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Genocidio in Birmania, decapitati anche bambini

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Published in: Costume & Società

Sono testimonianze agghiaccianti quelle pubblicate sulle maggiori testate internazionali in cui addirittura si parla di decapitazioni di bambini, vittime innocenti della guerriglia iniziata lo scorso 25 agosto.

Secondo Sky news:

“Abdul Rahman, un uomo di 41 anni e sopravvissuto all’ennesimo attacco ha detto che entrambi i suoi nipoti sono stati decapitati”.

Cosa sta succedendo in Birmania?

I rohingya sono una delle minoranze più perseguitate al mondo, poco più di un milione di musulmani che vivono nello stato del Rakhine, dove la maggior parte è di fede buddista.

La loro storia ha radici lontane, dagli anni Ottanta sono senza cittadinanza birmana perché tra le altre cose, sono anche accusati di essere immigrati dal Bangladesh. Sono, attualmente, apolidi senza diritti legati all’istruzione, alla sanità, alla proprietà, al voto.

Una situazione che ciclicamente sfocia in conflitti civili, ma questa volta le circostanze sembrano più gravi. Nel frattempo, Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato della Birmania non sarà presente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in programma la prossima settimana.

Il premio Nobel per la pace, che ha condannato gli attacchi dei ribelli rohingya, accusandoli di avere assaltato trenta centrali di polizia e una base militare, è stata aspramente criticata nell'ultimo mese, dalla comunità internazionale per la gestione della crisi nello stato di Rakhine.

Oltre agli scontri tra forze di sicurezza e ribelli rohingya, ci sono stati molti episodi di violenza tra rohingya e abitanti non musulmani di alcune città dello stato di Rakhine.

Bambini in fuga e sofferenti

Secondo Save the Children e Unicef, oltre 370mila Rohingya si sono rifugiati in Bangladesh nelle ultime due settimane e mezza e più della metà sarebbero bambini e centinaia sarebbero i morti.

In queste ultime ore, il primo ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, in visita ad un campo profughi a Cox's Bazar, nel sud-est del Paese, ha rivolto un appello alla Birmania affinché cessino le violenze e la minoranza ritorni in Birmania.

Tutto ciò perché mentre le organizzazioni umanitarie e il governo del Bangladesh stanno cercando di ampliare gli interventi di assistenza, la situazione nelle comunità e nei campi informali, dove gli sfollati Rohingya stanno cercando rifugio, diventa ogni giorno più disperata.

Secondo Save the children, nei campi migliaia di famiglie Rohingya con i loro bambini sono costrette a dormire all’aperto o lungo le strade perché non sanno dove trovare riparo.

“Alcuni non hanno cibo a sufficienza o acqua potabile, e in questo stato di totale incertezza aumentano i rischi di abuso, sfruttamento o traffico dei bambini”, ha dichiarato George Graham, esperto di emergenze umanitarie di Save the Children.

Tra chi è arrivato negli ultimi giorni, spesso dopo una lunga fuga a piedi e dopo aver abbandonato la propria casa in mezzo a violenze e uccisioni, il livello di disperazione è altissimo. Sono già molti i bambini che si sono ammalati per mancanza di cibo o acqua potabile.

“Siamo molto preoccupati per le centinaia di bambini non accompagnati o che si sono ritrovati separati dalle loro famiglie nei disordini o nella fuga, che hanno bisogno di una assistenza particolare e di poter essere ricongiunti con i loro familiari”, continua.

Stessa preoccupazione da parte dell’Unicef:

“È una crisi umanitaria che si sta acuendo. Bambini che non hanno dormito per giorni e che sono stanchi e affamati. Dopo viaggi lunghi e difficili, molti sono malati e hanno bisogno di cure mediche. Bambini traumatizzati che hanno bisogno di protezione e supporto psicosociale. Fra i rifugiati ci sono anche madri in gravidanza”, ha dichiarato Jean Lieby, responsabile Unicef per la protezione infanzia in Bangladesh.

La petizione

Sulla piattaforma Avaaz è stata lanciata lanciata una petizione rivolta ai capi di Stato e ai ministri degli Esteri di Italia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, Stati Uniti e di tutti i governi che sostengono militarmente la Birmania.

Si legge: 

"Le notizie della brutale repressione dei Rohingya da parte dell’esercito birmano sono terrificanti. Vi chiediamo di sospendere immediatamente ogni sostegno finanziario e operativo dell’esercito e del governo del paese affinché smettano le violenze contro questa comunità, i responsabili vengano affidati alla giustizia, e il governo avvii un processo che metta fine all’assenza di diritti e alla persecuzione religiosa di queste persone".

FIRMA QUI LA PETIZIONE

Dominella Trunfio

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Chikungunya: cos'è, sintomi e contagio della febbre trasmessa dalle zanzare

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Ai casi di Chikungunya registrati ad Anzio (località del litorale laziale), si aggiungono adesso anche alcuni episodi riscontrati direttamente nella Capitale. Una situazione che va senza dubbio monitorata attivando anche alcune misure preventive (si sta pensando ad esempio di interrompere nelle prossime ore le donazioni di sangue a Roma in modo da evitare ulteriori contagi). Ma cerchiamo per prima cosa di capire quali sono le peculiarità di questa malattia.

Cos’è la Chikungunya?

Dietro questo nome difficile da pronunciare si nasconde una malattia acuta di origine virale che si trasmette tramite puntura di zanzara tigre. Il virus, che la zanzara veicola e trasmette nel sangue delle sue “vittime”, è il togavirus (arborvirus).

La denominazione di “Chikungunya” deriva dalla lingua kimakonde (Tanzania), nella quale questo termine significa “diventare contorto”. Si fa riferimento al fatto che tra i sintomi di questa malattia vi sono forti dolori articolari che costringono in alcuni casi le persone ad assumere strane posizioni.

Nel nostro paese si sta registrando in quest’ultimo periodo un aumento dei casi di contagio mentre in altre parti del mondo la Chikungunya è nota per aver fatto vere e proprie epidemie già a partire dal 1952 quando comparve per la prima volta in Tanzania. In Italia è rimasto impresso l'anno 2007 quando in Emilia Romagna si registrò un focolaio.

Chikungunya, sintomi

I sintomi della chikungunya si possono inizialmente confondere con quelli di una classica influenza, nel giro di poco tempo però iniziano a diventare più pesanti e comprendono:

  • Febbre: l’aumento della temperatura spesso insorge in maniera improvvisa e può raggiungere picchi molto alti
  • Dolori articolari e muscolari: sono uno degli aspetti caratteristici di questa malattia e possono essere talmente forti da costringere la persona a stare a letto senza potersi muovere.
  • Mal di testa: come nelle più banali influenze sopraggiunge anche una sensazione di cerchio alla testa, cefalea o comunque disturbi nella zona degli occhi e delle tempie.
  • Affaticamento: compaiono senso di stanchezza e fatica che possono impedire le più comuni attività quotidiane
  • Nausea: scarso appetito e sensazione di nausea sono associati alla presenza di questo virus
  • Sfoghi cutanei: tra i sintomi possibili vi è anche la comparsa di sfoghi sulla pelle come rossori, bolle, eritemi.

Il dolore alle articolazioni è spesso il sintomo che spaventa di più e maggiormente invalidante, fortunatamente sparisce dopo pochi giorni anche se esistono casi in cui la malattia si cronicizza e i dolori possono protrarsi molto più a lungo (anche mesi o addirittura anni!).

Sintomi molto rari sono inoltre:

  • Complicanze agli occhi
  • Complicanze neurologiche
  • Complicanze cardiache
  • Disturbi gastrointestinali

Nella maggior parte dei casi la Chikungunya non è una malattia grave, gli anziani e bambini sono però le categorie più a rischio in quanto potrebbero subire la sintomatologia e le eventuali conseguenze più gravi in caso di contagio.

Chikungunya, contagio

Si tratta di una malattia che non si passa da persona a persona ma ad essere responsabile della sua trasmissione nel nostro paese sono sempre la Aedes aegypti o la Aedes albopictus che noi comunemente chiamiamo zanzare tigre. Si tratta delle stesse zanzare che veicolano anche la Dengue e lo Zika.

Questi insetti pungono principalmente di giorno, soprattutto di mattina presto o al tramonto. Più a rischio se si sta all’aperto ma, in particolare la Aedes aegypti, spesso si trovano pronte a colpire anche nelle abitazioni e in luoghi chiusi.

Dal momento in cui si viene punti dalla zanzara infetta dal virus occorrono in media dai 4 agli 8 giorni (ma si può arrivare fino a 12) prima di veder comparire i sintomi.

Per accertare l’effettiva presenza della malattia è necessario sottoporsi ad alcuni test sierologici per valutare i livelli anticorpali di IgM e IgG. In caso di dubbi rivolgetevi tempestivamente al vostro medico.

Molto importante evitare che le persone infette vengano punte da zanzare, in questo modo infatti l’infezione ha la possibilità di espandersi ulteriormente.

Chikungunya, terapia

Non esiste una specifica terapia contro la Chikungunya che si tratta dunque solo con farmaci sintomatici utili ad esempio a limitare i forti dolori articolari. La guarigione viene favorita da una buona dose di riposo a letto e idratazione.

Chikungunya, prevenzione

L’ideale è ovviamente non essere punti dalle zanzare, cosa difficile soprattutto in estate quando questi insetti proliferano più facilmente. Leggete a questo proposito tutti i più efficaci rimedi contro le zanzare

Quando si registra un focolaio di trasmissione della malattia si rende spesso necessaria una disinfestazione.

Rimangono sempre validi i buoni consigli di:

  • indossare abiti di colore chiaro che coprano bene il corpo
  • applicare prodotti (meglio se naturali) per tenere lontane le zanzare
  • evitare i ristagni d’acqua in casa, balcone o giardino
  • applicare zanzariere alle finestre

Non esiste un vaccino che prevenga questa malattia.

Francesca Biagioli

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Tatuaggi: tutto ciò che contiene l'inchiostro arriva nel sangue in microparticelle

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Published in: Salute & Benessere

L’allarme arriva da un gruppo di studiosi dell’Istituto Federale tedesco per la valutazione dei rischi (ESRF), i quali, utilizzando uno dei più potenti microscopi al mondo, la luce di sincrotrone, hanno osservato particelle delle dimensioni di un milionesimo di millimetro.

La ricerca, pubblicata su Scientific Reports e coordinata da Ines Schreiver, è arrivata alla conclusione che queste microparticelle viaggiano fino a raggiungere i linfonodi, le cosiddette “sentinelle” del sistema immunitario.

Quali siano le conseguenze sulle salute, tranne un rigonfiamento cronico dei linfonodi, per ora non è dato saperlo, quel che è certo è che “quando qualcuno vuole farsi un tatuaggio è molto attento a rivolgersi a centri che utilizzano aghi sterili. Tuttavia nessuno controlla la composizione chimica dei colori, bisognerebbe farlo e adesso ne dimostriamo il motivo”, ha dichiarato Hiram Castillo, del Centro europeo per la luce di sincrotrone Esfr (European Synchrotron Radiation Facility) di Grenoble.

Poco si sa, quindi, sulle potenziali impurità della miscela di colore applicata sulla pelle. La maggior parte degli inchiostri del tatuaggio contengono pigmenti organici, ma includono anche conservanti e contaminanti come il nichel, il cromo, il manganese o il cobalto. Oltre al nero del carbonio, il secondo ingrediente più comunemente utilizzato negli inchiostri del tatuaggio è il biossido di titanio (TiO2), un pigmento bianco normalmente applicato per creare certe tonalità quando mescolato con i coloranti. La guarigione ritardata, insieme all'elevazione della pelle e alla prurito, è spesso associata a tatuaggi bianchi e per effetto dell'uso di TiO2. Il TiO2 è generalmente usato anche negli additivi alimentari, negli schermi solari e nelle vernici.

Se finora i pericoli che possono derivare dai tatuaggi erano stati studiati solo con l’analisi chimica degli inchiostri e dei loro prodotti di degradazione in vitro, ora gli scienziati dell’ESRF, dell'Università di Ludwig-Maximilians e dellla Physikalisch-Technische Bundesanstalt sono riusciti a ottenere un’immagine molto chiara sulla posizione del biossido di titanio una volta entrato nel tessuto epidermico e ad arrivare a più importanti conclusioni: “quello che non sapevamo – spiega Bernhard Hesse, autore dello studio – è che i pigmenti migrano in una forma nano, il che implica che non possano avere lo stesso comportamento delle particelle a livello micro. È questo il problema: non sappiamo come reagiscono le nanoparticelle”.

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Complessivamente, insomma, gli scienziati hanno riportato forti evidenze sia per la migrazione che per la deposizione a lungo termine di elementi tossici nel sangue, il prossimo passo sarà quello di ispezionare ulteriori campioni di pazienti con effetti negativi derivanti dai loro tatuaggi per trovare collegamenti con proprietà chimiche e strutturali dei pigmenti utilizzati per creare queste colorazioni.

Intanto, se avete intenzione di tatuarvi, pensateci ancora una volta.

Germana Carillo

Ponte dell'Arcobaleno: la meravigliosa leggenda del paradiso dei nostri amici animali

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Published in: Cani, Gatti & co.

I nostri amici a quattro zampe sono parte integrante della famiglia, con loro condividiamo la quotidianità, stringendo un legame indissolubile.

E’ per questo che quando ci lasciano, viviamo un vero e proprio lutto da elaborare nel tempo. Ognuno esprime le emozioni come meglio crede, ma questa leggenda forse può essere un aiuto per chi è in questa fase dolorosa.

La leggenda del Ponte dell'Arcobaleno 

Proprio alle soglie del Paradiso esiste un luogo chiamato il Ponte dell’Arcobaleno. Quando muore un animale che ci è stato particolarmente vicino sulla terra, quella creatura va al Ponte dell’Arcobaleno.

E’ un posto bellissimo dove l’erba è sempre fresca e profumata, i ruscelli scorrono tra colline ed alberi ed i nostri amici a quattro zampe possono correre e giocare insieme. Trovano sempre il loro cibo preferito, l’acqua fresca per dissetarsi ed il sole splendente per riscaldarsi e così i nostri cari amici sono felici: se in vita erano malati o vecchi qui ritrovano salute e gioventù, se erano menomati o infermi qui ritornano ad essere sani e forti così come li ricordiamo nei nostri sogni di tempi e giorni ormai passati.

Qui i nostri amici che abbiamo tanto amato stanno bene, eccetto che per una piccola cosa, ognuno di loro sente la mancanza di qualcuno molto speciale che ha dovuto lasciarsi indietro.

Così accade di vedere che durante il gioco qualcuno di loro si fermi improvvisamente e scruti oltre la collina, tutti i suoi sensi sono in allerta, i suoi occhi si illuminano e le sue zampe iniziano a correre velocemente verso l’orizzonte, sempre più veloce.

Se vi trovate in questa dolorosa situazione leggete qui:

Ti ha riconosciuto e quando finalmente sarete insieme, lo stringerai tra le braccia con grande gioia, una pioggia di baci felici bagnerà il tuo viso, le tue mani accarezzeranno di nuovo l’amata testolina e i tuoi occhi incontreranno di nuovo i suoi sinceri che tanto ti hanno cercato, per tanto tempo assenti dalla tua vita, ma mai dal tuo cuore.

E allora insieme attraverserete il Ponte dell’Arcobaleno per non lasciarvi mai più…

Per saperne di più si rimanda al libro La leggenda del Ponte Arcobaleno edito da lulu.com

Dominella Trunfio

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Crostata di mele: la ricetta senza burro e senza lattosio

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Published in: Ricette

La preparazione della crostata crema e mele è molto semplice, ed è possibile effettuarla in più tempi facendo, ad esempio, la crema alla cannella anche un giorno prima. La frolla è all'olio e quindi potrete prepararla prima e lasciarla in frigorifero, oppure potrete anche utilizzarla subito perché non ha bisogno di tempi di riposo.

Ingredienti
  • 500 ml latte di riso
  • 2 cucchiaini scarsi di cannella
  • 40 gr di amido di mais
  • 60 gr di zucchero di canna
  • 1 panetto di pasta frolla all'olio
  • 600 gr di mele
  • 1 limone
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  • Tempo Preparazione:
    30 minuti
  • Tempo Cottura:
    20 minuti
  • Tempo Riposo:
    tempo di raffreddamento
  • Dosi:
    per 8 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Procedimento per la crostata crema e mele: 
  • Preparare la crema mescolando in una pentola dal fondo spesso la maizena, lo zucchero e la cannella,
  • versare a filo il latte mescolando contemporaneamente in modo da evitare la formazione di eventuali grumi,
  • cuocere a fuoco basso mescolando di continuo fin quando la crema non si addenserà,
  • quindi toglierla dal fuoco, coprirla con della pellicola alimentare a contatto in modo da non far formare una crosticina in superficie e metterla a raffreddare.
  • Nel frattempo preparare la pasta frolla all'olio (che non ha bisogno di essere messa a riposo) e spremere il limone.
  • Sbucciare le mele, eliminare il torsolo e tagliarle a spicchi,
  • tagliarle quindi a fettine molto sottili ed irrorarle con qualche goccia di succo di limone per evitare così che possano scurirsi.
  • Foderare ora uno stampo per crostate con della carta forno, o se si preferisce oliarlo ed infarinarlo, quindi coprire con la pasta frolla all'olio tutta la superficie dello stampo, basterà prendere dei pezzi frolla ed unirli insieme schiacciandoli con le dita delle mani
  • farcire con la crema ormai fredda avendo cura di livellarla con una spatola
  • e a seguire decorare con le fettine di mele, partendo dall'esterno e procedendo verso l'interno si formerà così un decoro armonioso ed ordinato.
  • Infornare in forno caldo e cuocere a 200° per circa trenta minuti o comunque fin quando la frolla non risulterà ben dorata.
  • A cottura sfornare e lasciar raffreddare, togliere la crostata dallo stampo solo quando sarà del tutto fredda altrimenti potrebbe rompersi.

 

Come conservare la crostata crema e mele:

La crostata crema e mele potrà essere conservata in frigorifero per un paio di giorni purché coperta da pellicola alimentare.

 

Un'idea in più:

La crostata crema e mele potrà essere cotta anche in pirofile di pirex, in questo modo sarà possibile controllare al meglio la cottura della frolla, basterà semplicemente ungerla con un po' d'olio e procedere come da ricetta.

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Fernando Pessoa, storia, opere e frasi più belle dello scrittore inquieto

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Oltre ad essere il maggior autore della cosiddetta eteronimia, il critico letterario Harold Bloom lo definì, insieme con Pablo Neruda, il poeta più rappresentativo del XX secolo.

Bevve molto nel corso dei suoi anni, tanto da morire a 47 anni di cirrosi epatica. L’ultima frase che scrisse è in inglese “I know not what tomorrow will bring”.

Fernando Pessoa la storia Fonte foto

“Non so dove ci porterà il domani", e questo Fernando Pessoa lo ha pensato forse non soltanto alla fine dei suoi giorni. Nacque a Lisbona il 13 giugno 1888 da Madalena Pinheiro Nogueira e Joaquim de Seabra, un critico musicale. Ma il padre morì molto presto a causa di una tubercolosi e così nel 1895 fu costretto a seguire la madre in Sud Africa, questa volta sposa del comandante Joào Miguel Rosa, console portoghese a Durban.

Studiò in Africa, secondo un’educazione di stampo britannico, fino all’esame di ammissione all’Università di Città del Capo e fino a raggiungere quella perfetta conoscenza dell’inglese con cui scriverà sin da subito poesie.

Nel 1905 tornò definitivamente a Lisbona dove proseguì la produzione di poesie in inglese. Si immatricolò anche, ma abbandonò subito, al corso superiore di lettere dell'Università di Lisbona. Fu allora che entrò in contatto con importanti scrittori della letteratura portoghese e cominciò a seguire l’opera di Cesário Verde e i sermoni di Padre Antônio Vieira sul Quinto impero. Si impiegò in seguito, lavoro che manterrà per tutta la vita, come corrispondente di francese e inglese per varie ditte commerciali, pur avendo in attivo collaborazioni con parecchie riviste (è in questo periodo che ebbe inizio, nel 1920, una storia con Ophelia Queiroz, impiegata in una delle ditte di import e export per le quali Fernando lavorava. Probabilmente l’unica avventura sentimentale della sua vita, finita nel 1929).

Fernando Pessoa fu ricoverato nel novembre 1935 all’ospedale di Luís dos Franceses per una crisi epatica dovuta all’abuso di alcool e il 30 novembre morì all'età di 47 anni.

Fernando Pessoa, scritti e attività letteraria

È il 1913, a 25 anni, quando Pessoa, dopo aver vissuto l’esperienza del Saudosismo di Teixeira de Pascoaes (un movimento d’ispirazione simbolista con connotazioni mistico-panteistiche e nazionaliste), lancia il "paulismo" (dalla prima parola - Pauis - con cui inizia la poesia “Impressioni del crepuscolo”, pubblicata nel febbraio del 1914. Nel contempo comincia a collaborare con varie riviste, come “A Aguia” e “Portugal Futurista”. In quegli anni, fanno la loro prima apparizione gli eteronimi Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos, oltre al già citato il Chevalier de Pas.

Nel 1915 con Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado e altri, crea la rivista d’avanguardia “Orpheu”, che ricalca i toni del futurismo, del paulismo e del cubismo. Il lavoro della rivista non dura a lungo, anche perché fu subito immerso in un mare di polemiche nell'ambiente letterario portoghese. Da allora, Fernando Pessoa si interessa anche all’esoterismo e alla teosofica, dando un’impronta differente alle opere che verranno.

Nel 1926, in un’intervista a un giornale portoghese, dopo il colpo di stato militare che apre le porte al regime salazariano, Fernando Pessoa espone le sue teorie del “Quinto Impero”, che riguardano l’attualizzazione delle profezie di Bandarra (il ciabattino di Trancoso) scritte nella prima metà del XV secolo, secondo le quali il re Don Sebástian, dato per morto nel 1578 nella battaglia di Alcazarquivir, sarebbe tornato intenzionato a istituire un regno di giustizia e di pace. È proprio il “Quinto Impero”, che il Portogallo dovrà per forza attuare con la cultura e non militarmente o politicamente.

Nel 1934, Fernando cura personalmente e pubblica “Mensagem”, l’unica raccolta di versi in lingua portoghese. Soltanto dopo la sua morte, infatti, avverrà la pubblicazione della sua opera, che comprende scritti di teologia, occultismo, filosofia, politica, economia e altre discipline.

Nel 1942 è stato pubblicato “Poesias de Fernando Pessoa” e a seguire “Poesias de Álvaro de Campos” (1944), “Odes de Ricardo Reis” (1946), “Poemas de Alberto Caeiro” (1946), “Poemas dramaticos” (1952), “Poesias ineditas” (1955 e 1956), “Quadras ao gosto popular” (1965), “Novas poesias ineditas” (1937), “Poemas” inglese (con le traduzioni di Jorge de Sena, Adolfo Casals Monteiro e José Blanc de Portugal, 1974), “Livro de Desassossego” (1982).

L’eteronimia, la creazione di Fernando Pessoa l’inquieto

Aveva soli 6 anni e Fernando già creò il suo primo pseudonimo, tale Chevalier de Pas. Un “evento” che lo stesso Fernando racconterà più tardi ad Adolfo Casais Monteiro in una lettera del 13 gennaio 1935, in cui spiega proprio l'origine degli eteronomi.

“[...] Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”

Dalla lettura dell’opera di Pessoa si delinea una personalità complessa e dettata da quella fervida fantasia che tendeva a creare tutt’attorno sé un mondo fittizio. Lui non firmò mai con il suo nome - pubblicò con il proprio nome solo cinque volumetti di poesie: 35 Sonetts (1918), Antinous (1918), English Poems I-II e English Poems III (1921) in inglese; Mensagem (1934) in portoghese - ma inventò gli eteronomi: non pseudonimi ma “personalità poetiche autentiche e complete”.

È in questo modo che l’autore portoghese ha rappresentato l’essere inquieto, quelle turbolenze dell’uomo del ‘900, nascondendo la propria identità sotto una moltitudine di eteronimi (più di 40), una sorta di alter ego poetici con tanto di biografie e di un proprio stile. Con gli eteronimi di Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos mise giù poesie e prose, a partire da quel Chevalier de Pas dell’infanzia, tramite cui Fernando piccolo scriveva lettere a se stesso. Ha invece un nome anglosassone, Alexander Search, il corrispondente creato dalla sua penna mentre viveva in Sud Africa, personaggio che si evolverà negli anni successivi fino a diventare uno dei suoi eteronimi.

Un modo, quello di creare continuamente degli alter ego, che un po’ risponde all’esigenza dell’autore portoghese  di  cercare di studiare i suoi personaggio e capire cos’è che manca a lui stesso, in una sorta di nosce te ipsum che fa di Pessoa un grande protagonista di una letteratura quasi esistenzialista. Questo è esattamente quello che fa nel suo “Libro dell’inquietudine”, in cui mette per iscritto le riflessioni rispetto a quella che lui definisce “monotona e limitante condizione di uomo”.

Fernando Pessoa, le frasi celebri
  • Non sono niente,
    non sarò mai niente,
    non posso voler essere niente.
    A parte questo ho dentro di me tutti i sogni del mondo.
    (Tabaccheria, Poesie di Álvaro de Campos)
  • Tutto è imperfetto, non c’è tramonto così bello da non poterlo essere di più.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • La solitudine mi sconforta; la compagnia mi opprime.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Siediti al sole.
    Abdica e sii re di te stesso.
    (Una sola moltitudine)
  • Che cosa so di quel che sarò, io che non so che cosa sono?
    (Poesie di Alvaro de Campos)
  • L’unico modo di andare d’accordo con la vita è essere in disaccordo con noi stessi.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Non amiamo mai nessuno. Amiamo solo l’idea che ci facciamo di qualcuno. È un concetto nostro quello che amiamo: insomma, amiamo noi stessi.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Io non ho fatto altro che sognare. E’ stato questo, e solo questo, il senso della mia vita. Non ho mai avuto altra vera preoccupazione se non la mia vita interiore. I più grandi dolori della mia vita si attenuano quando, aprendo la finestra che dà dentro di me, posso dimenticare me stesso alla vista del suo movimento
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Se almeno da fuori io fossi tanto interessante
    come lo sono dentro…..!
    (Un’affollata solitudine)
  • Per quanto ci spogliamo di ciò che abbiamo indossato, non raggiungiamo mai la nudità, perché la nudità è un fenomeno dell’anima, e non un togliersi il vestito.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Essere poeta non è una mia ambizione.
    È la mia maniera di stare solo.
    (Una sola moltitudine)
  • Dormo quando sogno quello che non c’è; mi sveglio quando sogno quello che può esistere.
    (Il libro dell’Inquietudine)
  • Vivo sempre nel presente. Non conosco il futuro. Non ho più il passato. L’uno mi pesa come la possibilità di tutto, l’altro come la realtà di nulla. Non ho speranze né nostalgie.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Se scrivo ciò che sento è perchè in tal modo diminuisco la febbre di sentire.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Felicità è fuori dalla felicità. Non c’è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Mio Dio, mio Dio, a chi assisto? Quanti sono io? Chi è io? Cos’è questo intervallo che c’è tra me e me?
    (Il libro dell’inquietudine)
  • La morte è la curva della strada,
    morire è solo non essere visto.
    (Una sola moltitudine)
  • Ho tutte le condizioni per essere felice, tranne la felicità.
    (L’educazione dello stoico)
  • Una sola cosa mi meraviglia più della stupidità con la quale la maggior parte degli uomini vive la sua vita: l’intelligenza che c’è in questa stupidità.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Ci sono momenti in cui tutto ci stanca, perfino ciò che potrebbe riposarci, quello che ci stanca perché ci stanca; quello che potrebbe riposarci perché l’idea di ottenerlo ci stanca.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, al contempo, un giorno in meno.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Il tedio… Pensare senza che si pensi, con la stanchezza di pensare; sentire senza che si senta, con l’angoscia del sentire; non volere senza che non si voglia, con la nausea di non volere.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Il vero male, l’unico male, sono le convenzioni e le finzioni sociali, che si sovrappongono alla realtà naturale.
    (Il banchiere anarchico)
  • Quello che distingue le persone le une dalle altre è la forza di farcela, o di lasciare che sia il destino a farla a noi.
    (Il libro dell’inquietudine)
  • Non so chi sono, che anima ho.
    Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste.
    (Una sola moltitudine)
  • Dio non ha unità. Come potrei averla io?
    (Poesie esoteriche)
  • Il mondo è di chi è nato per conquistarlo, e non di chi sogna, a buon diritto, di poterlo conquistare.
    (Tabaccheria, Poesie di Álvaro de Campos)
  • Il cuore, se potesse pensare, si fermerebbe.
    (Il libro dell’inquietudine)

 

Germana Carillo

Patate dolci: proprietà, calorie e come cucinare la patata americana

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Sotto il nome di patate dolci, patata americana o batata si nasconde la specie botanica della Ipomea batatas, una radice tuberosa dal sapore dolce e ricco di amido. Con la patata comune condivide in realtà solo il nome, la forma simile e la consistenza ma in realtà si tratta di due famiglie diverse. La patata americana non appartiene infatti alle Solanacee ma alle Convolvulaceae.

L’origine di questo alimento è da ricercare nelle aree tropicali americane (da qui il suo nome) anche se attualmente viene coltivato un po’ in tutto il mondo, Italia compresa (nota la patata americana di Puglia o quella del Veneto).

Il colore della buccia può variare dal rosso-aranciato, al marrone al bianco mentre la parte interna può essere gialla, arancione e anche violacea.

Ma vediamo adesso più da vicino le proprietà delle patate dolci.

Patate dolci, proprietà

Le patate dolci sono ricche di sostanze benefiche per il nostro organismo che gli conferiscono diverse proprietà. La presenza di fibre, ad esempio, fa sì che la batata possa rivelarsi utile in caso di stipsi mentre la presenza di vitamina A, B6 e C oltre che di sali minerali come magnesio, potassio, calcio, manganese e fosforo la rendono un buon integratore naturale.

L'associazione americana Center of Science in the Public Interest (CSPI) in una classifica di qualche anno fa sui vegetali più salutari ha messo proprio le patate dolci al primo posto. Gli esperti hanno valutato l’elevata concentrazione di sostanze benefiche non solo all'interno ma anche e soprattutto nella buccia di queste radici tuberose.

Il caratteristico colore arancione delle patate dolci più comuni è dovuto alla ricchezza in carotenoidi, sostanze dal potere antiossidante. Il potere anti-age della patata americana è rafforzato anche dalla presenza di altri flavonoidi e antociani.

Un vantaggio che offrono le patate dolci rispetto alle patate comuni è quello di avere un indice glicemico più basso.
Nella buccia, poi, si trova una sostanza detta Cajapo, che ha effetti benefici sulla riduzione del colesterolo e della glicemia.

Ricapitolando le patate dolci sono:

  • ricche di minerali e vitamine
  • ricche di fibre
  • antiossidanti
  • hanno indice glicemico più basso delle comuni patate
  • la buccia riduce colesterolo e trigliceridi
Patate dolci, valori nutrizionali

Le patate dolci sono ricche di minerali e contengono in particolare alcuni tipi di vitamine. Sono invece povere di grassi.

  • Grassi 0,1 g di cui
  • Acidi grassi saturi 0 g
  • Acidi grassi polinsaturi 0 g
  • Acidi grassi monoinsaturi 0 g
  • Sodio 55 mg
  • Potassio 337 mg
  • Carboidrati 20 g
  • Fibra alimentare 3 g
  • Zucchero 4,2 g
  • Proteine 1,6 g
  • Vitamina A 187 IU
  • Vitamina C 2,4 mg
  • Calcio 30 mg
  • Magnesio 25 mg
  • Ferro 0,6 mg
  • Vitamina D 0 IU
  • Vitamina B6 0,2 mg
  • Vitamina B12 0 µg

C’è chi ritiene tra l'altro che la patata dolce a polpa arancione fortificata con vitamina A, opera recente di alcuni ricercatori, potrà contribuire a contrastare la fame nel mondo. 

Patate dolci, calorie

100 grammi di patate dolci bollite forniscono al nostro organismo circa 80 calorie. Si tratta in particolare di carboidrati complessi ma anche di una discreta dose di proteine (circa il 5%) e un quasi nullo apporto di grassi. La patata americana è dunque un alimento che può consumare anche chi è a dieta.

Come cucinare la patata americana

Dato che non fa parte della nostra tradizione può sembrare difficile utilizzare la patata americana in cucina, in realtà si tratta di un ingrediente che si presta bene a sostituire nelle ricette le più comuni patate o la zucca. Il sapore e la consistenza della batata è infatti a metà strada tra questi due alimenti.

Provate quindi a preparare delle patate dolci al forno, oppure tagliatele a listarelle e friggetele al pari delle comuni patatine (potete realizzare anche delle chips) o ancora lessatele e conditele con olio sale e limone. Le batate lesse si possono anche schiacciare con un passapatate per realizzare un originale purè arancione.

 

Un'altra idea è quella di realizzare con le patate americane le baked potatoes, ovvero le patate al forno ripiene a seconda dei vostri gusti con formaggio, verdure, ecc. oppure una zuppa di batate o ancora arricchire il vostro pane con il sapore delicato di questo tubero. 

C’è però una cosa importante da sapere: a differenza delle normali patate, le batate possono essere consumate anche crude meglio ancora se insieme alla loro buccia (ottima in quanto a proprietà), naturalmente ben lavata. Provatele ad esempio aggiunte a pezzettini in un’insalatona.

Per quanto riguarda le ricette dolci le batate si prestano bene alla realizzazione di muffin e torte visto il loro gusto delicato e dolciastro.

Ricapitolando le patate dolci si prestano alla realizzazione di:

Sulle patate e altri tuberi della salute potrebbe interessarvi anche:

Dove trovare le patate dolci

Non è sempre facile trovare le patate dolci nei supermercati o al mercato. Recatevi da coltivatori ben forniti o nei negozi di agricoltura biologica.

Francesca Biagioli

Ongoing tensions pose continued dangers for civilians in eastern Ukraine, notes UN report

ONU - aiuti umanitari - feed -

Last month saw a decrease in the number of civilian casualties due to the conflict in eastern Ukraine, according to a new report issued today by the United Nations human rights office, which added that the sudden flaring and easing of tensions continues to make daily life dangerous for civilians living close to the so-called “contact line.”

Un altra Expo è finita, W Astana!

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Published in: Eventi & Iniziative

Innanzitutto parliamo del buon successo di pubblico. Qualcuno si è lamentato del fatto che fosse all'85% di provenienza interna, ovvero di kazaki, ma la diffusione di nozioni, informazioni, buone pratiche in tema energetico non sono mai troppo poche o limitanti. Bene così.

Astana 2017 è stato soprattutto un ottimo contenitore di informazioni importanti, i padiglioni nazionali e quelli tematici hanno in alcuni casi usato un linguaggio nozionistico, in altri meramente turistico, ma ce ne sono stati diversi che hanno centrato il segno provocando un coinvolgimento immediato e di impatto, che rimarrà impresso a lungo nei visitatori

In questo senso, purtroppo, l'Italia si posiziona tra i padiglioni che hanno fornito delle nozioni senza colpire granché l'immaginario. Con una sequenza dei nostri Grandi nel campo energetico, da Leonardo Da Vinci ad Alessandro Volta, e poco più, la sensazione è stata di uno stand freddo, poco coinvolgente. Forse sarebbe stato meglio puntare sull'effetto "agenzia di viaggi". Il General Manager del padiglione Italia, Valentina Pomatico, ci ha comunque assicurato che l'Italia ha fatto la sua parte, con la buona riuscita della Giornata Nazionale (evento organizzato a turno dalle nazioni presenti) e pare che siano stati buoni anche i collegamenti creati in termini di affari. Confidiamo nella parola.

Bene invece altri padiglioni come quelli dei nostri vicini austriaci e tedeschi che hanno fatto il pieno di presenze e di apprezzamenti. I primi se la sono cavata alla grande con una palestra di energia cinetica, al grido di "Future Energy is you" (trad. l'Energia del futuro sei tu), riscuotendo successo anche e soprattutto tra i più giovani. I secondi invece con l'interattività e con uno show dal forte impatto visivo, che ha colpito tutti, nessuno escluso. E che ha permesso alla Germania di vincere il primo premio nel gradimento.

Apprezzati anche i padiglioni del Kazakistan, della Svizzera, del Regno Unito e della Russia. Presente anche la Città del Vaticano.

L'Expo ha ovviamente lasciato anche delle infrastrutture permanenti. La citazione d'obbligo va al padiglione centrale, la Grande Sfera, in cui è stato creato un Museo dell'Energia e che tale rimarrà anche dopo l'inevitabile smantellamento (con smaltimento) dei padiglioni di contorno. Il Museo vale una visita, se mai visitarete il Kazakistan e Astana.

L'Expo lascia anche la consapevolezza di pensare al Kazakistan come una meta turistica e non solo per uomini d'affari, attratti dalle grandi riserve di materie prime che ne stanno permettendo una crescita importante. Astana è una città che stuzzica chi ha familiarità con l'architettura e chi vuole assistere ad uno sviluppo impetuoso di grattacieli, centri commerciali e culturali. Anche se la nota dolente dell'univocità culturale, ricorrente a queste latitudini, all'orecchio europeo suona ancora forte, la capacità di sorprendere è altrettanto potente.

 

Olio di fico d’india: le proprietà del petrolio verde

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Published in: Salute & Benessere

Una ricerca, realizzata da un team italiano e pubblicata sull'European Journal of Lipid Science and Technology, ha voluto valutare gli aspetti salutistici ma allo stesso tempo le potenzialità economiche di questo prodotto.

A coordinare lo studio è stato Mario Pagliaro, ricercatore chimico che insieme ad altri chimici e agronomi del Cnr e delle Università di Catania e Palermo ha deciso, su invito del nuovo Distretto produttivo del Ficodindia di Sicilia, di analizzare a fondo i componenti dell’olio di fico d’India indagandone le proprietà e, come conseguenza, i possibili sviluppi futuri per l'economia locale.

Si parla dell’olio di fico d’India siciliano che ha tratti distintivi rispetto ad esempio a quello che si produce in Marocco. Secondo quanto si legge su un estratto della ricerca appena pubblicata:

“La composizione dell'acido grasso dell'olio di semi ricavato dal frutto giallo di Opuntia ficus-indica ampiamente coltivato in Sicilia mostra diverse caratteristiche distintive. L'olio ottenuto comprende quantità significative di acido vaccinico insieme a numerosi altri acidi grassi insaturi che presentano diversi benefici per la salute, compresi linolenico, trans-13-oktadecenoico, gondoic, 7Z, 10Z-esadecadienoico e acido gadoleico”.

Questo olio sarebbe dunque ricco di acidi grassi molto preziosi per la nostra salute (in particolare utili a livello cardiovascolare) e inoltre, come sottolinea la ricerca, potrebbe essere un’ottima opportunità soprattutto nel caso si effettuasse l’estrazione da frutti considerati inadatti al consumo (troppo maturi, ammaccati, piccoli, ecc). In questo modo, secondo l’analisi economica, la sua produzione andrebbe a generare 1220 euro di ricavi aggiuntivi per tonnellata di frutti non idonei, migliorando significativamente l'economia delle aziende di trasformazione dell’olio.

Un prodotto d’eccezione della Sicilia, in questa terra infatti l’olio prodotto dai fichi d'India può vantare caratteristiche aggiuntive:

“La composizione dell'acido grasso dell'olio siciliano Opuntia ficus-indica è simile a quella dei frutti cresciuti in Tunisia mentre ha un profilo completamente diverso rispetto ai frutti OFI (ovvero per la produzione di olio da fico d’india, n.d.r) coltivati in Algeria e Marocco. Come l'olio ottenuto in Tunisia, l'olio siciliano ha un tenore di acido vaccinico superiore, ma comprende quantità significative di altri acidi grassi insaturi che presentano proprietà di salute molto favorevoli”.

Sul fico d’india potrebbero interessarvi anche:

Quale dunque potrebbe essere il futuro dell’olio di fico d’India? I ricercatori sono convinti che, grazie all’elevato contenuto in Omega 3 e vitamina E, si presti bene a diverse applicazioni che vanno oltre i cosmetici, soprattutto come ingrediente nutraceutico ossia in aggiunta a integratori in polvere, capsule o liquidi.

Ancora non si sa però come eventualmente il mercato accoglierebbe un prodotto del genere, al momento infatti vi è una sola azienda che estrae quest’olio.

Davvero l’olio di fico d’india potrebbe diventare, come ritiene Carmelo Danzì, agronomo e presidente del Distretto produttivo del Ficodindia, il nuovo “petrolio verde”? 

Francesca Biagioli

Catturati, addestrati e dopati: in Cina i grilli combattono sul ring

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Published in: Animali

Si, avete capito bene, nel paese asiatico il combattimento fra grilli è un’usanza millenaria da cifre da capogiro, dietro cui si nasconderebbe un giro di scommesse gestite dalla criminalità organizzata.
In un ring di appena 20/25 centimetri i grilli, precedentemente addestrati e dopati per renderli più attivi, combattono tra di loro, davanti ad appassionati che scommettono su l’uno o l’altro animale.

Un ‘campione’, può arrivare a valere anche centinaia di dollari, per questo in alcune città c’è un vero e proprio impero dietro l’allevamento dei grilli. I migliori esemplari vengono venduti a 50mila yuan, circa 5mila euro.

La ‘tradizione’ dei combattimenti risale alla dinastia Tang, quando per la prima volta ci si rese conto che nella città di Sidian, nella provincia di Shandong in Cina, esistono dei grilli noti per la loro dimensione e aggressività.

Doti, secondo i cinesi, fondamentali nello sport. All’epoca, gli imperatori si giocavano nei combattimenti le decisioni più importanti. Col tempo, questa pratica discutibile è diventato un vero e proprio business perché i cittadini, per fare il maggior numero di soldi possibile, fanno una caccia annuale.

Si stima che in un modo o in un altro, quasi tutte le famiglie cinesi siano coinvolte nel cricket che ha come protagonisti i grilli, è un’attività che impiega l’80% delle persone tra chi cattura insetti, chi gestisce i combattimenti, chi gli alberghi in cui si lancia il mercato e si fanno gli investimenti.

Sidian è, quindi, il più grande mercato del cricket nella Cina settentrionale e i più abili possono arrivare a guadagnare oltre 15mila euro solo in un mese.  Il commercio è diventato così redditizio negli ultimi anni, che il numero di insetti che vivono nella zona attorno alla città stanno notevolmente diminuendo.

I grilli però non sono gli unici animali maltrattati:


I media cinesi e diversi ambientalisti hanno cercato di sensibilizzare sull’argomento, battendosi per porre fine a questi combattimenti, ma per adesso i profitti vincono su tutto.

Dominella Trunfio

Foto: Kim Kyung-Hoon/ Reuters

Alcol cancerogeno, ecco come i produttori ci nascondono la correlazione

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Published in: Alimentazione & Salute

D’altronde, che le bevande alcoliche siano capaci di aumentare il rischio di cancro del cavo orale, della faringe, dell’esofago e della laringe e in più siano correlate all’insorgenza di tumore del fegato e dell’intestino e della mammella nelle donne è cosa risaputa e ben consolidata. È per questo che, secondo l’Aiom, non si dovrebbero assumere prima dei 15 anni perché l’organismo non è in grado di digerirle bene.

Ora gli scienziati della London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTP) in collaborazione con quelli dello svedese Karolinska Institutet, hanno analizzato le informazioni relative al cancro che comparivano nei siti web e nei documenti di quasi 30 aziende del settore alcolici in tutto il mondo, tra il settembre 2016 e il dicembre 2016. E il risultato è surreale: l’industria delle bevande alcoliche inganna il pubblico riducendo e falsificando il legame tra l’alcol e il cancro - in particolare il cancro al seno - nell'obiettivo di proteggere i propri profitti.

Lo studio

Per questa analisi - pubblicata su Drug and Alcohol Review - sono state esaminate siti web e documenti diffusi da 27 organizzazioni finanziate dall’Industria dell’alcol, soprattutto “aspetti sociali e organizzazioni di pubbliche relazioni” (SAPROs) e organismi simili. I ricercatori hanno inteso determinare in che misura l’industria dell’alcool interpreti le prove scientifiche sull’alcol e sul cancro per poi riportarle ai consumatori. Hanno analizzato le informazioni sul cancro e sul consumo di alcolici diffusi dagli organismi del settore alcolico e hanno scoperto solo che le loro tattiche sono quelle di “negazione, distorsione e distrazione”, molto simili a quelle delle aziende di sigarette che limitano l'esposizione al tabacco come causa principale del cancro.

E in effetti gli autori dello studio hanno individuato 3 principali strategie di settore:

  • omettere selettivamente il rapporto tra cancro e alcol, ovvero evitare di menzionare il cancro mentre si discute di altri rischi o ignorare neoplasie specifiche
  • distorcere le informazioni con la falsificazione o l’offuscamento della reale natura del rischio
  • distrarre e spostare l'attenzione lontano dagli effetti indipendenti dell’alcool sui tumori comuni

E invece “il peso delle prove scientifiche chiaro: il consumo di alcol aumenta il rischio di alcune delle forme più comuni di cancro, tra cui numerosi tumori comuni – dice Mark Petticrew della LSHTP e principale autore dello studio. La consapevolezza pubblica di questo rischio è bassa e si è sostenuto che una maggiore consapevolezza del pubblico, in particolare del rischio di cancro al seno, costituisce una grave minaccia per l’industria dell’alcool. Nella nostra analisi si suggerisce che i principali produttori di alcol a livello mondiale potrebbero tentare per attenuare ciò diffondendo informazioni fuorvianti sul cancro attraverso i loro testi che invitano a un ‘bere responsabile’”.

Dai risultati è inoltre emerso che i materiali dei produttori di alcolici sembrano omettere o falsificare nello specifico soprattutto le prove sul cancro del seno e del colon-retto. Quando invece il cancro al seno era menzionato, 21 delle organizzazioni analizzate non riportavano informazioni sul cancro al seno o le confondevano tra molti altri fattori di rischio alternativi per lo stesso tipo di cancro.

Ad esempio, il sito web di talkalcohol.com del produttore di birra SAB Miller afferma in modo errato che “non esiste alcun legame tra alcol e la maggior parte dei tumori, ad eccezione di tumori al tratto aerodigestivo superiore e al fegato”. Allo stesso modo, il gruppo Portman afferma che “la stragrande maggioranza dei tipi di cancro non sono associati al consumo di alcol”.

Sull'alcol leggi anche:

E invece, tra più di 200 tipi di cancro, l’alcol è riconosciuto dalle autorità mediche come una delle cause più comuni.

L’industria dell’alcol, insomma, un po’ come quella del fumo, veicola molte informazioni sulla salute delle persone e inganna i consumatori. 

Germana Carillo

E' il pistacchio di Spleto il miglior gelato del mondo

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Published in: Altri alimenti

Dall'8 al 10 settembre, i migliori gelatieri del mondo si sono sfidati con 36 gusti originali e artigianali nella splendida cornice del Parco Federico Fellini di Rimini.

Il campionato mondiale del gelato, giunto alla seconda edizione, ha dunque un vincitore italiano. La finale del Gelato World Tour si è svolta ieri nella città romagnola. Il premio - organizzato da Carpigiani Gelato University e Sigep - Italian Exhibition Group, ha riconosciuto l'abilità di Alessandro Crispini della gelateria Crispini di Spoleto (Perugia).

Al secondo si sono piazzati Guido e Luca De Rocco, padre e figlio di origine veneta ma residenti in Germania, con il gusto 'Tributo alla Serenissima', sorbetto di uva fragola con noci caramellate mentre il terzo gradino del podio è stato conquistato dalla colombiana Daniela Lince Ledesma di Medellín con il suo 'Amor-Acuyà', un gusto esotico che unisce il frutto della passione, la panna e un cioccolato colombiano al 65%.

La prima edizione del Gelato World Tour aveva visto vincere l'Australia con il gusto “Mandorla Affogato” di Sam e John Crowl della gelateria “Cow and the Moon” di Sydney,

Ecco tutti i gusti italiani in gara quest'anno:

  • Pistacchio” di Alessandro Crispini della Gelateria Crispini a Spoleto (PG)
  • Pistacchio” di Francesca Mombelli e Cinzia Gazzolo della gelateria Il Vizio del Gelato a S. Nicolò (PC)
  • Crema di latte all’olio extra-vergine di oliva” di Alessandro Leo della gelateria Alexart a Corato (BA)
  • “Pistacchio” di Bruno Di Maria del Ristorante Madison a Realmonte (AG), pistacchio biologico con un pizzico di sale marino per questo gusto tutto siciliano.
  • Mandorlivo” di Francesco e Salvatore Manuele della gelateria Nuova Dolceria a Siracusa (SR), un gusto al fior di latte e mandorle, olio extra vergine d’oliva, scorza di limone e variegazione di agrumi e olive candite.
  • Sapore d’Amatrice” di Daniele Mosca della gelateria Il Gelatiere a Amatrice (RI), gusto di ricotta con miele di noci e arachidi. Mosca purtroppo ha perso la sua gelateria a causa del terremoto del 2016.
  • L’anima dell’Alto Adige” di Elisabeth e Alexander Stolz dell’Osteria contadina Hubenbauer a Varna (BZ). Un sorbetto creato con l’utilizzo di ingredienti prodotti dalla famiglia Stolz con una base di mele tirolesi e aromatizzato con pane tostato e speck.
  • Latte e menta selvatica” di Silvia e Lara Pennati di Formazza Agricola a Formazza (VB), con ingredienti forniti direttamente dalla loro fattoria (km 0).

LEGGI anche:

Il 2017 è stato un anno da record per le gelaterie. Complici il caldo e anche le poche giornate di pioggia, è stato registrato un incremento dei consumi pari al 10% rispetto all'anno precedente.

Noi non ci stancheremmo mai di mangiarne, soprattutto se fatto con ingredienti naturali e di stagione.

Francesca Mancuso

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Caffè (e api) a rischio a causa dei cambiamenti climatici. Come intervenire?

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Published in: Agricoltura

A prendere in esame la situazione è stato un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) il primo che si è proposto di analizzare l'impatto del cambiamento climatico sul caffè in relazione anche alle api. 

Sappiamo che le api giocano un ruolo fondamentale per l’ecosistema e che, in caso di loro estinzione, sarebbe seriamente a rischio anche la nostra dato che, senza il loro prezioso contributo, molti prodotti agroalimentari non esisterebbero più. Questo è vero anche per quanto riguarda il caffè: le api sono infatti fondamentali per la buona resa delle coltivazioni. Il loro contributo in questo senso è stato stimato intorno al 20-25% di aumento della resa delle piante. Questi insetti sarebbero infatti in grado di migliorare la qualità dei chicchi. Come ha dichiarato l'autore principale dello studio Pablo Imbach del Centro Internazionale per l'Agricoltura Tropicale (CIAT):

"Se ci sono api tra le piante di caffè sono molto efficienti e buone per impollinare, aumenta la produttività e anche il peso delle bacche"

Ecco però che entrano in ballo i cambiamenti climatici che, come abbiamo già detto più volte, stanno seriamente minacciando le api e le coltivazioni (non solo di caffè).

I ricercatori ipotizzano che entro il 2050 il cambiamento climatico potrebbe ridurre la quantità di terreno utilizzabile per coltivare il caffè in America Latina fino all'88% (dati significativamente superiori alle stime precedenti). Mentre il pianeta si riscalda, le piante di caffè dovranno essere spostate più in alto sulle montagne e ciò significa che ci sarà meno terra disponibile per le coltivazioni.

C'è da considerare poi anche il fatto che, nella maggior parte delle aree di coltivazione del caffè, si prevede una riduzione del numero delle specie di api, anche se circa il 16% delle aree vedrà invece una maggiore diversità di questi insetti. l cambiamenti climatici determineranno infatti spostamenti geografici per gli impollinatori e le colture principali, con implicazioni globali per la sicurezza alimentare e le risorse rurali.

Le zone destinate a perdere la maggior parte dei terreni coltivabili in caffè sono in Nicaragua, Honduras e Venezuela. Altre in realtà si aspettano di vedere una lieve espansione di terreni adatti alla produzione di caffè, si tratta di Messico, Guatemala, Colombia e Costa Rica.

I ricercatori hanno basato le loro previsioni su un aumento delle temperature globali di 2,6 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali entro il 2050.

Il nostro caffè mattutino, dunque, nei prossimi anni potrebbe diventare un bene di lusso a causa dei cambiamenti climatici. Ma non è certo questo il pericolo più serio se pensiamo che intere comunità di piccoli agricoltori vivono proprio grazie a queste coltivazioni.

Come ha dichiarato Taylor Ricketts, coautore dello studio: 

“C'è in ballo più del fatto che il mio buon espresso a New York o a Parigi diventerà costoso. Minaccia il sostentamento primario di milioni di persone già vulnerabili”

Sugli effetti dei cambiamenti climatici in agricoltura leggi anche:

Secondo gli scienziati alcuni accorgimenti potrebbero contribuire a ridurre il colpo per i coltivatori di caffè in seguito ai cambiamenti climatici:

  • Favorire il mantenimento degli habitat per le api selvatiche nelle zone di coltivazione del caffè, in particolare le specie nuove arrivate in seguito ai cambiamenti climatici
  • Crescere il caffè sotto l’ombra degli alberi può contribuire a tenere freschi i chicchi e contemporaneamente creare un habitat adatto agli impollinatori.
  • Dove non sarà più possibile coltivare caffè, gli agricoltori dovrebbero essere accompagnati nel passaggio ad altri tipi di raccolti.

Francesca Biagioli

Manoscritto Voynich: decifrato il codice più misterioso del mondo?

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Published in: Arte e Cultura

Definito come il testo medievale più misterioso al mondo, il manoscritto Voynich, è oggetto di studio da tempo. Pieno di illustrazioni di piante esotiche e figure umane ha un sistema di scrittura che non appartiene ad alcun simbolo alfabetico linguistico conosciuto.

Il codice risale probabilmente al XV secolo e secondo la datazione al radiocarbonio sarebbe stato redatto tra il 1404 e il 1438, ma anche sull’autore i dubbi rimangono, c’è chi lo attribuisce all’umanista italiano Poggio Bracciolini.

Adesso, Nicholas Gibbs, un esperto di manoscritti medici medievali, sembrerebbe aver trovato la soluzione, che illustra in un articolo dal titolo 'Voynich manuscript: the solution', comparso sul Times Literary Supplement.

Gibbs parte dal fatto che il manoscritto illeggibile sia un enigma da risolvere, un’affermazione che fa discutere gli studiosi che mettono in dubbio anche le sue intuizioni e spesso, la credibilità accademica.

Secondo lo studioso, il testo è scritto usando legature latine che descrivono rimedi e informazioni mediche. Le legature sono segni formati da due o più grafemi e sarebbero stati utilizzati nel medioevo per ottimizzare lo sforzo dato dalla scrittura a mano.

“Le immagini di piante e donne nude, si legge nell’articolo, suggeriscono che il manoscritto contenga rimedi erboristici legati alla ginecologia e a quel mondo legato a Ippocrate o al naturalista romano Plinio il vecchio.

Anche la stanza da bagno (spesso utilizzata dai Greci e dai Romani come luogo per la salute e la guarigione) sarebbe, per Gibbs, la prova inconfutabile che il testo parla di medicina e di disturbi femminili.

Parole che per adesso non trovano prove inconfutabili per il manoscritto che attualmente è nella Biblioteca Beinecke presso la Yale University.

Dominella Trunfio

Fonte e foto

Polpette di bulgur

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Published in: Ricette

Da cuocere al forno, o se preferite da friggere in olio bollente, le polpette di bulgur hanno una consistenza soffice e compatta. Per chi segue una dieta vegan è possibile sostituire il grana senza caglio animale con del lievito a scaglie.

Ingredienti
  • 250 gr di bulgur
  • 400 gr di patate a pasta gialla
  • 20 gr di grana vegetariano 
  • 500 ml di acqua
  • sale q.b.
  • curcuma in polvere q.b.
  • timo essiccato q.b.
  • olio evo q.b. o 1 L di olio di semi di girasole
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  • Tempo Preparazione:
    50 minuti
  • Tempo Cottura:
    25 minuti
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Procedimento per le polpette di bulgur: 
  • Dosare il bulgur e nel frattempo portare a bollore l'acqua, spegnere il fuoco, aggiungere il bulgur e coprire con un coperchio,
  • dopo quindici/venti minuti il bulgur avrà assorbito tutta l'acqua e
  • trasferirlo quindi in una ciotola capiente.
  • Lavare e pelare ora le patate, metterle in una padella, coprirle con acqua e cuocerle fin quando non si infilzeranno facilmente con una forchetta,
  • a cottura scolarle, metterle in una terrina e schiacciarle con una forchetta.
  • Unire le patate con il bulgur ed aggiungere il grana (o il lievito a scaglie), la curcuma, il sale ed il timo,
  • impastare tutto e con le mani inumidite con dell'acqua formare le polpette,
  • friggerle in olio bollente oppure foderare una teglia con la carta forno,
  • ungerla con dell'olio, disporre al suo interno le polpette ed irrorarle in superficie con altro olio evo,
  • infornare in forno caldo a 200° e cuocere per circa 10 minuti, successivamente passare sotto il grill per altri dieci minuti.
  • A cottura ultimata sfornare e servire le polpette di bulgur sia calde che a temperatura ambiente.

 Potrebbero interessarti altre ricette con il bulgur o altre ricette di polpette vegetariane.

Ilaria Zizza

Di chi sono i diritti di questo famoso selfie? Il tribunale ha finalmente deciso

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Published in: Animali

La foto era stata pubblicata su Wikipedia in licenza creative commons. Addio copyright per Slater, che ha portato la cosa in tribunale. E oggi, a 6 anni di distanza del monkey-selfie, il tribunale ha deciso che il diritto d'autore va al fotografo, ma indirettamente anche al macaco.

Ricostruiamo la storia. Nel 2011, durante un viaggio in Indonesia il fotografo si stava preparando ad immortalare una femmina di macaco, quando improvvisamente l'animale prese la sua macchina fotografica e si scattò varie foto. Il fotografo la lasciò fare. Poi tra le immagini scoprì anche il selfie, divenuto poi celebre.

Slater pubblicò la foto sul suo blog, Wikipedia la riprese e fu polemica. L'uomo sostiene che la foto sia sua, avendo impostato egli stesso lo sfondo e l'obiettivo.

“La creatività era tutta mia e ha richiesto molta perseveranza, sudore e preoccupazione” racconta.

Così decise di fare causa chiedendo fino a 18mila sterline per il diritto d’autore mancato. Dall'altra parte la Peta prese le difese del macaco, chiedendo che gli fosse attribuita la paternità della foto e i proventi, gestiti dalla stessa associazione. Ma secondo i giudici, Slater non aveva diritto al copyright, così come non poteva averlo il macaco. Secondo la legge americana, che si occupò del caso, la legge sul diritto d’autore non riguarda gli animali.

La saga ha finalmente raggiunto la conclusione. Gli avvocati che rappresentano la scimmia hanno accettato un compromesso: i diritti d'autore sull'autoscatto sono di David Slater ma il fotografo donerà il 25 per cento delle entrate future delle immagini alle organizzazioni di beneficenza dedicate alla protezione dei macachi dell'Indonesia.

"PETA e David Slater concordano sul fatto che questo caso solleva importanti questioni riguardanti l'espansione dei diritti legali per gli animali non umani, un obiettivo che entrambi sostengono”, hanno detto Slater e la PETA in una dichiarazione congiunta.

LEGGI anche:

Di certo, il caso di Naruto ha scatenato una grande discussione internazionale sulla necessità di estendere i diritti fondamentali agli animali per il loro bene, non in relazione ai modi in cui possono essere sfruttati dall'uomo.

Francesca Mancuso

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Uccisi e fatti a pezzi: le tribù indigene sotto attacco dai minatori di oro

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Published in: Costume & Società

E’ un genocidio senza fine quello che ha come protagoniste le tribù incontattate sempre più spesso vittime di multinazionali, bracconieri e minatori. Ultima in ordine di tempo è la morte di dieci indigeni tra cui donne e bambini, uccisi sulle rive del fiume Jandiatuba nel Brasile occidentale.

Sotto pressione della Fondazione nazionale dell'Indio (Funai), adesso i procuratori federali hanno aperto un’inchiesta perché secondo la coordinatrice Funai Leila Silvia Burger Sotto-Maior, i minatori sostenevano in un bar "di aver tagliato i corpi e averli gettati in acqua. Dicevano che dovevano ucciderli o sarebbero stati uccisi".

Cosa sia successo realmente è tutto ancora da stabilire, ciò che è certo che i soprusi nei confronti delle tribù indigene non cessano, anzi sono in continuo aumento e in ballo ci sono sempre interessi economici.

La loro unica colpa è quella di voler difendere le terre ancestrali e di combattere contro il disboscamento dell’Amazzonia e il depauperamento delle risorse. Trovare i colpevoli però è sempre più difficile.

"Stiamo seguendo delle piste ma i territori sono grandi e l'accesso è limitato. Anche il Funai ha informazioni sporadiche su queste tribù: è un lavoro difficile che richiede il lavoro congiunto di tutti i servizi governativi ha detto il procuratore Pablo Luz de Beltrand.

Da tempo le associazioni di difesa delle tribù indigene conducono una battaglia contro il governo di Micheal Temer che secondo il Funai, avrebbe dimezzato i finanziamenti e non avrebbe a cuore la salvaguardia delle popolazioni in contattate.

Un’idea condivisa anche da Survival International che interviene sulla questione in un comunicato in cui spiega che

"le uccisioni nelle piccole comunità tribali incontattate dell'Amazzonia potrebbero significare l'eliminazione di un gruppo etnico remoto. Se i fatti saranno confermati, questo significa che fino a un quinto dell'intera tribù è stato annientato".

Il movimento che si batte per i diritti delle tribù indigene accusa poi il presidente di avere legami stretti con le lobby agroalimentari del paese.

Le tribù indigene sono sempre in pericolo:

"Se queste denunce saranno confermate, il presidente Temer e il suo governo avranno la pesante responsabilità di questo attacco genocida. Ci sono migliaia di invasori,  - cercatori d'oro, allevatori e taglialegna - che vogliono disperatamente rubare e razziare le loro terre" ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International.

Dominella Trunfio

Foto: © G.Miranda/FUNAI/Survival

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