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Crescono le smart home, e con loro i prodotti di elettronica. Scopri quali sono i più venduti.

Cresce la richiesta di case intelligenti. Secondo indagini di mercato gli utenti affermano di essere più predisposti a comprare una casa se questa è munita di alta tecnologia.

Quella che era inizialmente giudicata come un’industria bizzarra, troppo all’avanguardia e che produceva prodotti troppo difficili da usare, sta finalmente maturando una vera e propria tendenza al consumo. Ora, non solo le start-up ma anche le aziende tecnologiche più affermate, stanno lanciando nuovi prodotti per le cosiddette smart home. Nel solo 2017 questo mercato ha conosciuto un veloce incremento generando più di 70 miliardi di euro.

Anche se il principale produttore di tecnologie per la domotica sono gli Stati Uniti, una crescita rapida sta avvenendo anche in Europa, Cina, Giappone e Australia.

Gran parte di questo successo è dovuto alla sbalorditiva diffusione di smartphone e tablet sul mercato che, grazie alla loro costante connessione a Internet, consentono di controllare una miriade di altri dispositivi collegati alla rete.

A confermarlo anche la ricerca sull’“identikit del consumatore digitale”, la quale ha rivelato che il settore nel quale gli utenti on-line effettuano la maggior parte delle loro spese (il 65%) è quello dell’elettronica. A questo proposito è stata stilata una classifica che ha analizzato i prodotti della categoria Elettronica più desiderati, dalla quale è emerso che i prodotti più acquistati in assoluto sono proprio gli smartphone, tv, tablet e notebook.

La classifica ha cercato di scoprire il mese dell’anno più conveniente e il relativo risparmio massimo per acquistare uno di questi prodotti tramite un comparatore prezzi. L’analisi ha cercato inoltre di anticipare le tendenze sui consumi dopo la fiera dell’elettronica IFA che si terrà a fine agosto a Berlino, sulla base dei dati dall’anno precedente. La nuova edizione di IFA si preannuncia infatti particolarmente promettente grazie alla varietà e alla qualità di produttori di smartphone, dispositivi indossabili o legati alla smart home, pronta a mostrarci quale direzione sta percorrendo l’innovazione in Europa.

Dati simili sul trend di vendita dei dispositivi digitali sono emersi anche dal rapporto dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, che ha rivelato il 79% dei consumatori italiani è largamente disposto ad acquistare prodotti tecnologici (il 33% in più rispetto all’anno precedente).

Ma quali sono i dispositivi che possiamo poi andare a controllare con uno smartphone? Quando si parla di smart home o domotica ormai non ci riferiamo più solo a smart Tv o a climatizzatori attivabili a distanza, ma parliamo decine di oggetti intelligenti, dalle finestre al controllo dei pannelli solari, dai sistemi antifurto al controllo dell’irrigazione del giardino.

L’era via cavo è ormai terminata, e grazie alla tecnologia wireless non vi sono più limiti. Una grande dotazione, ora in voga, sono i pannelli touch screen a muro attraverso i quali può essere controllata non solo la luce, e le sue gradazioni e colori (cromoterapia), ma anche il risparmio energetico e la gestione dei pannelli solari.

La smart home dunque non è solo innovativa, ma anche sostenibile. I numeri sono ancora inferiori rispetto alla media europea ma, come mostrano le analisi sulle vendite online, questi dispositivi intelligenti sono in costante crescita.

Asia Jane Leigh

Roberto Bonzio, “Dobbiamo tutto agli Hippie”: quando l’innovazione ha radici nell’utopia

Prima di Faggin, la Silicon Valley era semplicemente una valle”. È così che, anni fa, Bill Gates riconosceva la centralità del silicio nell’evoluzione tecnologica: un primato venuto alla ribalta con i primi microprocessori il cui padre è – appunto – Federico Faggin. Ed è stato proprio lui, Federico Faggin a tenere a battesimo alla prima nazionale nella sua Vicenza, lo spettacolo che Roberto Bonzio sta portando in giro per l’Italia. “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy” scritto e interpretato da Roberto Bonzio, per la regia di Alessio Mazzolotti, con musiche scelte dal vivo dal dj Luca Presence Carini, è molto più di un puro e semplice spettacolo multimediale. Rintracciare le connessioni che legano le nuove tecnologie alla Controcultura californiana, finisce con l’innescare riflessioni che riguardano il nostro futuro di italiani e il concetto stesso di identità. Temi su cui è importante riflettere: forse soprattutto oggi.

Cosa c’entrano le nuove tecnologie e la New Economy con la Controcultura? In realtà, pensando alla Silicon Valley, se vai alle radici di quel luogo – che è la fucina del nostro domani – scopri che la matrice principale è proprio la Controcultura. I pionieri delle tecnologie che hanno cambiato la nostra vita erano pervasi dai valori della cultura hippie e della protesta e nelle tecnologie mettevano proprio questo: il sogno di un mondo che cambia, la visione di una società completamente diversa. Per dirla in altri termini, non lavoravano per fare delle tecnologie più efficienti e questo bisogno di trasgressione, di ricerca dell’utopia, è qualcosa che in qualche modo è rimasto” racconta Roberto Bonzio, che la Silicon Valley la conosce molto bene. Giornalista atipico, Bonzio ha esordito – come da copione – con una Olivetti Lettera 22 ma oggi, le storie che intercetta, le racconta molto diversamente: cioè dal vivo. Padre del progetto “Italiani di Frontiera”, Roberto Bonzio è una sorta di psicopompo contemporaneo che traghetta tra il Nuovo e il Vecchio Continente le storie di successo dei tanti Italiani che nel grande crogiolo della Silicon Valley hanno saputo costruire nuove frontiere dell’innovazione.

“Dobbiamo tutto agli Hippie” unisce i puntini di queste e di altre storie, seguendo il filo rosso che connette i geniali eccentrici di oggi ai grandi visionari del passato, con protagonisti italiani come Adriano Olivetti e Maria Montessori. Quello che emerge è un racconto a più voci, che tra le righe porta alla ribalta una problematica più che mai attuale: la necessità di ripensare al tema dell’identità di noi italiani su nuove basi, che non partano dalla contrapposizione frontale ma dal suo esatto contrario, la capacità di affrontare con successo la Complessità, con soluzioni inedite frutto della nostra creatività e del nostro retaggio culturale.

La nostra identità è legata a questo – sottolinea Bonzio – sappiamo incrociare le esperienze, sviluppare competenze diverse e rintracciare connessioni che altri non vedono. Questo, però, oggi sembra essere dimenticato, perché tracciare un identità basata sulla chiusura,  sulla contrapposizione frontale con sempre nuovi nemici, è molto più semplice.” Lo storytelling, quindi, si fa veicolo della ricerca di nuovi significati che restituiscano al concetto di tradizione un senso diverso: quello che, più di un secolo fa sottolineava un Gustav Mahler apparentemente lontano anni luce dall’epopea della Silicon Valley. Parlando di musica – infatti – il compositore austriaco scriveva che “tradizione significa custodire il fuoco, non adorare le ceneri“.

Martina Fragale

 

Papa Francesco dichiara inamissibile la pena di morte. Cosa significa questo per gli Stati Uniti?

Con una revisione del paragrafo n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica Papa Francesco ha dichiarato la pena di morte “inamissibile perchè attenta all’inviolabilità e dignità della persona.”

Questa azione pone un cambiamento definitivo negli attegiamenti della Chiesa, e sarà una sfida per politici e giudici cattolici i quali fino ad adesso avevano potuto essere favorevoli alla pena di morte argomentati dal fatto che la loro fede non fosse del tutto contraria alla condanna. Fino ad oggi infatti, prima del cambiamento apportato da Papa Francesco, la dottrina cattolica accettava la pena capitale solo nel caso in cui fosse “l’unica via praticabile”. Questo è stato per molti cattolici un aperto permesso ad essere in molti casi a favore alla pena di morte.

Francesco ha però ora dichiarato che ogni tipo di esecuzione è inacettabile, perchè in ogni caso è un attacco alla dignità umana e che da ora in poi il Vaticano lavorerà con determinazione all’abolizione mondiale della pena capitale, aggiungendo questo compito alle sue altre due grandi missioni: la difesa dell’ambiente e dei rifugiati.

La maggioranza degli stati ha già abolito la pena di morte stando alle registrazioni di Amnesty International, in particolare le zone di profonda fede Cattolica come l’Europa e l’America del Sud dove ogni nazione ha già da tempo abbandonato la pena capitale. A subire più fortemente la revisione del paragrafo del Catechismo saranno gli Stati Uniti d’America, dove solo 18 stati si dichiarano abolizionisti, ma anche solo il 22% della popolazione si dichiara cattolica.

Gli Stati Uniti sono attualmente uno dei 56 stati del mondo, ma unico paese occidentale, in cui è prevista l’applicazione della pena di morte. E’ dunque da aspettarsi che presto la Chiesa spingerà ad un dialogo con l’amministrazione Trump chidendo un addolcimento sulla posizione del governo verso la pena capitale. Soprattutto data la recente richiesta di Trump al Dipartimento di Giustizia dove il Presidente chiedeva la pena di morte per criminali con accuse di traffico di droga, dichiarando che fosse uno “spreco di tempo” non giustiziarli.

Non sarebbe la prima volta che Trump e Papa Francesco non concordano sulle loro politiche. Già precedentemente si sono trovati agli opposti sul tema migranti, con la richiesta di Papa Francesco a tutte le nazioni globalmente di aprire i propri confini a coloro che scappavano da fame, guerra e persecuzioni. Trump, ricordiamo, aveva risposto con il blocco totale delle entrare clandestine dal Messico. E così in precedenza si erano scontrati sul tema ambientale, con l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi.

Il nuovo paragrafo metterà sicuramente spalle contro il muro anche molti governatori e giudici cattolici americani i quali fino ad ora potevano dichiararsi a favore e anche presiedere a delle esecuzioni utilizzando la scappatoia della “unica via praticabile”. Oltre ciò, molti cittadini cattolici, fino ad ora favorevoli alla pena di morte, ma non invece per esempio all’aborto (ProLife movement) potrebbero ora cambiare la loro posizione, facendo pressione su politici locali e governatori.

Cara H. Drinan, professoressa in legge alla Catholic Univeristy of America a Washington ed esperta in riforme della giustizia criminale ha dichiarato che la comunità cattolica è pronta ad accettare questo cambiamento perchè “è perfettamente allineato con gli altri insegnamenti cattolici su l’etica e il valore della vita. Anche se, ci sarà sicuramente una certa resistenza”, ha ammesso la profesoressa in legge.

Queste le parole del nuovo paragrafo del Catechismo della Chiesa Cattolica, scelte da Papa Francesco per muovere un passo verso la finale e totale abolizione della pena di morte:

“Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi. Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che “la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”.

Asia Jane Leigh

Cambogia: tra voto e democrazia, l’avventura del Partito Radicale Transnazionale

Sabato 29 agosto 2018 è terminata la campagna elettorale in Cambogia. Dopo domenica, giorno di elezioni e silenzio elettorale ecco i risultati: tutti i seggi al parito al potere.

Questo risultato non sorprende, tenendo conto della potenza e i mezzi del Partito Popolare Cambogiano, al potere ormai dal 1985, quando il suo leader Hun Sen, ex membro del  regime comunista dei Khmer rossi, reintrò dal suo esilio dopo l’invasione da parte del Vietman.

Hun Sen, 65 anni, primo ministro Cambogiano dal 31 dicembre 1984, è da allora rimasto al potere rafforzando sempre più il controllo sui parititi di opposizione, ora quasi del tutto inesistenti, e i media. Già nel 1987 fu accusato da Amnesty International di torturare prigionieri politici e possibili leader dell’opposizione, ma il vero cambiamento è avvenuto questo Novembre con l’annuncio della dissoluzione del secondo principale partito politico del paese, il Partito del Riscatto Nazionale Cambogiano (PRNC). I membri del Partito, che alle elezioni del luglio 2013 aveva preso ben il 44% dei voti, sono dovuti fuggire dalla Cambogia e la maggior parte di loro vive oggi in Europa.

E’ stato cosi che la debole democrazia cambogiana, mantenendo la sua facciata grazie alle comunque ancora presenti elezioni legislative e sistema parlamentare, si è progressivamente trasformata in regime autoritario sotto gli occhi di tutto il mondo. Tra questi occhi, anche quelli delle varie delegazioni internazionali mandate ad osservare lo svolgimento di queste ultime elezioni. Molte di queste però sono state definite dalla stessa BBC come “monitoratori zombie” il cui unico scopo è stato quello di assecondare il Partito Popolare Cambogiano al potere, dando così più rispettabilità a Hun Sen e alle sue elezioni farsa. Tra questi osservatori, molti sono provenienti da gruppi politici populisti e nazionalisti, membri Ukip ed Euroscettici, messi in sostituzione agli ufficiali Osservatori dell’Unione Europea.

 “Opposizione? Io non ne so nulla, il mio lavoro era quello di venire qua, seguire le elezioni e riportarne lo svolgimento ed è ciò che ho fatto”, ha commentato Richard Wood, membro Ukip che ha definito le elezioni di domenica 30 agosto “libere e giuste”.

Non tutte le delegazioni hanno però sottovalutato il loro compito, tra cui la delegazione capeggiata da Matteo Angiolini, membro delle Presidenza del Parito Radicale NonViolento Transnazionale e Transparitito, riconosciuto come organizzazione non governativa con status consultivo presso le Nazioni Unite . La delegazione, formata da Angiolini stesso, Francesco Radicioni, corrispondente dall’Asia per Radio Radicale, Roberto Rampi Senatore della Repubblica Italiana, e il Senatore Giapponese del Partito Democratico Yukihisa Fujita hanno utilizzato la loro permaneza nella capitale Phnom Penh per incontrare e ascoltare le voci della restante opposizione e degli uomini e delle donne che in Cambogia ancora si battono per la libertà e lo stato di diritto.

Delegazione del Parito Radicale NonViolento Transnazionale e Transpartito. (da sinistra verso destra Matteo Angiolini, Roberto Rampi, Yukihisa Fujita, Teav Vannol e Francesco Radicioni)

Uno degli incontri più interessanti è stato quello con Teav Vannol, uno dei pochi ex deputati del Partito di oppozione del Riscatto Nazionale Cambogiano eliminato da Hun Sen nel Novembre 2017. L’incontro è avvenuto nella ex sede del partito, situato su un terreno appartenuto al leader del movimento di opposizione, poi espropiato dal governo. Vannol ha spiegato alla delegazione come il partito al potere rende impossibile una vera e libera agibilità politica, non solo usufruendo del suo potere per una impeccabile campagna elettorale, ricca di comizi, feste e manifestazioni, ma come i cittadini vengano propriamente marchiati e spinti al voto.

Il voto viene infatti effetuato immergendo l’indice in una bacinella di inchiostro, il quale rimane poi a marchiare gli elettori per la durata di una settimana, durante la quale, se marchiati i cittadini hanno diritto a benefici, tra cui sconti anche del 100% negli acquisti di consumo ordinario nei supermercati. All’opposto coloro che non portano il marchio, e quindi non hanno votato il partito unico in segno di protesta non solo non godono degli stessi benefici, ma possono anche rischiare di venire ricattati. Addirittura alcune aziende sono arrivate ad avvisare i propri operai che coloro che non avrebbero esibito il marchio di inchiostro sul dito, non avrebbero ricevuto salario per due giorni.

Foto di Roberto Rampi

Teav Vannol si è comunque dimostrato combattivo e, nonostante le condizioni e i pochi rimasti dell’ex opposizione ormai disciolta, è deciso a ricostruire il Partiro di Riscatto Nazionale Cambogiano e a riportare una vera azione politica nel proprio paese. Nonostante l’allontamento di molti esponenti dell’oppposzione e le sanzioni verso chi non vota, un 8% della popolazione ha comunque rinunciato al voto, in segno di protesta contro il regime.

Sarà compito però anche della comunità Internazionale, e in particolare di quella Europea, andare in aiuto di chi in Cambogia ancora lotta per lo Stato di diritto e la democrazia. Per questo la delegazione del Paritito Radicale Transnazionale ha avuto un incontro con gli ambasciatori dell’Unione Europea e degli Stati Uniti a Phnom Penh, discutendo quali sanzioni Bruxelles e Washington applicheranno all’ormai regime totalitario di Hun Sen. Un primo passo in questa direzione è stato il Cambodian Act emandato dal senato americano e che applica, come è successo ad altre dittature, delle norme che prevedono la possibilità di congelare i patrimoni dei dirigenti che non rispettano i diritti umani, evitando così di sanzioni al paese.

Incontro della delegazione con gli ambasciatori Americani ed Europei

“Mi auguro, ed intendo lavorare personalmente, perchè l’intervento della comunità internazionale, come nel caso della Cambogia, come in altre questioni lasciate aperte, non arrivi troppo tardi. Questo è un paese che ha avuto una storia terribile con vicissitudini incredibili, molte anche causate da giochi e intrighi delle superpotene nazionali che hanno giocato qui tante delle loro partite per poi abbandonare a sè stesso il paese”, ha dichiarato in un’interivista a RadioRadicale il Senatore del Partito Democratico Roberto Rampi il quale al reintro in Italia ha immediatamente aggiornato la Commisione Esteri, scritto all’Alto rappresentante per la politica estera Europea e intrapreso la decisone di avviare un’iniziativa italiana da portare all’Unione Europea.

“La Cambogia non prende le forme estetiche e apparenti del regime, ma in un certo senso prende la democrazia come un guscio svuotato, ma dentro non c’è niente. La democrazia non è la possibilità di votare, non è avere dei seggi, delle urne o delle schede, ma è inanzitutto il diritto alla conoscenza, all’informazione, alla libertà e al confronto.”

Asia Jane Leigh

Gioco online garantito AAMS: aumenta il perimetro del mercato legale

Nel processo di crescita graduale del gambling online al quale stiamo assistendo, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli svolge un ruolo chiave, essendo l’ente preposto al controllo dei gestori di rete ai fini del rilascio della licenza necessaria per l’erogazione dei giochi a distanza. Posto sotto l’egida del Ministero dell’Economia, negli ultimi anni l’ADM ha inibito un numero non indifferente di piattaforme irregolari, riducendo, di conseguenza, il margine di guadagno degli operatori illeciti.

In risposta al gioco irregolare, i grandi protagonisti del settore hanno orientato le proprie politiche verso una maggiore trasparenza, verso la tutela dei giocatori e la promozione di un approccio sano e responsabile al gioco online. È interessante entrare nel dettaglio del legame che esiste tra la crescita del comparto del gioco online e la presenza di una regolamentazione dinamica che, di anno in anno, ha gettato e corroborato le basi per lo sviluppo del settore.

Se l’affluenza dei giocatori italiani presso le piattaforme SGAD (il cui funzionamento si basa su Sistemi di Gioco A Distanza) ha subito una crescita graduale e costante, le ragioni sono legate sia al miglioramento dell’offerta da parte dei gestori, che ha contribuito altresì ad aumentare il livello di salubrità del comparto, sia per il fattore praticità che caratterizza il canale online, potendo fruire di applicazioni che consentono di giocare senza impegno con un semplice click/tap.

Il miglioramento delle offerte e l’innalzamento del livello di qualità del settore stesso hanno portato ad un maggiore controllo da parte dei Monopoli dello Stato, un aspetto che, di conseguenza, ha limitato l’operato irregolare dei gestori privi di licenza, i quali si son visti negare le concessioni a favore dei gestori regolarmente in possesso dell’autorizzazione ADM.

Il gioco online deve comunque essere sempre preso cautamente. In un ambiente disordinato e caotico come quello del web, quali sono i requisiti che un utente deve cercare per individuare un concessionario di rete serio ed affidabile? Partiamo da ciò che può sembrare scontato ma che in realtà non lo è:

  1. la presenza del tradizionale logo AAMS sul portale del concessionario. Non si tratta solo di un logo che indica la regolare concessione della licenza al gestore, ma è anche una garanzia di controllo delle attività on-site da parte dei Monopoli dello Stato. È interesse stesso dei gestori esporre sul sito le concessioni ottenute, quindi, nel caso in cui non fossero ben visibili o risultassero addirittura assenti, si consiglia di passare oltre.
  1. Secondo le indicazioni dell’ADM, i gestori di giochi a distanza sono tenuti a curare nel dettaglio diversi aspetti tra cui la trasparenza delle informazioni: spiegazioni chiare, contenuti dettagliati, regolamenti di gioco approfonditi e comprensibili. Ogni aspetto relativo alla comunicazione con l’utente deve essere curato scrupolosamente attraverso la pubblicazione di una sezione dedicata al gioco responsabile, come quella sul sito di Snai, uno dei più noti bookmaker italiani.
  1. I portali di gambling devono inoltre mostrare agli utenti le probabilità di vincita di ogni singolo gioco offerto. Nel caso delle slot, il parametro riportato è noto come RTP, Return To Player, che sta ad indicare la percentuale della raccolta che viene redistribuita ai giocatori sotto forma di vincita. Per legge, questo valore non può essere inferiore al 90%.
  1. Per quanto concerne la sicurezza, gli operatori di giochi virtuali devono garantire la tutela dei dati sensibili dei loro utenti e la totale sicurezza nelle transazioni online attraverso l’adozione di protocolli https e di un certificato SSL per le connessioni criptate, firewall e programmi antivirus volti ad evitare ogni possibile attacco malevolo al sito.
  1. Come indicato dalle “Linee guida per la certificazione della piattaforma di gioco” redatte dall’AAMS, il parametro forse più importante per una piattaforma di giochi a distanza è l’RNG, Random Number Generator, un algoritmo che genera una sequenza di numeri casuali sui quali si basa la distribuzione casuale dei simboli nei giochi. Il software ha l’obiettivo di garantire la totale aleatorietà del gioco e la non prevedibilità degli esiti.
  1. Completa la lista dei requisiti una grafica trasparente, concepita per non confondere i giocatori con scelte grafiche molto simili tra loro ma caratterizzate da significati diversi, specialmente nel caso dei giochi a rulli. Lo stesso principio deve essere applicato a tutti quegli aspetti variabili che potrebbero apportare delle complessità aggiuntive al normale gioco: bonus, simboli sostitutivi, rulli bloccati e qualsiasi altra variabile di cui l’utente deve essere necessariamente informato.

I siti di gambling affidabili e sicuri devono avere dunque tutte queste caratteristiche.

A testimoniare come la crescita del gioco online sia stata accompagnata da maggiori strumenti per la tutela c’è l’osservatorio Gioco Online del politecnico di Milano, il quale mostra come i giocatori possano “autolimitare” il proprio gioco. Tramite l’ACG, l’Anagrafe centralizzata dei conti di gioco, che è un sistema di big data, il giocatore è obbligato a imporsi un limite di gioco mensile e ha la possibilità di bloccare le sue giocate per un periodo o autoescludersi per sempre, automaticamente in tutti i siti da gioco.

Fondamentale, per la tutela dei minori, è anche l’obbligo di inviare la carta d’identità e il codice fiscale, a cui segue l’obbligatoria verifica del concessionario.

I successi ottenuti sulla tutela del consumatore sembrerebbero non bastare alla politica e al nuovo governo, il quale con Decreto Dignità del ministro Di Maio pone il divieto per “qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro”.

Il decreto, oltre alla riforma sul mercato del lavoro, avrebbe il nobile obiettivo di combattere la ludopatia, anche se alcuni critici come Niklas Lindahl, direttore per l’Italia della società svedese dei casinò online Leogaming, accusano la norma di proibizionismo: “Ovunque ci sia stata una forma di proibizionismo chi ne ha guadagnato sono state sempre e solo realtà illecite. Vuole davvero essere ricordato come il ministro che ha spinto i giocatori italiani nelle mani di operatori sconosciuti senza regolari concessioni, quindi non controllabili?”

Su Facebook il ministro risponde: “Lei sostiene che con il divieto alla pubblicità si favorirebbero le attività illegali, io penso il contrario. Penso che meno pubblicità al gioco d’azzardo legale farà diminuire anche il ricorso a quello illegale. La martellante pubblicità sul gioco d’azzardo anche utilizzando testimonial ultra famosi, ha come effetto un generale aumento del desiderio di giocare d’azzardo, causando anche un indiretto aumento delle giocate non autorizzate.”

Se il decreto verrà trasformato in legge, si vedrà se il divieto aiuterà a diminuire i 900 mila giocatori ludopatici e se ci sarà una effettiva diminuzione del mercato illegale.

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Legge sul copyright rinviata. Tempo per discutere seriamente del diritto d’autore nel web

Il 5 luglio, la tanto criticata legge sul copyright è stata bocciata dalla maggioranza dei parlamentari europei per ridiscuterne a settembre.

La presa di posizione dei contrari è stata forte: di grande impatto sono state l’oscuramento delle pagine di Wikipedia e gli appelli dei studiosi di informatica, che han visto la firma di Tim Barners Lee, padre del World Wide Web.

In particolare, le proteste sono scattate per l’articolo 11, la cosiddetta “tassa sui link” e l’articolo 13, il quale regolamenterebbe tramite filtri i contenuti caricati degli utenti, che non rispettano i diritti d’autore.

La “tassa sui link” prevede di far pagare parti di testo copiate e viene principalmente criticata per la mancanza di specificità, ad esempio non sono chiarite la presenza di eventuali esenzioni, e in quanto ritenuta eccessiva, sembrerebbe che una semplice frase presa da un articolo verrebbe tassata.

La preoccupazione che prevale per quanto riguarda l’articolo 13 è la possibile censura preventiva del materiale affidato ad algoritmi, cosa che danneggerebbe secondo alcuni la libera circolazione di idee su internet, data dalla sua forte incertezza giuridica.

Inoltre, i contrari alla legge temono soprattutto che i grandi editori possano nuocere a tale circolazione acquisendo un forte potere di controllo delle informazioni a danno del pluralismo ideologico.

Con tutti i limiti e lacune della legge, si sono diffuse eccessive prese di posizione allarmistiche, che dimenticano la necessità di regolarizzare la rete a favore degli autori originali dei testi, soprattutto in un periodo di forte crisi per l’editoria.

È giusto che il lavoro di qualcun altro possa essere riutilizzato liberamente e gratuitamente senza un riconoscimento?

I 150 rappresentanti dell’industria culturale e creativa della comunità europea hanno criticato la campagna cinica e all’allarmistica delle società tech per aver inondato le caselle di posta elettronica degli eurodeputati, affermando anche che è da vent’anni che le misure di copyright vengono viste come una minaccia per il world wide web senza che niente si sia mai concretizzato.

La mancata approvazione della legge non deve assolutamente far dimenticare i diritti e la dignità degli autori, lavoratori che come tutti quanti hanno il diritto al riconoscimento delle proprie realizzazioni.

Sicuramente una discussione costruttiva riuscirà a portare per settembre una legge chiara in ogni suo punto e razionale, che manterrà libera la preziosa circolazione di idee, ma al tempo stesso garantirà diritti agli autori, soluzione per la quale penso che tutti siano favorevoli.

                                                                                                                                                                         Andrea Simioni

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Educare alla felicità: il Dalai Lama dà il via al Happiness Curriculum

Il dipartimento di educazione del governo di Delhi ha ideato una nuova offerta formativa per le scuole della capitale indiana. Il nuovo piano di studi, denominato Happiness Curriculum, pone attenzione sull’importanza del benessere psicologico degli studenti già dalla giovane età, portando la meditazione e la filosofia morale nelle scuole.

Il progetto, presentato al pubblico lo scorso 7 luglio dal Dalai Lama Tenzin Gyatso, andrà a coinvolgere più di 800.000 bambini a partire dagli asili nido fino all’ottava classe (corrispondente alla nostra terza media). Lo scopo è quello di formare futuri cittadini pronti al servizio della società e individui felici che andranno a trasmettere sapere ed esperienza alle future generazioni, portando al progredimento del paese.

Il progetto vuole inoltre portare l’attenzione sull’importanza del benessere della mente, spesso messo in secondo piano rispetto al benessere fisico. “Bambini felici saranno più disposti a imparare è sarà in questo modo che raggiungeranno il loro massimo potenziale” – ha scritto il vice primo ministro di Delhi Manish Sisodia su Twitter.

“Lo scopo dell’educazione non è solamente quello di ottenere voti alti. Il Sistema Scolastico necessita di produrre cittadini più felici, più sicuri e più consapevoli. Saranno questi cittadini a creare la società del futuro”. Queste le parole di Sisodia che questo 7 luglio ha presentato con il Dalai Lama il progetto al pubblico. Sisodia ha inoltre visitato in precedenza l’Harvard University, dove un corso di felicità è già stato messo in atto.

A fronte del nuovo piano di studi, insegnati e educatori verranno preparati per un periodo di sei mesi durante i quali impareranno come guidare gli studenti attraverso il progetto. Il curriculum includerà una meditazione giornaliera di 5 minuti prima delle lezioni (happiness period), educazione morale e classi di esercizio per la mente, nonché momenti in cui gli studenti verranno spronati e impareranno a condividere i propri sentimenti senza il peso dello studio e delle aspettative delle famiglie.

Formalmente non vi saranno né libri, né esami, solamente un censimento della felicità attraverso il quale si misureranno i progressi dei bambini verso un migliorato benessere mentale. L’India è infatti al momento 133esima su 155 paesi nell’Indice Mondiale della Felicità (l’Italia è al 47° posto) e il governo spera di andare a cambiare ciò lavorando con i giovani, costruendo generazioni future più felici.

“Ciò che sta iniziando nelle scuole di Delhi può avere un impatto in tutto il mondo” – ha dichiarato il Dalai Lama durante la sua presentazione – “E’ ciò che serve per prevalere sulle emozioni distruttive che ora troviamo nel nostro mondo”.

“Mentre molte persone pensano che la materialità sia la principale fonte di felicità, lo è invece la pace della mente. La rabbia, l’odio, l’ansia e la paura sono ciò che la distruggono, e la gentilezza è l’unico modo per contrastarle. Attraverso un’appropriata educazione possiamo imparare ad affrontare queste emozioni”. Queste le parole del Dalai Lama su come raggiungere una felicità duratura.

Asia Jane Leigh

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Tunisi elegge il suo primo sindaco donna

Tunisi ha un sindaco donna. Souad Abderrahim, 53 anni, donna e originaria della città di Nahdha, è stata eletta lo scorso 3 luglio ed è entrata nella storia. Il neo-sindaco, che durante le prime libere elezioni municipali libere del paese, nel maggio 2018 aveva già ricevuto il più alto numero di voti, ha confermato la vittoria ottenendo 26 voti a favore da parte del consiglio comunale, che ha preferito lei all’avversario capolista del partito islamico moderato Ennhadha.

Abderhim, cavaliere dell’ordine al merito dal 2014 e a capo di un’azienda farmaceutica è islamica, sposata e madre di due figli. Durante la sua campagna ha puntato molto sulla lotta alla discriminazione di genere, ottenendo molti voti dalle donne tunisine, le quali, è risultato dai sondaggi, hanno avuto un forte impatto sulle elezioni comunali dello scorso 6 maggio. Con una partecipazione del solo 34% degli aventi diritto al voto, ossia un cittadino su tre, il voto delle donne, più partecipi in politica, ha influenzato il risultato delle elezioni. Un grande merito va anche alle quote rosa le quali hanno imposto il 50% dei componenti delle liste di sesso femminile, portando molte donne a sedere nei consigli comunali e a capo di svariati municipi.

Il neo-sindaco aveva già esperienza in politica prima delle elezioni di questo maggio, infatti già nel 2011, in seguito alla Rivoluzione dei Gelsomini, in quanto membro dell’Assemblea Costituente, aveva partecipato alla redazione della Costituzione tunisina e per tre anni aveva presieduto la commissione dei diritti umani e delle libertà.

Abderhim ha un passato di attivismo per l’allora movimento islamico, ora partito al governo, che le è costato l’espulsione dall’Università di Medicina di Monastir negli anni ’80 e due settimane di prigione per l’intervento in una rissa. Una volta uscita dal carcere decise di riprendere gli studi universitari, formando l’Unione Generale Degli Studenti Tunisini e ottenendo nel ’92 la sua laurea in farmaceutica.

Da qui la fondazione della sua azienda che nel 2011 l’ha riporta nel mondo del sociale quando ha iniziato una serie di rifornimenti di medicinali per gli ospedali nel sud del paese. Da qui alla politica il passo è stato breve portandola tra le file del partito islamista moderato e conservatore Ennhadha.

Queste elezioni Abderhim le ha vinte però come candidata indipendente ed ha dedicato la sua vittoria a tutte le donne tunisine e annunciando che il suo primo impegno sarà rivolto alla risoluzione del cronico problema dei rifiuti che, da più mesi, affligge la capitale Tunisi.

Asia Jane Leigh

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Facebook sfida le fake news

Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, Zuckerberg aggiorna l’algoritmo per selezionare le fonti dei media più attendibili

Le parole di Guy Verhofstadt all’udienza del 22 maggio di Mark Zuckerberg al Parlamento Europeo hanno rappresentato una call to action per il fondatore di Facebook. Alla domanda del capogruppo dei liberali e democratici europei, «Vuole essere ricordato come Steve Jobs e Bill Gates o come il creatore di un mostro digitale?», la risposta del giovane imprenditore è stata immediata e ha riguardato uno dei problemi emersi dallo scandalo: la diffusione di fake news.

Partiamo dai fatti. Cambridge Analytica, con la creazione di profili falsi, diffondeva notizie, molto spesso “bufale”, utilizzate per la campagna elettorale di Donald Trump del 2016, sfruttando le conoscenze ottenute dai dati raccolti di 87 milioni persone.

Già avviato da Gennaio negli USA, dal 2 luglio l’algoritmo di Zuckerberg garantisce anche in Italia una maggior diffusione di notizie affidabili, tramite un sondaggio posto a un campione di utenti. Le domande a cui dovranno rispondere anche alcuni utenti italiani selezionati saranno due: «Conosci questo sito?» e «Quanto lo ritieni affidabile?».  I post dei siti ritenuti attendibili verranno visualizzati per primi, con lo scopo di ridurre la diffusione di informazioni non corrette.

Ovviamente l’algoritmo di Facebook continuerà a dar maggior spazio ai post con maggiori condivisioni e link, ma inizia a esserci maggior sensibilità per quanto riguarda la condivisione di fatti e notizie vere.                                                                                                                                                     Il caso Cambridge Analytica è esploso in un periodo caratterizzato dalla post-verità, ovvero un contesto sociopolitico e culturale in cui l’argomentazione e le narrazioni si ritrovano a  essere scollegate dalla realtà e dai dati di fatto, con l’esclusivo obiettivo di creare consenso grazie a una percezione distorta della realtà da parte dei cittadini.

Le dure parole di Verhofstadt al parlamento europeo risultano alquanto significative, perché non accusa Mark Zuckerberg di aver creato un mostro, ma gli fa capire che ha la possibilità di entrare nell’olimpo della storia dell’informatica con Steve Jobs e Bill Gates.

Il problema non è Facebook, perché di fatto risulta essere solo un mezzo mediale e se oggi per alcuni sembra uno strumento di manipolazione politica, in realtà esso potrebbe essere un potenziale per le nostre democrazie: continuando l’ottica del world wide web, contribuisce alla diffusione e gli scambi di idee e opinioni in modo gratuito e facilmente accessibile, garantendo anche un contatto diretto fra politica e popolazione.                      

L’aggiornamento operato da Zuckerberg, nonostante Facebook mantenga tutti i suoi forti limiti, sicuramente intraprende una migliore direzione. Resta opportuno operare anche sull’altro fronte: educare i cittadini a un corretto rapporto con l’informazione, soprattutto se sono proprio questi a rispondere a questionari sull’affidabilità delle notizie.

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Il vino e gli Italiani, tra tradizione e innovazione. “Idealo” racconta un Paese che cambia

Il vino e l’Italia: un binomio indissolubile che tuttavia – al di là dei cliché – è utile osservare con uno sguardo nuovo. Perché? Innanzitutto perché prendere atto di come “cambia” la cultura del vino nel nostro Paese, la dice lunga su quanto stiamo cambiando anche noi. La cultura vinicola italiana, una tradizione consolidata da secoli, si sta infatti sviluppando in modo interessante: tanto da aprire nuove vie e nuove opportunità su più fronti.

Basta dare un’occhiata al mondo del turismo per capire come è cambiata – e cresciuta, non solo in termini numerici ma anche di maturazione – la cultura del vino in Italia. Il turismo vinicolo spopola, non solo in Toscana o in Piemonte ma anche in quelle regioni che fino a un secolo fa producevano solo vini da taglio, come per esempio la Puglia. Non si beve di più, si beve meglio: il consumo del vino si è trasformato negli ultimi anni non in una pratica, ma in un’esperienza vera e propria e degustazione fa spesso rima con viaggio. Non stupisce, quindi, che siano sempre di più gli iscritti ai corsi di sommelier.

Quello che De Amicis descriveva come “il secondo sangue della razza umana” è di fatto qualcosa di connaturato con le nostre radici: una tradizione, a tutti gli effetti. Tradizione, tuttavia, non fa rima solo con conservazione ma anche e soprattutto con sviluppo. Come mostra l’emergere del turismo vinicolo, il vino è quindi diventato sia un termometro utile a leggere i cambiamenti in atto nella nostra società, sia un volano di crescita.

Da questo punto di vista è interessante la chiave di lettura fornita da Idealo, una piattaforma che consente di confrontare prezzi e opinioni su vari prodotti. I dati riportati da Idealo – e basati sulle statistiche Istat – consentono di tracciare un identikit utile per capire come è cambiato il nostro consumo di vino. E come stiamo cambiando noi. Secondo le statistiche la percentuale di chi beve vino tutti i giorni è in calo (dal 29,3% del 2007 al 21,4% attuali) , mentre aumentano coloro che consumano vino occasionalmente e che bevono fuori dai pasti. Interessante anche la distribuzione geografica dei consumatori di vino, localizzati grossomodo nella fascia orientale e nord orientale della penisola: fra le regioni italiane, il primato va alle Marche, seguite a ruota da Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Friuli, Umbria e Veneto.

Cambiando chiave di lettura e considerando il rapporto tra online e offline, però, i dati cambiano ed entrano in gioco altri fattori come la diversa propensione delle regioni italiane a usare gli e-commerce. Uomini (per l’ 80%) over 44, gli italiani che acquistano vino online vengono prevalentemente da Lombardia , Campania e Lazio. Già, perché – come anticipavamo – il mercato del vino in Italia ha salde radici ancorate nella tradizione ma è tutt’altro che stagnante e così come ha stimolato lo sviluppo di nuovi rami turistici, rappresenta anche terreno fertile per quanto riguarda lo sviluppo dell’e-commerce.

Come ormai hanno capito in molti, la crisi non ha avuto solo una funzione demolitrice ma ha anche innescato lo sviluppo di nuovi rami e nuove opportunità. Così, mentre molte attività hanno chiuso bottega (63.000 dal 2008), c’è chi ha scelto la via dell’innovazione puntando sull’e-commerce… con un’interessante (e per certi versi imprevedibile) conseguenza. In molti casi l’e-shop ha infatti portato nuova energia alle attività tradizionali e l’online – anziché sostituirlo – è andato ad affiancare e supportare l’offline. E il mercato del vino? Nel settore, la diffusione dell’e-shop procede più lentamente che altrove ma anche in questo campo l‘online viene sempre più utilizzato e per molti consumatori si trasforma in un’alternativa concreta, che presumibilmente prenderà sempre più terreno. Basti pensare che l’Italia (insieme alla Germania) è al terzo posto nella classifica dei paesi consumatori di vino, dopo Stati Uniti e Francia.

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Le piante assorbono metalli pesanti (però poi magari te li fumi)

E’ sorprendente e ancora parzialmente inesplorata la capacità delle piante di ripulire il terreno da metalli pesanti o inquinanti organici. Attenzione però: lo fa anche il tabacco e la canapa…

Una recente indagine ha messo in luce, grazie alla genetica, il meccanismo usato dalle piante per pulire il suolo dagli inquinanti, grazie all’interazione tra radici, funghi e batteri.

In sostanza il salice, noto purificatore del terreno, fornisce zuccheri ai funghi che vivono intorno alle sue radici. I funghi, in cambio, forniscono nutrienti ai batteri, che sono così in grado di abbattere gli idrocarburi. Lo ha mostrato uno studio di genetica, che ha osservato queste complesse interazioni in alcune specie arboree da un punto di vista finora inesplorato. La ricerca è firmata da due università canadesi ed è stata pubblicata da Microbiome.

E’ noto da tempo che le piante, specie quelle a crescita veloce, come i salici, riescono non solo a sopravvivere in terreni inquinati da derivati del petrolio e metalli pesanti, ma riescono addirittura a eliminare queste sostanze tossiche. Il processo è noto come phitoremediation, e finora era stato genericamente attribuito a un metabolismo secondario delle piante, cioè alla produzione di composti specializzati a questo scopo. Adesso questi nuovi studi hanno mostrato che il meccanismo, particolarmente complesso, coinvolge un’intricata interazione e simbiosi tra elementi microbici.

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“Sono un’ex alcolista. E ho inventato un modo per aiutare chi vuole smettere di bere”

L’alcolismo? E’ una dipendenza come altre. La storia di Elsa Radaelli

L’ alcolista? No, non è sempre il classico ubriaco. L’alcolismo è una dipendenza. Io, per esempio, mantenevo un livello di consumo standard: ubriaca, non lo ero quasi mai… il punto è un altro. Il punto è che il mio amore era l’alcol e l’alcol, per me, veniva prima di qualsiasi cosa.” Quello che racconta Elsa Radaelli è un processo lungo e doloroso, un’uscita dal tunnel che va letta alla luce della diffusione non solo dell’alcolismo ma anche di altre forme di dipendenza. E che è utile non perché rappresenta una bella storia a lieto fine, ma perché costituisce un esempio sintomatico per il suo punto di partenza e declinabile in termini di soluzioni per quanto riguarda il punto di arrivo.

Parlare di alcolismo oggi, in Italia, vuol dire affrontare un tema complesso e denso di sfumature. Contrariamente a quanto si pensa, i dati Istat divulgati un anno fa non descrivono un panorama negativo a tutto tondo. Lo studio evidenziava un trend strutturale discendente per quanto riguarda il consumo giornaliero di alcolici, parallelamente – però – a un incremento del consumo occasionale. Negli ultimi 10 anni risulta anche in diminuzione (dal 29 al 20%) il consumo giornaliero e accidentale di alcol tra i giovani. Stabili, invece, i dati per quanto riguarda il consumo abituale eccedentario e il binge drinking: un problema che coinvolge il 15,9% della popolazione italiana e il 25% dei consumatori di alcolici per un totale di 8.643.000 persone.

Dalla storia di Elsa emerge però anche un’altra prospettiva che induce a prendere i dati con le pinze. Il problema fondamentale di un alcolista, infatti, è soprattutto arrivare ad ammettere davanti a se stesso – prima che davanti agli altri – di essere, appunto, un alcolista. Viene quindi da chiedersi quanti siano effettivamente i casi non contemplati dalle statistiche. “Ho avuto problemi con l’alcol per 10, 15 anni – racconta Elsa – ma sono arrivata ad ammetterlo solo qualche anno fa, quando mi sono ‘affidata’ – sì, il termine giusto è proprio questo – a una comunità. Com’era la mia giornata di alcolista? Il mio ultimo pensiero quando andavo a dormire era: ho da bere, domani mattina? Tutto il resto veniva dopo. L’alcol, per me, era una necessità mentale prima che fisica. Poi certo, il fatto stesso che in Italia gli alcolici siano così economici non aiuta: in fondo, mal che vada, sai che c’è sempre un Tavernello da cinquanta centesimi da recuperare, al supermercato. L’alcol, per me, era un amore: questo è l’essenza di una dipendenza… non parlo solo di alcolismo ma anche di ludopatia, tossicodipendenza, dipendenza dai social. Il mondo delle dipendenze è vasto: alcune sono più socialmente accettabili di altre ma sempre di dipendenze si tratta. Il meccanismo di base è lo stesso.

Da una dipendenza, però, è possibile uscire e se è vero che – come sottolinea Elsa – in questo ambito non esistono standard e ogni storia è diversa, è anche vero – però – che dall’esperienza di chi è uscito dal tunnel si possono trarre spunti utili e soprattutto replicabili. “Uscire da una dipendenza crea inevitabilmente un vuoto e la necessità di venire a patti con l’horror vacui che ne deriva. –  continua Elsa –  Il primo passo – paradossalmente il più difficile – è arrivare a chiedere aiuto, compiere un gesto di umiltà rispetto a se stessi e affidarsi. Per me è stato fondamentale il supporto del CAD di Lambrate e della Fondazione Eris. Dopodiché, la vita diventa tutta un gioco di equilibrio: un alcolista non guarisce, rimane tale per sempre ma se è vero che alcolisti si rimane, è anche vero che è possibile rimanere sobri e tutelarsi da possibili recidive. I metodi sono tanti. Tutto sta nel riconoscere il craving (lo stato di ansia e nostalgia scatenato dall’assenza della sostanza) e mettere in campo tutte le strategie possibili per disinnescarlo: gestione del pensiero e spostamento dell’interesse, mindfulness, arteterapia… non esistono ricette standard. Ognuno deve trovare il suo metodo.

 

Soluzioni governative: “Youth in Iceland”

Se sul piano individuale la ricetta è soggettiva, su un piano più ampio – quello collettivo – le risposte possibili al problema delle dipendenze possono essere divise in due grandi rami: quelle calate dall’alto (le politiche governative, quindi) e quelle sorte spontaneamente dal basso. Nel primo caso, spicca l’esempio dell’Islanda, dove tra il 1998 e il 2016 la percentuale di giovani che abusavano di alcol è calata dal 48% al 5%. Il punto di partenza delle politiche governative è stato lo studio dello psicologo americano Harvey Milkman, che indagando sulle cause delle dipendenze ha creato i presupposti che hanno permesso al governo islandese di lanciare “Youth in Iceland, un programma di recupero che ha coinvolto attivamente genitori e studenti. Secondo i questionari messi a punto in base alle tesi di Milkman, i giovani coinvolti in attività sportive ed extra scolastiche erano infatti meno soggetti all’abuso di alcol e droghe. La risposta governativa è quindi stata pensata in base a due direttive: una “repressiva” (coprifuoco oltre le 22.00, con conseguente aumento del tempo passato in famiglia) e una propositiva, basata sull’incremento di attività extrascolastiche di natura sportiva e artistica (con incentivi per i meno abbienti). L’idea di base non è stata tenere semplicemente occupati i ragazzi. Dal punto di vista della chimica del corpo l’attività sportiva, per esempio, incrementa lo sviluppo di dopamina e beta-endorfine: sostanze chimiche endogene dall’ effetto simile a quello generato da alcune droghe (con conseguente capacità di ridurre stress e ansia).

 

Peer Education, una soluzione sorta dal basso

Le risposte possibili al problema delle dipendenze non sono solo, però, quelle “calate dall’alto”. A volte le soluzioni possono germinare in modo spontaneo, sorgendo dal basso. Elsa, per esempio, si è fatta promotrice di quello che ritiene il metodo più efficace: la peer education, cioè il dialogo tra pari. Rompere la bolla di solipsismo dell’alcolista, quindi, integrando l’approccio medico (valido, ma troppo distaccato) con la ricerca di nuove soluzioni. Quello che ha creato Elsa, per esempio, è un DJ Set: “Overdose”, un ciclo di serate a tema che riprenderanno a settembre-ottobre. Il metodo non è casuale e ha il vago sapore di un contrappasso dantesco, considerando che l’alcol viene spesso utilizzato come metodo di socializzazione negli happy hour. Oltre a innescare il dialogo e ad abbattere i muri, le serate organizzate da Elsa mirano quindi a rappresentare un format replicabile su ampia scala. Elsa ci crede e ci mette la faccia. Anzi, il sorriso: “Oggi ho 54 anni e mi sento migliore di prima, in termini di autoconsapevolezza. In questo momento, anzi, ho un Ego enorme ma al tempo stesso sono cosciente dei miei limiti e so benissimo che tra un’ora potrei uscire di qui e ricominciare a bere. Ho dalla mia, però, un’arma importante: in comunità ho imparato che posso scegliere. Ho ricominciato a lavorare. Per me, oggi, anche il semplice gesto di salire le scale della metro senza il fiatone è una conquista. Forse ho un po’ troppo autocontrollo, ma pazienza: va bene così. Ho fatto pace col cervello“.

 

Martina Fragale

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Ripensare a un centro medico e proiettarlo nel futuro. La sfida di International Medical Center

La popolazione italiana è in calo: secondo i dati Istat, entro il 2050 il Bel Paese avrà 6,5 milioni di abitanti in meno. Allo stesso tempo, tuttavia, è in atto un fenomeno di segno opposto. Sì, perché se è vero che gli Italiani fanno meno figli, è anche vero che oggi si muore in età più avanzata. L’invecchiamento della popolazione è un dato di fatto (qui l’analisi del Sole24ORE) che pone sul piatto della bilancia nuove problematiche. O nuove sfide, che dir si voglia.

Sicuramente uno dei fronti su cui le nostre società sono e saranno invitate a misurarsi – già da oggi – riguarda la sanità. In questo senso, infatti, la domanda è in rapido aumento. La natura del problema, tuttavia, non è solo meramente “quantitativa”. La domanda tende infatti a essere differenziata e a riflettere un ordine di esigenze sempre più diversificato. Perché invecchiamo, sì, ma siamo sempre più abituati a farlo nel modo migliore possibile. Il nocciolo del discorso, quindi, si riassume tutto in una domanda ed è: quanto è pronta, la società, a fornirci gli strumenti di cui abbiamo bisogno? La risposta la danno automaticamente le code, i tempi di attesa biblici nelle strutture ospedaliere e l’estrema frammentazione dell’offerta. Insomma: non se ne esce.

Volendo vedere la cosa da un altro punto di vista, tuttavia, è interessante notare come l’esistenza del problema abbia stimolato l’emergere di alcune risposte che vanno dritte al cuore della questione. In questo senso, spicca per esempio l’esperimento dell’International Medical Center (IMC): una struttura che nella sua evoluzione riflette i profondi cambiamenti intervenuti nel tessuto sociale circostante. E il tentativo di stare al passo con i tempi. Nata 40 anni fa come studio odontoiatrico e maxillo facciale in zona Porta Venezia, la struttura si è ampliata fino a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da un puro e semplice studio medico.

Attualmente l’IMC include una nutrita area polispecialistica e una divisione odontoiatrica, per un totale di 38 divisioni mediche in cui opera una cinquantina di medici specialisti (di profilo medio e alto). L’aspetto più interessante dell’evoluzione riguarda proprio la trasformazione di uno studio medico “cittadino” in sentro medico con un orizzonte internazionale: la differenziazione dell’offerta e – parallelamente – la riconducibilità dei diversi rami all’interno di un’unica struttura (cosa che semplifica molto l’accesso della domanda all’offerta).

Last but not least,  l’IMC include anche un’area di competenza di tipo diverso: messa a punto, cioè, con un occhio di riguardo al territorio: assistenza all’anziano a 360° nella quotidianità, poliambulatorio pediatrico H24/365gg, medicina legale (task-force incentrata sulla coalizione tra il mondo medico ed il mondo della jurisprudencia), medicina del lavoro. Differenziazione dell’offerta, accessibilità, sensibilità alle esigenze del territorio.

Globalmente, quindi, quello proposto da IMC è un modello interessante e che la dice lunga. E se la risposta fosse proprio questa: saper “ascoltare” la domanda e trasformare un impasse in una sfida ad ampio raggio?

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L’auto solare tutta italiana che attraverserà il deserto americano

“Emilia 4” è il nome dell’auto solare a quattro posti tutta made in Italy che sarà molto probabilmente l’unico veicolo europeo a partecipare all’American Solar Challenge 2018 in programma a luglio nel Nebraska, dove dovrà affrontare un percorso di circa 3.460 Km , divisi in varie tappe, fra Nebraska e Oregon, a una velocità media di 60 Km orari.

Quattro posti, 6 mq in pianta, meno di 300 kg di peso, 120 km/h di velocità massima e 200 km di autonomia grazie ai raggi del sole. Il progetto intende dimostrare come il sole possa rappresentare una valida alternativa ai combustibili tradizionali. È convinzione infatti, sia dei progettisti che realizzatori di Emilia 4, che adottando opportuni accorgimenti progettuali e costruttivi, è possibile trasformare il solare nella più importante fonte di energia per la mobilità urbana ed extraurbana, in grado di contrastare l’inquinamento urbano ed il riscaldamento globale.

La vettura è stata realizzata dal Team Onda Solare in meno di due anni, un progetto strategico dell’università di Bologna, che coinvolge enti pubblici, professionisti e imprese, ma soprattutto, come essi stessi si definiscono, un gruppo affiatato, entusiasta ed eterogeneo, composto da tecnici e professionisti attivi nel settore della mobilità alternativa e dell’energia pulita, ingegneri…

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Studenti di Lecce pronti con la startup ambientalista #CheTiCosta

Sono giovani, hanno appena 14 e 15 anni, si fanno chiamare “ECOisti” e attraverso la loro innovativa startup sociale vogliono insegnare agli adulti il rispetto per la città, per l’ambiente e per ogni altro spazio e bene comune.

Come lo faranno? Con l’ingegno e la creatività che contraddistinguono la loro scuola, l’Istituto “Galilei-Costa” di Lecce, realizzeranno e legheranno centinaia di etichette colorate, graficamente avvincenti e attraenti, su vari suppellettili e arredi della città (cestini dei rifiuti, panchine, fermate del bus, etc.). Le etichette riportano il vistoso hashtag che caratterizza la loro originale iniziativa, ossia #CheTiCosta.

Oltre all’hashtag, le etichette riportano varie diciture decisamente esplicite, ad esempio “#CheTiCosta differenziare correttamente?”, “#CheTiCosta non sporcare?”. “#CheTiCosta rispettare il verde pubblico?”, e così via.

Al fianco dei giovani salentini e della loro startup ambientalista si è immediatamente proposto Attilio Caputo, a capo e direttore del gruppo Caroli Hotels. Il gruppo, sempre attento e sensibile ai temi della sostenibilità e dell’intraprendenza giovanile, ne è divenuto “Main supporter”.

Gli studenti della classe 1°A hanno proposto il progetto al Comune di Lecce, il quale potrebbe rappresentare la città pilota dell’iniziativa, per poi espandersi in ogni comune del Salento.

«Siamo convinti – sostengono i ragazzi – che se tutti iniziassero a comprendere che le città e tutti gli l’ambienti intorno sono esattamente come casa propria, ci penserebbero due volte prima di sporcare, trascurare o distruggere. Se nessuno butta pezzi di carta o lattine per terra nel proprio soggiorno, perché buttarle per strada? Se nessuno butta la spazzatura fuori dalla finestra della camera da letto, perché buttarla dal finestrino dell’auto? Il nostro sogno è vedere cento, mille ragazzi che, come noi, insegnano ai propri genitori, e agli adulti in genere, il rispetto per le cose comuni.»

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Ristrutturare green: soluzioni, materiali, risparmi

Ristrutturare casa e renderla un ambiente più sano, più confortevole, più attento all’ambiente e riuscire a risparmiare consumi elettrici e di gas sappiamo che si può fare. Ci sono soluzioni progettuali, ci sono materiali, impianti e sistemi che consentono di migliorare le performance di un edificio riducendo consumi ed impatti.

Gli edifici residenziali in Europa sono caratterizzati da una domanda media di circa 140 kWh per metro quadro l’anno per il riscaldamento; per la fornitura di acqua calda ne servono in media 25 e altri 20 kWh per il raffrescamento estivo. In Italia, per esempio, dove i consumi si allineano alla media europea, il costo medio per il riscaldamento e l’acqua calda sanitaria per un appartamento di 70 metri quadri si aggira intorno a 1.400 euro l’anno. Secondo i calcoli dei ricercatori, questa spesa potrebbe essere ridotta dal 50% al 70% con interventi sull’involucro, sulle finestre e sugli impianti termici.

In Italia le nostre abitazioni fanno parte di un patrimonio edilizio per lo più datato e con un fabbisogno energetico alto; buona parte di questa energia è termica e, in quanto tale, è soggetta a dispersione verso l’esterno. Le perdite, negli edifici non nuovi o non adeguatamente progettati e realizzati, si possono avere infatti dalle parti finestrate, dall’areazione, dalle pareti esterne, dal tetto o solaio dell’ultimo piano, dalle eventuali cantine/garage e anche dalla caldaia.
Per cui, tutti gli interventi che riguardano l’isolamento e la ventilazione, dalla semplice sostituzione di una vecchia caldaia ai cosiddetti “cappotti” termici, ai tetti ventilati, alla sostituzione degli infissi, per dirne alcuni, possono contribuire in maniera significativa a ridurre queste dispersioni.

Ma anche l’installazione di pannelli solari e fotovoltaici per l’approvvigionamento energetico, la messa in opera di sistemi che contribuiscono a limitare il consumo idrico (con sistemi di recupero delle acque piovane e coi riduttori di flusso per l’acqua potabile, per fare due esempi), l’incremento della quota di verde per ridurre anche l’effetto isola di calore, sono tutti interventi che non fanno solo bene all’ambiente, ma sono alla base di un miglioramento termico e acustico, di un minor impatto (sull’ambiente e sui costi) e di un maggior confort e salubrità degli ambienti.

Molti di questi interventi possono essere portati in detrazione Irpef (Bonus ristrutturazione, Ecobonus, Bonus mobili, Bonus verde), con percentuali diverse a seconda della tipologia e a seconda che riguardino singole unità immobiliari o parti comuni di condomini, per tutto l’anno in corso, alcuni per orizzonti temporali anche più ampi. Per maggiori informazioni su tutte le agevolazioni fiscali in vigore vedi Detrazioni fiscali in campo energeticos-edilizio per il 2018: tutto quello che occorre sapere che le elenca e le riassume.

Continua a leggere…

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Nasce la prima piattaforma integrata per la tua vacanza in barca

Vuoi fare un viaggio in barca che ti porti nelle migliori destinazioni per fare snorkeling, subacquea o semplicemente andare a vela? Oppure sei alla ricerca di una vacanza in barca rilassante e romantica in coppia o dinamica e divertente con gli amici? Vorresti fare una crociera con cucina gourmet?

Nowboat.com è la piattaforma integrata grazie alla quale operatori da tutto il mondo, specializzati in vacanze sull’acqua, offrono ai viaggiatori la vacanza ideale con due soli click.

L’idea di Giovanni Alessi Anghini, fondatore della scale-up con sede ad Hong Kong, è di facilitare l’utente finale nell’organizzazione della propria vacanza in barca. Obiettivo di Nowboat.com, che raccoglie sulla sua piattaforma user-friendly 460 operatori locali certificati in 198 luoghi intorno al mondo, è anche quello di fornire agli operatori un software agile a supporto della loro attività.

Dietro al progetto anche un aspetto virtuoso, fortemente voluto dal suo fondatore: la scelta di devolvere il 3,5% dei profitti a ONG per la salvaguardia dell’oceano e della biodiversità.

Uno sguardo attento alla sostenibilità ambientale che dimostra una sensibilità verso la protezione della natura anche a vantaggio delle future generazioni.

La filosofia di Nowboat.com si basa infatti sulla forte convinzione che non ereditiamo il pianeta dai nostri antenati, ma lo prendiamo in prestito dai nostri figli. Per questo motivo, è di fondamentale importanza proteggere il pianeta, oltre a viverlo con rispetto.

Prima della nascita di Nowboat.com, prenotare avventure in barca significava perdere tempo su internet a cercare operatori – che spesso non hanno presenza digitale – oppure affidarsi all’assistenza di tour operator locali, o al passaparola, aumentando il rischio di imprevisti e problemi di comunicazione, oltre a dover pagare una lauta percentuale a un broker qualsiasi.

Nowboat.com è la soluzione ideale con benefici per tutte le parti coinvolte:

  • I viaggiatori possono prenotare facilmente la vacanza in barca, facendo ricerche per prezzo, destinazione, tipo di imbarcazione o attività e contattare numerosi operatori contemporaneamente. Con 0% di commissioni!
  • Gli operatori possono rendere disponibili, sulla piattaforma, le proprie imbarcazioni e attività ad un pubblico vasto e in continua crescita, oltre ad avere a disposizione un gestionale che fornisce servizi di marketing, CRM, EDM e permette di dialogare direttamente con i viaggiatori.
  • Le avventure possono essere personalizzate in accordo con gli operatori.
  • Le ONG, sul sito è possibile scegliere tra oltre 60 progetti, beneficiano della donazione effettuata da Nowboat.com per conto dei viaggiatori.

Oltre a noleggiare barche e yacht, la piattaforma consente ai viaggiatori di organizzare e prenotare ‘avventure’, come immersioni, snorkeling, kitesurf, wakeboard fino a spedizioni in Antartide e Nuova Zelanda. Sono disponibili anche centinaia di avventure in destinazioni di navigazione consolidate come Indonesia, Maldive, Mauritius e il Mediterraneo.

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Ecco cosa serve, oltre alle buone notizie, per cambiare il mondo dell’informazione

Circa 17 anni fa iniziava per me un’avventura e non stavo nemmeno rendendo conto. Appena 26enne, frustrato dalla mole di notizie negative che imperavano su giornali e tv, decisi di fare un’esperimento senza alcuna particolare ambizione, se non il desiderio di dare il mio piccolo contributo alla nostra società. Nacque così BuoneNotizie.net, con l’aiuto di un paio di amici, che nel 2002 fu spostato sul .it.

Fu l’inizio di un percorso fatto di alti e di bassi, successi e insoddisfazioni, sotto al quale stava però l’intuizione e il desiderio che, prima o poi, il modo di fare informazione sarebbe dovuto cambiare. Da questa considerazione deriva la tenacia, fino alla testardaggine, di continuare a sperimentare e portare avanti questo lavoro fino ad oggi.

Ma cosa è cambiato rispetto a 17 anni fa? Nel 2008, grazie a studi di psicologia positiva applicata al giornalismo da parte di due ricercatrici, viene coniata la definizione di “giornalismo costruttivo“, ovvero un approccio che ha lo scopo di innovare il mondo dell’informazione attraverso lo sviluppo di metodi e parametri che portino i giornalisti ad inserire all’interno della normale attività redazionale aspetti più positivo-propositivi e maggiormente focalizzati sulle soluzioni, piuttosto che sui problemi.

E’ stato l’inizio di un cambio di rotta che, a 10 anni di distanza, è già stato adottato con successo (ovvero la riconquista della fiducia dei lettori, e quindi dell’audience, e di conseguenza dei ricavi) da colossi editoriali oltreconfine come il New York Times, The Economist, Huffington Post, The Guardian, solo per citarne alcuni.

I Paesi che sono riusciti ad avvantaggiarsi in questi anni, ovvero Stati Uniti e Nord Europa, ora fanno scuola. L’Italia, si sa, è sempre un po’ indietro: parlare qui di “giornalismo costruttivo” solo 4 anni fa, dopo essere stato a Londra con alcuni giornalisti di BuoneNotizie.it ad approfondire questo nuovo approccio, attirava nient’altro che scetticismo e incomprensione.

Sono stati anni di solitudine, come testimonia anche Assunta Corbo in un suo post su Facebook, una delle pochissime voci ad aver toccato l’argomento con i miei stessi risultati, attraverso il suo blog “That’s Good News”. Questa solitudine è finalmente finita, poiché proprio insieme ad Assunta abbiamo dato vita all’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, che vuole diventarne il punto di riferimento in Italia.

Occuparsi infatti solo di “buone notizie” significa essere su un treno già passato, già visto, già sperimentato, che è stato certamente un passaggio fondamentale, e che personalmente non rinnego, oggi evolutosi nel più completo, rigoroso, efficace “giornalismo costruttivo”.

Per questo motivo da oggi anche questo sito, che manterrà il suo nome, cambierà gradualmente linea editoriale, facendo riferimento alle linee guida che presto publicheremo sul nostro nuovo sito GiornalismoCostruttivo.com.

Gli obiettivi dell’Associazione sono molto ambiziosi, e ve li sveleremo poco per volta. Grazie a tutti i lettori per averci dato fiducia ed averci seguito fino a qui. Ora sarà tutta un’altra storia!

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Dalla corsa all’ora ai giorni nostri, ecco i visionari e i sognatori che hanno creato l’innovazione di oggi

C’è un filo rosso che dai miti della Corsa all’Oro dell’Ottocento lega la controcultura californiana anni Sessanta ai campus dei giganti hi-tech e alle startup che oggi nella Silicon Valley progettano il nostro futuro. Individuare quel filo oggi, nel cinquantenario del ’68, è  più che mai prezioso, per ricordare che sono i visionari e i sognatori i protagonisti dell’innovazione. Un filo rosso che collega molti protagonisti dai nomi italiani, da Lawrence Ferlinghetti patriarca della Beat Generation a Jack Sarfatti, scienziato eccentrico che ispirò Doc di “Ritorno al Futuro”, dal regista Francis Ford Coppola a Mario Savio, leader universitario che a Berkeley “innescò” la contestazione studentesca. Un percorso che inaspettatamente partendo dalla California incrocia figure di grandi innovatori come il designer Ettore Sottsass, due grandi visionari che pur scomparsi alla vigilia di quella stagione ispirarono valori ancor oggi  fondamenta della culla mondiale dell’innovazione: Adriano Olivetti e Maria Montessori. Sino a Federico Faggin, padre del microchip e della tecnologia touch, che alla prima di Vicenza ha commosso con parole di elogio. 

Lo spettacolo scritto e interpretato da Roberto Bonzio, per la regia di Alessio Mazzolotti che ha collaborato ai testi, va in scena questa sera al Blue Note di Milano e vede sul palco per la scelta musicale il dj Luca Presence Carini, mentre Roberta Gaito ha curato scenografia e concept visivo, Roberta Pirrera grafiche e animazioni.

Per conoscere le prossime tappe del tour, visita il sito Italiani di Frontiera.

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Ancora basso il tasso di occupazione femminile. Ma si può migliorare…

Il tasso di occupazione femminile in Italia (49,1%) è ancora lontano dalla media di genere UE (66,5%) secondo i dati Istat ed Eurostat dello scorso marzo. Potrebbe migliorare se le donne facessero più leva anche sulle competenze trasversali che sviluppano con la genitorialità, secondo Intoo, la società di Gi Group leader nei processi di sviluppo e transizione di carriera che con il servizio Moms@Work aiuta le imprese nella gestione integrata della maternità delle dipendenti. 

“L’abbandono del lavoro nei primi anni di vita del bambino continua a essere un problema rispetto al quale, però, bisogna continuare a intensificare tutte le azioni possibili di contrasto – commenta Alessandra Giordano, Direttore Delivey di Intoo –. Occorre sostenere le mamme che lavorano con tutti gli strumenti a disposizione per trovare soluzioni di work-life balance, ma anche aiutarle a non tirarsi indietro emotivamente. Sulla base della nostra esperienza desideriamo incoraggiarle fortemente perché possono portare un grande valore aggiunto sul lavoro. Senza moralismi o buonismo, si maturano con la genitorialità competenze che sono molto utili per l’organizzazione in generale oggi, qualunque essa sia e qualunque ruolo si svolga. Le imprese devono valorizzarle di più, ma le donne stesse ne devono diventare più consapevoli utilizzandole nel day by day e anche nell’ambito della definizione di nuove modalità di lavoro. La flessibilità, in termini di agilità mentale, è alla base di queste skills e le attraversa tutte”.

Nel dettaglio le 5 competenze TOP sono:

  • Delega: prendersi cura del o dei bambini aiuta a sviluppare non solo capacità organizzative, ma anche maggiore fiducia rispetto al fatto che “qualcun altro rispetto a sè” possa fare bene allo stesso modo, ovvero verso le persone coinvolte nel supporto e nell’aiuto. Dal team famigliare si mutua e si accresce, quindi, anche la capacità di affidarsi e fidarsi del team di lavoro e dei colleghi a svolgere determinate mansioni e a demandarle.
  • Resilienza: gli imprevisti – e a volte anche vere e proprie crisi – sono all’ordine del giorno con i bambini. La caparbietà nell’adattarsi al cambiamento continuo, facendo fronte anche a situazioni difficili o negative e riuscendo a riorganizzarsi continuamente e positivamente secondo nuovi e diversi percorsi è una della abilità più importanti che traslano naturalmente nella professione.
  • Ascolto attivo: relazionarsi con i diversi membri della famiglia, non solo con il partner, per la cura del o dei bambini sviluppa ulteriormente il senso di rispetto del punto di vista altrui, di comprensione – anche attraverso la comunicazione non verbale che si sviluppa con i piccolissimi – e di risoluzione delle problematiche, prima che diventino criticità. A livello lavorativo diventa un’abilità in stretta connessione con la capacità di mediazione.
  • Fare rete: la genitorialità è sempre meno una dimensione a due, sempre più un fatto di relazione. Affidarsi ed avvalersi anche di altre persone e, quindi, riuscire a costruire nuove relazioni fin da quando inizia questa nuova fase della vita aiuta anche nel lavoro ad allargare le reti professionali abituali sviluppando quindi una vera capacità di networking.
  • Pianificazione: la gestione dei bambini allena prima di tutto alla gestione del tempo e delle priorità nella complessità e con proattività, massimizzando e ottimizzando tutto ciò che si fa secondo obiettivi precisi, senza dimenticare la visione di insieme e di medio-lungo termine, abilità fondamentale lavorativamente.

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