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Distributori di cultura: al posto degli snack, arrivano serigrafie e libri

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Published in: Arte e Cultura

Dimenticate gli spezza fame perché qui l’unica cosa che viene erogata è la cultura grazie ad opere e scritti degli autori del festival bergamasco. L’idea nasce dalla collaborazione tra Fare la pace e e Ivs Italia, azienda che opera nel campo della ristorazione automatica. 

Al progetto, organizzato con l’amministrazione comunale, hanno aderito alcune gallerie d’arte contemporanea di Bergamo come la Thomas Brambilla Contemporary Art, la Galleria Marelia e Traffic.Il distributore è pieno di serigrafie di artisti affermati, in edizione limitata e in formato tascabile che sono state realizzate appositamente per l’occasione. 

Ciascuna galleria ha chiesto infatti  a un proprio artista di realizzarne una  esclusiva sul tema affrontato quest’anno dal Festival, la Riconciliazione: Erik Saglia per Thomas Brambilla Contemporary Art, Marco Manzoni per Galleria Marelia e Karin Andersen per Traffic Gallery. 

 

E anche il distributore di cultura ha un tocco di arte contemporanea, con un’opera appositamente realizzata da Enrico Sironi, in arte “Hemo”, tra i migliori artisti di Urban Art attualmente riconosciuti nel panorama nazionale.

Si potranno anche scegliere pubblicazioni che fanno parte della collana editoriale del festival, dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman fino all’ex premier Enrico Letta.

L’obiettivo è quello di incentivare alla lettura, ma anche alla partecipazione attiva alla vita culturale. Già da un paio di anni il Festival dona libri agli studenti delle scuole superiori di Bergamo e provincia; Ubi Banca invece finanzia la pubblicazione e la distribuzione di volumi sulle tematiche affrontante dal Festival. 

 

Il ricavato della vendita delle pubblicazioni di Bergamo Festival verrà devoluto a sostegno di progetti culturali.

Di altre iniziative simili ne avevamo parlato qui:

Dominella Trunfio

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Il simpatico cane che compra i biscotti... con le foglie!

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Published in: Cani, Gatti & co.

Una simpatica storia quella che arriva dal campus del Diversified Technical Education Institute in Colombia, dove da circa cinque anni, vive un cane di nome Negro, che fa da guardiano al campus ed è molto amato da tutti gli studenti.

Negro vive in libertà, gironzola nel cortile, riceve cibo, acqua e tantissime attenzioni da parte di tutti. Da qualche tempo si è anche inventato un modo curioso per avere dei biscotti, pagandoli in maniera originale e fantasiosa.

Da buon intenditore ha fiutato un nuovo bar nel campus e dopo aver visto la dinamica del commercio, ha deciso di fare la sua parte. 

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"All'inizio andava nel negozio e guardava gli studenti dare dei soldi e ricevere qualcosa in cambio. Poi un giorno, spontaneamente, è apparso con una foglia in bocca, agitando la coda e facendo capire che voleva un biscotto", ha detto l'insegnante Angela Garcia Bernal.

Negro ha inventato la sua valuta che naturalmente è stata accettata.

 "Viene ogni giorno per i biscotti. Paga sempre con una foglia, è il suo acquisto quotidiano”, ha spiegato il cassiere Gladys Barreto.

Insomma, per Negro le foglie possono comprare dolcetti! Guardate che simpatico:

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Per quanto incredibile, questa storia è vera e dimostra ancora una volta quanto siano intelligenti i nostri amici a quattro zampe. Chiaramente il personale del campus si assicura che i biscotti per Negro siano alimenti sicuri e adatti ai cani e limita i suoi acquisti a un paio al giorno!

"Quando lo vedi per la prima volta, ti commuovi. Ha trovato un modo per farsi capire", ha detto Bernal.

Leggi anche:

Dominella Trunfio

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Wombat, 10 cose che (forse) non sapevi

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Published in: Animali

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Perché si chiama wombat?

Il wombat è un animale appartenente alla famiglia dei Vombatidi, il nome “wombat” viene dalla popolazione aborigena degli Eora, che in tempi passati vivevano nell’area dove sorge l’attuale Sydney.

Può correre velocemente

Come dicevamo i wombat hanno corpi robusti e zampe tozze, eppure riescono a correre fino a 25 miglia orarie su brevi distanze.

Esistono diverse specie

Anche se a primo acchito possono sembrare tutti uguali esistono tre specie di wombat: i wombat  comuni, i wombat nordici dal naso peloso e i wombat dal naso peloso del sud. Mentre ci sono migliaia di wombat comuni e meridionali dal naso peloso, quelli dal naso peloso del nord sono a rischio estinzione.

Escono di notte

La maggior parte degli australiani non ha mai visto un wombat in natura perché questi animali trascorrono la maggior parte delle ore di luce nelle loro tane e preferiscono uscire in notturna.

Si accoppiano… in modo strano!

I wombat hanno un modo curioso di accoppiarsi, le femmine tendono a mordere il sedere di un maschio quando sono nel periodo di fertilità. 

Perché fanno la cacca cubica

Forse questa è una delle curiosità che circolano di più sul web: i wombat producono palline di cacca a forma di cubo, essa è il risultato della secchezza delle feci dell'animale che ha un processo digestivo che può richiedere dai 14 ai 18 giorni. 

Hanno denti lunghi e affilati

I loro incisivi non smettono mai di crescere, ma riescono a mantenerli sempre della stessa lunghezza affilandoli con corteccia e radici. 

Il marsupio è dietro

Le femmine hanno  un marsupio per la crescita dei piccoli, ma a differenza dei canguri, si trova dietro così i piccoli non vengono sommersi dalla terra quando la mamma scava tunnel.

Il peso è variabile

l wombat può raggiungere la lunghezza di un metro e un peso che può variare tra i 25 e i 30 chilogrammi. Ha una struttura fisica ben impostata.

Si difende con il di dietro

Quando un altro animale attacca un wombat, il marsupiale si gira semplicemente e usa il suo di dietro come scudo. Li la pelle è spessa e dura e la coda piccola ne rende difficile la presa.

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Dominella Trunfio

Da Tiziano Terzani a Pustinia: il suono del silenzio nei libri

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Published in: Libri

Oppure, più drammaticamente e in direzione opposta, quella dell'omertà (“la mafia uccide, il silenzio pure”, disse un giorno Peppino Impastato) o dell'indifferenza, del disimpegno, del menefreghismo.

E' qualcosa che non ha solo un rovinoso impatto sociale ma ci riguarda direttamente, singolarmente, perchè “le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano”, come sottolineò Martin Luther King.

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Silenzio... e silenzi

C'è poi il silenzio aggrovigliato e bruciante dell'invidioso; quello aggrovigliato e inquieto di chi non ha le idee chiare o pronto ad esplodere, dell'arrabbiato. C'è il silenzio devastante della vita che è andata, tra le macerie, sui terreni, nelle acque dei mari, sui corpi di uomini, donne, bambini vittime delle guerre, delle lotte per il potere, fuggiti e mai arrivati, mai partiti ma ugualmente morti.

E ci sono il silenzio della coscienza e della sopraffazione (nei mattatoi, nei laboratori che fanno sperimentazione animale o negli allevamenti intensivi, negli abusi su ogni realtà – umana o no - più debole) e il silenzio dello spirito, ridicolizzato e allontanato dalla quotidianità da una cultura materialista e ciecamente scientifica.

Sono silenzi fragorosi, violenti, disumani e perciò insopportabili che si cerca di confondere con il rumore della frenesia della vita moderna e le sue molteplici seduzioni e inviti all'uso, al piacere, al godimento, al raggiungimento dei “target” per soddisfare gli obiettivi; tutti in corsa verso la sostanza corposa e pesante dell'effimero, del benessere personale e della tecnologia, dei social e dell'apparire.

I 3 tipi di silenzio di Tiziano Terzani

Ad un certo punto però, per molti, arriva l'urgenza della quiete, di uno spazio senza finti rumori, di vero silenzio. Secondo Tiziano Terziani si possono sperimentare almeno tre tipi di meraviglioso silenzio: il silenzio della natura; il rimbombo della terra; la musica della sfere. Da ricercare perché senza sperimentarlo, il silenzio, non si può davvero “sentire”: “Mai come oggi il mondo avrebbe bisogno di maestri di silenzio e mai come oggi ce ne sono così pochi. Bisognerebbe averli nelle scuole: ore dieci, lezione di silenzio. Una lezione difficile perché, sintonizzati come siamo sulla costante cacofonia della vita nelle città, non riusciamo più a «sentire» il silenzio”.

In effetti è proprio così: il silenzio è un'esperienza a cui la maggioranza delle persone oggi non è più abituata o, quantomeno, la considera un fastidioso spazio di vuoto, da riempire. Le cose però stanno cambiando: sempre di più c'è chi comincia a cercarlo: per alcuni è il concedersi delle pause nel silenzio della vita dei monaci (poichè tutto può fare business, vicino Terni c'è pure un Eremito: un hotel di lusso che nasce dal recupero di un monastero dei primi del ‘300; un posto “dove rigenerarsi ritrovando il contatto con le priorità della vita, perse di vista nel caos della quotidianità”); per altri è l'avvicinarsi a tecniche come la meditazione vipassana, anche detta – con il linguaggio della psicologia moderna – mindfulness.

Pustinia: le comunità del deserto

Indubbiamente è vero che, immersi nella natura, si potrà più facilmente ritrovare non solo il sapore variegato del silenzio ma anche la percezione concreta della bellezza, della spiritualità concreta che permea le cose. Se si vuole però, il silenzio lo si può ritrovare ovunque, anche a casa propria o dove ci si trova, ricavandosi un semplice “angolo” spazio-temporale, come insegna Catherine de Hueck-Doherty, che nel suo romanzo Pustinia (Jaca Book): è sufficiente una tenda – anche ideale, o per dirla con linguaggio 3.0, virtuale – per tagliare fuori il resto del mondo. E stare. Semplicemente stare. Nel qui ed ora del presente. Lasciando scorrere i pensieri. Ascoltando in modo nuovo.

All'inizio potrà sembrare devastante, irritante, potrà esserci dello smarrimento, la voglia di tornare indietro, uscire dalla “tenda”. Ma se si lascia andare, se si comincia a respirare "attraverso" le resistenze, le abitudini, le dissonanze, i pensieri di fuga o inutilità che emergono e le scomodità del corpo che si manifestano, allora qualcosa di nuovo può sorgere.

Il silenzio.

Mikhael Ainvanov, Il senso del silenzio

E' un altro silenzio, più autentico, che con il tempo, la volontà e la pratica apre mondi: rimette in contatto con il Sè, avvicina allo Spirito. E quindi diventa spazio di cambiamento (si ritornerà necessariamente poi nel mondo con i suoi rumori ma con una diversa consapevolezza, un atteggiamento non più predatorio, consapevole della connessione tra tutte le cose). E' allora che, come spiega Mikhael Ainvanov nel suo libro “Il senso del silenzio”, il silenzio diventa attivo, espressione di un'armonia profonda, qualità della vita interiore. Quella a cui siamo chiamati.

Leggi anche:

Se non hai niente da dire più bello del silenzio, taci

Le pratiche quotidiane per riscoprire la magia del silenzio

I benefici del silenzio per risanare corpo, mente e spirito

Anna Maria Cebrelli

Legalizziamola! Il proibizionismo minaccia la salute pubblica. Parola del British Medical Journal

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Published in: Salute & Benessere

Le droghe leggere secondo il giornale dovrebbero essere regolamentate, tassate e rese legali. La lotta al proibizionismo infatti non fa che alimentare la criminalità e pesare sulle tasche dei cittadini, in questo caso con specifico riferimento a quelli britannici.

“La guerra alla droga costa a ogni contribuente del Regno Unito circa 400 sterline all'anno (circa 455 euro). La Gran Bretagna è ora il più grande esportatore al mondo di cannabis legale, ma l'uso ricreativo e medicinale è criminalizzato. La Scozia ha il più alto tasso di morti per droga in Europa, il doppio rispetto a 10 anni fa. Il commercio mondiale di droghe illecite vale 236 miliardi di sterline (270 miliardi di euro), ma questo denaro alimenta il crimine organizzato e la miseria umana. Perché non dovrebbe invece finanziare i servizi pubblici?” si legge nell'editoriale di Fiona Godlee, direttrice del British Medical Journal.

Come non manca di evidenziare l'articolo, un numero sempre maggiore di paesi sta percorrendo la strada della legalizzazione. Tra questi il Portogallo, dove nonostante il possesso di droghe sia stato depenalizzato, il consumo non è aumentato e le morti per droga sono addirittura diminuite considerevolmente. Nei Paesi Bassi, negli Stati Uniti e in Canada, i mercati regolamentati per la vendita di cannabis generano consistenti entrate fiscali.

Non è così in Gran Bretagna dove lo stato spende somme consistenti per combattere la criminalità legata al traffico di droga. A sostegno della propria tesi, il British Medical Journal chiama in causa un'analisi di Jason Reed and Paul Whitehouse, secondo cui regolamentare e legalizzare le droghe, come si fa con il tabacco e l'alcol, permetterebbe di spendere i soldi pubblici per l'istruzione, i programmi di aiuto per i tossicodipendenti e i bambini.

“Le entrate potrebbero essere dirottate dalle bande criminali alle casse del governo”.

Secondo il BMW, non si tratta di considerare le droghe buone o cattive ma è una posizione “basata su prove del tutto in linea con l'approccio della salute pubblica alla criminalità violenta"

La strategia Serious Violence, recentemente pubblicata dal governo britannico, riconosce il legame tra proibizionismo e violenza, ma punta a spendere 40 milioni di sterline in politiche legate al proibizionismo.

“Il BMJ è alle prese con gli sforzi per legalizzare, regolamentare e tassare la vendita di droghe per uso ricreativo e medicinale. Questo è un argomento sul quale i medici possono e devono far sentire la propria voce” è l'appello del giornale.

E voi sareste a favore?

Per approfondire, leggi anche:

Francesca Mancuso

Diabete: l'allarme degli aghi low cost utilizzati nelle pennette

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Published in: Salute & Benessere

Aghi low cost

Riguardo agli aghi, secondo i medici la scelta di soluzioni economiche e non adatte a somministrare correttamente medicinali di ultima generazione, ne fanno perdere i vantaggi terapeutici. Sono sempre più frequenti le segnalazioni di aghi che si piegano durane la somministrazione, o ancora troppo lunghi e non adatti allo scopo per cui sono utilizzati.

“Sempre più di frequente purtroppo nelle gare regionali non vengono prese in considerazioni le specifiche tecniche che dovrebbero avere gli aghi di qualità. Troppo spesso a essere considerato è soprattutto il criterio economico. Negli ultimi anni, sull'onda del mantra del risparmio a tutti i costi, nei capitolati d'appalto si è andato trascurando l'aspetto della qualità degli aghi per penna, mentre al contempo il mercato si apre sempre più ad aghi low cost provenienti dall'estero” lamentano i diabetologi.

...e diabete urbano

Nel corso del congresso della Società italiana di diabetologia è emerso un altro dato inquietante. Nelle città prevalgono sedentarietà e scarsa attenzione all'alimentazione, comportamenti scorretti che favoriscono il diabete. Secondo l'Istat, nel nostro paese le persone con diabete sono 3,27 milioni, cifra raddoppiata negli ultimi 30 anni. Tra questi, oltre la metà, ossia il 52%, vive nelle 14 Città metropolitane.

“Quello del diabete urbano è un problema globale. L'International Diabetes Federation (Idf) prevede che nel 2045 i tre quarti della popolazione diabetica vivranno nelle metropoli o in città. Inoltre, si sta assistendo a un incremento dell'obesità fra gli abitanti delle aree urbane rispetto a quanti vivono in ambienti rurali” ha detto il prof. Giorgio Sesti, presidente della Società italiana di diabetologia.

Considerando l'area metropolitana di Roma, la prevalenza di diabete va dal 5,9% al 7,3% nei vari distretti sanitari. Nelle aree a più alta prevalenza di diabete è stata riscontrata una più alta percentuale di cittadini che si muovono con mezzi privati (62%), mentre è inferiore la quota di quanti si muovono a piedi o in bicicletta (12%). Al contrario, nei distretti dove la percentuale di diabetici è inferiore, oltre il 20% delle persone si muove a piedi o in bicicletta e il 52% utilizza un trasporto privato.

Dati che dovrebbero farci riflettere e che dovrebbero spingerci a cambiare le nostre abitudini.

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Francesca Mancuso

I segreti sull'origine della vita sulla Terra nei microbi di Yellowstone

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Published in: Ambiente

I ricercatori del Montana State University hanno identificato il nuovo raggruppamento di un tipo di microbo chiamato archaea. Archaea, batteri ed eucarioti - che comprendono esseri umani e altre creature complesse - sono i tre tipi di forme di vita sulla Terra.

Come i batteri, gli archei sono organismi unicellulari ma la ricerca suggerisce che essi siano probabilmente la più antica forma di vita sulla Terra.

Il professor William Inskeep e il suo team di ricercatori hanno scoperto i microbi appartenenti a questo gruppo utilizzando un potente microscopio elettronico.

Le minuscole creature sono state ribattezzate Marsarchaeota, in riferimento al pianeta Marte e alla nota presenza di ferro sul nostro vicino di casa del sistema solare. Essi infatti sono in grado di prosperare nel ferro, l'elemento che conferisce al pianeta la sua colorazione rossa.

“La scoperta di lignaggi arcaici è fondamentale per la nostra comprensione dell'albero universale della vita e della storia evolutiva della Terra”, ha detto. “Ambienti termici geochimicamente diversi nel Parco Nazionale di Yellowstone offrono opportunità senza precedenti per studiare habitat simili a quelli della Terra antica”.

All'interno dei Marsarchaeota, inoltre, i ricercatori hanno scoperto due sottogruppi principali che vivono in tutta Yellowstone e prosperano nell'acqua calda e acida dove l'ossido di ferro è il principale minerale. Un sottogruppo vive in acque sopra 50°C, e l'altro vive in acque da 60 a 80°. L'acqua è acida e i microbi sono rossi a causa dell'ossido di ferro.

Gli scienziati hanno studiato i microbi in tutta Yellowstone. I microorganismi producono ossido di ferro che crea vere e proprie terrazze, che a loro volta bloccano i flussi d'acqua. Quest'ultima, profonda solo paio di millimetri di profondità, scorre su di esse. A quel punto l'ossigeno viene catturato dall'atmosfera e fornito ai Marsarchaeota.

Oltre a saperne di più sulla comparsa della vita sulla Terra e sulla possibile presenza di forme vitali su Marte, la ricerca potrà aiutare gli scienziati a comprendere meglio la biologia alle alte temperature.

Lo studio è stato pubblicato dalla rivista scientifica Nature Microbiology

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Francesca Mancuso

Viaggi nell'anima, parte I: superare il lutto dell'illusione. Il Cercatore

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Published in: Mente & Emozioni

Accade che talvolta accettiamo situazioni comode e abitudinarie ma senza attrattiva, oppure situazioni opposte, consapevolmente scomode e autodistruttive, per confermare il nostro non essere meritevoli di amore.

Tutto ciò ci sembra la strada più semplice, innocua, scontata, temporanea, oppure ineluttabile, che però si rivela una trappola pericolosissima dalla quale sembra impossibile tirarsi indietro. Quando ci "accontentiamo" di vivere una non vita, ecco che inesorabilmente cominciamo a morire lentamente.

I sintomi di questo male esistenziale, dovuto magari a ferite infantili non curate, si manifestano con un senso di isolamento e progressiva apatia, un'aggressività talvolta rivolta contro il sé, che a volte arriva addirittura a coinvolgere il corpo.

Tutto ciò avviene fino a che qualcosa dentro di noi, piano piano, con fatica, si sveglia.

È il nostro bambino interiore, quel nucleo originario di energia vitale e primaria, che ci porta a sentire, di colpo, tutta l'incoerenza che le nostre aspirazioni abbandonate urlano, il ritrovarsi in una strada scelta per inerzia, il susseguirsi di ferite mai guardate, mai piante o celebrate. In qualche modo, attraverso la presa di coscienza del nostro dolore, possiamo ricominciare a vivere.

In un certo senso è come se il nostro cuore congelato e stremato, necessitasse di fare il lutto dell'illusione e dovesse prendere coscienza di tutto il malessere che sta vivendo prima di ricominciare.

Il Cercatore

Joseph Campbell, saggista statunitense, molto vicino ai temi junghiani relativi al mito e agli archetipi dell'inconscio collettivo, ha definito "Viaggio dell'Eroe" il percorso che tutti noi siamo chiamati ad affrontare per separare noi stessi dalle cose precostituite a priori, riconoscere la realtà per ciò che è realmente, esplorare la nostra interiorità ed infine conquistare la Saggezza.

"L'Eroe deve essere disposto a discendere all'inferno per affrontare i Demoni, perché è lì che si trova il Tesoro. Il Tesoro rappresenta la ricompensa per il coraggio di aver intrapreso il cammino ed aver affrontato l'Ombra. È il recupero dei nostri talenti, la consapevolezza delle nostre capacità e del nostro potere".

Le fasi di transizione più difficili della nostra vita, di trasformazione e morte psicologica, sono delle fasi evolutive importantissime che ci permettono di sperimentare e sviluppare una figura archetipica (o modello interno) piuttosto che un'altra.

Il viaggio inizia appunto accettando di vedere ciò che ci fa più male: l'orfano dentro di noi, innocente e perduto che reclama le sue attenzioni. Questo simbolo è nato nei diversi momenti di vita in cui ci siamo sentiti inadatti, non amati, non protetti o messi alla prova da eventi traumatici: i lutti, le separazioni, le delusioni affettive. Momenti in cui ci si aspetta si sia "un altro" a salvarci e si ha come l'impressione che il destino e le circostanze esterne siano molto più forti della nostra.

Accettare di guardare l'orfano e smettere di fingere che vada tutto bene riporta alla coscienza di ciò che eravamo prima di quelle ferite e inesorabilmente ci riconnette alla volontà di non essere più vittime. È cosi che nasce il cercatore.

Esiste una leggenda azteca narrata nel libro di Clarissa Pinkola Estes nel suo libro "Donne che corrono coi lupi": la loba. La Loba indica che cosa dobbiamo cercare: la forza vitale indistruttibile, le "ossa". La loba gira per fiumi e caverne cercando ossa di lupo e quando ne ha raccolte a sufficienza comincia a cantare.

Con il suo canto "il deserto si scuote, il lupo apre il gli occhi e corre via, e mentre finisce in un fiume diventa una donna". Dalle ossa l'orfano risveglia la sua voce-anima, che attraverso il respiro ritrova la verità del proprio potere e del proprio bisogno. Si può intaccare la coscienza e piegarla, si può perdere sotto una coltre di neve, stravolgere con i segni dell'abbandono o delle ferite, ma essa non muore, perché esiste un sé durevole e persistente, legato alla vita e al gioco. Con le ossa doloranti si può vivere in un deserto freddo, dove ci si sente deprivati di ogni privilegio, ma lo stesso deserto può insegnare le cose preziose della sopravvivenza.

La ricerca ci permette di apprendere che tutto ciò che stiamo cercando è dentro di noi.

Datevi il permesso di piangere, il permesso di urlare,il permesso di sentire il vostro cuore e la vostra storia. Da una radice che sembra morta la vita ritorna, a primavera.

Dott.ssa Alice Bacchin

Qui ha inizio il nostro viaggio, diviso in quattro articoli a firma della dottoressa Alice Bacchin, psicologa drammatista, separati sul tema della ciclicità vita-morte-vita che si concluderà con la visione emblematica in anteprima di The Key – il viaggio (qui il teaser) un cortometraggio emozionale e sensoriale dell’artista video Michele Pastrello.
Nel prossimo articolo parleremo di come riconoscere il predatore interno che, se nutrito, ci trattiene in uno stato di passività e non esistenza e di come favorire lo sviluppo del cercatore e la sua evoluzione in eroe.

Volo dell'Angelo tra i Monti Dauni: la Fly Line più lunga del Sud Italia

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Qui, infatti, tra il Tavoliere delle Puglie e il Gargano, i due progettisti foggiani Michele De Cotiis e Alfonso Sansone hanno lanciato un ambizioso progetto per trasformare in realtà il sogno di un’importante attrazione turistica, che sarebbe la più lunga del sud Italia. Ma per ora si cercano investitori.

Così, dopo anche il Lazio, con la provincia di Latina, la Lombardia, con Albaredo di San Marco, e il Trentino Alto Adige, con Vigo di Fassa, il volo dell’angelo pugliese emula e supera per dimensioni del percorso quello Castelmezzano, in Basilicata.

Fly Line è una struttura all’avanguardia che permette un volo nella natura unico nel suo genere. Quella di Panni promette di essere, con i suoi 1.468 metri, la più lunga del Sud Italia e consentirà di far “volare” le persone dal centro storico del paese, a una quota di partenza di 846 metri, fino a valle in località Serra, a 613 metri, con un dislivello di 232 metri.

Uno spettacolo tra i Monti Dauni, tra l’intero Tavoliere delle Puglie e il Gargano, con il golfo di Manfredonia che farà da sfondo, e una struttura in acciaio realizzata con una particolare lega che non emetterà alcun rumore.

Per ora, la Fly Line è stata approvata dal consiglio comunale e, dalle prossime settimane, sarà sottoposta a manifestazione d’interesse per attrarre finanziatori. 

Ecco come sarà il Fly Line sui Monti Dauni:

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Limitezero: attraversare il confine tra Spagna e Portogallo volando appesi a un filo

Germana Carillo

La foto ritrae il Volo dell'Angelo a Castelmezzano, in Basilicata

Rimedi efficaci contro la cellulite

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Published in: Salute & Benessere

Ci sono delle tecniche e dei rimedi naturali che funzionano veramente? La risposta è Sì - se e solo se - vengono adottati in sinergia e con alcune accortezze. Facciamo un esempio: spalmarci addosso l’ultima miracolosa crema anticellulite uscita sul mercato potrebbe forse migliorare la grana più superficiale dell’epidermide, ma non andrà oltre.

La vera battaglia contro la cellulite va combattuta dall’interno come illustrato in questo ebook sui rimedi naturali anticellulite che puoi scaricare gratuitamente qui. La sua origine è infatti nel derma, lo strato più profondo della pelle. È lì che le cellule adipose si rigonfiano, si compattano le une alle altre e, schiacciandolo, mandano in tilt il microcircolo: diventa quindi più difficile l’allontanamento delle scorie metaboliche, delle tossine e dei liquidi in eccesso che, restando “imbrigliati" nel traffico, peggiorano le cose.

Lo stato infiammatorio, a questo punto, è garantito. Proprio così: sotto ogni cellulite c’è un’infiammazione cronicizzata. Anche il passaggio di ossigeno e nutrienti verso i tessuti più superficiali è difficoltoso, ecco perché appaiono ingrigiti e spenti.

Cosa ha causato l’improvviso ristagno di liquidi e ingrossamento delle cellule adipose? Le cause possono essere molte, e spesso si tratta di una combinazione di fattori: sedentarietà, fumo, farmaci, cattive abitudini alimentari e insufficiente idratazione, inquinamento, stress… quante ti riguardano? La consapevolezza è un primo e fondamentale passo avanti.

Fatta luce sulle sue cause profonde, è il momento di passare alla pratica: cosa funziona veramente per eliminare la cellulite definitivamente? Prendi carta e penna, abbiamo un piano per te che lavora dall’interno.

Piano anticellulite che funziona

Se vuoi dire bye bye alla pelle a buccia d’arancia ti serve un piano che la affronti a 360 gradi, senza trascurare alcuni importanti dettagli. Qui ti guidiamo passo passo alle 3 tecniche anticellulite a cui dovrai prestare attenzione per almeno 3/6 mesi consecutivi. I risultati non tarderanno, se applicate tutte, in sinergia fra loro, d’altronde si sa, l’unione fa la forza.

Alimentazione anticellulite

Le regole di una buona dieta anticellulite sono le stesse di una sana alimentazione: porta in tavola tanta verdura, frutta e legumi, semi e cereali integrali. Stai alla larga da latticini, dolci e prodotti raffinati, cibi precotti/preconfezionati, alcol e caffè.

Nella dispensa, sostituisci zucchero e sale raffinati con quelli grezzi e integrali. Per condire i tuoi piatti, limita al massimo il sale: è il peggior nemico di una dieta cellulite. Al suo posto, puoi usare spezie, olio extravergine di oliva a crudo e limone per insaporire le pietanze.

Al mattino, bevi un misurino di succo di superfrutti, una categoria di frutti dalle notevoli proprietà benefiche per la salute. I più indicati come elisir antiossidante, antinvecchiamento e rigenerante per i tessuti sono: il Maqui della Patagonia (il re degli antiossidanti, l’antiage per eccellenza), il Goji tibetano (dalle proprietà immunostimolanti e rigeneranti) e l’Acai dell’Amazzonia (il miglior amico di cuore e circolazione).

Durante il giorno, bevi almeno 2 litri di acqua tiepida o a temperatura ambiente, preferibilmente lontano dai pasti. Una buona idratazione è fondamentale per depurarti in profondità e ripristinare il microcircolo.

Integrazione alimentare

Abbiamo detto che la partita contro la cellulite va giocata dall’interno: alimentazione e integrazione sono le due chiavi principali per accelerare il tuo metabolismo, disintossicarti e contrastare le infiammazioni. Un buon piano anticellulite prevede l’assunzione di almeno due integratori alimentari studiati ad hoc.

Il primo deve contenere piante come Pilosella, Betulla, Frassino, Ibisco e Ortosiphon (come in Diuresan F.P. Salugea). Ti aiuteranno a depurarti in profondità, detossificare il tuo organismo e allontanare la ritenzione idrica.

Prendi queste piante in combinazione ad un secondo integratore specifico anticellulite come Biosnel F.P. Salugea, a base di estratti vegetali di Centella, Garcinia Cambogia, Ananas, Vite Rossa e Gynostemma: queste piante favoriscono il drenaggio connettivale (è un drenaggio molto profondo e mirato), il metabolismo dei grassi e il controllo del senso di fame, sostengono il microcircolo e hanno una mirata azione anticellulite.

Un dettaglio non trascurabile: leggi bene la lista ingredienti. Uno stesso estratto vegetale, come quello di Garcinia, può essere presente in forme diverse (di diversa efficacia) all’interno di un integratore in capsule, ecco le più comuni:

  • Garcinia (Garcinia cambogia Desr.) buccia del frutto polv.: non ho garanzia della presenza del principio attivo efficace (SCARSA QUALITÀ)
  • Garcinia (Garcinia cambogia Desr.) buccia del frutto e.s. 1:4: il principio attivo è presente e concentrato (MEDIA QUALITÀ
  • Garcinia (Garcinia cambogia Desr.) buccia del frutto e.s. tit. 60% ac. Idrossicitrico: in questo caso ho garanzia della presenza certa e definita del principio attivo efficace - l’acido idrossicitrico – la molecola della Garcinia che favorisce il metabolismo dei lipidi e il controllo del senso di fame (ECCELLENTE QUALITÀ)

Gli estratti secchi titolati sono gli unici in grado di garantire la presenza certa e costante dei principi attivi efficaci all’interno. Ultimo consiglio, ma non per importanza: scegli sempre integratori conservati in vetro scuro di grado farmaceutico (no plastica), l’unico modo per proteggere e garantire la qualità del prodotto nel tempo.

Esercizio fisico mirato

Ti consigliamo 40 minuti al giorno di camminata veloce in salita (in palestra o, se ne hai la possibilità, all’aperto) – da alternare ad esercizi mirati: squat e affondi.

Perché parliamo di camminata e non di corsa? Perché la corsa tende a creare dei microtraumi al microcircolo ad ogni passo saltato, e potrebbe peggiorare l’infiammazione sottesa alla cellulite. La camminata è invece l’attività fisica più indicata perché stimola la pompa sanguigna che spinge il sangue dal basso verso l’altro, a beneficio della circolazione venosa e linfatica.

Ora che conosci tutto ciò che ti è necessario per togliere la cellulite di torno, dichiarale guerra da subito: occorrono in media tre mesi di costanza in alimentazione, integrazione e attività fisica mirate per raggiungere buoni risultati, e dare il benvenuto alla tua nuova silhouette!

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Ecco come i dinosauri covavano le uova nei loro nidi

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Published in: Animali

Secondo lo studio condotto da un team internazionale di ricercatori in Asia e Nord America, queste creature sistemavano le loro uova di forma allungata attorno a una fessura centrale nel nido. Quest'ultimo riusciva a reggere il peso del genitore, permettendogli di scaldarle col calore del corpo senza schiacciarle e nel frattempo offrendo anche protezione.

Gli uccelli moderni discendono da un grande gruppo di dinosauri per lo più carnivori chiamati teropodi, i quali, tra cui il temibile T-rex, si pensa abbiano deposto le uova.

Ma pochissimi teropodi costruivano nidi ed è per questo che la covata degli oviraptorosauri è così importante. La genitorialità dei dinosauri è stata difficile da studiare a causa dello scarso numero di fossili, ma per la prima volta è stata fatta luce sul comportamento di incubazione di queste creature.

I parenti antichi piumati degli uccelli moderni, vissero circa 67 milioni di anni fa. Caratterizzati da creste ossee e lunghe code simili a lucertole, gli oviraptorosauri vantano un esemplare famoso, soprannominato "il pollo dell'inferno", scientificamente chiamato Anzu wyliei.

La maggior parte di loro erano di “piccole” dimensioni quindi probabilmente arrivavano a 100 kg o meno. Erano molto simili agli uccelli, con un cranio che ricorda quello dei pappagalli.

Il gruppo di ricerca ha esaminato la forma e le dimensioni di oltre 40 nidi diversi, per lo più originari della Cina e della Mongolia, per determinare il loro comportamento. Hanno scoperto che così il diametro del nido variava da 35 cm per le specie più piccole a 330 cm per le più grandi come il Macroelongatoolithus.

Lo spazio cavo del nido sembrava infatti aumentare insieme alle dimensioni delle specie. Secondo gli scienziati, probabilmente gli oviraptorosauri più piccoli si sedevano direttamente sulle uova, sovrapposte l'una sull'altra ma inserite in una fessura, in modo da non danneggiarle.

“Le specie di grandi dimensioni potrebbero non essersi sedute direttamente sulle loro uova”, ha spiegato Kohei Tanaka, ricercatore del Museo dell'Università di Nagoya e autore principale dello studio. “Le uova sono disposte secondo uno schema circolare con una grande apertura centrale”.

Secondo quanto emerso dallo studio, il comportamento degli uccelli seduti nel nido a covare probabilmente si è evoluto dai dinosauri teropodi e la ricerca fornisce ulteriori prove.

La ricerca è stata pubblicata su Biology Letters.

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Francesca Mancuso

Foto: Kohei Tanaka via BBC

Non si ferma la deforestazione massiccia in Indonesia per l'olio di palma: il video di denuncia

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Published in: Ambiente

È la denuncia che arriva da Greenpeace che in un video (vedi sotto) mostra le immagini di un’area grande quanto metà Parigi di una recente deforestazione all’interno della foresta pluviale di Papua per creare nuove piantagioni di palma da olio.    Ben 4 mila ettari di foresta pluviale bonificati tra maggio 2015 e aprile 2017, come suggeriscono le immagini satellitari, nella PT Megakarya Jaya Raya, una concessione di olio di palma controllata dalla Hayel Saeed Anam Group (HSA) e alla quale si riforniscono marchi come Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever.
La concessione include alcune aree protette dal governo indonesiano in risposta agli incendi che devastarono le foreste nel 2015: in queste zone è proibito lo sviluppo commerciale.

Tra il 1990 e il 2015 l’Indonesia ha perso circa 24 milioni di ettari di foresta tropicale e, dopo aver distrutto gran parte delle foreste pluviali di Sumatra e Kalimantan, l’industria dell’olio di palma non sembra trovare freni proseguendo ora verso nuove frontiere vergini, proprio come Papua.

“Se il governo indonesiano ha intenzione di continuare a difendere l’industria dell’olio di palma, dovrebbe prima assicurare che vengano adottate e rispettate politiche volte a fermare la deforestazione, il drenaggio delle torbiere e lo sfruttamento dei lavoratori e delle le comunità locali”, sostengono da Greenpeace.

Quest’ultimo caso evidenziato dall’associazione solleva anche serie domande per la tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile (RSPO). Molte società di olio di palma del gruppo HSA sono membri della RSPO, sebbene PT MJR e le altre concessioni del gruppo HSA in questo distretto non lo siano. Ai membri della RSPO non è permesso avere divisioni di olio di palma non affiliate, per cui lo sviluppo visto in PT MJR violerebbe anche alcuni dei principi e criteri della RSPO.

La deforestazione rappresenta anche una delle maggiori fonti di emissioni di gas serra e da questo punto di vista la situazione in Indonesia continua ad essere allarmante: le foreste indonesiane ospitano 38 mila specie vegetali e oltre 2000 specie di uccelli e di mammiferi e sono seconde solo all’Amazzonia in termini di biodiversità, ma ancora ogni giorno in questa zona del mondo si continua a bruciare per fare spazio alla coltivazione di palme da olio.

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Germana Carillo

Il Titanic di Roma: c'è una nave fantasma spiaggiata sul Tevere

GreenMe -

Published in: Rifiuti & Riciclaggio

A riportare alla luce questa triste vicenda di degrado è Antonello Palmieri, presidente dell’associazione Romanuova che su Facebook mostra la foto del Tiber II scrivendo:

“Ecco la foto del Titanic delle istituzioni, l'immagine-simbolo di Roma che affonda... per la cronaca, si tratta del relitto del Tiber II, naufragato 10 anni fa! Ora si trova sulla banchina del lungotevere della Vittoria. Pare sia pure abitato..”

La Tiber II si trova esattamente all’altezza di via Fagarè-via Costabella ed è un’enorme carcassa.

“È una scena spettrale, peraltro al centro di Roma, che non abbiamo mai visto in nessun’altra capitale Ue. Una scena di cui le istituzioni dovrebbero essere chiamate a rendere conto", dice in una nota Palmieri. 

E ancora prosegue:

 ”Nel corso di una passeggiata in bicicletta sulla ciclabile – chiamiamola così – lungo il fiume Tevere, abbiamo scoperto dove finisce la propaganda delle istituzioni, e dove comincia la realtà. Tra fango, buche, water e bidet, scatole di polistirolo, vecchi arredi di plastica, decine di biciclette a noleggio vandalizzate, dobbiamo prendere atto che oggi questa è Roma. Ma abbiamo soprattutto “scoperto” dov’é finita la motonave Tiber II, che effettuava servizio sul fiume, schiantatasi nel dicembre del 2008 contro ponte Sant’Angelo nel corso di una piena. Dieci anni fa".

Insomma, al di là delle polemiche politiche, che non ci riguardano, ci certo è una pagina triste che non dà lustro alla nostra bella capitale.

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Dominella Trunfio

Mar Adriatico, non ci sono più pesci. Cosa puoi fare per salvarlo

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Published in: Ambiente

L’Adriatico sta morendo davvero. Conferenze, appelli, risultati scientifici inequivocabili, ma per ora il disastro ambientale continua. E così l’appello per chiedere l’istituzione di Aree di Restrizione alla Pesca (Fisheries Restricted Areas, FRA), per impedire di prelevare ancora risorse dove sono finite.

Solo la Fossa di Jabuka/Pomo, tra Italia e Croazia, è considerata Essential Fish Habitat (habitat ittico essenziale) di tutto l’Adriatico centrale, in quanto la “nursery del nasello”, dove cioè questa specie si riproduce. L’Adriatico Meridionale ospita poi comunità di coralli bianchi e aggregazioni imponenti di spugne nelle acque profonde ed è caratterizzato da zooplankton di mare aperto e habitats di profondità con un’elevata ricchezza di invertebrati marini.

Sfruttamento incosciente di risorse

Ma forse dovremmo usare il passato. Sì, perché anni di pesca sconsiderata, applicata anche con tecniche distruttive come quella a strascico, hanno letteralmente svuotato il mare, rendendolo povero e decisamente poco vitale.

Ora non si può veramente più rimandare, né pensare di vietare solo le tecniche di pesca più distruttive. È necessario un cambio di rotta. Per questo l’appello chiede l’istituzione di Aree di Restrizione alla Pesca, che, oltre a vietare le assurdità pone anche severi limiti alla cosiddetta “pesca sostenibile” e introduce delle misure di monitoraggio e controllo più severe nella zona. Una misura che già era stata chiesta in passato, ma non ancora ascoltata. E la voce, fortunatamente, sta diventando più forte.

“L’Adriatico ha sofferto per decenni di un prelievo sconsiderato della sue risorse, alcune delle quali rischiano il collasso – spiega in un comunicato MedReAct, che ha promosso l’iniziativa - La tutela di ecosistemi vulnerabili marini e delle zone di riproduzione e accrescimento di stock, fortemente sovrasfruttati, può contribuire al loro recupero e alla sostenibilità della stessa pesca oggi fortemente in crisi”.

Invasione della plastica

Oltre allo sfruttamento di risorse di incredibili proporzioni, i nostri mari sono anche invasi dalla plastica, come emerso dallo studio intitolato ‘DeFishGear’, condotto da scienziati di sette Paesi che condividono il bacino dell’Adriatico e dello Ionio, e da nove enti, tra cui il nostro Ispra, che hanno analizzato spiagge, acque superficiali e profonde, e che si è concluso alla fine del 2016.

Una lettera per salvare il mare? Forse una lettera non basta, ma grazie a battaglie come questa, qualche vittoria, comunque, è arrivata. Basti pensare al divieto totale e definitivo della pesca elettrica in Europa, arrivata a gennaio nonostante le pressioni delle lobby della pesca, soprattutto olandese.

Cosa possiamo fare noi

Tutti possiamo fare qualcosa. Possiamo non acquistare pesce, soprattutto se non è a km zero o fuori stagione, possiamo non usare la plastica, spesso non necessaria. Aderiamo in massa alla campagna #svestilafrutta, contro l'abuso di imballaggi spesso usati per "proteggere" frutta con la buccia.

Ricordiamo poi che sui mari incombono ancora le trivellazioni per la ricerca dei combustibili fossili, inquinanti, obsolete e comunque poco utili al nostro fabbisogno energetico vista la loro scarsa quantità sul nostro territorio. Possiamo farci sentire anche su questo.

L’Adriatico (come altri mari) versa in uno stato di shock, non c’è più tempo. E tutti possiamo e dobbiamo far sentire la nostra voce.

Per altre informazioni sullo stato dei nostri mari leggi anche:

Roberta De Carolis

I pesticidi al glifosato uccidono le cellule umane, lo studio shock

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Published in: Agricoltura

I test della NTP sono stati richiesti dall'Environmental Protection Agency (EPA) dopo che l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) nel 2015 aveva classificato il glifosato come potenzialmente cancerogeno per l'uomo.

Ma certamente non è l'unico diserbante rischioso per la salute umana. I nuovi test scientifici hanno mostrato che i diserbanti formulati, in uso da oltre 40 anni, hanno tassi più elevati di tossicità per le cellule umane rispetto ai loro stessi principi attivi. Questi diserbanti sono comunemente usati in agricoltura e lasciano residui nel cibo e nell'acqua, ma anche nei parchi e nei campi da gioco per bambini.

I test fanno parte dell'analisi del National National Toxicology Program, mai effettuata prima, sulle formulazioni di erbicidi prodotti con il principio attivo del glifosato, ma includono altre sostanze chimiche. Finora erano stati condotti dei test sul solo glifosato ma gli scienziati non avevano esaminato completamente la tossicità dei prodotti più complessi.

Mike DeVito, direttore del Laboratorio nazionale di tossicologia, ha dichiarato al Guardian che il lavoro dell'agenzia è in corso, ma i primi risultati sono chiari su un punto chiave.

“Le formulazioni sono molto più tossiche e uccidono le cellule. Il glifosato non lo ha fatto”, ha detto DeVito. Addirittura peggiori del glifosato.

Secondo lo studio, le formulazioni a base di glifosato riducevano la vitalità delle cellule umane, distruggendo le membrane cellulari. “La vitalità cellulare era significativamente alterata dalle formulazioni”.

Monsanto ha introdotto il suo marchio Roundup basato sul glifosato nel 1974. Ma è solo ora, dopo più di 40 anni di uso diffuso, che il governo sta studiando la tossicità degli erbicidi a base di glifosato sulle cellule umane.

Secondo DeVito, i risultati della prima fase dei test non significano che le formulazioni causino il cancro o altre malattie. Anche se il lavoro ha rilevato una maggiore tossicità dalle formulazioni e ha mostrato che uccidono le cellule umane, l'NTP sembra contraddire una constatazione della IARC secondo cui il glifosato e le sue formulazioni inducano uno stress ossidativo, che potrebbe portare al cancro. Saranno necessari ulteriori studi per confermarlo o negarlo ma di certo questi risultati non sono rassicuranti.

Ad oggi, oltre 4.000 persone hanno fatto causa alla Monsanto sostenendo di aver sviluppato il cancro usando il glifosato di Roundup, e diversi paesi europei si stanno muovendo per limitare l'uso di questi erbicidi.

Ma c'è un problema che gli scienziati del governo hanno incontrato e riguarda il segreto aziendale sugli ingredienti miscelati col glifosato nei prodotti. I documenti ottenuti attraverso le richieste del Freedom of Information Act mostrano l'incertezza dell'EPA rispetto alle formulazioni del Roundup e di come tali formulazioni siano cambiate negli ultimi trent'anni. Questa confusione è continuata anche durante i i test dell'NTP.

“Non sappiamo quale sia la formulazione. Queste sono informazioni commerciali riservate” ha detto DeVito. Gli scienziati dell'NTP hanno prelevato alcuni campioni dagli scaffali dei negozi.

Non è chiaro quanto la stessa Monsanto sia a conoscenza della tossicità delle formulazioni complete che vende. Secondo il Guardian, dalle e-mail interne dell'azienda risalenti a 16 anni emerse in un caso giudiziario lo scorso anno, trapela che la società non sia ignara del contenuto dei suoi prodotti.

Nella email interna del 2003, uno scienziato della Monsanto ha dichiarato:

“Non si può dire che Roundup non sia cancerogeno ... non abbiamo fatto i test necessari sulla formulazione per fare questa affermazione”.

Un'altra email interna del 2010 riportava: “Per quanto riguarda la cancerogenicità delle nostre formulazioni, non abbiamo test diretti”.

Un'altra del 2002 affermava: “Il glifosato è OK ma il prodotto formulato è dannoso”.

Monsanto non risponde alle richiesta di commento ma in un rapporto di 43 pagine, la società afferma che la sicurezza dei suoi erbicidi è supportata da

“uno dei più vasti database mondiali sulla salute umana e sull'ambiente mai compilato per un prodotto antiparassitario”.

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Francesca Mancuso

Vegani, vegetariani o onnivori: come cambia il microbioma in base alla dieta?

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Published in: Dieta

È quanto emerge da uno studio dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), che ha valutato la composizione della dieta vegana, di quella vegetariana e quella onnivora.

Scopo della ricerca, pubblicata su Frontiers in Microbiology, era quello di valutare l’impatto sul microbiota intestinale derivante dal consumo di alimenti di origine animale.

Il microbiota è l’insieme dei microrganismi che abitano una parte dell’organismo umano. Quelli intestinali assolvono a molte funzioni utili: demoliscono i polisaccaridi della fibra alimentare che i nostri enzimi non sono in grado di scindere e proteggono l’intestino contrastando l’azione dei batteri patogeni e l’ingresso di tossine.

Per lo studio dell’IZSVe sono stati coinvolti 101 volontari normopeso, che seguivano una dieta onnivora, vegetariana o vegana. Ognuno ha dovuto fornire il proprio diario alimentare e un campione fecale per lo studio della composizione del microbiota.

LEGGI anche: La dieta occidentale sta facendo estinguere i batteri buoni dal nostro intestino

Gli studiosi hanno cercato differenze tra il microbiota degli onnivori e quello dei vegetariani e dei vegani senza ottenere risultati statisticamente significativi. I tre gruppi risultavano infatti perfettamente sovrapponibili e tra i vegani e i vegetariani non prevalevano nemmeno popolazioni microbiche tipiche di un’alimentazione ricca in fibra.

“Lo scenario osservato è stato sorprendente, in quanto ci aspettavamo di vedere delle differenze nette fra persone che si alimentano in modo così diverso. È apparso evidente invece che l’”etichetta” di vegano, vegetariano o onnivoro non è sufficiente a dare conto dell’impatto della dieta sulla salute”, ha dichiarato Antonia Ricci, direttore sanitario dell’IZSVe e responsabile scientifico della ricerca.

Il perché? Tutti i partecipanti, indipendentemente dagli alimenti consumati (di origine animale o vegetale), seguivano una dieta ricca in grassi e povera in carboidrati e proteine. Un tipo di dieta che, secondo i ricercatori, fa praticamente assomigliare i vegani e i vegetariani agli onnivori, con la conseguenza che nessuna delle tre diete, per il momento, vincerebbe la “sfida della salute”.

Il problema, allora, pare essere nella abbondanza di grassi che, se nella maggioranza dei casi sono gli acidi grassi saturi presenti in elevate quantità in tutti gli alimenti di origine animale, anche per i vegetariani e vegani ci potrebbe essere un surplus di grassi saturi presenti in alcuni alimenti vegetali.

La soluzione? Sempre la stessa: qualsiasi sia lo stile alimentare scelto, mai perdere di vista una dieta variegata, oltre a uno stile di vita sano e a una regolare attività fisica, che farà bene anche all’intestino.

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Germana Carillo

Biscotti cocco e limone light [ricetta vegan]

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Published in: Ricette

Senza uova, nè burro e dolcificati solo con sciroppo d'agave, i biscotti al cocco e limone sono adatti anche per chi presenta intolleranze alimentari verso questi ingredienti o ha escluso lo zucchero bianco dalla propria dieta. Facili e veloci da realizzare con pochi e semplici passaggi, anche con l'aiuto dei piccoli di casa, garantiscono la loro fragranza per diversi giorni.

Per la preparazione di questa ricetta vi esortiamo, come sempre, ad utilizzare limoni biologici o con buccia non trattata.

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  • Tempo Preparazione:
    10 minuti
  • Tempo Cottura:
    20 minuti circa
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 4 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare i biscotti al cocco e limone light: procedimento
  • Mescolare in una ciotola la farina con il cocco, aggiungere anche la buccia grattugiata del limone e
  • a seguire unire lo sciroppo d'agave, il succo di limone e l'olio,
  • mescolare tutto con un cucchiaio e alla fine terminare d'impastare a mano compattando il tutto.
  • Lavorando con le mani un po' d'impasto formare delle palline, schiacciarle leggermente con il palmo della mano e
  • metterle in una leccarda rivestita con carta forno,
  • se si gradisce cospargere in superficie con dello zucchero di canna e
  • cuocere in forno ben caldo a 180° per circa venti/venticinque minuti o comunque fino a doratura.
  • A cottura ultimata sfornare e lasciar raffreddare i biscotti su una gratella.
Come conservare i biscotti veg cocco e limone:

Quando i biscotti saranno del tutto freddi potranno essere riposti in appositi contenitori alimentari e manteranno così la loro fragranza per diversi giorni.

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Ilaria Zizza

Sebino express: da Milano al lago d’Iseo con i treni d'epoca, il turismo si fa slow

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Published in: Eco-Turismo

Qualcuno l’ha già ribattezzato un turismo vintage, quello che la Fondazione sta portando avanti con il ministero dei Beni culturali. L’obiettivo è la sostenibilità incentivando tutte quelle attività che vanno a tutelare, valorizzare e riqualificare il patrimonio culturale, artistico, architettonico e umano. 

Ed è proprio qui che si inseriscono i treni storici che portano i passeggeri a viaggiare non solo fisicamente, ma anche con la fantasia. Locomotive d’epoca e littorine, con il loro andare slow, rappresentano uno dei mezzi per fare un tipo di turismo esperienziale che va al di là della semplice vacanza. 

E’ così che a partire dal 20 maggio e fino a settembre, tutte le domeniche da Milano e Brescia partiranno locomotive e carrozze d'epoca alla volta del lago d’Iseo. Tutti a bordo, dunque, del "SebinoExpress" che partirà alle 8.29 dalla stazione di Milano Centrale partirà un treno a vapore con destinazione Paratico, all'estremità meridionale del lago d'Iseo. Quasi contemporaneamente da Brescia due automotrici diesel raggiungeranno dopo un'ora e mezzo di viaggio la stazione di Pisogne, sulla sponda nord-orientale del lago.

Sebino express: il calendario

I viaggi dei treni storici, complessivamente 20, programmati nelle giornate di domenica, sono in calendario anche a giugno nei giorni 3, 17 e 24; a luglio domenica 1; ad agosto il 26; e a settembre il 9 e 30. I treni partiranno quasi contemporaneamente da Milano e Brescia e prevedono per ciascuna domenica, l'alternarsi di treni con trazione a vapore alle classiche littorine in livrea d’epoca.

Un battello, inoltre, collegherà le due sponde del lago d’Iseo consentendo di visitare le principali mete turistiche del territorio.I biglietti sono in vendita presso le biglietterie e self service di stazione, agenzie di viaggio abilitate, su Trenitalia e sul’app.

Sarà possibile acquistare i titoli di viaggio anche a bordo treno, senza alcuna maggiorazione di prezzo, e in relazione alla disponibilità dei posti a sedere.

Tutti gli orari li trovi qui

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Dominella Trunfio

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Mucca fugge dal mattatoio e si rifugia in un supermercato, ma non c'è il lieto fine

GreenMe -

Published in: Animali

La notizia è stata rilanciata sulla pagina Facebook di The human league dove viene mostrata una foto raccapricciante. L’immagine che mostra la mucca che giace a terra in un bagno di sangue è diventata virale creando un dibattito senza fine tra gli utenti della pagina.

“Una mucca è scappata dal macello ed è corsa in un supermercato. E’ stata uccisa a colpi di arma da fuoco tra i corridoi. Quello che è strano è che i negozi di alimentari sono già pieni di animali morti, sono solo confezionati belli e belli. Qual è la differenza?”, scrivono in maniera provocatoria gli animalisti di The human league.

E ancora:

“Non esiste un modo umano per uccidere un animale che non vuole morire. Se questa immagine ti infastidisce, considera di lasciare gli animali fuori dal piatto”.

Ma accanto a chi lascia condanna l’accaduto:

“Mi dispiace così tanto, piccola. La tua morte non è stata vana. Stavi solo cercando di sopravvivere. Un giorno, questo mondo sarà in armonia con ogni essere vivente, e questo non dovrà accadere. Ti ricorderemo”, scrive un utente

“mmm manzo fresco”, ironizza un altro.

“È una vergogna. La mucca era scappata perché voleva vivere ed è stata uccisa comunque. Pura vergogna. Gli animali devono vivere”, dice un altro.

C’è anche chi sostiene che uccidere un animale a colpi di arma da fuoco in un supermercato non sia un gesto riprovevole:

“Solo perché mostrate una mucca morta in un negozio non significa che le persone si sentiranno improvvisamente dispiaciute per questo, è solo una mucca e fa parte della catena alimentare. Prima ti rendi conto di questo, meglio è”, scrive un utente della pagina di The human league.

E ancora c’è chi mette in dubbio la veridicità della foto, appellandosi alla solita fake news:

“Non posso credere che le persone credano veramente che questa sia una foto reale, quanto siano stupide”.

Ma purtroppo qui di finto c’è ben poco e anche se la notizia risale a qualche tempo fa, per l’esattezza allo scorso anno, abbiamo comunque deciso di darne riscontro perché poco importa se è accaduto a settembre o a ottobre, nel 2017 o nel 2018, è comunque un gesto da condannare e che fa riflettere spaccando in due l’opinione pubblica.

Solo qualche settimana fa vi avevamo parlato di un altro episodio simile, ovvero della mucca che aveva incornato la porta di un camion che l’avrebbe dovuta portare al macello ed era scappata su un isolotto deserto sul lago Nysa, in Polonia. Un altro esempio di una natura che si ribella all'uomo.

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Dominella Trunfio

I giubbotti di salvataggio trasformati in bellissime borse dai rifugiati siriani

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Published in: Riciclo e Riuso

I vecchi giubbotti di salvataggio si trasformano attraverso un processo creativo che fa bene all’ambiente e dà vita a una filiera di economia circolare: un rifiuto che viene salvato dalla spazzatura, viene reinventato e poi venduto.L’idea è dell’impresa sociale olandese Makers Unite che ha già portato 5mila giubbotti ad Amsterdam e iniziato un programma di coaching di sei settimane per aiutare i rifugiati a iniziare una carriera nei Paesi Bassi.

"Diamo una seconda possibilità sia ai nuovi arrivati che a questo materiale di scarto. Speriamo che i nostri prodotti creino consapevolezza e al tempo stesso aiutino queste persone a costruire un futuro", spiega Thami Schweichler, direttore e co-fondatore di Makers Unite. 

Tra i tanti che lavorano c’è anche Ramzi Aloker, 46 anni, che a Damasco faceva lo stilista  di abbigliamento femminile.

"Quando lavoro, penso alle persone che indossavano questi giubbotti di salvataggio. Chi erano e cosa è successo a loro? Ricordo anche il mio viaggio. Il mare oscuro e le ripide montagne greche”, dice Aloker. 

Foto: Thessa Lageman

Foto: Stratis Balaskas/EPA

Nel 2015, 850mila rifugiati sono arrivati in Grecia via mare. Oltre mezzo milione nell’isola di Lesbo e tra i tanti problemi c’era anche quello di questi giubbotti abbandonati sulla costa. Makers Unite ha trovato il modo di smaltire questo rifiuto inquinante offrendo una fonte di reddito a breve termine ai rifugiati.

L’attività, infatti, vuole essere solo un trampolino di lancio per dare una speranza a queste persone. Il 10% dei partecipanti al progetto ha già trovato un altro lavoro, mentre molti altri hanno iniziato stage o programmi educativi. Quindi riassumendo un’idea vincente che fa bene all’ambiente e offre impiego e formazione.

 Foto: Thessa Lageman

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Sul sito di Makers Unite si possono trovare tutti i prodotti realizzati, ne vengono venduti 100-200 al mese, ma è questo tipo di approccio che può offrire soluzioni a quello che è un problema molto spinoso.

"Ai clienti piace che abbiamo creato qualcosa di positivo da una situazione così difficile. Penso che molti comprino i nostri prodotti per questo motivo, una sorta di dichiarazione contro le politiche anti-immigrazione dei loro governi", afferma Schweichler.

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Dominella Trunfio

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