Pensiero del giorno: Affrontare la sofferenza

Vien detto che affrontare la sofferenza sia l’unico modo per risolverla, ed è vero. Il grande Jung affermava che: “Non si raggiunge l’illuminazione invocando figure di luce, ma portando alla luce della coscienza l’oscurità interiore. Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.

Alla luce di questa affermazione appare chiaro il percorso di trasformazione del dolore — che è amore imprigionato — in una forma che lo liberi e restituisca alla persona il piacere di amare. Quando amiamo illuminiamo il nostro cammino e l’ambiente che ci circonda; così creiamo uno spazio protetto e, al tempo stesso un limite, un confine che non può essere valicato dall’ombra. In questo senso l’amore è la migliore difesa attraverso una resa incondizionata alla vita in tutte le sue forme. Quando ci prepariamo ad affrontare la sofferenza con il percorso e la tecnica che più si confà alla nostra personalità, dobbiamo essere consapevoli che, nel momento in cui il dolore emerge dal profondo dell’inconscio — dolore assopito da lungo tempo poiché rimosso dalla coscienza del presente — esso fuoriesce di getto come fa il petrolio quando la sonda di estrazione perfora la crosta che lo conserva nel sottosuolo e la pressione lo spinge in superficie. È un getto insostenibile che schizza fuori ad alta velocità e muove l’emozione a mille. Rivivere quell’emozione dolorosa scatena nuova sofferenza che va a rimestarsi con l’antica. Occorre, dunque, che quel dolore non resti lì immutato davanti agli occhi e al cuore della persona ma sia trasformato e sublimato con un atto catartico. Il dolore emerso dall’inconscio non può e non deve riaprire una ferita; non può e non deve essere osservato dallo sguardo impotente del sofferente. Quel dolore deve rivelare l’amore in esso imprigionato e, con atto sapiente, essere trasmutato nell’amore liberato.

Per farlo, occorre essere assistiti da una guida esperta che conduca il sofferente verso la luce e lo tenga per mano; lo sostenga il tempo necessario a farlo risorgere nella pienezza dell’amore; nella stabilità della guarigione. Troppo spesso accade che il sofferente venga abbandonato proprio nel riemergere della sofferenza, senza strumenti per elaborarla; lasciato solo davanti al suo dolore come se quella visione fosse sufficiente a lenirlo e trasformarlo. Divenire consapevoli della propria sofferenza è, senza dubbio, atto necessario ma non risolutivo. È il primo passo di un percorso verso la soluzione che implica altri passi in cui il dolore sia trasformato in salvazione. La metamorfosi del bruco in farfalla ben rappresenta questo passaggio. Più di ogni altro metodo la visione di una forma che si trasforma in un’altra tocca non solo i nostri sensi ma anche l’interiorità e attiva il processo di cambiamento. L’immagine ha in sé una proprietà motoria che fa sì che si tenda ad emularla come fa il bimbo nei confronti dei genitori, imitando i loro gesti e, infine, assumendone il comportamento. Così l’immagine di salvazione trasmuta quella di sofferenza e si sostituisce nell’immaginario personale non lasciando più spazio al dolore. L’amore è liberato e con l’amore lo sguardo alla Bellezza che rinnova ogni giorno tutte le cose.

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