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Troppa microplastica nelle acque del Santuario Pelagos, che finisce nelle balene

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Questo sta accadendo anche nei nostri mari, senza risparmiare aree di pregio come quella del Santuario Internazionale per i Mammiferi Marini, dove le balene sono esposte a microorganismi (batteri, alghe, virus, invertebrati microscopici) che colonizzano i rifiuti plastici in mare, la cosiddetta “Plastisfera”, un nuovo ecosistema marino composto da specie potenzialmente patogene che mettono a rischio la salute di tutti i cetacei nelle acque del Santuario e la biodiversità del Pianeta. 

Proprio la Plastisferà sarà il “sorvegliato speciale” del progetto Pelagos Plastic Free di Legambiente in partnership con l’associazione francese Expédition MED, presentato a Genova, che si pone l’obiettivo di prevenire e ridurre i rifiuti di plastica nel Santuario Pelagos, attraverso azioni di governance, monitoraggio scientifico e sensibilizzazione di stakeholders specifici.

“Tutti gli studi confermano che la cattiva gestione a monte è la principale causa della dispersione dei rifiuti anche in mare – ha dichiarato il Responsabile Mare di Legambiente Sebastiano Venneri - e che è urgente agire, in sinergia con le amministrazioni locali, gli operatori del mare e i cittadini, sensibilizzando e diffondendo le pratiche virtuose per frenare la produzione di rifiuti plastici e migliorare i processi di riutilizzo, riciclo e smaltimento”.

Si agirà su tre fronti: governance, monitoraggio scientifico e sensibilizzazione di stakeholders specifici. Il primo step riguarderà il tema dei rifiuti: dalla raccolta differenziata in casa alle infrastrutture per il ritiro, dal trasporto allo smaltimento e al riciclo, esiste un’intera filiera da potenziare. Il progetto prevede la raccolta, diffusione e promozione delle migliori pratiche nel settore, tramite workshop di condivisione con le amministrazioni locali in Liguria, Toscana e Francia.

Con le prime azioni previste tra giugno e agosto 2018, verrà invece monitorata la plastica galleggiante nelle acque del Santuario Pelagos, verranno prelevati campioni da analizzare alla foce del fiume Arno e nel porto di Pisa e in alcuni porti in Francia. L’analisi del DNA delle comunità di microrganismi costituenti la Plastisfera del Santuario, effettuate dal NIOZ (l’Istituto Olandese per la Ricerca Marina), servirà a identificare le specie di alghe, batteri e virus che proliferano sui rifiuti di plastica, influenzando gli equilibri dell’ecosistema marino.

Per questo, anche greenMe ha lanciato la campagna social #svestilafrutta con l'obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica ela grande distribuzione a ridurre l’abuso degli imballaggi in plastica.

Partecipare alla campagna è semplice. Ogni qualvolta ti trovi davanti a un prodotto imballato in maniera assurda e senza senso (un mandarino, una banana, una zucchina etc..) scatta una foto e poi caricala sui social Facebook, Twitter, Instagram usando l’hashtag #svestilafrutta, taggando @greenMe_it e inserendo anche il nome del supermercato dove si trova la confezione.

Per approfondire: #svestilafrutta, greenMe.it dice no all'abuso degli imballaggi. E tu? Partecipa!

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Roberta Ragni

Tiffany, la studentessa malata che si laureata insieme con il suo cane

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Published in: Costume & Società

Si tratta di una menzione creata per gli animali di servizio che negli Stati Uniti soddisfano le linee guida federali e frequentano tutte i corsi di uno studente. Una nota di merito, insomma, per il duro lavoro a sostegno del proprio padroncino laureando.

Tiffany Ascanio scoprì di avere una malattia già durante il suo primo semestre di studi alla Florida International University di Miami, ma grazie proprio al supporto del suo pit bull è riuscita lo stesso a seguire regolarmente le lezioni e a diventare dottoressa in Ingegneria meccanica.

Dopo un corso di addestramento, Kali è diventata infatti un cane di servizio certificato e da quel momento ha accompagnato Tiffany a ogni lezione, dimostrando entrambe di essere delle studentesse modello.

Quando la ragazza ha finito il suo corso di studi e si è laureata in Ingegneria meccanica, la FIU ha premiato anche la sua fedele compagna di studi che ha partecipato alla cerimonia.

“Kali è il primo cane a ricevere un attestato universitario per il suo lavoro. Ora è stato creato un premio speciale per i cani con certificato di servizio che aiutano i nostri studenti a frequentare le lezioni”, dichiara il rettore dell’Università.

Kali ha aiutato non solo la studentessa nel suo percorso, ma ha permesso anche di sfatare il pregiudizio secondo il quale i pit bull sono cani aggressivi. “Ha più amici di me. Non credo che avrei avuto lo stesso successo negli studi se non fosse stato per lei”, racconta la neo laureata.

Soddisfazioni che sembrano non essere finite: Tiffany è stata assunta da un'azienda di Seattle e si trasferirà lì con Kali, che pare sia stata ingaggiata da alcune compagnie come ingegnere di produzione...

Un altro bellissimo episodio di amore incondizionato che tante volte solo un amico a quattro zampe può dare.

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Germana Carillo

Xylella, il Salento dice no ai pesticidi obbligatori: disobbedienza civile per salvare le api

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Published in: Interviste

E' in corso una vera e propria opera di disobbedienza civile (e amministrativa) da quando il decreto è entrato in vigore i primi di maggio. Non solo agricoltori, biologici e convenzionali, ma ora anche le amministrazioni cominciano a fare muro verso l'obbligo di spruzzare veleni sugli alberi.

Contro il decreto Martina, pubblicato il 6 aprile ed entrato in vigore a maggio, molte aziende bio locali hanno scritto un documento di resistenza, dichiarando la loro intenzione a disobbedire al provvedimento. E nel frattempo arriva anche la prima ordinanza ufficiale di opposizione al decreto, a firma del sindaco di Nardò (Bari), che ha vietato agli agricoltori di usare i pesticidi, pena una multa di 500 euro.

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La disobbedienza degli agricoltori

Gli agricoltori non ci stanno ai 2 trattamenti in primavera-estate e 2 in autunno, per un totale di 4 irrogazioni di pesticidi, in un’area vasta come il Salento che il provvedimento impone, recependo una direttiva europea per il contenimento del batterio Xylella Fastidiosa, che mira a uccidere l’insetto considerato responsabile di diffondere l’infezione, la sputacchina.

Infatti i pesticidi elencati come obbligatori sono assolutamente vietati in agricoltura biologica (quindi gli agricoltori bio perderanno le certificazioni ma soprattutto tutto il mercato faticosamente costruito negli anni se li useranno), e, forse ancora peggio, sono altamente tossici per le api, come moltissime ricerche scientifiche hanno dimostrato.

Alcuni di loro sono della famiglia dei neonicotinoidi, riconosciuti dalla stessa Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, come nocivi per tutti gli insetti impollinatori, tanto che tre di loro sono stati recentemente banditi un campo aperto da tutta l’Unione Europea. Queste molecole infatti disorientano gli insetti che non sono più in grado di tornare nei loro alveari, condannandoli a morte certa.

Il divieto però non ha colpito l’acetamiprid, che, pur essendo della stessa famiglia, non solo non è stato bandito, ma il suo utilizzo ora è imposto in modo massiccio in tutto il Salento (cfr pag. 90-91 del decreto). La sua tossicità per le api è in effetti considerata più bassa, ma un utilizzo così intensivo potrebbe comunque essere molto dannoso.

I trattamenti alternativi naturali

Ma gli agricoltori dicono no e, con ‘Documento congiunto sottoscritto da aziende agricole, associazioni e cittadini, contro le previsioni del decreto Martina sui trattamenti fitosanitari obbligatori’ dichiarano la loro intenzione a opporsi a delle misure considerate velenose per le loro terre.

Ma perché un obbligo così pesante e distruttivo? Non ci sono misure alternative? Per saperne di più, abbiamo intervistato Francesca Colucci, di Salento km0, promotrice dell’azione di disobbedienza che ormai coinvolge un centinaio di aziende, esperti e cittadini della Puglia, così come altre realtà extra pugliesi, che hanno espresso formalmente la loro solidarietà al Salento e ai suoi abitanti.

“Il documento è stato promosso da Salento km0, che riunisce da qualche anno diverse aziende del territorio salentino che praticano agricoltura biologica, biodinamica, anche non certificata, ma comunque naturale, senza chimica di sintesi. Questa nuova minaccia, il decreto Martina, ha dato un’altra “scossa” al territorio salentino”.

La Colucci ci ricorda infatti che il provvedimento arriva dopo altri tentativi di opporsi ai programmi “distruttivi” imposti in passato, come il piano Silletti che prevedeva abbattimenti e utilizzo di pesticidi.

“Il documento nasce anche per mettere al centro di questo dibattito la salute, che mi sembra sia rimasta in secondo piano in tutte le discussioni istituzionali fatte finora, ma che è un aspetto assolutamente non trascurabile […] Le ricadute di questo provvedimento solo collettive: l’utilizzo di questi pesticidi in quantità così massiccia farà accumulare sostanze nocive nell’ambiente, nel ciclo biologico. […] È giusto quindi che la comunità non solo sia informata, ma che abbia anche la possibilità di esprimersi”.

Sono in preparazione anche azioni legali, portate avanti da una rete di associazioni e cittadini, il cui coordinamento è stato affidato al Csv, Centro servizi per il volontariato.

“Nessuno nega che ci sia un problema di disseccamento. Tuttavia a me non piace parlare di Xylella, ma di CoDiRO, ‘Complesso del disseccamento rapido dell’olivo’. Non ci sono tutt’oggi delle prove solide della presenza massiccia di questo batterio e anche della sua concausa nel disseccamento di tutti questi esemplari di ulivo. In effetti la presenza di Xylella è stata certificata solo in poche piante. La tesi che portiamo avanti, anche proveniente da nomi importanti del mondo scientifico come il prof. Xiloyannis, è quella di convivere con il batterio, ovvero di iniziare a pensare che un approccio di questo tipo [quello imposto dal decreto Martina, N.d.R.] non è curativo, ma l’unica cosa che si deve fare è rinforzare l’ecosistema nella sua completezza affinchè tutte le piante diventino più resistenti a questi patogeni

Alcuni sono metodi validati che dimostrano la possibilità di curare gli ulivi in modo meno invasivo.

Di uno di questi, in particolare, è basato su rame e zinco ed è stato sperimentato con successo dal batteriologo Marco Scortichini, uno dei massimi esperti europei, sulle varietà Cellina di Nardò e Ogliarola, tipiche del Salento.

L'ordinanza anti pesticidi di Nardò

Nel frattempo arriva la prima ordinanza ufficiale di opposizione al decreto. Il sindaco di Nardò (Bari) ha vietato agli agricoltori di usare i pesticidi, pena una multa di 500 euro.

Nel testo si ricorda proprio come il decreto inviti a usare l'acetamiprid, neonicotinoide nocivo per le api, misura considerata inaccessibile.

Per leggere l'ordinanza clicca qui

E la Regione... tace

Nonostante la ferma opposizione degli agricoltori, anche fatta con misure legali, nessuna risposta. “Sappiamo che è prevista un Consiglio Regionale monotematico, verso la fine di maggio, ma per ora non abbiamo risposte concrete dalle autorità” conclude la Colucci.

Ricordiamo che tali risposte sono in realtà attese da tempo, da molto prima che partisse questa iniziativa. Molte aziende e associazioni hanno infatti manifestato il loro disappunto alla pubblicazione del decreto, chiedendo che fossero almeno prese in considerazione misure anti sputacchina compatibili con l’agricoltura biologica.

Non sappiamo se le cure alternative potrebbero essere applicate con successo su un territorio così vasto come quello in cui il disseccamento degli ulivi è diffuso, che ormai abbraccia tutta la provincia di Lecce e parte di quella di Brindisi e Taranto. Ma sappiamo che queste misure, almeno per ora, non sono state neppure prese in considerazione.

E sappiamo anche che quelle previste dal decreto Martina nel Salento, ammesso e non concesso che possano combattere realmente la sputacchina e la Xylella, potrebbero avere degli effetti devastanti su altri fronti, la cui soluzione, quella sì, potrebbe essere veramente impossibile.

Per altre informazioni sul problema Xylella nel Salento leggi anche:

Roberta De Carolis

Foto: Salento km0 

Assegni familiari 2018-2019, le nuove tabelle Inps: a chi spetta e come richiederli

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Published in: Speciale bambini

La legge n. 153/88 ha stabilito che i livelli di reddito ai fini della corresponsione dell'assegno per il nucleo familiare vengano rivalutati annualmente, dal 1° luglio di ciascun anno, tenendo conto della variazione dell'indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, calcolato dall'ISTAT.

“La variazione percentuale dell'indice dei prezzi al consumo calcolata dall’ISTAT tra il 2016 e il 2017 è pari al +1,1 per cento, pertanto i livelli di reddituali sono stati rivalutati secondo tale indice. Gli stessi livelli di reddito avranno validità per la determinazione degli importi giornalieri, settimanali, quattordicinali e quindicinali della prestazione. Le tabelle allegate alla circolare indicano nel dettaglio i nuovi livelli reddituali e i corrispondenti importi mensili della prestazione” fa sapere l'Inps.

A fornire le nuove tabelle è stata la circolare INPS dell'11 maggio 2018, n. 68.

Ecco cos'è, i requisiti e come presentare domanda.

Cos'è l'Assegno al Nucleo Familiare (ANF)

Si tratta di un sostegno economico per le famiglie dei lavoratori dipendenti, dei titolari delle pensioni e delle prestazioni economiche previdenziali da lavoro dipendente e dei lavoratori assistiti dall’assicurazione contro la tubercolosi.

I nuclei familiari devono essere composti da più persone e il reddito complessivo deve essere inferiore a quello determinato ogni anno dalla legge.

Requisiti e a chi spetta l'Assegno al Nucleo Familiare (ANF)

L'ANF spetta al nucleo familiare composto da:

  • richiedente lavoratore o dal titolare della pensione
  • coniuge/parte di unione civile che non sia legalmente ed effettivamente separato o sciolto da unione civile, anche se non convivente, o che non abbia abbandonato la famiglia
  • i figli ed equiparati di età inferiore a 18 anni, conviventi o meno;
  • i figli ed equiparati maggiorenni inabili, purché non coniugati
  • i figli ed equiparati, studenti o apprendisti, di età superiore ai 18 anni e inferiore ai 21 anni, purché facenti parte di "nuclei numerosi", con almeno quattro figli tutti di età inferiore ai 26 anni
  • i nipoti in linea retta di età inferiore a 18 anni e viventi a carico dell'ascendente.

Ad averne diritto sono:

  • lavoratori dipendenti;
  • lavoratori dipendenti agricoli;
  • lavoratori domestici;
  • lavoratori iscritti alla Gestione Separata;
  • titolari di pensione a carico del Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti, dei fondi speciali ed ex ENPALS;
  • titolari di prestazioni previdenziali;
  • lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto.
A quanto ammonta

L’importo dell’assegno non è fisso ma si calcola in base alla tipologia del nucleo familiare, al numero dei componenti e al reddito complessivo del nucleo, tenendo conto delle tabelle pubblicate annualmente dall’INPS valide dal 1° luglio di ogni anno, fino al 30 giugno dell’anno seguente.

Per consultare le nuove tabelle clicca qui

Per il calcolo, devono essere considerati i redditi dell'anno solare precedente il 1° luglio di ogni anno e che hanno valore fino al 30 giugno dell'anno successivo. 

Come e quando presentare la domanda

La domanda va presentata per ogni anno a cui si ha diritto. Allo stesso modo, occorre comunicare eventuali variazioni nel reddito e/o nella composizione del nucleo familiare entro 30 giorni.

I lavoratori dipendenti dovranno presentare la domanda al proprio datore di lavoro utilizzando il modello ANF/DIP (Codice SR16). In questo caso, il datore di lavoro deve corrispondere l'assegno per il periodo di lavoro prestato alle proprie dipendenze, anche se la richiesta è stata inoltrata dopo la risoluzione del rapporto, nel termine di prescrizione di cinque anni.

Se il richiedente è addetto ai servizi domestici, operaio agricolo dipendente a tempo determinato, lavoratore iscritto alla gestione separata o ha diritto agli assegni come beneficiario di altre prestazioni previdenziali, la domanda va presentata online sul sito dell'INPS.

In alternativa, si può presentare la domanda tramite Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile o ancora tramite enti di patronato e intermediari dell’Istituto.

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Francesca Mancuso

Levofloxacina: perché anche un semplice collirio può essere pericoloso (e mortale)

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Published in: Salute & Benessere

La levofloxacina è il principio attivo della stragrande maggioranza dei colliri venduti nel mondo. Di esso sono noti gli effetti collaterali meno gravi, ma l’insufficienza respiratoria, che può essere fatale, non era elencata come potenziale reazione.

E invece l’uomo, 78enne giapponese, si è trovato in preda a una grave insufficienza respiratoria che lo hanno portato addirittura al coma e i medici della Yamanashi University, poco distante da Tokyo, dichiarano di avere davanti il primo caso mai registrato di una simile reazione (la letteratura medica riporta diversi casi di danno polmonare indotto da levofloxacina ma non era mai accaduto con un collirio).

“Questo è il primo caso riportato di danno polmonare indotto da farmaci a base di levofloxacina. Le soluzioni oftalmiche di levofloxacina sono i colliri più usati al mondo e gli effetti collaterali sono per lo più reazioni locali”.

Ma forse non è esattamente così, visto che l’uomo aveva messo una dose di collirio il giorno prima del suo intervento alla cataratta per ridurre il rischio di un’infezione. Ma tre giorni dopo l’operazione su entrambi gli occhi, il paziente ha cominciato a lamentare difficoltà respiratorie e febbre.

Le sue condizioni sono peggiorate rapidamente e vari test medici hanno di volta in volta mostrato che il suo fegato e i suoi reni stavano lentamente iniziando a deteriorarsi. Inizialmente i medici temevano di combattere una polmonite e una sepsi, ma le analisi batteriologiche hanno evidenziato la totale assenza di batteri patogeni. Nonostante, ciò la crisi respiratoria si faceva sempre più grave, con livelli di linfociti molto alti, mentre le condizioni del fegato stavano invece migliorando. Davanti a un simile quadro, i medici hanno cominciato a eliminare la somministrazione di alcuni farmaci per l’ipertensione e l’insufficienza respiratoria, aggiungendo però alcune iniezioni di levofloxacina, che è anche un antibiotico usato anche per via sistemica. Tuttavia, in quel momento i dottori si sono accorti che le condizioni del paziente si stavano aggravando sempre di più e che il fegato erano nuovamente compromesso. In quel momento i dottori hanno capito che il danno polmonare era stato indotto dalla levofloxacina somministrata sotto forma di collirio.

“L’incidenza del danno polmonare indotto da levofloxacina è rara per la sua frequente prescrizione. Inoltre, non è mai stato segnalato che il collirio causi lesioni ai polmoni. Dovremmo essere consapevoli del collirio come forma di dosaggio causale di danno polmonare indotto da farmaci”, ha concluso il dottor Hosogaya.

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Germana Carillo

Halligen, le isole che stanno scomparendo

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Published in: Germania

La loro visibilità dipende dal mare perché ogni inverno quando le maree del Mar di Wadden vengono sommerse, le isole vanno sott'acqua. Nel Medioevo c’erano tante halligen, ma oggi questi isolotti semi disabitati sono rimasti solo in dieci, mentre gli altri sono svaniti sotto le onde.

In quelle abitate, le case sono costruite sopra dei cumuli artificiali chiamati warft che mantengono le strutture al sicuro sopra la linea di galleggiamento. Durante questi periodici eventi di inondazione conosciuti come landunter, ogni warft diventa una piccola isola. 

Alcuni di questi halligen sono collegati alla terraferma da strade rialzate e ferrovie a scartamento ridotto su cui i residenti possono guidare minuscoli treni privati avanti e indietro. Gli abitanti vivono di cose semplici, di turismo e di allevamento. Su dieci solo cinque halligen sono abitati, mentre il resto fa parte del Schleswig-Holsteinisches Wattenmeer National Park. 

Ad esempio c’è l’halling di Hooge, una vera e propria riserva di biosfera, dove gli abitanti hanno adottato uno stile di vita sostenibile. A differenza delle altre isole alluvionali Hooge è circondata da un'alta diga in pietra, ma viene comunque sommersa. 

C’è poi 'isola alluvionale di Langeneß  dove durante le passeggiate sul fondo del mare è possibile osservare la ricchezza di uccelli acquatici e del Watt, mentre i prati salini, cambiando veste in ogni stagione, rendono la Hallig un luogo magico. Non a caso d’estate, i turisti godono della fioritura blu-violetta delle distese di limonio.

Dominella Trunfio

Detersivo enzimatico: la ricetta fai-da-te per pulire con gli enzimi

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Published in: Detergenza

Quello che non tutti sanno è che questo tipo di detergente è adatto a moltissimi scopi e può essere usato sulla maggior parte delle superfici, incluse quelle in metallo, e tessuti.

Questi prodotti fai-da-te ed ecologici contengono enzimi e batteri che smembrano la materia organica, quindi – alla stessa stregua dei microrganismi effettivi - sono perfettamente in grado di rimuovere le macchie e gli odori causati da sudore o sangue, erba o urina e altre sostanze biologiche.

Per un detergente enzimatico fai-da-te basta combinare pochi ingredienti di uso comune (il modo più efficiente per produrre enzimi in grandi quantità è usando il lievito). Ricordate che lo si dovrà lasciare fermentare almeno per un paio di settimane prima di usarlo.

Dove può essere usato il detersivo enzimatico

Praticamente ovunque. Gli enzimi agiscono rapidamente biodegradando macchie come grasso, olio o inchiostro. In più:

  • elimina gli odori e ha un potere antibatterico
  • smacchia il bucato
  • smacchia i tappeti e i rivestimenti in tessuto
  • è ottimo nella pulizia dei materassi
  • igienizza frutta verdura (un cucchiaio ogni litro d’acqua)
  • è un ottimo repellente naturale contro formiche, ragni e scarafaggi
Come fare in casa il detersivo enzimatico 

Cosa serve:

  • una bottiglia pulita da due litri
  • 5 cucchiai di zucchero di canna
  • 1 cucchiaino (3 g) di lievito secco attivo
  • 1 litro di acqua tiepida
  • scorze di 3 limoni o di 3 arance (ma potete anche mischiare, l’importante è che le bucce siano tolte all’istante e non siano secche né deteriorate, perché altrimenti perderebbero gran parte degli oli utili a pulire)

Procedura:

1. Unire tutti gli ingredienti, mettendo nella bottiglia prima le scorze, poi lo zucchero, il lievito e l’acqua
2. Avvitare il tappo e agitare energicamente per un paio di minuti per far sciogliere lo zucchero. Quindi svitare lentamente il tappo per ridurre la pressione e chiudere nuovamente. Questo processo va ripetuto almeno tre volte al giorno per due settimane per evitare che possa esplodere.
3. Dopo due settimane, si può svitare e riavvitare il tappo una volta sola al giorno, perché gran parte dello zucchero si sarà convertita e si produrrà meno anidride carbonica (il lievito si nutre dello zucchero, che si converte in alcool e anidride carbonica)
4. Conservare la bottiglia in un luogo caldo (35 °C) in modo che la miscela possa fermentare
5. Filtrare la miscela alla fine delle due settimane, quando il contenuto della bottiglia avrà assunto una colorazione opaca (lo si può tuttavia lasciare fermentare ancora, fino a un massimo di tre mesi, per ottenere un detergente molto potente).
6. Trasferire il detergente in un contenitore ermetico

Fonte foto: Lady Rain

In questo modo si è ottenuto un buon detersivo, efficace ed ecologico, che potrà essere usato per moltissime cose in diverse quantità:

  • per i pavimenti: miscelate una parte di detergente e venti parti di acqua in un altro contenitore
  • per bagno, tappeti, materassi e superfici della cucina: versate 120 ml in una bottiglia spray pulita, aggiungete 1 litro di acqua, tappate e agitate
  • per le incrostazioni, gli accumuli di calcare e le macchie di grasso, si può applicare il detergente enzimatico direttamente sulla superficie da pulire
  • per bagno, cucina e le macchie più ostinate, se c’è necessità di un potente smacchiatore, aggiungete l’aceto al vostro detergente enzimatico
  • per i panni, in sostituzione del detersivo per la lavatrice o aggiungendone una piccola quantità per aumentare l’efficacia del lavaggio

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Germana Carillo

Ciambellone alle fragole: ricetta senza burro soffice e golosa

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Published in: Ricette

L'aggiunta della polpa di fragole fresche conferisce all'impasto la giusta morbidezza e umidità. Per la ricetta è possibile utilizzare anche gli scarti di lavorazione degli estrattori o della preparazione della coulis, risparmiando ed eliminando così gli sprechi.

Questo ciambellone potrà essere  servito sia a merenda che la mattina a colazione guarnito con dello zucchero di canna a velo o, ancora meglio,  irrorato con della coulis di fragole fatta in casa.

Ingredienti
  • 3 uova di media grandezza
  • 90 gr di polpa di fragole
  • 40 gr di acqua
  • 210 gr di farina 1
  • 20 gr di sciroppo d'agave
  • 14 gr di lievito per dolci
  • 4 fragole già lavate
  • zucchero di canna a velo q.b.
  • olio e farina q.b. per lo stampo
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  • Tempo Preparazione:
    20 minuti
  • Tempo Cottura:
    30 minuti
  • Tempo Riposo:
    -
  • Dosi:
    per 6 persone
  • Difficoltà:
    bassa
Come preparare il ciambellone alle fragole: procedimento
  • Ungere ed infarinate lo stampo per ciambella.
  • Sgusciare in una ciotola capiente le uova, montarle fino a renderle spumose ed incorporare a seguire lo sciroppo d'agave e la polpa di fragole,
  • aggiungere quindi anche l'acqua, la farina e il lievito e continure a montare per amalgamare per bene tutti gli ingredienti.
  • Versare nello stampo in precedenza preparato il composto e aggiungere sulla sua superficie le fragole,
  • infornare e cuocere in forno caldo a 180° per circa mezz'ora,
  • a cottura ultimata sfornare, sformare delicatamente e far raffreddare su una gratella,
  • quando il ciambellone alle fragole si sarà raffreddato cospargerlo con un po' di zucchero a velo prima di servirlo.
Come conservare il ciambellone alle fragole:

Il ciambellone alle fragole, se riposto in appositi contenitori ermetici, conserverà la sua fragranza per tre/quattro giorni.

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Ilaria Zizza

Hummus: tutto quello che avreste voluto sapere e non avete mai osato chiedere

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Published in: Altri alimenti

Avete mai assaggiato l’hummus? E’ una salsa a base di ceci e sesamo, graditissima anche dai bambini e un ottimo modo per incentivare il consumo di legumi. L'hummus è una preparazione davvero saporita da gustare accompagnandola con il pane o le verdure crude.

L'ingrediente di base è rappresentato dai ceci, che vengono lessati e schiacciati o frullati fino ad ottenere una crema omogenea, facile da spalmare. Oggi si trova facilmente anche nei supermercati e nei ristoranti di tutta Europa, nel Medio Oriente e in Africa settentrionale, anche se la sua origine è un piccolo giallo perché molti paesi ne rivendicano la paternità. 

La parola "Hummus" deriva dall’ arabo e significa appunto ceci, un legume che è stato coltivato in Medio oriente per la prima volta 10mila anni fa.

Il nome completo è in realtà  ḥummuṣ bi ṭaḥīna,  che significa "ceci con tahini" che è una pasta a base di sesamo scurito. Il nome stesso sembra anche suggerire che l'hummus abbia origine in un paese arabo, la ricetta più simile era stata scritta al Cairo nel 13esimo secolo che era fatta oltre che con ceci, con aceto e limone, spezie e olio,ma senza tahini o aglio. Ironia della sorte, la prima ricetta con tahini è della cucina egiziana.

Ancora c’è chi sostiene che sia un cibo ebraico, menzionato nella bibbia almeno 3500 anni fa, ma anche la Grecia lo rivendica dicendo che l’hummus è l’alimento base della loro cucina. La cosa certa è che i traffici commerciali hanno permesso la circolazione delle merce tra greci, turchi e altri popoli mediorientali.

Ma Egitto, Grecia e Israele non sono gli unici contendenti. Anche altri paesi mediorientali rivendicano l'hummus, tra tutti, il Libano. Charles Perry, presidente degli  storici culinari della California del Sud  e esperto di cibo arabo medievale, secondo cui l’hummus sarebbe originario di Damasco perché proprio qui c’era l’usanza di montare il cibo tenendo la ciotola contro il muro. 

La realtà è che attualmente nessuno può dire con certezza chi, quando e come è stato inventato l’hummus perché ognuno porta avanti la propria teoria. Potrebbe sembrare una questione banale, ma scoprirne le origini potrebbe essere importante per l’identità culinaria. Le già leggendarie "Guerre di Hummus" iniziarono nel 2008 quando il Libano accusò Israele di rivendicare ciò che invece apparteneva a loro.

I libanesi hanno citato in giudizio gli israeliani per violazione del copyright e hanno chiesto una petizione all'Unione Europea per riconoscere l'hummus come cibo libanese. Attualmente la battaglia è ancora in corso e non è detto che finisca presto.

Di certo c’è solo la bontà dell’hummus, un cibo delizioso, ricco di proteine, potassio, ferro, magnesio, acido folico, manganese, vitamina B-6 e fibre.

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Dominella Trunfio

Come evitare che il cane rovini le piante: 5 trucchi

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Published in: Cani, Gatti & co.

È più forte di loro. I vostri pelosi amano rovistare nei vasi o in giardino. Ci sono vari modo per impedire loro di farlo, anche se si tratta di un comportamento molto comune tra i cani.

Perché i cani mangiano le piante?

Le spiegazioni potrebbero essere diverse. Ciò potrebbe derivare dal picacismo, ossia un disturbo comportamentale che nel caso del cane può derivare da stress o peggio da problemi cerebrali.

È possibile inoltre che gli animali mangino le piante per noia o per problemi di stomaco o semplicemente per gioco e per curiosità.

Come fare per evitarlo?

Ecco alcune semplici soluzioni per impedire ai nostri amici a quattro zampe di rovinare le piante.

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Metterle in sicurezza

Sembra banale ma è la soluzione più efficace e sicura. Un modo per impedire ai cani di mangiare le piante da interno è spostarle dove loro non possono arrivare. Per farlo, basta utilizzare dei supporti che le alzino dal pavimento o porle sopra i mobili.

Costruire gabbie 

Basta procurarsi delle semplici reti metalliche avendo però cura che siano alte, in modo tale che gli animali non si facciano male.

Cospargere con succo di limone diluito

Molti animali evitano l'odore degli agrumi, quindi per tenerli lontani dalle piante basta diluire del succo di limone in acqua e utilizzare un flacone spray per spruzzare il liquido ottenuto sulle piante.

In alternativa, è possibile tagliare delle fette sottili di limone e posizionarle attorno alle piante, ad esempio nei vasi, per ottenere lo stesso effetto. In questo caso, bisogna assicurarsi di cambiarle periodicamente in modo che non marciscano.

Spruzzare con sostanze sgradevoli

Ci sono deterrenti appositamente pensati per gli animali ma se cerchiano nella nostra dispensa è possibile trovare di rimedi domestici, come la salsa al peperoncino diluita in acqua in una bottiglia spray. Anche l'aceto è utile per tenere gli animali lontani ma è meglio evitare di spruzzarlo direttamente sulle piante. E' più indicato farlo sul terreno attorno per creare una sorta di barriera. 

Rimuovere quelle tossiche

Alcune piante sono tossiche per i cani. Se è difficile impedire a Fido di mangiare le piante da interno, a quel punto è meglio eliminare quelle che possono essere dannose per la sua salute. Tra queste: il narciso, l'orecchio di elefante, il giacinto, l'oleandro e la liquirizia americana.

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Infine, portateli il più possibile a passeggio! Il cane sarà appagato dall'esperienza fatta con voi all'esterno e avrà meno interesse per le piante.

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Francesca Mancuso

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Perché i capelli diventano bianchi? La nuova teoria

GreenMe -

Published in: Salute & Benessere

A provare a rispondere a questa domanda è un recente studio del National Institutes of Health e dell’Università di Alabama a Birmingham, che ha trovato un collegamento tra i capelli bianchi o grigi e l’attivazione del sistema immunitario innato. Nello specifico, gli autori del nuovo studio hanno identificato una connessione tra geni associati al colore dei capelli e geni che “suonano l’allarme” nel caso di un’infezione patogena. I risultati potrebbero spiegare perché i capelli di alcune persone diventano grigi e bianchi in risposta a stress cronico o qualche malattia grave.

La nostra pelle, gli occhi e i capelli prendono il loro colore dalla melanina, che è prodotta da melanociti, cellule che si trovano su tutta la pelle e su varie altre parti del corpo. Gli studiosi hanno esaminato le cellule staminali dei melanociti nel follicolo pilifero, che sono le cellule staminali che sono essenziali per la produzione proprio dei melanociti.

In sostanza, i nostri capelli sono colorati grazie alle cellule staminali dei melanociti presenti nel follicolo pilifero. Quando i capelli vecchi cadono, lasciando spazio a nuovi peli per crescere, le cellule staminali dei melanociti fungono da riserva di melanociti. Senza queste cellule staminali, i capelli crescono semplicemente non pigmentati, di colore grigio o bianco.

Melissa Harris, prima autrice della ricerca, il suo team si sono interessati allo studio di un particolare gene all'interno dei melanociti, chiamato gene del fattore di trascrizione (MITF) associato alla melanogenesi. Questo gene in pratica “comanda” ai melanociti di produrre la sua proteina omonima, che a sua volta regola le funzioni dei melanociti come la produzione di melanina.

Il MITF ha un ruolo nella regolazione delle funzioni all’interno dei melanociti. Uno di questi ruoli è mantenere sotto controllo la risposta all’interferone. Gli interferoni (che sono una famiglia di proteine prodotte sia da cellule del sistema immunitario sia da cellule tissutali in risposta ad agenti esterni come virus, batteri, parassiti o cellule tumorali) “segnalano” le molecole che sono prodotte dalle cellule quando rilevano un invasore straniero. Gli interferoni poi indicano ad altre cellule di esprimere i geni che inibiscono la replicazione virale. Quando il controllo del MITF della risposta all’interferone si perde nelle cellule staminali dei melanociti, i capelli diventerebbero bianchi o grigi.

“Per i disordini correlati ai melanociti, pensiamo che questa scoperta sarà rilevante per la comprensione dei disordini di ipopigmentazione autoimmune, della vitiligine e del cancro specifico dei melanociti, il melanoma. Molti ricercatori di vitiligine hanno già ipotizzato un ruolo per l’immunità innata nell’eziologia della vitiligine, e questo è solo un altro passo verso l’identificazione di meccanismi che potrebbero iniziare la vitiligine. Per quanto riguarda il melanoma, i nostri studi potrebbero fornire un esempio di come le cellule del melanoma potrebbero mediare l’evasione immunitaria. Se le cellule del melanoma sfruttano il fatto che il MITF può reprimere aspetti della risposta immunitaria, allora questo può contribuire alla loro capacità di "nascondersi" dagli effetti protettivi del nostro sistema immunitario”, conclude Harris.

I risultati suggeriscono, insomma, che gli stessi geni che controllano il pigmento nei capelli e nella pelle controllano anche il sistema immunitario, anche con ricadute importanti in campo medico. Una connessione che potrebbe aiutare i ricercatori a comprendere le patologie della pigmentazione come la vitiligine, che causa macchie cutanee scolorite e colpisce lo 0,5-1% della popolazione. Ma, secondo gli esperti, saranno necessari ulteriori studi.

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Germana Carillo

I turisti stanno distruggendo le orme dei dinosauri di 200 milioni di anni fa

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Published in: Arte e Cultura

I visitatori hanno distrutto lastre di arenaria contenenti tracce di dinosauri di 200 milioni di anni fa gettandole in acqua. I funzionari del parco sono preoccupati. Probabilmente, chi getta in acqua i massi neanche comprende fino in fondo la gravità del gesto.

Secondo i responsabili del parco, sono in corso vere e proprie razzie. I visitatori potrebbero non rendersi conto del vero potenziale delle rocce.

Josh Hansen, che lavora come manager presso l'Utah State Park, ha detto di essere rimasto scioccato nel vedere un ragazzo buttare via grandi quantità di arenaria nel lago mentre Hansen attraversava uno dei fiumi.

“Alcune tracce sono molto visibili ma altre non lo sono. Questo è il motivo per cui è importante non toccare alcuna roccia del parco dei dinosauri” precisa Hansen.

Si tratta di uno dei parchi più importanti degli Stati Uniti, visitato dalla gente di tutto il paese. Con il deterioramento del sito, le persone stanno sottraendo agli altri la possibilità di toccare con mano la storia. Ma non solo. Questo atto costituisce anche un crimine.

“È illegale spostare le rocce che contengono le impronte”, ha detto Hansen.

Il problema è aumentato negli ultimi sei mesi. Sono almeno 10 i resti di dinosauri vandalizzati solo di recente. Il personale del parco sta aggiungendo ulteriori cartelli per aiutare le persone a capire che le rocce non vadano toccate.

“Aiutaci a mantenere l'area preservata e bella per i visitatori di domani e per le generazioni a venire” è l'appello del parco.

Devan Chavez, portavoce della Utah Division of State Parks, ha spiegato che la questione è diventata un problema serio.

Consapevolmente o no, stiamo cancellando il nostro passato.

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Francesca Mancuso

L'asteroide che stasera sfiorerà la Terra: è il passaggio più vicino degli ultimi 300 anni

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Published in: Universo

2010 WC9 alle 22.05 UTC di questa sera (alle 00.05 ora italiana) volerà sopra le nostre teste a 204mila km di distanza dalla superficie terrestre. Non poco, se si considera che la luna dista circa 384mila km.

Le stime delle sue dimensioni vanno da 53 a 120 metri. Quello di oggi sarà uno degli approcci più vicini mai osservati di un asteroide di queste dimensioni. Si tratta di una roccia spaziale “perduta” e poi ritrovata. Il Catalina Sky Survey in Arizona lo avvistò per la prima volta il 30 novembre 2010 e gli astronomi lo osservarono fino al 10 dicembre, quando divenne troppo debole. Non avendo abbastanza osservazioni per tracciare la sua orbita e quindi prevederne il ritorno, non abbiamo più avuto sue notizie. Ma l'8 maggio scorso - quasi otto anni dopo - gli astronomi lo hanno individuato pensando fosse un nuovo asteroide. Poi si sono accorti che si trattava di una vecchia conoscenza.

Secondo i calcoli orbitali effettuati dal Jet Propulsion Laboratory della NASA, il volo di oggi è il più vicino di questo particolare asteroide degli ultimi 300 anni. Purtroppo per noi, nonostante la grande vicinanza non sarà visibile a occhio nudo, neanche quando raggiungerà la minima distanza dalla Terra, circa a mezzanotte. Sarà però possibile osservarlo anche con telescopi amatoriali.

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In questo momento, l'asteroide 2010 WC9 è in viaggio alla velocità di 46mila km/h. Possiamo ammirarne il passaggio in diretta streaming su Facebook grazie al live della Northolt Branch Observatories di Londra. Nella giornata di oggi su questa pagina verranno fornite ulteriori informazioni sulla diretta.

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Francesca Mancuso

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Masai: sfratti e violenze contro le tribù per fare spazio a safari di lusso

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Published in: Costume & Società

Che la situazione non sia per niente facile, lo sapevamo da tempo. Da anni Survival International documenta la condizione dei Masai, i cosiddetti figli della Savana, che vivono nella regione di Loliondo, nel nord della Tanzania e che ciclicamente subiscono violenze e sfratti. 

Secondo il rapporto, i Masai sono sotto attacco: ricevono intimidazioni, arresti, pestaggi, soffrono la fame perché viene impedito loro l’accesso ai pascoli e alle pozze d’acque. I villaggi sono stati bruciati e le mandrie disperse per ordine del governo, in accordo con alcune compagnie di safari che operano nel paese. 

In Tanzania, il turismo assicura entrate pari a due miliardi di dollari l’anno. In particolare, si parla di due compagnie straniere che stanno avendo un impatto devastante sui Masai.

La prima è la Tanzania Conservation Ltd (TCL), un'azienda di safari gestita dai proprietari del Boston Outfitter Thomson Safari, l’altra la Ortello Business Corporation con base negli Emirati Arabi che organizza escursioni di caccia per la famiglia reale del paese e i loro ospiti.

Secondo gli abitanti dei villaggi locali, la TCL ha reso le loro vite impossibili negando l'accesso all'acqua e ai villaggi, mentre l'OBC ha avuto per 25 anni una licenza di caccia esclusiva, e anche se attualmente il ministero delle risorse naturali l’ha annullato, la società rimane nell’area, mentre i Masai vivono nella paura. 

Come si legge nel rapporto, gli allevatori per causa loro “devono affrontare intimidazioni, arresti e attacchi fisici a causa di due società straniere”.

Negli ultimi anni, migliaia di animali rari sono stati uccisi e per fare spazio alle società “capi di comunità, insegnanti e organizzatori di proteste sono stati arrestati anche solo per aver parlato delle difficoltà cui vanno incontro”.

Losing the Serengeti: The Maasai Land that was to Run Forever, rivela la complicità tra i funzionari del governo della Tanzania e le compagnie straniere che usano leggi di conservazione per sfrattare i Masai e confinarli in aree sempre più piccole.

"Poiché il turismo è in continua crescita nell’economia della Tanzania, safari e parchi devastano la vita degli indigeni”, si legge nel rapporto.

“Ma non si tratta di un singolo caso, ma un dramma che riguarda molte comunità indigene in tutto il mondo. In troppi luoghi, governi, cooperazioni e perfino gruppi di conservazione, costringono gli indigeni a lasciare la loro terra”, dice Anuradha Mittal, autore del rapporto.

Questo processo era iniziato negli anni Cinquanta, quando una serie di leggi sulla conservazione della natura hanno portato al declino delle tribù indigene. Il risultato è la diffusione di fame e malattie fra i Masai, specialmente fra i bambini.

“Questa non è conservazione, ma la completa distruzione e devastazione delle vite dei custodi indigeni della terra”, dice Elizabet Fraser, co-autrice.

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Dominella Trunfio

Pig Hotels: in Cina gli allevamenti intensivi di maiali in grattacieli fino a 13 piani

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Published in: Animali

Molte aziende agricole cinesi stanno già sperimentando i pig hotels nonostante nel paese l’industria della carne sia in ribasso da quasi un decennio. In particolare, la società Guangxi Yangxiang sta già costruendo questo tipo di impianto sul monte Yaji, nel sud della Cina.

Nei prossimi mesi, la struttura con i suoi 13 piani sarà la più alta al mondo nel suo genere e sorgerà nei pressi del porto fluviale di Guigang. Potrà ospitare ben 30mila scrofe in media, su appena 11 ettari di spazio occupato. E da lì avranno modo di nascere altri 840mila animali.

Questo tipo di allevamento era stato sperimentato anche in Europa, ma senza successo.In Cina, invece, sono pronti ad andare fino in fondo e sebbene il costo sia elevato, secondo gli investitori, la spesa sarà compensata dal risparmio di spazio e di suolo. Ogni piano è gestito separatamente e la ventilazione è indipendente. Scrofe e maialini si spostano con ascensori a un livello assegnato e rimangono lì, accatastati tutti insieme.

Foto: REUTERS/Thomas Suen

Nemmeno il rischio sicurezza e igiene sembrano preoccupare gli allevatori. Cosa succederà con tanti animali sotto lo stesso tetto? Il mercato asiatico non se ne interessa perché in ballo c’è un business di milioni di euro.La montagna di Yaji sembra un luogo improbabile per un allevamento tanto grande, ma la spinta di Pechino a produrre più carne insieme alla vicinanza al porto fluviale di Guigang, diventano un investimento che fa gola. 

Come dicevamo l’Europa aveva detto no a questi grattacieli per due motivi: da un lato, la popolazione si era opposta all’allevamento intensivo, dall’altro fonte di preoccupazione erano gli alti costi e il rischio epidemie che costringerebbero ad abbattere tutti gli animali.

Foto: REUTERS/Thomas Suen

Foto: REUTERS/Thomas Suen

Ma la Cina vuole provarci stabilendo che non ci sono rischi: gli animali si spostano con ascensori e la ventilazione è progettata per far sì che l’aria non circoli in altri piani.

Un vero e proprio orrore. Non ne avevamo davvero bisogno. E nemmeno i maiali.

Ecco cosa succede negli allevamenti intensivi:

Dominella Trunfio

Foto: REUTERS / Dominique Patton

Ma che bel caldo! Partite, girate, consumate!

Il Cambiamento - feed -

Mentre guardavo le previsioni del tempo su internet, nella speranza di una prossima pioggia, ho appreso che “il caldo ci coccola”. Così diceva il meteo a proposito di temperature sui 28 gradi in aprile, esprimendo il sentimento della maggior parte del popolo, credo...

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