il cielo di questa notte, 11 luglio alle 3 circa, con una rappresentazione pittorica del passaggio della cometa).

Ma tutto potrebbe cambiare improvvisamente, perché, come è successo il 2 luglio, la cometa potrebbe esplodere di nuovo, incrementando all’improvviso la sua visibilità, regalandoci la visione di una spettacolare cometa verde in cielo visibile a occhio nudo. Altro che desideri…

Foto: Michael Jäger on July 2, 2018 @ Weißenkirchen Austria via Facebook

Pronti al possibile spettacolo?

Roberta De Carolis

Foto di copertina: Michael Jäger on July 2, 2018 @ Weißenkirchen Austria via Facebook

I meravigliosi campi di girasoli che dipingo d'oro la Valsamoggia

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Published in: Natura & Biodiversità

Non solo Castelluccio, con la sua splendida fioriture delle lenticchie. Anche i dintorni di Bologna offrono meravigliose distese di girasoli che invadono i social: l’azzurro del cielo fa da contorno al giallo trasformando al paesaggio una visione da cartolina.

Non a caso, l’immagine del girasole è spesso icona di movimenti ecologisti e in suo onore c’è addirittura la ‘Giornata Internazionale del Girasole dei Giardinieri di Guerriglia’ (International Sunflower Guerrilla Gardening Day), che si celebra ogni anno il 1 maggio.

Dietro alla nascita del girasole ci sono poi tante leggende, quella più suggestiva è quella di un amore sofferto che potete leggere qui.

La Valsamoggia non è l’unica prescelta, tante altre località dell’Emilia Romagna sono un tripudio di fiori estivi. Inutile dire che i girasoli, come tutti i fiori, non vanno recisi né calpestati. Per osservarli meglio mettevi dalla parte del sole, si sa che 'girano' attorno a lui!

Vi diamo un piccolo assaggio in queste foto di Fabio Nacchio Nastri e quelle di Luca Nastri Nacchio, che sui social sono diventate virali per la loro indiscutibile bellezza (complimenti agli autori!).

Guardate che meraviglia a Valsamoggia e non solo:

Foto di Luca Nastri Nacchio:

   

Foto di Fabio Nacchio Nastri:

   

 

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Dominella Trunfio

Listeria: come consumare in sicurezza i surgelati

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Published in: Allerte alimentari

Nessun allarmismo dunque. La cottura, nel caso della Listeria, inattiva il batterio. A rassicurare è stato anche il Ministero della salute, secondo cui in linea di massima il consumatore deve verificare sulla confezione che ha in casa il marchio, il nome del produttore e i lotti di produzione ed evitare di consumare i prodotti richiamati, riportandoli al punto vendita.

"La Listeria è un batterio resistente alle basse temperature e provoca tossinfezioni alimentari. Comunque viene inattivato con la cottura. Al momento non risultano focolai di infezione in Italia e i richiami dei prodotti sono effettuati in via precauzionale" si legge nel comunicato ufficiale.

Anche Coldiretti invita alla calma ricordando che si tratta comunque di misure precauzionali adottate in Italia e in altri Paesi europei:

"Occorre evitare pericolosi allarmismi in un situazione in cui gli italiani hanno consumato 402,5 milioni di chili di vegetali surgelati nel 2017 con un aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, dovuto proprio alla crescita a tavola dei vegetali naturali e in particolare delle zuppe, dei passati e dei minestroni".

L'origine della contaminazione da Listeria

L’azienda belga Greenyard ha fatto sapere che alcuni suoi prodotti, facenti capo a uno stabilimento in Ungheria, sarebbero contaminati dal batterio della Listeria. Le verdure sono finite anche in alcuni minestroni Findus e nei prodotti surgelati a marchio Freshona dei punti vendita Lidl della sola Sicilia.

Tuttavia l'allerta riguarda numerosi paesi europei, riforniti da Greenyard. Per questo la notizia ha fatto molto scalpore, trattandosi di un richiamo che coinvolge numerosi stati.

Etichette estese a tutti gli alimenti

Secondo Coldiretti, è difficile rintracciare rapidamente i prodotti a rischio per toglierli dal commercio. E questo, sì, che è un problema! Questa allerta alimentare, infatti, ha fatto emergere l'importanza della tracciabilità degli ingredienti dei prodotti in vendita sugli scaffali dei supermercati.

"L’esperienza di questi anni dimostra l’importanza di una informazione corretta con l’obbligo di indicare in indicare in etichetta l’origine dei prodotti che va esteso a tutti gli alimenti ma anche la necessità di togliere il segreto sui flussi commerciali con l’indicazione pubblica delle aziende che importano i prodotti dall’estero per consentire interventi rapidi e mirati".

Nuovi prodotti ritirati

Intanto ieri sul sito del Ministero della salute è apparso un nuovo richiamo, sempre legato allo stesso filone. Si tratta del mix di verdure Pinguin da 2,5 kg prodotto da Greenyard presso lo stabilimento di Nagy István, a Baja, in Ungheria. Il lotto di produzione è il n° W171583 8G con data di scadenza 06-07-2019.

Cosa possiamo fare?

Prima di tutto cuocere le verdure surgelate (e trattandosi di minestroni and co, il problema non dovrebbe sussitere). Ma soprattutto il nostro consiglio è quello di preferire sempre alimenti freschi, di acquistarli presso il contadino di fiducia e di prepararli da soli invece di acquistare prodotti surgelati. In caso contrario, ribadiamo, è buona norma cuocerli sempre per evitare i rischi legati alla listeria e ad altre contaminazioni batteriche.

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Francesca Mancuso

Kumihimo: come creare braccialetti fai da te con la tecnica gipponese dei dischi

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Published in: Eco fai-da-te

Cos’è il kumihimo? Si tratta di un’antichissima tecnica giapponese utilizzata per creare intrecci (cordini) che servivano per decorare i kimoni o le armature dei samurai. Tradizionalmente, il kumihimo veniva eseguito con l’aiuto di un telaio in legno chiamato “marudai” sul quale venivano disposti i fili da intrecciare (tenuti fermi da una serie di piccoli pesi). Negli ultimi anni questa tecnica, diventata ormai un trend nei paesi occidentali, viene messa in pratica per realizzare braccialetti oppure collane fai-da-te.

Oggi per praticità, si utilizza un disco flessibile costruito con diversi materiali e caratterizzato da scanalature presenti lungo tutta la sua circoferenza. Nei negozi di fai-da-te o online è possibile acquistare kit già pronti contenenti sia la base che i fili, che gli schemi, ma con delle semplici mosse, è possibile preparare il disco per il kumihimo in maniera artigianale con i materiali facilmente reperibili in casa.

Come realizzare il disco per kumihimo

E' possibile creare il disco da utilizzare con diversi materiali, molti dei quali provenienti dal riciclo. Vecchi cartoni o polistirolo degli imballaggi, gommapiuma, ma anche legno per un risultato più duraturo. Anche la forma può variare: circolare, ma anche quadrata o ottagonale, l'importante è rispettare la distanza tra le scanalature.

Materiali per il marudai:
  • Cartone: materiale di facile reperibilità e soprattutto molto economico! E’ preferibile prenderne uno piuttosto robusto così da rendere il disco più resistente. 
  • Polistirolo: anche questo è molto economico. Se non volete comprarlo, potete riciclare ad esempio i vassoietti alimentari in cui vengono conservate le carni, verdure, affettati, ecc. Ovviamente dovete tagliare i bordi e servirvi della base.
  • Vecchi CD: basterà intagliare le scalanature (sempre multipli di 8) con un taglierino alla giusta distanza.
  • Gommapiuma spessa: in poche parole, quella utilizzata per le imbottiture dei divani. Non è costosissima ma sicuramente meno economica rispetto ai materiali precedenti.
  • Legno: in legno è sicuramente la struttura più duratura e più simile ai telai utilizzati nel passato. Oltre al disco, spesso hanno anche quattro pilastri e una base. Si possono realizzare facilmente se si ha dimestichezza con il bricolage (qui trovate diverse idee) o, se ci si appassiona, acquistarlo già fatto da vari artigiani o utilizzare anche un vecchio sgabello forandolo al centro

Per le realizzazioni più complesse e a più fili è consigliato legare a ciascuno spago un piccolo peso per rendere più agevole l'intreccio.

Procedimento per la realizzazione del disco
  1. Ritagliate un disco avente un diametro di circa 10 – 15 cm.
  2. Ritagliate al centro un altro foro di circa 2 – 4 cm di diametro. Mi raccomando non fate un foro troppo piccolo perché questo vi impedirà di creare cordini grandi o di infilare, ad esempio, delle perle per abbellire il vostro braccialetto o collana.
  3. Praticate sulla parte esterna del disco 32 tacche equidistanti tra loro e profonde circa 1 cm. I tagli delle tacche devono essere sottilissimi perchè il loro scopo è tenere fermi i fili durante la lavorazione. Come fare a dividere il disco in 32 parti uguali? Potete aiutarvi con un goniometro oppure con un foglio di carta. Su quest’ultimo riproducete la sagoma del vostro disco e ritagliatela. Piegatela poi a metà, ottenendo due semicerchi (o 2 spicchi). Successivamente, piegatela di nuovo a metà portando un angolo sull’altro (4 spicchi) e così vià fino ad ottenere 32 spicchi totali. A questo punto riaprite il cerchio di carta, sovrapponetelo sul disco kumihimo ed usate le piegature come riferimento per il posizionamento delle tacche. Per braccialetti meno complessi è possibile anche realizzare meno "tacche", basta che si tratti di un multiplo di 8.

  4. Numerate le tacche da 1 a 32 ed evidenziate le posizioni 8, 16, 24 e 32. Potete marcare questi numeri oppure disegnarci vicino dei pallini, stelline, cuori...insomma quello che preferite!

Tecnica del kumihimo


Il kumihimo viene realizzato con un numero variabile di fili eseguendo una serie di movimenti. L’intreccio più semplice si realizza con 4 fili ma, una volta acquisita una certa esperienza, potrete cimentarvi in intrecci più complessi utilizzando anche oltre i 20 fili. Si può utilizzare qualsiasi tipo di filo: lana, seta, cotone, cordino cerato, ecc.

A seconda poi dello schema d’intreccio, dei movimenti e di come sono stati disposti i fili inizialmente, potrete ottenere braccialetti e collane di maglie differenti. Sono tanti i video e i tutorial che si trovano online per realizzare bracciali o collane con differenti pattern anche in base al numero di fili utilizzati (e di scanalature). Esistono anche libri con schemi, pattern e spiegazioni passo passo
Non vi resta che provare e dare sfogo alla vostra fantasia e creatività!

Roberta Petruccini

Vetro, cemento e metallo: spunta l'ecomostro davanti al Castello di Federico II a Siracusa

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Published in: Ambiente

La denuncia arriva da Italia Nostra perché in questi giorni sta davanti al federiciano Castello Maniace, sta sorgendo un ecomostro: una struttura di metallo e vetro con ancoraggio in cemento armato per ospitare un bar-ristorante.

“Italia Nostra ancora una volta si trova a contrastare chi non vede l’ora di sfregiare un sito Unesco alla ricerca di facile notorietà, sotto l’egida dei politici locali insensibili al valore culturale della nostra storia”, scrive l’associazione e continua:”I difensori della struttura assicurano che, in fondo, è sempre meglio dei tendoni e palchi che d’estate, negli anni precedenti, occupavano l’area e che si tratta pur sempre di un manufatto temporaneo, facilmente amovibile”.

Ma secondo Italia Nostra le cose non stanno esattamente così le foto testimoniamo che “si è scavato con le ruspe per creare gli allacci della struttura e si è fatta una platea di cemento armato per ancorarvi sopra un manufatto che di temporaneo non ha nulla”.

L’intervento infatti costa 267mila euro e il demanio di Stato ha concesso per 12 anni ad un privato l’utilizzo di 1500m2 circa della spianata con l’idea che così si valorizzerebbe la piazza finalmente aperta al pubblico.

Italia Nostra contesta “la necessità di costruire un nuovo edificio sulla spianata per ospitare un caffetteria, quando all’interno della Caserma Abela e nella ex biglietteria della Soprintendenza esistono già spazi che potrebbero essere usati a tal fine”.

E ancora contesta, il costo irrisorio pagato dal privato concessionario “solo 3 euro al metro quadro mentre l’utilizzo del suolo pubblico comunale costa in media 34 euro, clamoroso esempio di svendita dei “gioielli di famiglia” ai privati”.

Se prima, entrando nella Piazza d’Armi, si aveva davanti agli occhi il mare del Porto Grande e la lettura della splendida posizione Castello, la situazione adesso cambierà.

“D’ora in poi quel che prima è stato non sarà più, con buona pace della Soprintendenza che negli anni passati ha fatto demolire i magazzini della Caserma perché ostruivano la vista del mare e ora approva un progetto che, contraddicendo i principi basilari della fruizione dei beni culturali e paesaggistici, ripropone l'ostacolo precedentemente rimosso in versione "terzo millennio".

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Dominella Trunfio

Salsa tahina, come preparare la crema orientale ai semi di sesamo

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Published in: Ricette

La sua consistenza è simile a quella di un paté e si prepara con solo due ingredienti: semi di sesamo e olio extravergine di oliva. Dopo aver, infatti, tostato in padella il sesamo, questo viene poi lavorato al mortaio per non alterarne le proprietà, o, se si preferisce, in un robot da cucina, e amalgato suggessivamente con un po' d'olio.

Una volta pronta, la salsa tahina si conserverà per diversi giorni e potrete utilizzarla anche per condire delle fette di pane bruscato o delle insalate.

Ingredienti googletag.cmd.push(function() { googletag.display('div-gpt-ad-1498149132762-1'); });
  • Tempo Preparazione:
    20 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    -
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 100 gr di salsa tahina
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare la salsa tahina: procedimento

 

  • Mettere in una padella antiaderente i semi di sesamo e tostarli a fuoco moderato per qualche minuto avendo cura di smuoverli di sovente in modo da non bruciarli,
  • a cottura ultimata metterli a raffreddare in una ciotolina.
  • Quando i semi di sesamo saranno del tutto freddi lavorarli un po' alla volta di un mortaio in modo così da iniziare a sfarinarli,
  • a seguire trasferirli in un robot da cucina, aggiungere l'olio e terminare di triturare fin quando non si otterrà un composto dalla consistenza cremosa,
  • a questo punto il burro di sesamo potrà essere utilizzato anche subito.
Come conservare la salsa tahina:

Una volta pronta, la salsa tahina dovrà essere riposta in frigorifero e dovrà essere consumata entro qualche giorno.

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Ilaria Zizza

Facciamo riaprire il centro di recupero delle tartarughe marine di Linosa (PETIZIONE)

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Published in: Animali

Porte sbarrate e la spiaggia, luogo ideale per la nidificazione, adesso viene monitorata solo da volontari e non da personale specializzato nella raccolta dei dati su questi splendidi animali gravemente minacciati da un’innumerevole serie di pericoli generati direttamente o indirettamente dall’uomo.

Ma l’esperienza felice di Linosa, da sempre isola amata dalle tartarughe, non può finire così, soprattutto per chi nel lontano 1994, ha fondato un’associazione, la Hydrosphera, che ha riunito biologi, naturalisti veterinari ed appassionati della natura con l’unico obiettivo di preservarle.

Il Centro di Recupero Tartarughe Marine di Linosa nasce nel 1995, è un ambulatorio dove vengono fornite cure immediate alle tartarughe in difficoltà e una volta guarite, sono rimesse in libertà. Di contorno c’è tutto un lavoro di monitoraggio dei siti di nidificazione.

Insomma una realtà virtuosa nata dal basso in cui Stefano Nannarelli c’ha messo risorse, tempo e passione (compresa la ricostruzione dopo l'incendio . Oggi assieme ad Alessandra De Lucia, il team e la comunità di Linosa, non riesce a capacitarsi del perché le cose abbiano preso questa direzione.

Perché il Centro di Recupero Tartarughe Marine di Linosa ha chiuso?

“Il centro, tranne un breve periodo, è sempre stato gestito da Hydrosphera che ha messo a disposizione risorse umane e finanziarie, senza mai chiedere nulla in cambio. Ma la struttura di fatto era in comodato d’uso al Dipartimento Conservazione Natura del CTS, un’associazione ambientalista che però già dalla fine dello scorso anno, ha deciso di non rinnovare il proprio impegno per motivi che non conosciamo”, spiega Nannarelli a greenMe.it.

Hydrosphera decide quindi di candidarsi inviando al sindaco Salvatore Martello, una serie di richieste di collaborazione via pec. Iniziano mesi e mesi di tentata comunicazione con l’amministrazione comunale.

“Abbiamo cercato più volte di comunicare con il Sindaco, sempre con una certa difficoltà. Siamo riusciti ad avere tre incontri, purtroppo sempre molto veloci, uno ad agosto 2017 e gli altri due a gennaio 2018, nei quali abbiamo espresso la nostra volontà di continuare a gestire il Centro, dichiarando in ogni circostanza la nostra apertura ad ogni forma di collaborazione con l’Amministrazione e/o con l’Area Marina Protetta. Lo abbiamo confermato anche formalmente al Sindaco, attraverso tre pec inviate tra dicembre e febbraio”, continua il presidente. 

Hydrosphera riceve risposta una sola volta, ma i contenuti della mail non sono attinenti alle richieste fatte. Il paradosso è che l’associazione è disposta a gestire il Centro gratuitamente e quindi, senza alcun onere per l’amministrazione comunale. Intenti poi ribaditi anche in sede di Consiglio comunale.

“Il Sindaco, in tutto l’arco temporale che è intercorso dal primo incontro di agosto e sino ad adesso, non ha mai espresso né una parola chiara e certa sulla sua disponibilità ad intavolare una discussione, né tantomeno a realizzare un atto formale che ci desse un minimo di garanzia”, continua Nannarelli.

Il risultato? Che nonostante ci fosse la disponibilità di un'associazione di esperti pronta a tenere in piedi il Centro, la struttura ha chiuso e per le tartarughe sempre più soffocate da plastica e rifiuti, non c'è più un ambulatorio di cura. 

Adesso rimangono gli interrogativi

"Sono molte le cose che ci sfuggono, in questa vicenda. In primis, ovviamente, perché voler sostituire un gruppo come il nostro, con 25 anni di storia ed esperienza a Linosa? Perché non prendere neanche in considerazione una risorsa competente e radicata sul territorio, peraltro gratuita? Quale era l’obiettivo? Quale era l’alternativa a noi? Poteva senza timore di smentita garantire risultati superiori? In sintesi, quali avrebbero dovuto essere i vantaggi della nostra sostituzione, e per chi? Per le tartarughe? Fino ad ora certamente no. Staremo poi a vedere. Per l’isola? Ne dubitiamo", chiosa Nannarelli.

Domande legittime che si pone anche il Comitato cittadino di Linosa che più volte, pubblicamente, ha sostenuto l’associazione chiedendo direttamente all’amministrazione di affidare il Centro a chi ha tutte le competenze del caso e a chi da anni, grazie a uno straordinario lavoro, non solo ha salvato tantissime tartarughe, ma ha contribuito a fare di Linosa un luogo turistico.

“Non abbiamo la presunzione di ritenerci i migliori del mondo, pur avendo consapevolezza del nostro valore e della nostra esperienza, ma da chi vuole cambiare ci si aspetterebbe almeno un programma strutturato e ben illustrato, possibilmente avvalorato dal reperimento di risorse professionali migliori nella gestione delle attività di campo, un programma che motivasse chiaramente l’esclusione di un gruppo titolato, esperto e voluto dalla cittadinanza, spiegandone i vantaggi. Per quel che ci risulta, niente di tutto questo è accaduto”, spiega Nannarelli.

Il punto però è anche un altro. Anche senza il Centro, l’associazione avrebbe voluto continuare almeno il lavoro sulla spiaggia, iniziato nel 1994.

“Abbiamo avuto, il 15 maggio, le autorizzazioni ministeriali, ma apprendiamo dai social che si chiede a volontari di segnalare tracce di nidi di tartarughe. Una cosa che ha dell’assurdo. Ricordiamo che nel biennio in cui non ci siamo stati i risultati non sono stati esattamente lusinghieri: nessuna femmina nidificante marcata, un solo nido trovato e neanche una tartarughina nata”.

Cosa puoi fare tu: PETIZIONE

Da anni, la nostra testata segue e appoggia lo straordinario lavoro del Centro di Linosa, per questo motivo la chiusura di una struttura così importante non può e non deve passare inosservata. Siamo convinti che la voce di un singolo cittadino può fare poco, ma se uniamo le nostre forze, forse possiamo cambiare il corso delle cose.

Per questo greenMe.it lancia una petizione per chiedere al sindaco di Linosa la riapertura del Centro e di affidarne la gestione all'associazione Hydrosphera. che da 25 anni ha a cuore la sorte delle tartarughe marine.

Ecco il testo della petizione lanciata su Change.org: Al Sindaco di Linosa Salvatore Martello,

Il Centro Recupero Tartarughe Marine di Linosa fondato nel 1995 dall’associazione Hydrosphera (HDS), è chiuso e la spiaggia non è monitorata dallo scorso gennaio, se non da volontari reclutati al momento.

Le tartarughe, quindi, sono in pericolo. La tutela e la salvaguardia dei nidi, infatti, deve essere svolta da personale competente, che sappia bene come mettere in sicurezza l’area e le uova stesse, creando le condizioni idonee alla deposizione da parte delle femmine. Inoltre, gli animali trovati in difficoltà in mare al momento, restano sprovvisti di una struttura di cura e ricovero.

HDS, i cui membri hanno titoli ed esperienza ultraventennale, appoggiata anche dal Comitato cittadino 'Magnifica comunità di Linosa', che in più occasioni ha spiegato pubblicamente l’importanza di questa associazione anche per l’economia dell’isola, si è proposta più volte al Sindaco per continuare le attività del Centro, peraltro senza oneri per l’amministrazione, ma ad oggi purtroppo, inutilmente.

Non possiamo rimanere indifferenti. Chiediamo la riapertura del Centro con la gestione dell’associazione Hydrosphera, che oltre ad essere fondatrice della struttura, da ben 25 anni si occupa con competenza delle tartarughe, apportando benefici in termini di visibilità e turismo anche all’intera comunità di Linosa. Dimostrazione ne è il fatto che, in passato, quando l’associazione per motivi non dipesi dalla propria volontà, non aveva partecipato alle attività del centro, fu trovato un unico nido e nessuna tartaruga nata.

Al contrario, con la ripresa, sono stati trovati 6 nidi e sono nati oltre 500 esemplari di Caretta caretta. Perché salvaguardia delle tartarughe non si può improvvisare.

PER FIRMARE LA PETIZIONE CLICCA QUI

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Dominella Trunfio

Lo stato indiano completamente senza pesticidi, divenuto modello mondiale

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Published in: Agricoltura

Al confine con Nepal, Tibet e Bhutan, lo stato da 15 anni ha vietato l'uso dei pesticidi, facendo letteralmente rifiorire il turismo e la fauna selvatica. Il piccolo stato indiano nel 2003 lanciò un esperimento radicale: i suoi leader, guidati dal primo ministro, Pawan Kumar Chamling, decisero di eliminare gradualmente i pesticidi in ogni azienda agricola dello stato, una mossa senza precedenti in Indi, e probabilmente nel mondo.

Un cambiamento rivoluzionario e importante per l'India, un paese i cui progressi nell'agricoltura sono stati guidati da un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi per incrementare rapidamente la produzione di cibo in tutto il paese, riducendo la dipendenza dagli aiuti esteri.

Anche se finalizzato a ridurre le carestie, l'uso indiscriminato di pesticidi negli anni 70-80 si è fatto presto sentire, sotto forma di un picco nei livelli di cancro nelle aree agricole industriali ma anche fiumi inquinati e suolo sterile.

I residui di pesticidi - inclusi quelli di alcuni prodotti chimici vietati in altri paesi - stavano contaminando pesce, verdure e riso. Preoccupati dalla situazione, i leader politici del Sikkim capirono che non si poteva più continuare in quel modo e occorreva un cambiamento di rotta. Decisero così di affidarsi all'agricoltura biologica.

Oggi, a distanza di 15 anni, questo stato himalayano avvolto dalle nuvole sta raccogliendo tanti frutti. Negli anni successivi al passaggio al biologico, il Sikkim ha bandito pesticidi e fertilizzanti chimici, aiutato gli agricoltori a certificare circa 760mila ettari di terreni agricoli come biologici e dal 1° aprile ha vietato l'importazione di molte verdure non organiche provenienti da altri stati.

La transizione non sempre è stata facile: alcuni agricoltori si sono lamentati del calo dei raccolti e dello scarso sostegno del governo ma la salute generale è notevolmente migliorata.

“Questo è un grande momento per l'India”, ha detto Radha Mohan Singh, ministro dell'agricoltura.

La domanda di alimenti biologici è elevata in India e in rapida crescita. La preoccupazione per i pesticidi e il desiderio di cibo privo di sostanze chimiche stanno alimentando un mercato che sta crescendo del 25% all'anno, più del 16% a livello mondiale, secondo un recente studio delle Camere di commercio e industria dell'India. Il mercato del paese per i prodotti biologici confezionati ha raggiunto quasi gli 8 milioni di dollari si prevede che raggiungerà i 12 milioni entro il 2020.

E il merito è anche del primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, che ha creduto in questa rivoluzione divenendone il principale motore.

“Quando abbiamo deciso di dedicarci all'agricoltura biologica nel Sikkim, abbiamo affrontato tante sfide. Agricoltori o coltivatori non avevano idea di cosa fosse l'agricoltura biologica, quindi l'educazione era la nostra prima priorità. Lentamente, le persone hanno cominciato a capirci e a sostenerci”.

Ma l'ordine esecutivo a marzo di vietare l'importazione di prodotti non biologici dagli Stati vicini ha gettato lo stato in tumulto, con prezzi a volte triplicati nei mercati e i commercianti in rivolta.

Lo stato ha anche vietato l'uso di oggetti in plastica e le bancarelle lungo le strade utilizzano piatti modellati dalle foglie. La transizione, che ha richiesto più di un decennio, non è stata facile.

Ad aprile, i funzionari statali hanno aperto due mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente ai consumatori e hanno aggiunto più di due dozzine di veicoli di trasporto per aiutarli a spostare più facilmente le merci.

La scelta di puntare sul biologico ha fatto bene anche al turismo che ha subito un'impennata, soprattutto con gli eco-tour e le vacanze in fattorie e campagne. Tra il 2016 e il 2017 il settore ha contribuito al prodotto interno lordo dello Stato passando dal 5% all'8%.

Il consumo di soli prodotti biologici ha generato benefici per la salute dei Sikkimesi, che ricevono cibo più nutriente, ha “ringiovanito” il suolo, salvaguardato la fauna e le popolazioni di api, minacciate dai pesticidi.

Un piccolo paradiso nel cuore delle montagne che dovrebbe essere considerato come esempio in tutto il mondo.

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Francesca Mancuso

Foto cover: Wikimedia

Educare alla felicità: il Dalai Lama dà il via al Happiness Curriculum

BuoneNotizie.it -

Il dipartimento di educazione del governo di Delhi ha ideato una nuova offerta formativa per le scuole della capitale indiana. Il nuovo piano di studi, denominato Happiness Curriculum, pone attenzione sull’importanza del benessere psicologico degli studenti già dalla giovane età, portando la meditazione e la filosofia morale nelle scuole.

Il progetto, presentato al pubblico lo scorso 7 luglio dal Dalai Lama Tenzin Gyatso, andrà a coinvolgere più di 800.000 bambini a partire dagli asili nido fino all’ottava classe (corrispondente alla nostra terza media). Lo scopo è quello di formare futuri cittadini pronti al servizio della società e individui felici che andranno a trasmettere sapere ed esperienza alle future generazioni, portando al progredimento del paese.

Il progetto vuole inoltre portare l’attenzione sull’importanza del benessere della mente, spesso messo in secondo piano rispetto al benessere fisico. “Bambini felici saranno più disposti a imparare è sarà in questo modo che raggiungeranno il loro massimo potenziale” – ha scritto il vice primo ministro di Delhi Manish Sisodia su Twitter.

“Lo scopo dell’educazione non è solamente quello di ottenere voti alti. Il Sistema Scolastico necessita di produrre cittadini più felici, più sicuri e più consapevoli. Saranno questi cittadini a creare la società del futuro”. Queste le parole di Sisodia che questo 7 luglio ha presentato con il Dalai Lama il progetto al pubblico. Sisodia ha inoltre visitato in precedenza l’Harvard University, dove un corso di felicità è già stato messo in atto.

A fronte del nuovo piano di studi, insegnati e educatori verranno preparati per un periodo di sei mesi durante i quali impareranno come guidare gli studenti attraverso il progetto. Il curriculum includerà una meditazione giornaliera di 5 minuti prima delle lezioni (happiness period), educazione morale e classi di esercizio per la mente, nonché momenti in cui gli studenti verranno spronati e impareranno a condividere i propri sentimenti senza il peso dello studio e delle aspettative delle famiglie.

Formalmente non vi saranno né libri, né esami, solamente un censimento della felicità attraverso il quale si misureranno i progressi dei bambini verso un migliorato benessere mentale. L’India è infatti al momento 133esima su 155 paesi nell’Indice Mondiale della Felicità (l’Italia è al 47° posto) e il governo spera di andare a cambiare ciò lavorando con i giovani, costruendo generazioni future più felici.

“Ciò che sta iniziando nelle scuole di Delhi può avere un impatto in tutto il mondo” – ha dichiarato il Dalai Lama durante la sua presentazione – “E’ ciò che serve per prevalere sulle emozioni distruttive che ora troviamo nel nostro mondo”.

“Mentre molte persone pensano che la materialità sia la principale fonte di felicità, lo è invece la pace della mente. La rabbia, l’odio, l’ansia e la paura sono ciò che la distruggono, e la gentilezza è l’unico modo per contrastarle. Attraverso un’appropriata educazione possiamo imparare ad affrontare queste emozioni”. Queste le parole del Dalai Lama su come raggiungere una felicità duratura.

Asia Jane Leigh

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Castelluccio esplode di colori: è una delle fioriture più belle degli ultimi 10 anni

GreenMe -

Published in: Umbria

Le distese di terra a due passi da Norcia sono un manto di colori, un mix che fa vibrare il cuore se si ha la fortuna di vederlo da vivo. Non sarò un caso se domenica 8 luglio oltre 10mila persone siano accorse ad ammirare lo spettacolo di colori che Castelluccio offre ogni anno nel mese di luglio.

Il rosso dei papaveri, il blu dei fiordalisi, l'azzurro della lenticchia hanno colorato gli immensi campi.

“Riteniamo che ieri siano arrivati a Castelluccio oltre 10 mila visitatori, onestamente non mi pare di averne mai visti così tanti in un solo giorno” dice Gianni Coccia, presidente della coop dei coltivatori della lenticchia, gli artefici dell’esplosione di colori del Pian Grande.

Una domenica da incorniciare quella vissuta dalla frazione terremotata di Norcia, che dopo il sisma sta cercando di rialzare la testa. E lo hanno fatto i suoi abitanti accogliendo i tantissimi visitatori accorsi ad ammirare la tavolozza dei colori di Madre Natura, sapientemente utilizzata dai coltivatori della lenticchia Igp, con l'aiuto

“delle piogge che hanno dato intensità al rosso dei papaveri, che ora è predominante, ma inizia a farsi strada anche l’azzurro dei fiordalisi: da anni la fioritura non era così bella” prosegue Coccia.

Il web pullula di immagini bellissime, che trasmettono più di quanto le parole possano raccontare.

       

Foto: Nazzareno Polini

       

Foto: Emanuele Pitto Agostini

Passeggiando tra i sentieri di Castelluccio di Norcia è possibile imbattersi in narcisi, violette, ranuncoli, papaveri, genzianelle, asfodeli, viola Eugeniae, trifogli, acetoselle e tanti altri fiori colorati, che tingono Pian Grande e il Pian Perduto.

Foto: Bruno Ciuffatelli

 

Se avete la fortuna di ammirare dal vivo la fioritura di Castelluccio di Norcia, ricordate di camminare lungo i solchi in modo da non danneggiare i raccolti.

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Francesca Mancuso

Sprechi e consumi di pesce sono insostenibili, 1 su 3 non arriva nel piatto. Parola dell'Onu

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A rivelarlo è il nuovo rapporto “SOFIA” della FAO, che ha evidenziato il drammatico stato di sfruttamento in cui versano i nostri mari. Un pesce su tre catturato in tutto il mondo non arriva mai al piatto, gettato in mare o marcito prima che possa essere mangiato, secondo la Fao.

Nel suo rapporto semestrale sullo stato delle risorse ittiche del mondo, la Food and Agriculture Organization of the United Nations mostra anche che la produzione ittica totale ha raggiunto il livello record grazie a una maggiore piscicoltura, in particolare in Cina, con oltre la metà del pesce consumato al mondo proveniente dall'acquacoltura. Al contrario, la quantità di pesce selvatico catturato è cambiata dalla fine degli anni '80 e un terzo delle specie ittiche commerciali è sovrasfruttato. 

L'Europa consuma troppo e dipende dalle importazioni

Da ora e per tutto il resto dell’anno, l’Europa dipenderà dalle importazioni di pesce, crostacei e molluschi per soddisfare la richiesta dei consumatori. Sulle nostre tavole e in quelle di tutta Europa c’è più pesce di quanto se ne possa pescare nei nostri mari o allevare nei nostri impianti di acquacoltura. Oltre metà della domanda del Vecchio Continente è ‘soddisfatta’ dal resto degli oceani, soprattutto dai paesi in via di sviluppo.

E in Italia? Nonostante il nostro paese si affacci quasi interamente sul mare, nei primi tre mesi del 2018 ha già consumato l’equivalente dell’intera produzione ittica annuale nazionale. Simbolicamente, dal 6 aprile in poi stiamo consumando solo pesce importato, soprattutto dai paesi in via di sviluppo.

Se si guarda ai consumi pro capite, l’Italia si trova all’ottavo posto in Europa: gli italiani consumano in media 28,9 kg l’anno. Prima di noi, Portogallo (55,3 kg), Spagna (46,2 kg), Lituania (44,7 kg), Francia (34,4 kg), Svezia (33,2 kg), Lussemburgo (33,1 kg) e Malta(32 kg). I primi 5 paesi consumano da soli un terzo di tutto il pesce pescato e allevato in Europa, mentre la media per ogni cittadino europeo è di 22,7 kg di pesce l’anno. Secondo la Commissione Europea, il 41% degli stock ittici analizzati nell'Atlantico sono sfruttati eccessivamente. Questa percentuale sale all’88% se si guarda a quelli del Mediterraneo.

Eppure ci sono degli esempio virtuosi in Europa, ossia una serie di paesi “autonomi”, in grado di pescare e produrre la stessa quantità di pesce consumata, a volte anche di più rispetto al fabbisogno. Sono: la Croazia, i Paesi Bassi, l’Estonia e l’Irlanda.

Sovrapesca: il Fish Dependence Day

La Giornata in cui ricorre il Fish Dependence Day, è diversa per ogni Paese differente: il 17 gennaio l’Austria, il 15 febbraio la Slovenia, il 18 febbraio la Slovacchia, il 22 febbraio il Belgio, il 29 febbraio la Romania, il 6 aprile l’Italia, il 30 aprile la Lituania, il 4 maggio la Germania, il 5 maggio il Portogallo, il 26 maggio la Spagna.

E nel mondo?

Nonostante l’incremento annuale del consumo di pesce a livello globale (3,2%) abbia superato la crescita della popolazione (1,6%), più di 800 milioni di persone dipendono da questa risorsa per la propria sopravvivenza, come fonte di cibo, guadagno e sostegno.

“Dal 1961 la crescita annuale globale del consumo di pesce è stata il doppio della crescita demografica, dimostrando che il settore della pesca e dell'acquacoltura è fondamentale per raggiungere l'obiettivo della FAO di un mondo senza fame e malnutrizione” ha detto José Graziano da Silva, direttore generale della FAO.

Secondo l'analisi, la produzione ittica globale ha raggiunto un picco di circa 171 milioni di tonnellate nel 2016, con l'acquacoltura che rappresenta il 47%, responsabile della continua crescita della fornitura di pesce per il consumo umano.

La produzione globale di pesca per cattura totale è stata di 90,9 milioni di tonnellate nel 2016, in lieve diminuzione rispetto ai due anni precedenti. La cattura totale mondiale è stata di 81,2 milioni di tonnellate nel 2015 e di 79,3 milioni di tonnellate nel 2016.

La diminuzione delle catture ha colpito il 64% dei 25 principali paesi produttori (Cina, Indonesia, Stati Uniti d'America, Federazione russa, Perù, India, Giappone, Vietnam, Norvegia, Filippine, Malesia, Cile, Marocco, Repubblica di Corea, Thailandia, Messico , Myanmar, Islanda, Spagna, Canada, Taiwan, Provincia della Cina, Argentina, Ecuador, Regno Unito, Danimarca), ma solo il 37% dei restanti 170 paesi.

Va detto anche che negli ultimi 20 anni, il problema globale della sovrapesca è aumentato drammaticamente e la situazione è resa ancora più grave dalla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata.

Fish farm: l'orrore dell'acquacoltura

Per non parlare degli allevamenti. Rivela la Fao che quasi la metà di tutti i pesci consumati nel mondo ogni anno, vengono allevati. 

I pesci d'allevamento trascorrono tutta la loro vita in recinti ristretti, sporchi e molti soffrono di infezioni, parassiti, malattie e lesioni debilitanti.

In 3 mesi, l’Italia ha mangiato tutta la produzione ittica annuale nazionale

“In poco più di 3 mesi, l’Italia ha consumato l’equivalente dell’intera produzione ittica annuale nazionale e la restante parte dell’anno dipenderà dalle importazioni di pesce, soprattutto dai paesi in via di sviluppo. E’ nostro dovere gestire gli oceani con più attenzione se vogliamo che il pesce continui a nutrire le generazioni future: oggi assistiamo ad una inversione di paradigma, il settore ittico è in crisi, i pescatori diminuiscono ma non lo sforzo di pesca. Significa che si pesca meno ma peggio”, ha detto la presidente di WWF Italia, Donatella Bianchi che aggiunge: “Il Fish Dependence Day europeo è arrivato un mese prima rispetto a quanto accadeva nell’anno 2000: fino a trent’anni fa l’Europa riusciva a soddisfare la propria domanda interna con pesca e allevamento locali fino a settembre o ottobre. Dobbiamo modificare le politiche globali, la richiesta e il consumo, in una direzione sostenibile, se non vogliamo esaurire il pesce rimasto a disposizione”.

Per leggere il dossier completo clicca qui

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Francesca Mancuso

Sparare a lupi e orsi? Non si può! Il ministro Costa impugnerà i decreti di Bolzano e Trento

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Le leggi violano il principio costituzionale e il ministro Costa promette che per le specie protette a livello europeo non ci sarà nessun abbattimento forzato perché la competenza sulla fauna selvatica, in particolare quella protetta o in via d’estinzione è dello Stato.

Il testo delle provincie di Trento e Bolzano autorizza "il prelievo, la cattura o l’uccisione di esemplari della specie Ursus arctos e Lupus canis", senza considerare però che la fauna selvatica è un bene indisponibile dello Stato.

Solo pochi giorni fa, infatti, la Provincia di Bolzano aveva seguito l'"esempio" dei vicini trentini, approvando (con 25 voti favorevoli, 3 contrari e 2 astenuti) una legge fotocopia che permette deroghe al regime di protezione di lupi e orsi, imposto dalla Direttiva Habitat. Anche nel bolzanino, quindi, secondo la nuova norma, sarebbe possibile autorizzare il prelievo, la cattura o l'uccisione di lupi e orsi, una volta acquisito il parere dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) che, come nella provincia di Trento, non sarà comunque vincolante.

Ma, per fortuna, tocca al ministero dell'Ambiente, secondo la direttiva Ue "Habitat", decidere deroghe straordinarie alla tutela di orsi e lupi. E non alle singole province.

"Io come ministro della Repubblica ho il dovere di intervenire quelle due leggi violano un principio costituzionale. Il Piano Lupo, che intendo portare prossimamente in Conferenza Stato Regioni escludendo il passaggio tutt'altro che utile sugli abbattimenti selettivi, conterrà le strategie e le azioni giuste per offrire una risposta concreta anche alle richieste dei territori di governare la coesistenza tra uomo e specie animali, tutelando economie e la biodiversità", dice Costa.

E ancora:

"Ritengo sia un grave errore per le Province di Trento e Bolzano, volersi dotare di autonomia sulla gestione della fauna, che è patrimonio indisponibile dello Stato, forzando l'equilibrio tra i poteri su temi importanti e molto delicati, che devono prevedere soluzioni scientifiche e tecniche realmente valide e molta ragionevolezza".

Quindi secondo il ministro Costa uccidere non è la strada giusta.

"Ci sono tante soluzioni alternative da poter trovare insieme. Per questo confido ancora nei Presidenti e nei Consigli delle due Province autonome e lancio loro un appello affinché ritirino i provvedimenti approvati e avviino con il Ministero dell’Ambiente e le Regioni il percorso istituzionale che dovrà portare all’approvazione del Piano Lupo, l’unico strumento in grado di gestire con armonia tecnica, scientifica, amministrativa e culturale la tematica per i prossimi anni".

Tra le soluzioni, solo qualche giorno fa, avevamo parlato della bella iniziativa di dare cibo gratis per un anno alle aziende agricole che hanno cani da guardia contro i lupi per ridurre il conflitto tra allevatori e predatori. Un ‘antidoto’ ben lontano dalla proposta di abbattimento dei lupi. Ma spesso questi cani diventano un lusso per gli allevatori a causa del loro costo iniziale e del mantenimento. In soccorso arriva un progetto di Almo Nature, azienda produttrice di cibo per cani che ad esempio in Trentino è già stato sposato da otto aziende agricole, ma sta riscuotendo successo anche in Liguria, Toscana e Piemonte.

Per saperne di più sul decreto leggi qui:

Dominella Trunfio

La ragazza di 23 anni che ha scoperto il segreto per decomporre la plastica (e trasformarla in molecole organiche)

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Le materie plastiche sono fatte di lunghissimi polimeri, ovvero catene di composti chimici tutti uguali, quasi mai biodegradabili e quindi quasi permanenti nell’ambiente. Ma la chiave per la loro “distruzione” sembra essere l’utilizzo di un catalizzatore, ovvero di una molecola che rende la reazione di “taglio” molto più rapida ed economica.

I batteri presenti naturalmente non ce la fanno e anche per la chimica ci sono diversi problemi, salvo qualche caso in fase di studio che coinvolge l’utilizzo di enzimi. Il problema nasce dalla difficoltà di spezzare le catene fatte da legami tra atomi di carbonio molto stabili. Per riuscirci sono necessarie alte temperature, ma queste implicano costi elevati ed emissioni in atmosfera non molto amiche dell’ambiente.

La soluzione (forse)? “Abbiamo identificato un catalizzatore che taglia le catene polimeriche per innescare una reazione a catena intelligente, a pressione atmosferica e ad una temperatura che può essere gestita da un bollitore – si legge sul sito della società - Una volta che il polimero si rompe in pezzi con meno di 10 atomi di carbonio, l’ossigeno dell’aria si aggiunge alla catena e forma preziose specie di acidi organici che possono essere raccolte, purificate e utilizzate per realizzare i prodotti che amiamo”.

I catalizzatori sono molecole che facilitano reazioni molto complesse, agendo in diversi modi ma con un medesimo principio di base, ovvero modificandone il meccanismo. Procedendo in maniera diversa tutto cambia e, se il catalizzatore è veramente efficace, si registra una velocità maggiore, magari con temperature e pressioni più basse, quindi con costi inferiori. Ulteriore vantaggio: il catalizzatore può essere recuperato a fine reazione per molti cicli consecutivi.

Foto: Biocellection

La tecnologia proposta da Miranda Wang promette inoltre apparati semplici e quindi potenzialmente industrializzabili, nonché il recupero di prodotti utili per altre applicazioni e soprattutto non derivati dal petrolio, aggiungendo un altro vantaggio per l’ambiente.

“Il nostro prodotto è una miscela di esteri dibasici contenenti da 4 a 9 atomi di carbonio – si legge ancora sul sito - Nessun altro team ha creato tali prodotti dai rifiuti di plastica post-consumo! Gli eteri sono prodotti oggi utilizzando petrolio e sono essenziali per ottenere svariati tessuti e materiali. La nostra innovazione utilizza i rifiuti di plastica sostituendo il petrolio come risorsa per filiere sostenibili”.

La società condurrà una dimostrazione pilota del proprio processo il prossimo ottobre convertendo 17 tonnellate di rifiuti di plastica in 6 tonnellate di sostanze chimiche di valore in 3 mesi. Successivamente il team ha in programma di costruire un apparato più grande per continuare a riciclare i materiali ed espandere la propria ricerca includendo il riciclo anche di altri materiali plastici.

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Roberta De Carolis

Foto di copertina: NBC Philadelphia

Ecomafie 2018: boom di arresti, mai così tante inchieste sui traffici illeciti di rifiuti

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Published in: Ambiente

Spiccano, infatti, le 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016). I numeri parlano chiaro: 76 inchieste per traffico organizzato (erano 32 nel 2016), 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati (otto volte di più rispetto alle 556 mila tonnellate del 2016). Il settore dei rifiuti è quello dove si concentra la percentuale più alta di illeciti, che sfiorano il 24%.

"Un risultato importante sul fronte repressivo frutto sia di una più ampia applicazione della legge 68, come emerge dai dati forniti dal ministero della Giustizia (158 arresti, per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con ben 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente) sia per il vero e proprio balzo in avanti dell’attività delle forze dell’ordine contro i trafficanti di rifiuti", spiega Legambiente.

La Campania, purtroppo, ancora una volta in testa per il numero di reati, concentrati per il 44% nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. E' una triste conferma.  La corruzione rimane, purtroppo, il nemico numero uno dell’ambiente e dei cittadini.

“I numeri di questa nuova edizione del rapporto Ecomafia - dichiara il presidente di Legambiente Stefano Ciafani - dimostrano i passi da gigante fatti grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel Codice penale, ma servono anche altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese. La lotta agli eco criminali deve essere una delle priorità inderogabili del governo, del parlamento e di ogni istituzione pubblica, così come delle organizzazioni sociali, economiche e politiche, dove ognuno deve fare la sua parte, responsabilmente. Contiamo sul contributo del ministro dell’ambiente Sergio Costa e sulla costruzione di maggioranze trasversali per approvare altre leggi ambientali di iniziativa parlamentare come avvenuto nella scorsa legislatura”.

Aumenta l'illegalità ambientale

La sempre più efficace e diffusa applicazione della legge 68 e l’impennata delle inchieste sui traffici illegali di rifiuti sono anche all’origine dell’incremento registrato nel 2017 degli illeciti ambientali, che sono 30.692 (+18,6% per cento rispetto all’anno precedente, per una media di 84 al giorno, più o meno 3,5 ogni ora), del numero di persone denunciata (39.211, con una crescita del 36%) e dei sequestri effettuati (11.027, +51,5%).

Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso è stato verbalizzato il 44% del totale nazionale di infrazioni. La Campania è la regione in cui si registra il maggior numero di illeciti ambientali (4.382 che rappresentano il 14,6% del totale nazionale), seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809) e dal Lazio (2.684).

Inchieste sui traffici illeciti di rifiuti

Il 2017 è l’anno del rilancio delle inchieste contro i trafficanti di rifiuti e nel settore si concentra la percentuale più alta di illeciti: il 24% è più di quanto contestato per i delitti contro gli animali e la fauna selvatica (22,8%), gli incendi boschivi (21,3%), il ciclo del cemento (12,7%). Se a ciò si aggiunge la recrudescenza di incendi divampati negli impianti di gestione e trattamento di tutta Italia, appare evidente come il settore dei rifiuti sia sempre di più il cuore pulsante delle strategie ecocriminali.

In crescita anche le tonnellate di rifiuti sequestrate dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e mezzo (1 gennaio 2017 - 31 maggio 2018) nell’ambito di 54 inchieste (in cui è stato possibile ottenere il dato, su un totale di 94) sono state più di 4,5 milioni di tonnellate. Pari a una fila ininterrotta di 181.287 Tir per 2.500 chilometri.

Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone. Più che allo smaltimento vero e proprio è alle finte operazioni di trattamento e riciclo che in generale puntano i trafficanti, sia per ridurre i costi di gestione che per evadere il fisco.

9 proposte per fermare gli ecoreati

Ecco, allora, in sintesi le principali misure di cui si auspica l’adozione per fermare gli ecorati:

1) Formazione degli operatori

Mettere in campo una grande operazione di formazione per tutti gli operatori del settore (magistrati, forze di polizia e Capitanerie di porto, ufficiali di polizia giudiziaria e tecnici delle Arpa, polizie municipali ecc.) sulla legge 68 che deve essere conosciuta nel dettaglio per sfruttarne appieno le potenzialità.

2) Completare riforma Agenzie protezione ambiente

Sempre con riferimento alla legge 68/2015 occorrerebbe rimuovere la clausola di invarianza dei costi per la spesa pubblica prevista nella legge sugli ecoreati, così come in quella che ha istituito il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente. Allo stesso tempo è necessario completare l’iter di definizione dei decreti attuativi del Ministero dell’ambiente e della presidenza del Consiglio dei ministri per rendere pienamente operativa la legge 132 del 2016 che ha riformato il sistema nazionale delle Agenzie per la protezione dell’ambiente.

3) Semplificare iter abbattimento costruzioni abusive

 Semplificare l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, avocando la responsabilità delle procedure agli organi dello stato, nella figura dei prefetti, esonerando da tale onere i responsabili degli uffici tecnici comunali e, in subordine, soggetti che ricoprono cariche elettive, ovvero i sindaci.

4) Sanzioni efficaci

Approvare il disegno di legge sui delitti contro fauna e flora protette inserendo – all’interno dello stesso nuovo Titolo VI bis del Codice penale – un nuovo articolo che prevede sanzioni veramente efficaci (fino a sei anni di reclusione e multe fino a 150.000 euro) per tutti coloro che si macchiano di tali crimini

5) No alla non punibilità

Suscita perplessità il nuovo istituto giuridico della non punibilità per particolare tenuità dell’offesa introdotto dal Dlgs 16 marzo 2015, n. 28, che soprattutto nel caso dei reati ambientali contravvenzionali rischia di vanificare molti procedimenti aperti. Per scongiurare tale rischio chiediamo che venga quanto meno esclusa l’applicabilità al caso dei reati ambientali.

6) Aumentare sanzioni

Nell’ottica di garantire migliore protezione al nostro patrimonio storico‐culturale, rivedere il quadro normativo, partendo dal dato di fatto che, se si esclude il delitto di ricettazione – che è quello che si prova a contestare nei casi più eclatanti e che prevede una sanzione massima di otto anni – il rimanente quadro sanzionatorio in mano agli inquirenti è ancora troppo generoso per i trafficanti. Basterebbe recuperare il lavoro fatto nella passata legislatura, e sollecitato dagli allora ministri competenti Dario Franceschini e Andrea Orlando, con la Delega data al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria in materia di reati contro il patrimonio culturale, per arrivare all’approvazione di un nuovo titolo “Disposizioni in materia di reati contro il patrimonio culturale”: testo che dovrebbe rappresentare un nuovo punto d’inizio.

7) Inserire disastro sanitario

Sul fronte agroalimentare, riprendere la proposta di disegno di legge del 2015 sulla tutela dei prodotti alimentari della Commissione ministeriale presieduta dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, che introduce una serie di nuovi reati che vanno dal “disastro sanitario” all’“omesso ritiro di sostanze alimentari pericolose” dal mercato.

8) Giustizia accessibile

L’accesso alla giustizia da parte delle associazioni, come Legambiente, dovrebbe essere gratuita e davvero accessibile. Altrimenti rimane un lusso solo per chi se lo può permettere, e tra costoro non ci sono sicuramente le associazioni e i gruppi di cittadini.

9) Commissione di inchiesta per Ilaria Alpi

Chiediamo inoltre al parlamento di istituire al più presto le commissioni d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulla vicenda dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin.

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Roberta Ragni

Colori a dita bimbi, attenzione! Ritirati vasetti prodotti in Cina, rischio gravi infezioni

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Published in: Speciale bambini

Lo dice il Ministero, che ha reso noti il marchio e i colori ritirati. Si tratta di 24 vasetti di pittura a dito "24 COLOR FINGER PAINT", prodotti dall'australiana Artoys in Cina e importati in Italia da New Cis Marble.

I colori sono contraddistinti dal Codice a barre 9348908002001 e sono normalmente usati per far dipingere i bimbi direttamente con le proprie mani. Tuttavia, dopo una serie di allarmi da parte dei consumatori, ne è stata vietata la vendita.

Come si legge sul sito del Ministero della salute, le analisi eseguite dall’Istituto Superiore di Sanità hanno rilevato una

“concentrazione di CMTA di due ordini di grandezza più elevate (4x105 ufc/ml) rispetto al limite”.

Per questo, il Ministero ha evidenziato un potenziale rischio igienico sanitario a causa della presenza

“di specie batteriche e anche di batteri opportunisti patogeni responsabili di gravi infezioni, soprattutto in soggetti in concentrazione superiore a ai limiti raccomandati”.

Se avete acquistato questi colori controllate il codice a barre ed evitate che i bambini continuino a utilizzarli visto che potrebbero essere pericolosi per la loro salute.

È più sicuro e senza dubbio più divertente realizzare in casa i colori naturali insieme a loro. Qui la nostra ricetta per realizzare i colori a dita.

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Francesca Mancuso

Vuoi cambiare il mondo? Diventa un mentore

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Published in: Mente & Emozioni

La storia di Rodney può essere da stimolo per fare quel salto che da tempo hai timore di fare. A soli 17 anni, Rodney viveva in un rifugio per senzatetto, ogni mattina dopo una doccia veloce andava a scuola, ma il suo rendimento era molto scarso. Ma all’inizio del suo ultimo anno tra i banchi, qualcosa è cambiato.

Rodney ha incontrato un mentore che ha preso a cuore la sua causa e ha sviluppato in lui la consapevolezza per poter finalmente cambiare, ha vinto delle gare, ha trovato una casa e un lavoro. C’è, infatti una forte connessione tra le comunità a basso reddito e la possibilità di riuscire e un mentore lo sa bene, perché è in grado di toccare le corde giuste.

Ma cosa succederebbe se potessi trasmettere abilità, speranza e conoscenza e cambiare letteralmente la vita di qualcuno?

Steve Jobs, che era un ribelle prima di diventare il fondatore di Apple, tempo fa aveva detto:

"So per esperienza personale che se non avessi incontrato due o tre persone che hanno trascorso del tempo con me, sono sicuro che sarei finito in galera”.

Un recente studio dell'Università del Kansas mostra che i giovani che incontrano un mentore al di fuori del proprio nucleo familiare hanno comportamenti ridotti di delinquenza e una spiccata autostima, istruzione e maggiori conquiste occupazionali.

Su questo tema, Patty Alper ha scritto un libro da titolo Teach to Work: How a Mentor, a Mentee, and a Project Can Close the Skills Gap in America, una sorta di guida in cui spiega come diventare un mentore.

4 passi per diventare un mentore

“Quando sei mentore, porti il mondo esterno e le nuove prospettive agli studenti. Dopo oltre due decenni di lavoro diretto con i giovani, direi che ci sono quattro modi principali in cui puoi avere un impatto positivo come mentore”, dice Alper.

Ecco i 4 passi semplici, semplici per iniziare a diventare un mentore:

  • Stimola la curiosità e la motivazione negli studenti semplicemente presentandoti
  • Svela aneddoti sul tuo percorso: ostacoli superati, delusioni, rivincite e soprattutto le tue strategie uniche per il successo. Aiutali a riconsiderare la propria traiettoria con l'idea che: "Se ce l’ho fatta io, potete farcela anche voi”
  • Spiega agli studenti come raggiungere un obiettivo. Mostra la tua volontà nell’assisterli nel loro momento difficile
  • Infine, introduci gli studenti a un nuovo mondo professionale e cosa significa essere responsabile nella sua area di competenza 

“Potresti pensare che non hai quello che serve per essere un mentore - e sono rispettosamente in disaccordo. Non importa quale sia il tuo bagaglio di conoscenza, hai ispirazione e una capacità unica di offrire qualcosa alle nostre generazioni future. Quando sarai pronto per fare il prossimo passo, scoprirai che molte organizzazioni ingaggiano mentori e accolgono con favore la tua partecipazione. Insieme possiamo trasformare le vite, uno studente alla volta”.

Anche in Italia, la figura del mentore nelle scuole sta prendendo piede per prevenire l’abbandono scolastico e il manifestarsi dei primi segni di disagio: insicurezza, scarso interesse per la scuola e scarsa socialità. Pur non essendo ancora riconosciuto a livello legislativo (era stato fatto un tentativo, ma non è andato in porto), esistono dei progetti che vanno in tal senso, come quello della Società Umanitaria, a Milano e Napoli, che ogni anno coinvolge 200 volontari in 50 scuole elementari e medie intervenendo sulle relazioni. O ancora, quello della onlus Mentoring che affianca un volontario adulto (mentore) a un ragazzo (mentee) per sviluppare le capacità di ogni studente e aiutarlo nello studio.

Che aspettate, siete pronti?

Dominella Trunfio

Luna: come creare elettricità dalle maree grazie a degli aquiloni subacquei

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Published in: Energie rinnovabili

Energia rinnovabile dalla Luna

Tutti i corpi si attraggono, anche nello spazio, con una forza, detta attrazione gravitazionale, che è tanto maggiore quanto più i corpi sono vicini e di grande massa. Per questo la Luna (e in parte il Sole) generano le maree sul nostro pianeta.

Infatti l'attrazione gravitazionale che questi astri esercitano sulla Terra fa "alzare" il livello del mare, "abbassandolo" nella parte diametralmente opposta, con oscillazioni dette appunto alta e bassa marea, dovute alla reciproca posizione Luna-Terra e Sole-Terra. La forza si esercita anche sulle zone solide (il terreno), ma il liquido è più soggetto a deformazione, ed è per questo che lì l'effetto è più evidente.

Ed è la Luna la maggiore responsabile perchè il Sole, anche se più grande, dista dalla Terra 400 volte più della Luna, con la conseguenza che il nostro satellite farà sentire la sua influenza 2,2 volte di più. La distanza infatti gioca un peso maggiore perchè nella legge della forza gravitazionale la distanza, a differenza della massa, compare al quadrato.

Le maree provocano uno spostamento di massa liquida e questa è energia (rinnovabile) a tutti gli effetti. E questo è noto da tempo, tanto che la Commissione Europea ha dedicato una strategia di approvvigionamento energetico  proprio a partire da questa fonte.

In questo contesto la tecnologia di Minesto, chiamata Deep Green, appare potenzialmente rivoluzionaria: la compagnia, fondata nel 2007 come spin-off dell'azienda aerospaziale svedese Saab, ha infatti ideato un "set di aquiloni" che si muovono nell'oceano grazie alle correnti sottomarine generate dalle maree e che con il loro moto alimentano una turbina elettrica.

Geniale? Sicuramente qualcosa che prima non esisteva, che somiglia nei principi alla tecnologia Kitegen, con la quale si produce energia dal vento ad alta quota. Ma che la supera nettamente e che sembra superare anche altre tecnologie che tentano di sfruttare l'energia delle maree.

Il dispositivo, promettono gli inventori, è in grado infatti di ricavare energia anche da correnti molto basse, che sono veramente ovunque. Se questo fosse confermato, il guadagno energetico si alzerebbe molto perchè a parità di costi di produzione si avrebbero ricavi praticamente dappertutto. I primi prototipi sono stati messi in funzione già nel 2009 con buoni risultati. Staremo a vedere.

Il lato tossico della Luna

Foto: Esa 

La Luna potrebbe quindi aiutarci ad abbandonare il petrolio e quindi a rendere il nostro pianeta più pulito e vivibile. Ma, stando a quanto sostenuto dagli scienziati, è meglio che lo faccia "da lontano". Le polveri "offerte" dal nostro satellite potrebbero infatti essere molto tossiche per gli esseri terrestri e quindi la colonizzazione del nostro satellite, a prescindere dalla carenza di ossigeno, potrebbe comunque essere impossibile.

Quando gli astronauti dell'Apollo tornarono dalla Luna, riferisce infatti l'Esa, la polvere rimasta attaccata alle loro tute spaziali provocò dolore alla gola e lacrimazione agli occhi, poichè costituita da particelle aguzze, abrasive e potenzialmente tossiche.

Analisi precise ancora non ci sono, in realtà, ma si sa che contiene silicato, presente spesso sui corpi planetari con attività vulcanica. Ed è altrettanto noto che i minatori sulla Terra soffrono di infiammazioni polmonari dovute proprio all'inalazione di questa famiglia di composti chimici.

Le osservazioni condotte durante le missioni Apollo hanno evidenziato che sulla Luna tale polvere è così abrasiva da distruggere strati di stivali da tuta spaziale nonchè le chiusure ermetiche dei contenitori di campioni raccolti durante le spedizioni. Più che abrasiva in effetti, sembra essere tagliente come il vetro.

E c'è un altro fattore in gioco: la bassa gravità della Luna, un sesto di quella terrestre, consente alle particelle di massa inferiore di rimanere sospese più a lungo e quindi di penetrare più profondamente nel polmone. Gli esperti riferiscono a questo proposito che le particelle 50 volte più piccole di un capello umano possono restare in giro per mesi nei polmoni, e maggiore è il tempo di permanenza nei polmoni, maggiore è la possibilità di effetti tossici.

Conclusione: la Luna può essere un'incredibile risorsa, ma a distanza.

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Roberta De Carolis

Foto di copertina: Minesto 

Surgelati contaminati da Listeria, richiami in tutta Europa. Ecco i lotti Findus e Lidl per il momento coinvolti

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Published in: Allerte alimentari

"Finché i prodotti contaminati sono ancora sul mercato e nei congelatori dei consumatori possono ancora emergere nuovi casi", mette in guardia l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Al momento però, precisa il ministro della Salute Giulia Grillo, "non risultano focolai di Listeria in Italia ed il ritiro dei prodotti è effettuato in via precauzionale".

Per ora i prodotti ritirarti nel nostro Paese sono alcuni minestroni della Findus e altri venduti nei supermercati Lidl. Ma potrebbero essercene altri nei prossimi giorni.

I minestroni Findus

A procedere al richiamo è stata la stessa Findus a causa della presenza del batterio Listeria Monocytogenes nei fagiolini utilizzati per il prodotto.

A segnalare il maxi richiamo è stato anche il Ministero della salute, che ha reso noti tutti i lotti e i formati ritirati dal mercato a causa della possibile contaminazione.

La decisione volontaria e in via precauzionale di richiamare i minestroni è stata presa da Findus dopo la segnalazione da parte del fornitore Greenyard, sulla potenziale contaminazione da Listeria di una partita di fagiolini.

Dal canto suo, Findus rassicura dicendo che tutti i prodotti ritirati prevedono il consumo solo dopo la cottura. Quest'ultima infatti “annulla ogni potenziale rischio per la salute” spiega.

“Si precisa che questo richiamo precauzionale e su base volontaria si riferisce esclusivamente ai lotti dei prodotti menzionati e non riguarda in nessun modo né altri lotti degli stessi prodotti, né altri prodotti a marchio Findus” prosegue l'azienda.

I prodotti ritirati e i relativi lotti sono i seguenti:

Minestrone Tradizione 1 KG

  • L7311
  • L7251
  • L7308
  • L7310
  • L7334

Minestrone Tradizione 400g

  • L7327
  • L7326
  • L7304
  • L7303

Minestrone Leggeramente Sapori Orientali 600g

  • L7257
  • L7292
  • L7318
  • L8011

Minestrone Leggeramente Bontà di semi 600g

  • L7306

“Ribadiamo di consumare qualsiasi prodotto Findus solo previa cottura e secondo le modalità indicate sulle confezioni” prosegue.

Per ulteriori informazioni e se siete in possesso dei prodotti in questione, potete contattare il numero verde 800906030 o l’indirizzo mail urgente@findus.it.

Fagiolini e mais Greenyard

Fanno parte dello stesso richiamo dell'azienda belga Greenyard anche i fagiolini e il mais, commercializzati da Lild e ritirati solo in Sicilia. Si tratta del  Mais surgelato “Freshona” da 450g con codice a barre 20417963 e del Mix di verdure surgelate “Freshona”,
da 1 kg con codice a barre 20039035.

 

In Ungheria, l'Agenzia per la sicurezza alimentare ungherese il 29 giugno 2018 ha invitato Greenyard al richiamo delle verdure surgelate prodotte tra il 13 agosto 2016 e il 20 giugno 2018. I prodotti coinvolti includono mais congelato, piselli, fagioli, spinaci.

"Questa misura è presa nel quadro della potenziale contaminazione da listeria di surgelati prodotti nella sua sede di Greenyard in Ungheria a Baja. Si riferisce a un tipo specifico di listeria, che potrebbe provocare rischi per la salute nel caso in cui le verdure surgelate non siano adeguatamente cotte prima del consumo" si legge nel comunicato ufficiale.

Listeriosi, quali sono i rischi?

Il batterio della Listeria Monocytogenes è responsabile della listeriosi che può presentarsi in diverse forme, dalla gastroenterite acuta febbrile che si manifesta poche ore dopo il consumo dell'alimento contaminato a quella invasiva o sistemica, che può provocare problemi più seri.

Sono a rischio soprattutto le donne in gravidanza che di solito manifestano una sindrome simile a quella influenzale con febbre, affaticamento e dolori. Le infezioni contratte in gravidanza possono comportare serie conseguenze sul feto.

Come evitare il batterio?

Con la cottura! Quest'ultima infatti annulla ogni potenziale rischio per la salute.

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Francesca Mancuso

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