Feeds

Pappardelle fatte in casa con crema di zucchine e zenzero fresco

GreenMe -

Published in: Ricette

Farina di tipo 1 e farina di grano saraceno sono la base di questa pasta fatta in casa, rispetto alla classica versione preparata con farine raffinate è un po' più tenace da spianare ma il risultato finale vi piacerà sicuramente; se non amate tirare la sfoglia con il mattarello potrete utilizzare anche una macchina sfogliatrice.

Il condimento a base di zucchine e zenzero ha un gusto molto saporito con un tono di freschezza che non dispiace affatto in questa stagione; per guarnire le nostre pappardelle con crema di zucchine e zenzero fresco abbiamo utilizzato una granella di noci,  ma potrete eventualmente sostituirle con mandorle o pinoli.

Ingredienti googletag.cmd.push(function() { googletag.display('div-gpt-ad-1498149132762-1'); });
  • Tempo Preparazione:
    60 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    6 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare le pappardelle con crema di zucchine e zenzero fresco: 
  • Lavare e spuntare le zucchine ed affettarle, sbucciare la cipolla e tagliarla finemente,
  • mettere tutto in una padella insieme ad un filo d'olio, rosolare appena quindi coprire d'acqua, regolare di sale e cuocere fino a far consumare quasi del tutto l'acqua di cottura.
  • Nel frattempo preparare la sfoglia, mescolare le farine e metterle a fontana su una spianatoia,
  • sgucciare le uova, aggiungerle alle farine ed impastare fino ad ottenere un composto non appiccicoso,
  • con un mattarello o una macchina sfogliatrice tirare la pasta fino ad ottenere uno spessore di un millimetro,
  • infarinarla leggermente con grano saraceno ed arrotolarla su se stessa, con un coltello a lama liscia tagliarla a fette spesse circa due centrimetri,
  • srotolarle e lasciarle sulla spianatoia,
  • frullare le zucchine cotte in precedenza ed aggiungere un bicchiere d'acqua qualora risultasse troppo densa,
  • cuocere le pappardelle in abbondante acqua bollente salata e
  • a cottura mantecarle con la crema,
  • impiattare, guarnire a piacere con frutta secca in granella e servire subito.

Potrebbero interessarti anche altre:

Ilaria Zizza

Hawaii, violenta esplosione del vulcano Kilauea: foto, video e diretta via webcam

GreenMe -

Published in: Ambiente

Situato a Big Island, Kilauea da settimane allarma residenti, autorità e turisti. Diverse scosse di terremoto (oltre 100) e un'altra eruzione avevano già lasciato intuire che presto il vulcano avrebbe fatto parlare di se. Così è accaduto alle 4 del mattino ora locale quando si sono verificate una serie di esplosioni dalla bocca di Overlook nel cratere di Halemaumau.

Le telecamere dell'Usgs hanno mostrato un grosso pennacchio di gas, vapore e ceneri fuoriuscite dalla bocca del vulcano, che poi si sono spostate verso sud-ovest.

“In qualsiasi momento, l'attività potrebbe nuovamente diventare esplosiva, aumentando l'intensità della produzione di cenere e producendo proiettili balistici molto vicini alla bocca del vulcano. Le comunità sottovento dovrebbero essere preparate” allerta l'Usgs. “I futuri focolai potrebbero manifestarsi sia a sud-est (sud-ovest) che a sud-est (nord-est) delle fessure esistenti ma anche queste ultime potrebbero riavviarsi”.

Si teme quindi un'altra grossa e improvvisa fuoriuscita di lava. Questa mattina, a poche centinaia di metri da Halemaumau, sono stati trovati densi blocchi di roccia di diametro fino a 60 cm, frutto delle esplosioni più violente.

Le esplosioni arrivano dopo due settimane di attività vulcanica e di flussi di lava che hanno raggiunto i villaggi e distrutto una trentina di abitazioni. 

I geologi hanno avvertito che il vulcano potrebbe diventare ancora più violento, con l'aumento della produzione di ceneri e con esplosioni future che potrebbero scaraventare massi dal vertice.

Le autorità hanno dato l'ordine di evacuazione ma non tutti vogliono o possono abbandonare le proprie case.

Kilauea, uno dei vulcani più attivi al mondo, esplode ininterrottamente dal 1983. Tra i cinque vulcani che formano la Big Island delle Hawaii e l'unico che dà spesso luogo a fenomeni di questo tipo.

Clicca qui per osservare in diretta webcam il vulcano 

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

Foto: Usgs

I cani? Si educano a calci e la coda va tagliata. Le frasi shock di Filippo Contri del GF5

GreenMe -

Published in: Costume & Società

Dopo l'uscita di Luigi Favoloso, squalificato a quanto pare per aver messo una maglietta con una scritta sessista, questa volta a dire addio al GF potrebbe essere Filippo Contri. Ai nostri lettori chiariamo che al nostro giornale non interessa minimamente ciò che succede all'interno del programma televisivo, ma questa volta ne parliamo solo ed esclusivamente perché uno dei concorrenti, durante l'ozio quotidiano, ha dato una sua personalissima idea di come debbano essere trattati gli animali e nello specifico i cani.

Parlando del suo dobermann, Contri, pronuncia frasi aberranti che però non scompongono la platea presente, che anzi ascolta attentamente le sue parole. Diversa la reazione del mondo reale e di tutte le persone che vedendo il video, non sono rimasti impassibili davanti a tanto scempio. 

Tant'è che il video è diventato virale sui social e c’è chi ha creato anche un evento Facebook per gridare la propria indignazione su frasi raccapriccianti che rasentano il surreale.

“Apro questo evento perché è vergognoso che in un programma che può piacere o meno ma che fa oltre il 40% dello share, non si punisca e si lasci correre il messaggio che i cani si educano con i calci! Quasi tutta Italia lo guarda questo Grande Fratello, e non è possibile ascoltare che sia normale educare a calci un cane! E tutti gli altri ad ascoltare senza dire una parola!”, si legge.

Ma il punto qui non è solo la violenza (che inutile dirlo, fermamente condanniamo) ma tutta una serie di parole orribili sul povero cane di cui è proprietario, un dobermann che a quanto pare, è stato educato a suon di calci. “Ma non se la prendano gli animalisti”.

"Il mio cane se litiga al parco con altri cani li può rigirare quasi tutti, perché è molto agile e forte. Se tu lo legittimi a fare così non lo tieni più. Gli devi far capire subito che non si fa. La prima volta che il mio cane ha provato a dare un morso gli ho fatto capire. Poi ognuno gli fa capire in maniera propria. Io sono per i modi antichi, come fa una cosa sbagliata gli do un calcio, anche perché non lo sentono. Che ne dicano tutti gli animalisti e fidati che poi capiscono".

I CANI VANNO EDUCATI A CALCI

 Ma che ne sanno mai gli animalisti, i veterinari, gli esperti cinofili? Un bel calcio e vedi come capisce. E arriviamo alla coda e alle orecchie.

“La coda chiaramente va tagliata perché potrebbe rompersi, visto che il dobermann ha una coda lunga e sottile, si può rompere in tante parti, anche giocando, e a loro gli dà fastidio. Tagliandola alla nascita è quasi come un cordone ombelicale”.

AI CANI VA TAGLIATA LA CODA

Un cordone ombelicale? La coda può rompersi? Ma siamo sicuri di parlare di un cane e non di un giocattolo? Ricordiamo ciò che ribadì tempo fa l’Oipa:

“Il taglio delle orecchie e della coda per motivi estetici è vietato dalla Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia fatta a Strasburgo il 13 novembre 1987 e ratificata dall’Italia con la Legge n.201 del 2010. Eppure, nonostante questa pratica sia illegale quindi perseguibile ai sensi dell’articolo 544 ter del Codice Penale, ancora è molto praticata in razze come dobermann, cane corso, pitbull, american staffordshire e diverse altre appartenenti al gruppo dei molossoidi. Il motivo? Come sempre il profitto. I cani che partecipano a raduni ed esposizioni vincendo guadagnano prestigio, di conseguenza i cuccioli che saranno procreati da questi “campioni” avranno un valore di mercato elevato, anche decine di migliaia di euro, così come le “monte” per le quali saranno “noleggiati” avranno un ritorno economico cospicuo per il proprietario”.

Moltissimi utenti non hanno gradito le parole sulla violenza, ma lo staff di Contri sulla pagina Facebook ha risposto:

"Allora io sono stata zitta fino ad ora ma è il momento di dirvi una cosa: Basta offese, basta discorsi che Filippo odia gli animali, basta cazzate del genere... Il video che sta girando e di due settimane fa , Filippo stava raccontando un episodio con il proprio cane...il video è solo un estrapolato di un discorso più ampio fatto in giardino... sicche basta e se continuate saremmo costrette a bannare tutti i commenti negativi ... staff".

Potrete anche bannare i commenti negativi, noi purtroppo non possiamo dimenticare questa ennesima pagina triste in cui si parla di calci, tagli a orecchi e code ai danni di un animale e soprattutto del fatto che il tutto sia una cosa naturale. Tutto questo, anche se le frasi fossero state pronunciate in un discorso più lungo, non lascia molto spazio all'immaginazione.


Dominella Trunfio

Foto

Patate verdi e con germogli: ecco perché non mangiarle. Il BfR mette in guardia sui rischi

GreenMe -

Published in: Alimentazione & Salute

Sono ricche di potassio, vitamina C e carboidrati complessi e sono anche valide alleate contro il diabete, disinfiammanti ed energetiche: le patate sono uno degli ortaggi più apprezzati a tavola perché molto versatili e facili da abbinare. Ma ci sono determinati casi in cui potrebbero essere tossiche. Quando le patate non vanno mangiate?

L’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (BfR) ha riesaminato in uno studio il pericolo associato all’ingestione dei cosiddetti glicoalcaloidi, in particolare della solanina che si forma nelle patate quando sono verdi e ricche di germogli (ma anche nel momento in cui si fanno vecchie, rugose e spugnose significa che la solanina al loro interno è aumentata).

Esattamente come i pomodori verdi, ma anche come le melanzane o la quinoa, le patate potrebbero contenere quantità troppo elevate di solanina, la cui presenza aumenta quando sono in fase di germogliazione e quando la loro buccia è verde. Ecco perché si dovrebbe evitare di consumare patate crude, patate verdi e limitare il consumo di patate germogliate.

Se assunta in eccesso, la solanina può provocare nausea, vomito, irritazioni della mucosa gastrica e a volte febbre. Raramente, in casi gravi, possono verificarsi perdite di conoscenza, alterazioni della funzioni cerebrali, respiratorie e cardiache.

Secondo il BfR, la solanina non dovrebbe superare i 100 mg/ kg di patate fresche. Il valore è stato dimezzato rispetto alla precedente soglia di 200, limitando la dose tollerabile a 0,5 mg per ogni kg di peso corporeo.

Per mantenere l'assunzione di glicoalcaloidi più bassa possibile, il BfR ha stilato una sorta di vademecum sulle seguenti raccomandazioni standard relative alla conservazione e alla preparazione delle patate:

  • le patate vanno conservate in un luogo fresco, buio e asciutto
  • le patate vecchie, secche, verdi o fortemente germogliate, così come le bucce, non sono idonee al consumo
  • le parti verdi e i cosiddetti “occhi” devono essere rimossi dalle patate
  • chi vuole consumare anche le bucce, deve scegliere patate fresche e senza danni all’esterno
  • i piatti di patate non dovrebbero essere mangiati se hanno un sapore amaro
  • i bambini piccoli in particolare non dovrebbero mangiare patate non sbucciate
  • l’acqua in cui le patate sono state bollite non va riutilizzata
  • sostituire regolarmente l’olio per la frittura delle patate

Qui trovate tutti gli accorgimenti di cui tenere conto quando si cucinano le patate.

Leggi anche:

Germana Carillo

Locana: 3mila euro all'anno a chi ripopola il paese piemontese

GreenMe -

Published in: Piemonte

Il paese montano è a rischio spopolamento e l’amministrazione comunale guidata da Giovanni Bruno Mattiet ha deciso di emanare un provvedimento per cercare di evitare che il borgo diventi completamente disabitato.Verrà dato un contributo annuale di tremila euro a famiglia, per un massimo di tre anni, per chi è disposto a spostarsi dunque a Locana, piccolo centro del Canavese, nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso. 

Ma quali sono i requisiti per ottenere un bonus? La condizione essenziale è che all’interno del nucleo famigliare ci sia almeno un bambino in età scolare proprio perché a rischio c’è anche la chiusura della scuola comunale. 

"L'istituzione di un contributo economico per i nuclei familiari con figli minori che trasferiscono la residenza in Locana mira ad agevolare il rientro dei molti locanesi che hanno abbandonato la montagna e a favorire l'arrivo di nuovi nuclei familiari", spiega in una nota l'amministrazione comunale.

Si legge nel bando di 'Tutti a scuola a Locana':

Sono ammessi al beneficio, secondo l’ordine di presentazione delle domande e nei limiti delle disponibilità finanziarie annualmente stanziate in bilancio pari ad euro 30.000,00 per ogni annualità del triennio 2018-2020, i nuclei familiari che alla data di presentazione della domanda risultino in possesso di tutti e tre i seguenti requisiti:

  • nuclei familiari con almeno un figlio/a minore non ancora iscritti o trasferiti presso le scuole d’infanzia, primaria, secondaria di primo grado con sede in Locana;
  • nuclei familiari titolari di certificazione ISEE in corso di validità al momento della presentazione della domanda, relativa ai redditi dichiarati dal nucleo familiare nell’anno 2017 pari o superiore ad euro 7.000 per le famiglie con un figlio a carico, pari o superiore a 6.000 per le famiglie con due o più figli a carico;
  •  nuclei familiari i cui componenti siano residenti in Italia da almeno cinque anni.

In appena un anno Locana è passata da 1708 abitanti a 1450, a questo sia aggiunge il calo delle nascite.“

Questo determina una riduzione della popolazione scolastica: così corriamo il rischio di perdere il patrimonio socioculturale costituito dalla presenza delle scuole, con conseguente ulteriore spopolamento”, spiega l’amministrazione.

AVVISO PUBBLICO E MODELLO DI DOMANDA  qui

Potrebbero interessarvi:

Dominella Trunfio

Foto

La nazionale italiano di calcio di pazienti psichiatrici è campione del mondo!

GreenMe -

Published in: Sport & Tempo Libero

A meno di un mese dai mondiali di Russia 2018, in cui la Nazionale maggiore sarà tra gli illustri assenti, la squadra formata dai pazienti psichiatrici ha sbaragliato gli avversari e conquistando la Dream World Cup.

Alla competizione, che si è svolta a Roma hanno preso parte 10 nazionali e 150 partecipanti per promuovere il calcio come strumento di riabilitazione psichiatrica.

L’Italia ha battuto per 17 a 4 il Cile e ha vinto la finale della Dream World Cup senza troppe difficoltà. In precedenza gli Azzurri avevano sconfitto Francia, Perù, Uruguay, Ungheria e Ucraina.

Tantissimi i sostenitori sugli spalti, per entrambe le squadre. Il successo ha soprattutto un valore sociale visto che è arrivato proprio in occasione del 40° anniversario della Legge Basaglia, con la quale furono aboliti i manicomi.

A consegnare la coppa della Dream World Cup alla nostra nazionale è stato arco Tardelli, accompagnato da Santo Rullo, promotore e anima della competizione, e da Sinisa Mihajlovic. Mattia Armanni inoltre ha conquistato il titolo di capocannoniere del torneo.

Il Perù ha conquistato la finale terzo-quarto posto ed è stato premiato anche per la sportività dimostrata durante il torneo. In Perù si svolgerà la prossima edizione del torneo nel 2020.

“In un’atmosfera di festa quella che ha accompagnato il fischio finale dell’arbitro al Palatiziano di Roma. Tutti gli atleti si sono radunati in mezzo al campo, congratulandosi tra loro e festeggiando questi quattro giorni di sport e integrazione” si legge sul sito ufficiale.

La Nazionale italiana anche nella passata edizione del mondiale, nel 2016 in Giappone, aveva raggiunto un ottimo risultato, salendo sul terzo gradino del podio. Ma non fu solo l'impresa calcistica a far parlare di sé. La loro storia è raccontata dal docufilm "Crazy for Football", che ha vinto il premio David di Donatello nel 2017 per il miglior documentario.

Un calcio che ha decisamente un altro valore rispetto a quello blasonato a cui siamo abituati.

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

I cuccioli di cane raggiungono il massimo della loro bellezza a 10 settimane (e il motivo vi stupirà)

GreenMe -

Published in: Cani, Gatti & co.

Non che ci fosse bisogno di uno studio per dircelo, però è singolare che Clive Wynne, professore di psicologia e direttore della Canine Science Collaboratory dell’ Arizona State University, abbia condotto uno studio così particolare che ha come obiettivo quello di capire meglio il rapporto tra uomo e animale.

Secondo Wynne e i colleghi, nel mondo c’è un miliardo di cani randagi. Osservando il loro comportamento nelle strade della Bahamas, il ricercatore è arrivato alla conclusione che nonostante l’apparente indipendenza, questi cani hanno bisogno dell’uomo per sopravvivere.

La domanda che si è posto è: cosa spingerebbe una persona a intervenire per aiutare questi cani? Uno dei fattori sembra essere proprio la loro bellezza, intesa in senso soggettivo come ‘carineria’. Così il team ha deciso di capire se effettivamente c’è una connessione tra lo svezzamento che è il periodo più vulnerabile per la vita di un cane e il rapporto con gli esseri umani.

Lo studio

Lo studio è stato condotto attraverso fotografie di cuccioli di tre razze (Jack Russell, Cane Corso e pastori svizzeri bianchi) scattate in momenti della loro vita diversi. A cinquantuno partecipanti è stato chiesto di classificare le fotografie in base a quella che catturava di più la loro attenzione. 

Così è emerso che l’attrattiva verso i cuccioli è bassa alla nascita, mentre ha un picco a circa 10 settimane, per poi diminuire gradualmente. Nello specifico, il Cane Corso ha raggiunto la massima carineria a 6,3 settimane di età, i terrier di Jack Russell a 7,7 settimane di età e i pastori a 8,3 settimane di età. Ovviamente tenendo in conto che allo studio hanno partecipato solo 51 persone. 

"Intorno alle sette o otto settimane di età, i cuccioli sono pronti all’indipendenza e in quel momento diventano più attraenti per gli esseri umani ", ha detto Wynne nello studio.

Secondo il team, i risultati offrono alcune sfumature della relazione tra uomo e cane. Abbiamo fatto amicizia con loro perché sono fedeli, intelligenti, ci fanno compagnia, ma non sono le uniche ragioni. 

"Penso che l'intelligenza dei cani non sia la questione fondamentale. Mi sembra che il cane abbia qualcosa di piuttosto speciale perché è sempre pronto a fare amicizia con qualcuno”, continua il ricercatore. 

Il fatto che i cuccioli siano i più attraenti durante lo svezzamento suggerisce che i cani si siano evoluti in modo specifico per affidarsi alle cure umane. I risultati sono anche rafforzati da precedenti ricerche che riguardavano i lupi. 

“Il migliore amico dell'uomo probabilmente ha modificato la sua natura socievole per piacere a noi. Ma questo rapporto è anche alla base della loro esistenza”, dice Wynne.

Il team adesso continuerà le ricerche mostrano dei video di cuccioli in momenti diversi per capire se effettivamente questa tesi può essere avvalorata ulteriormente.

Leggi anche:

Dominella Trunfio

Marsupiale a rischio estinzione per troppo... "amore" (e maratone di accoppiamento estenuanti)

GreenMe -

Published in: Animali

Sembra che anche i cambiamenti climatici giochino un ruolo, così come i predatori, ma l'eccessivo testosterone prodotto durante gli incontri amorosi farebbe da padrone. Per una volta, dunque, l'uomo non è il principale colpevole.

Gli Antechinus erano stati scoperti già qualche anno fa: sono dei piccoli marsupiali, simili a topi, caratterizzati da attività sessuale molto intensa. Gli accoppiamenti possono infatti durare fino a 14 ore consecutive, passando da un compagno all'altro, tanto che un'unica cova di una femmina è in realtà stata fecondata da più maschi contemporaneamente.

Queste vere e proprie maratone d'amore generano livelli di testosterone tali da danneggiare gli organi interni fino al collasso. E così i maschi, normalmente, non vivono più di un anno (le femmine invece, sopravvivono più a lungo). Troppo poco per garantire continuità alle specie.

Le incredibili prestazioni di questi piccoli animaletti erano note fin dal 2014. Ed era stato già dimostrato già allora che durante l'accoppiamento i livelli di ormone dello stress aumentano drammaticamente, causando il collasso dei maschi, i quali spesso muoiono prima della nascita dei piccol.

Solo ora, comunque, si sono visti gli effetti devastanti (e suicidi) sulle specie, già minacciate dai predatori e dai cambiamenti climatici, dichiarate ufficialmente a rischio estinzione. Oggi, infatti, gli Antechinus dalla coda nera e gli Antechinus dalla testa argentata vivono soltanto in tre aree del Queensland, stato nord-orientale dell'Australia, e la popolazione stimata è di meno di 250 esemplari.

Cosa fare dunque? I ricercatori della Queensland University of Technology propongono di separare i maschi dalle femmine, facendo incontrare i primi solo con una femmina per volta, in modo da evitare che gli ormoni salgano a livelli pericolosi.

Ma, chissà, magari anche questa soluzione è una forzatura umana. Forse i marsupiali preferirebbero morire "soddisfatti".

Per altre curiosità sull'accoppiamento di alcune specie animali leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto: Queensland University of Technology

Per cambiare davvero, servono cultura, valori profondi e una visione complessiva del mondo

Il Cambiamento - feed -

Le leggi supreme, sacre e inviolabili del marketing hanno stabilito che la parola cambiamento è vincente. Noi che non siamo esperti di marketing (o almeno non di quel marketing che si impara spendendo un sacco di soldi in studi, master e simili ma senza poi avere nessuna vera esperienza pratica), ci eravamo arrivati già tempo fa; avevamo già capito che il cambiamento era necessario.

E' più pulito il vostro letto o quello di uno scimpanzé?

GreenMe -

Published in: Animali

Questi ultimi (Pan troglodytes) infatti sembrano tenere più puliti i loro nidi rispetto agli umani. È il risultato a cui è giunta la ricerca condotta da Megan Thoemmes della North Carolina State University. Lo studio ha preso in esame i microbi e gli artropodi trovati nei letti sugli alberi che gli scimpanzé fanno ogni notte.

“Sappiamo che le case umane sono effettivamente i loro ecosistemi e i letti in cui dormiamo contengono spesso un sottoinsieme dei taxa - o tipi - degli organismi che popolano le nostre abitazioni” ha detto Thoemmes. “Ad esempio, circa il 35% dei batteri presenti nei letti umani proviene dal nostro stesso corpo, compresi i batteri fecali, orali e cutanei”.

Gli scienziati volevano sapere come si comportano invece gli scimpanzé, nostri più stretti parenti in termini di evoluzione. Durante un soggiorno in Tanzania, il team di ricercatori ha effettuato tamponi in 41 “letti” o nidi di scimpanzé. I tamponi sono stati utilizzati per testare la biodiversità microbica. Inoltre, in 15 di essi i ricercatori hanno cercato di individuare la possibile presenza di artropodi, come insetti e aracnidi.

Dai risultati è emerso che i giacigli degli scimpanzé presentavano una biodiversità differente da quella umana, con una maggiore varietà di microbi. Va detto però che la molteplicità di vita microbica rifletteva anche i diversi ambienti in cui venivano realizzati i nidi.

Ma un dato su tutti ha sorpreso gli scienziati: i letti degli scimpanzé avevano meno probabilità di ospitare batteri fecali, orali o cutanei.

“Non abbiamo trovato quasi nessuno di quei microbi nei nidi degli scimpanzé, è stato sorprendente”, è il commento di Thoemmes. “Ci aspettavamo anche di vedere un numero significativo di parassiti di artropodi, ma così non è stato”.

In tutti i nidi esaminati i ricercatori hanno trovato solo quattro parassiti, quattro singoli esemplari. A nostra discolpa, occorre però dire che i nostri lontani parenti costruiscono ogni notte un nuovo nido e si preoccupano anche di chinarsi sul lato quando defecano.

Secondo i ricercatori, i nostri tentativi di creare un ambiente pulito possono effettivamente rendere lo stesso ambiente meno ideale. Alla faccia dell'eccesso di igiene a cui spesso ci pieghiamo.

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

Ecco come il cervello risolve i tuoi problemi mentre dormi

GreenMe -

Published in: Mente & Emozioni

A indagare questo affascinante aspetto del sonno sono stati gli scienziati dell'Università di Cardiff che hanno studiato proprio il modo in cui il sonno REM e quello non-REM lavorano insieme per aiutarci a risolvere i problemi quotidiani.

Ormai sembra accertata l'influenza del sonno per il pensiero creativo, anche se non è stato ancora compreso il ruolo e quale stadio siano utili in questo senso. Ed è quello che hanno cercato di scoprire i ricercatori britannici, che hanno sviluppato una teoria per spiegare come il sonno REM e non possa facilitare la risoluzione dei problemi creativi in modi diversi ma complementari.

Il cervello addormentato attraversa un ciclo di sonno non REM e REM ogni 90 minuti circa. Nel corso di una o più notti, l'ippocampo e la corteccia si sincronizzano ripetutamente e si disaccoppiano, e questa sequenza di astrazione e di connessione si ripete.

I ricordi conservati dall'ippocampo vengono riprodotti durante il sonno non-REM e, quando rileviamo somiglianze tra di loro, queste informazioni vengono archiviate nella corteccia. Poiché l'ippocampo e la corteccia sono in stretta comunicazione durante questo stadio, Lewis e i suoi co-autori pensano che l'ippocampo controlli in qualche modo ciò che viene riprodotto. Quest'area del cervello preferisce riprodurre elementi simili o collegati tematicamente e ci incoraggia a trovare queste connessioni e a usarle per creare schemi.

“Supponiamo di darti un puzzle in cui hai tutte le informazioni necessarie per risolverlo, ma non puoi, perché sei bloccato”, dice il primo autore Penny Lewis, professore alla School of Psychology della Cardiff University. “Potresti pensare che hai già tutti i ricordi di cui hai bisogno, ma devi metterli insieme, creando dei collegamenti tra loro, integrando aspetti che non stai integrando”

Secondo gli scienziati, questo tipo di ristrutturazione spesso avviene mentre dormiamo, quindi Lewis e i suoi coautori hanno attinto alla letteratura scientifica sul tema, combinandola con dati fisiologici e comportamentali, con l'obiettivo di creare un modello di quello che potrebbe accadere durante ogni fase del sonno.

In base a quanto scoperto, il sonno non-REM aiuta a organizzare le informazioni in categorie utili, mentre quello REM permette di andare oltre queste categorie creando connessioni inaspettate. Durante il sonno REM, d'altra parte, l'ippocampo e la corteccia non sembrano sincronizzati. Quindi, il team di Lewis ipotizza che la corteccia in quella fase sia libera di riprodurre i ricordi in qualsiasi combinazione, indipendentemente dal fatto che siano simili. Di fatto, si creano delle connessioni sorprendenti.

Per spiegarlo semplicemente, gli scienziati della Cardiff University hanno preso come esempio la scoperta di Earnest Rutherford della struttura di un atomo. Lo scienziato aveva basato il suo progetto su qualcosa che poteva sembrare non correlato: il sistema solare. Secondo il modello proposto da Lewis e dal suo team, la conoscenza di Rutherford degli atomi e dei sistemi solari sarebbe stata suddivisa in schemi diversi durante il sonno non-REM. Poi, durante il sonno REM, i ricordi degli atomi sarebbero stati riprodotti insieme a quelli del sistema solare, permettendo una sovrapposizione tra loro e la successiva applicazione dello schema al lavoro dello scienziato.

Nella pratica come si traduce questa teoria? Se abbiamo un problema difficile da risolvere, concediamoci abbastanza notti di sonno, soprattutto se stiamo lavorando a qualcosa che richiede di pensare fuori dagli schemi.

Lo studio è stato pubblicato su Cell.

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

iPhone X Tesla, l'iPhone esclusivo che si ricarica col pannello solare integrato

GreenMe -

Published in: App e Smartphone

Un dispositivo non proprio a prezzi proprio popolari, visto che la versione più "economica" (con una memoria interna inferiore, 64 Gb) costa circa 3850 euro, mentre quella con memoria interna maggiore (256 Gb) supera i 4000 euro. Quindi, almeno per ora, poco accessibile, ma chissà in futuro.

La ricarica degli smartphone, oltre ad essere una questione pratica perché, viste le numerose funzionalità, la batteria si scarica molto presto, rappresenta anche un problema ambientale, dato dal consumo di energia e dalla stessa durata di vita della batteria, il cui smaltimento poi è tutt’altro che amico dell’ambiente.

Il dispositivo si presenta come un comune smartphone con una "scocca di lusso" dotata del pannello solare, e di una batteria che si ricarica con la luce. La scocca, comunque, non è rimovibile, quindi è di fatto integrata nel telefono.  

“iPhone X Tesla di Caviar è dotato di una batteria solare che trasforma l’energia luminosa, reintegrando così la potenza della batteria dell’apparecchio – si legge sul sito della compagnia - Questo telefono prende letteralmente la potenza dall’aria! È l’energia più pulita, il cui ricavo non necessita di alcuna spesa”.

Magari, ci sarebbe da dire. Ma potrebbe non essere oro tutto quello che luccica. Tralasciando infatti i costi altissimi che non permettono per ora una diffusione capillare, attualmente l'azienda non fornisce dettagli sulla durata della ricarica, né sulla vita utile della batteria. 

In altre parole non sappiamo se dovremmo ricaricare più spesso il telefono o, peggio ancora, cambiare la batteria prima di quanto facciamo con quelle convenzionali. Mentre invece sono riportate diverse informazioni su dimensioni, prestazioni delle fotocamere, sistema di connessione, processori, etc.

E in realtà non è nemmeno il primo smartphone con un meccanismo di ricarica a pannello solare, anche se i predecessori funzionavano con una comune scocca rimovibile le cui prestazioni, dichiarate dalle case produttrici, non erano molto appetibili. 

Nonostante tutto, sembra che i preordini abbiano nettamente superato le aspettative, tanto che l'azienda ha prodotto un numero di dispositivi nettamente maggiore per rispondere alle richieste (da 99 a 999). Target di lusso più numeroso del previsto.

Elon Musk ne dovrebbe ricevere presto uno in regalo, ma chissà se ne approverà il fatto che sia chiamato proprio Tesla, come una delle società di cui è cofondatore e amministratore delegato.

Per saperne di più sulle batterie degli smartphone leggi anche:

Roberta De Carolis

L'olio evo è il più salutare anche ad alte temperature (e per friggere)

GreenMe -

Published in: Alimentazione & Salute

Quel che è certo è che gli oli vegetali non sono tutti uguali e che il loro impiego in cucina dipende anche e soprattutto dai vari punti di fumo, tanto che alcuni si prestano meglio alle fritture, altri a cotture a basse temperatura e altri ad essere utilizzati soltanto a crudo.

Il fatto da non tralasciare è che la cottura in olio vegetale sottoposto ad alte temperature può comportare il rilascio di sostanze chimiche tossiche. Quando gli oli da cucina sono esposti al calore, in pratica, si verifica una sorta di “degradazione” dell’olio stesso e vengono prodotti sottoprodotti (acidi grassi liberi, prodotti secondari di ossidazione, composti polari), alcuni dei quali hanno effetti negativi sulla salute. Anche il punto di fumo di un olio si ritiene sia correlato con la sicurezza e la stabilità a prova di calore.

È per questo che in uno studio pubblicato su Acta Scientific Nutritional Health un team di ricercatori australiani ha mirato a valutare la  correlazione tra il punto di fumo di un olio e altre caratteristiche chimiche associate alla stabilità e alla sicurezza durante il riscaldamento.

Nei test gli scienziati hanno riscaldato gli oli da cucina e hanno eseguito una serie di analisi volte a valutare i parametri legati alla stabilità. Oltre all’olio evo, gli oli testati comprendevano olio di oliva vergine, olio di oliva raffinato, olio di colza, vinaccioli, cocco, avocado, arachidi, crusca di riso e girasole. Una delle principali scoperte è stata che l’olio evo ha prodotto la più bassa quantità di sostanze nocive, mentre gli oli raffinati hanno prodotto molto di più.

“Quando l’olio è esposto al calore, si rompe e produce una varietà di sottoprodotti di degradazione come i composti polari – spiega Sarah Gray, farmacista e nutrizionista presso l’Olive Wellness Institute. Le prove dimostrano che i composti polari possono essere dannosi per la salute e sono stati collegati allo sviluppo di condizioni neurodegenerative come l’Alzheimer e il morbo di Parkinson”.

L'olio evo il migliore in cucina

L’olio extravergine di oliva, insomma, ha dimostrato in questa analisi di essere il più sicuro da usare tra i fornelli.

Un sunto che non fa altro che confermare altre ricerche secondo cui l’olio evo, soprattutto quello di alta qualità, può raggiungere punti di fumo a temperature comprese tra 200-215° (la maggior parte degli esperti ritiene invece che il punto di fumo sia più basso e si attesti ad un massimo di 190°) rendendolo una valida e salutare opzione per la maggior parte dei tipi di cottura, inclusa la cottura al forno.

Gli antiossidanti naturali e le vitamine A, D, E e K rendono inoltre quest'olio uno degli più salutari da consumare perché in grado di riducerre anche il rischio di malattie cardiache, diabete di tipo 2 e alcuni tipi di cancro.

Il nuovo studio si basa su questa ricchezza di ricerche dimostrando che non è utile limitare l'olio extra vergine di oliva a condimento per insalate, può essere utilizzato in tutti i tipi di metodi di cottura. Leggi qui tutti i benefici dell’olio extravergine di oliva.

Leggi anche: 

Germana Carillo

Xylella, rifiuti radioattivi e smog: tris di deferimenti per l'Italia dalla Commissione Ue

GreenMe -

Published in: Ambiente

Smog e PM10

La decisione dell'Ue arriva dopo una serie di richiami e una procedura di infrazione iniziata nel 2014, seguita da una seconda l'anno successivo per il superamento dei valori di biossido di azoto. L'Italia è accusata dall'Europa di aver continuato a violare i limiti comunitari per il Pm10. Stessa sorte è toccata ad altri stati, anche se questo non può di certo fornire un alibi: deferiti anche Ungheria e Romania e e denunciati alla Corte Francia, Germania e Regno Unito per il superamento dei limiti di biossido di azoto (No2).

Il 31 gennaio scorso, inoltre, il commissario Ue all'ambiente Karmenu Vella aveva richiamato i ministri di 9 paesi, Italia compresa, invitandoli ad adottare in tempi brevi misure per ridurre l'inquinamento atmosferico. Se l'allarme NO2 in Italia è rientrato, non è accaduto lo stesso per il Pm10 per il quale i tempi per la riduzione del particolato dall'aria sono stati considerati troppo lunghi.

Rifiuti radioattivi

Altro deferimento riguarda i rifiuti radioattivi. La Commissione ci accusa di non essere stati in grado di assicurare la piena conformità alla direttiva in materia, che prevede un quadro per garantire la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. Entro il 23 agosto del 2015, gli stati membri avrebbero dovuto rendere noti i programmi nazionali. Cosa che non è stata fatta. Così, dopo l'avvio della procedura di infrazione, l'Italia aveva ricevuto un parere motivato a luglio, insieme ad Austria, Croazia, Repubblica ceca e Portogallo. E adesso è arrivato anche il deferimento.

Xylella

Secondo la Commissione europea, l'Italia è colpevole di non aver applicato le misure Ue, tra cui l'abbattimento degli ulivi malati. Solo in questo modo, secondo le autorità comunitarie, si sarebbe riusciti a impedire la diffusione in Italia e in Europa della Xylella fastidiosa.

La scelta di abbattere gli ulivi è stata oggetto di polemiche. Di recente inoltre, dall'Unione Europea è arrivato un nuovo decreto che obbliga gli agricoltori a utilizzare insetticidi non ammessi in agricoltura biologica, uno dei quali, accusato anche di essere dannoso per le api.

A marzo, quasi tremila ulivi pugliesi sono trovati positivi al batterio in un'area dove nel 2015 lo erano solo pochi esemplari. Tra una settimana, il 23 maggio, la Commissione potrebbe inoltre proporre al comitato sulla salute delle piante l'aggiornamento dell'area di quarantena, spostando di circa 20 km verso nord la fascia di territorio dove dovranno essere applicate le misure più drastiche come gli abbattimenti.

Secondo l'Ue, gli Stati membri sono obbligati ad adottare tutte le misure necessarie all'eradicazione della Xylella per evitarne la diffusione in altri paesi.

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

Hamburger vegetali di asparagi e carote aromatizzati alla salvia

GreenMe -

Published in: Ricette

Questi burger vegetali aromatizzati alla salvia, molto semplici da preparare, sono un ottimo escamotage per far mangiare le verdure di stagione ai bambini e sono perfetti per rendere più armoniosa una dieta cruelty free; impastati con patate, asparagi e carote, hanno un gusto delicato e accattivante oltre che una consistenza morbida anche dopo la cottura.

Per compattare l'impasto abbiamo utilizzato del pane grattugiato e della farina di lupini.

Ingredienti
  • 600 gr di patate
  • 500 gr di asparagi
  • 300 gr di carote
  • 1 foglia di salvia
  • 30 gr di pan grattato
  • 30 gr di farina di lupini
  • olio evo q.b.
  • sale q.b.
googletag.cmd.push(function() { googletag.display('div-gpt-ad-1498149132762-1'); });
  • Tempo Preparazione:
    60 minuti circa
  • Tempo Cottura:
    40 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare gli hamburger di asparagi e carote: procedimento
  • Lavare e pulire gli asparagi e pelare le carote,
  • tagliarli grossolanamente ed unirli in una padella, aggiungere la savia già lavata ed un filo d'olio,
  • far scaldare appena, quindi coprire con acqua e cuocere a fuoco vivo mescolando di sovente fino a farla consumare.
  • Nel frattempo lessare le patate, a cottura toglierle dall'acqua, sbucciarle e schiacciarle con lo schiacciapatate,
  • con un robot da cucina tritare le carote e gli asparagi ormai cotti fino a formare una purea,
  • ed unirla, in una ciotola capiente, alle patate schiacciate.
  • Incorporare ora la farina e il pan grattato e il sale e mescolare il tutto fino ad amalgamare tutti gli ingredienti,
  • con le mani inumidite lavorare un po' di composto e formare i burger,
  • metterli in una leccarda foderata da carta forno e unta in precedenza con olio,
  • irrorarli in superficie con un filo di olio  e cuocere in forno caldo a 200° per circa quaranta minuti,
  • a cottura ultimata sfornare e servire ancora caldi o freddi.

Ti potrebbe interessare anche altre

Ilaria Zizza

Longevità: scoperta la variante genetica che ritarda l'invecchiamento

GreenMe -

Published in: Salute & Benessere

È questa la conclusione cui sono giunti alcuni ricercatori italiani che, all’ospedale Saverio De Bellis di Castellana Grotte, in provincia di Bari, hanno analizzato diversi studi condotti in tutto il mondo su 15 mila persone di diversa età, etnia e stili di vita e hanno evidenziato come presente una modifica genetica nell’80% dei centenari dell’intero pianeta.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nucleic Acid Research della Oxford University Press, ha in pratica messo a fuoco il funzionamento della variazione di un singolo frammento del DNA.

E allora, se il segreto dei centenari del Cilento risiede nella scarsa presenza di uno specifico ormone e di quelli di Icaria sta in un'alimentazione decisamente sana, questa volta a finire sotto i riflettori è il gene FOXO3. E la variazione prende il nome di SNP.

“Abbiamo scoperto - spiega il coordinatore della ricerca, Cristiano Simone - che le persone nate con questa caratteristica genetica hanno una potente arma in più per resistere allo stress cellulare e quindi per invecchiare meglio, resistere meglio a condizioni sfavorevoli, come quelle legate a clima o all’alimentazione, e alle varie patologie legate all’invecchiamento: dal diabete a quelle cardiovascolari, al cancro”.

Secondo i ricercatori, le persone che hanno questa particolare caratteristica genetica potrebbero essere più resistenti anche agli effetti avversi delle terapie mediche e oncologiche, così come potrebbero avere una più bassa probabilità di essere colpiti da malformazioni fetali in gravidanza, o diabete nella vita adulta.

Questa scoperta potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci e alla diagnostica, perché “consente di prevedere tramite screening l’effetto che può avere un farmaco prima della somministrazione”.

Un nuovo strumento, quindi, che consentirà di valutare il rischio di malattie e ritardare l’invecchiamento. Un giorno saremo tutti esseri bionici centenari e indistruttibili?

Leggi anche:

Germana Carillo

Via Postumia, da Aquileia a Genova: il cammino di Santiago italiano

GreenMe -

Published in: Eco-Turismo

La Via Postumia è una via consolare romana fatta costruire nel 148 a.C. dal console romano Postumio Albino nei territori della Gallia Cisalpina, l'odierna Pianura Padana, per scopi prevalentemente militari, non a caso unisce Aquileia, nodo fondamentale dell’Impero romano a Genova. 

Proprio sulle tracce della via Postumia nasce nel 2013 il progetto di un cammino portato avanti da Andrea Vitiello, presidente dell’associazione Amici della Via Postumia APS. 

“Il progetto di tracciare questo cammino nasce a Cracovia, al World meeting of Associations of Saint. Ascoltando i lavori delle varie associazioni mondiali, ed in particolare europee, mi sono reso conto che nella mappa dei percorsi europei verso Santiago de Compostela mancava l'Italia e un cammino tracciato con frecce gialle che tagliasse il nostro paese da Est ad Ovest, da Genova a Mentone sulla Via della Costa Ligure”, spiega Vitiello. 

 

Così dopo anni di studio, Vitiello trova un percorso idoneo e percorribile sia a piedi che in bicicletta.

“La Via Postumia è un bellissimo percorso: per circa 600 km è pianura , poi diventa collina e infine montagna negli ultimi 80 km prima di Genova. Le regioni toccate sono 6, per un totale di 930 km, 9 Siti Unesco. Una fitta rete di accoglienza di diversa natura lo rende adatto a tutti”, dice ancora.

Il percorso è differente se lo si sceglie di fare a piedi o in bici, coincide solo da Aquileia a Vicenza, da Lonigo a Albareto, mentre per il resto ci sono sentieri alternativi. Si pedala spesso su argini fluviali, su sterrato o su ghiaia, quindi il consiglio è quello di essere sempre ben attrezzati. 

 

“Il lavoro è stato quello di costruire nel nostro paese un percorso che si inserisse nella mappa dei cammini jacobei d'Europa, che permettesse di scoprire lentamente il nord Italia, unendo città d'arte come Treviso, Vicenza, Verona, Genova e tanti altri a borghi come Aquileia, Palmanova e Peschiera del Garda, tanto per citarne alcuni”, continua il presidente. 

In bici ecco 13 tappe possibili:
  • Aquileia-Latisana
  • Latisana-Motta di Livenza
  • Motta di Livenza-Casale sul Sile
  • Casale sul Sile-Cittadella
  • Cittadella-Lonigo
  • Lonigo-Pastrengo
  • Pastrengo-Mantova
  • Mantova-Sabbioneta
  • Sabbioneta-Cremona
  • Cremona-Albareto
  • Albareto-Voghera
  • Voghera-Bosio
  • Bosio-Genova
 

“Questo cammino vuole essere un aiuto e uno stimolo alle microeconomie locali, una scelta forte in questa epoca povera di spirito e ricca di problemi”, conclude Vitiello.

Potrebbero interessarvi:

 

Dominella Trunfio

Foto: Andrea Vitiello

Ozono: qualcuno sta utilizzando clorofluorocarburi vietati, trovate tracce nell'aria

GreenMe -

Published in: Ambiente

I clorofluorocarburi, o CFC, un tempo erano considerati un trionfo della chimica moderna. Stabili e versatili, queste sostanze chimiche sono state utilizzate in centinaia di prodotti, dai sistemi militari alla lacca per capelli. Purtroppo però provocarono ingenti danni allo strato di ozono che protegge la nostra Terra.

Il Protocollo di Montreal - un accordo internazionale del 1987 - pose fine alla produzione di sostanze chimiche dannose per l'ozono. Note come CFC, esse impiegarono molto tempo per sparire dall'atmosfera ma nel tempo, grazie al divieto di utilizzo, il buco dell'ozono si ridusse. Tuttavia, il nuovo studio mostra che qualcuno negli ultimi anni ha “barato”.

Il CFC-11 è il secondo gas più abbondante che danneggia l'ozono nell'atmosfera a causa della sua lunga vita, delle continue emissioni legate alle sostanze chimiche usate per l'isolamento degli edifici e per gli elettrodomestici fabbricati prima della metà degli anni '90. Una quantità minore di CFC-11 esiste anche oggi nei frigoriferi e nei congelatori più vecchi.

Il Protocollo di Montreal è stato efficace nel ridurre i gas che impoveriscono l'ozono. Di conseguenza, le concentrazioni di CFC-11 sono diminuite del 15% rispetto ai livelli massimi misurati nel 1993. Fin qui tutto bene ma secondo il nuovo studio, anche se le concentrazioni di CFC-11 nell'atmosfera sono ancora in calo, stanno diminuendo più lentamente di quanto non farebbero se non ci fossero nuove fonti.

Un pallone meteorologico della NOAA, attraverso uno strumento apposito, ha misurato il buco dell'ozono antartico rilevando così l'aumento delle emissioni del CFC-11. Dal 2014 al 2016, le emissioni di CFC-11 sono aumentate del 25% rispetto alla media misurata dal 2002 al 2012. 

“Questo è quello che sta succedendo, e ci sta portando via de tempo prezioso dal recupero tempestivo dello strato di ozono”, ha detto lo scienziato del NOAA Stephen Montzka, autore principale dello studio. “Saranno necessari ulteriori lavori per capire esattamente perché le emissioni di CFC-11 siano in aumento e se si possa fare qualcosa al più presto”.

Secondo il team internazionale di scienziati, è molto probabile che qualcuno stia producendo CFC-11:

“Non sappiamo perché e se è stato creato per uno scopo specifico, o inavvertitamente come prodotto secondario di qualche altro processo chimico.”

Se si riuscirà a individuare tempestivamente la fonte di queste nuove emissioni, il danno potrebbe essere contenuto. In caso contrario, potrebbero verificarsi notevoli ritardi nel recupero dello strato di ozono.

Lo studio è stato pubblicato su Nature.

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

Foto

Pecore e capre per tosare gratis l'erba alta dei parchi di Roma

GreenMe -

Published in: Arredo Urbano

Si tratta dell’iniziativa su cui sta lavorando il Campidoglio proprio per risolvere la situazione a volte insostenibile di molte zone verdi della capitale, dove l’erba cresciuta supera anche il metro di altezza.

A lanciare la curiosa proposta ci ha pensato l’assessore all’Ambiente Pinuccia Montanari nel corso di una diretta Facebook. Rimandando a quanto accade attualmente già in alcuni parchi pubblici di Berlino, l’assessore sostiene che l’uso delle pecore e degli animali per effettuare quest’attività sia uno dei modi più semplici (e del tutto naturale, aggiungiamo noi) per fronteggiare l’annoso problema delle erbacce.

Quella di portare bestiame nel verde pubblico per risolvere il problema delle erbacce non è nulla di inventato. Oltre a Berlino e alla prova che si farà (se si farà) a Roma, anche Ferrara e Torino hanno messo in pratica qualcosa di simile in passato. Così come negli Stati Uniti, già 5 anni fa, il Schlitz Audubon Nature Center di Milwaukee decise di ricorrere alle capre per eliminare una vera e propria epidemia di erbe infestanti e Google, ancora più in là nel tempo, assunse 200 caprette nel suo quartier generale.

Un’iniziativa, insomma, che può di primo acchito apparire un po’ bizzarra ma che, se ci pensate bene, potrebbe consentire di non utilizzare più erbicidi e di non inquinare o sprecare denaro pubblico per mantenere aiuole e parchi cittadini in generale.

La pensa così anche Coldiretti secondo cui “con cinquantamila pecore allevate nel comune di Roma, la Capitale può contare su un vero esercito di tosaerba naturali”.

Già, proprio così, se si considera che si potrebbe trattare di una autentica scelta ecologica che riduce in primis l’inquinamento e che “consente di sostituire falciatrici e decespugliatori, abbattere rumori ed emissioni e garantire in più la concimazione naturale delle aree verdi”.

E voi cosa pensate? Potrebbe un esercito di pecorelle risolvere il problema delle erbacce infestanti?

Leggi anche:

Germana Carillo

Rob, il Forrest Gump che ha attraversato gli Usa correndo per beneficenza

GreenMe -

Published in: Buone pratiche & Case-History

Rob ha 39 anni e lavora come veterinario a Liverpool ma la sua passione è la corsa. Così, due anni fa ha deciso di emulare le gesta di Forrest Gump, interpretato da Tom Hanks, attraversando gli Usa coast to coast. E di corsa. Impresa memorabile riuscita.

Rob ha addirittura superato i record dei km percorsi da Forrest, bruciando qualcosa come 60 chilometri al giorno per 422 giorni. Ma non era da solo. Al suo fianco la fidanzata Nadine.

Il veterinario di 39 anni ha trascorso 19 mesi percorrendo circa 25.000 km attraverso l'America, concludendo in bellezza la suo straordinaria impresa: ha chiesto alla storica fidanzata di sposarlo mentre tagliava il traguardo.

Partito da Mobile, in Alabama, a settembre del 2016 Rob, allora 38enne - la stessa età di Tom Hanks quando interpretava il personaggio di Forrest Gump – ha intrapreso il viaggio epico che lo avrebbe visto percorrere la distanza pari a 590 maratone.

A una velocità media di 60 km al giorno, Rob ha combattuto contro climi sempre mutevoli, dal caldo torrido alla pioggia, fino a nevicate incessanti. Questi sforzi gli hanno permesso di raccogliere quasi 73.000 dollari a favore delle associazioni di beneficenza.

Dopo aver attraversato 43 stati a piedi, Rob ha raccontato di essere pronto a tornare alla normalità.

“Sono incredibilmente orgoglioso e ancora sorpreso per essere riuscito nell'impresa. Ho avuto l'idea di attraversare l'America per la prima volta 15 anni fa, pensando che sarebbe stato un modo incredibile per vedere un paese affascinante e bellissimo. Avevo fatto un paio di tentativi poco ortodossi cercando di mettere insieme una corsa, ma dopo aver visto Forrest Gump una notte, ho avuto l'ispirazione. Mia madre, che sfortunatamente non c'è più, mi spingeva sempre a fare una cosa nella vita che facesse la differenza”.

E l'uomo l'ha presa in parola. Sostenuto dalla fidanzata e dagli amici, ha deciso di provare ad attraversare l'America di corsa. Nonostante sia un maratoneta esperto, Rob si è allenato a lungo prima del suo arrivo negli Stati Uniti. E il suo straordinario percorso si è concluso con la richiesta di matrimonio rivolta alla sua Nadine, inginocchiato davanti a lei e al loro bambino.

Un lieto fine degno di un film.

LEGGI anche:

Francesca Mancuso

Pagine

Abbonamento a Il portale della Fratellanza aggregatore